I mostri della palude

Interagire con “questo basso mondo” richiede competenze che il Servitore ha dimenticato, assorto com’è da lungo tempo ad acquisire quelle che occorrono nell’Altro. Egli vive, lassù, ed ha la precisa sensazione che il mondo umano, al contrario, sia un mondo di morti. Sicché quando si trova afferrato alla caviglia da qualcuno di essi che lo tira verso il suo mondo, e deve liberarsi, non dispone più della lingua e del linguaggio che servono per dire: “Lasciami, molla la presa!” né dell’energia fisica che possa, con un calcio, liberarlo. Così sperimenta ogni volta, rispetto a quel mondo, la propria inadeguatezza, la propria debolezza, la propria frustrazione e la propria stanchezza. Esausto siede sulla sponda della palude ove i morti sono sepolti e vivono con disperata allegrezza la loro morte, volge gli occhi al cielo e aspetta, opponendo una paziente resistenza: chi gli afferra le caviglie, la cui forza consiste nella gravità che lo attrae al basso, sarà forse distratto, prima o poi, da qualche attrattiva del proprio mondo oscuro, e lascerà la presa, restituendogli la leggerezza dei mondi superiori, sempre precaria finché egli sia costretto a vivere così vicino alle paludi, come il servizio richiede.

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