Forze

Il persistere della pandemia impone, più che una riflessione, una constatazione: vi è una forza, percepita come esterna, che procede secondo il proprio intento rispetto alla quale l’umanità non è in grado di contrapporre altro che il tentativo di limitarne gli effetti, ritenuti dannosi. La sensazione, sempre più netta, è che essa si fermerà quando avrà esaurito il suo ciclo, cioè quando avrà compiuto interamente il proprio, oscuro, compito.
Questa constatazione può apparire banale, ma si radica profondamente nella coscienza popolare e, una volta installata, ha la possibilità di divenire coscienza di una forza parallela che vive la sua propria vita, e non quella umana; la conseguenza è la presa d’atto che la vita umana si genera e si mantiene per una sorta di meccanismo autonomo, mentre accanto, e all’interno di essa, agiscono forze immani che a volte la coinvolgono, a volte no… quasi che fossero indifferenti all’umanità.
Queste potenze impongono ora la propria presenza, la loro evidenza, si “rivelano”. A farci caso, non è piccola cosa.

Centro e vuoto

Qualcuno tra i più profondi conoscitori del misticismo iniziatico ha detto come, sebbene in tutte le scuole vere si insista sulla necessità di porsi al centro di se stessi, pure “il centro è il luogo che nei più è deserto, per cui si è incapaci sia della giusta visione che della giusta azione“.
Per altri è possibile, invece, in quel luogo, entrare in contatto con quello che potremmo definire il principio trascendente di se stessi, la propria essenza eterna, ammesso che essa vi sia; come detto altrove, qui si realizza allora l’identificazione e la pienezza di quel vuoto che, in altri, è destinato a persistere e a disorientare.
Si ritiene che questo fatto – se realizzato – sia la condizione per procedere alla costruzione di una “corporeità spirituale purificata”, ovvero alla reificazione di un “corpo di luce” del quale questa sorta di focalizzazione centrale possa prendere totale e cosciente possesso.
Se anche questo processo giunge a termine, solo allora hanno valore le visioni e le azioni, ché solo allora si può parlare di volontà espressa in reale libertà, e quindi di responsabilità. Infatti la libertà (frutto della liberazione) consiste nell’essere sfuggiti alla ruota della generazione, e alla necessità naturale, imposta come legge interna ai processi naturali ab initio. Si è dunque “di là dalla condizione umana”, sebbene si permanga nel “corpo caduco” finché utile.

A proposito di Necessità, va detto che essa potrebbe contenere un proprio progetto escatologico, e quindi potrebbe darsi che essa imponga, a un certo punto di sviluppo di questo progetto, a tutti gli umani, di “porsi al centro di sé” (essendovi costretti da eventi esterni, naturali) mettendoli a contatto con quel vuoto disorientante, oppure con la possibilità di realizzare colà l’unione col proprio principio eterno; se è vero che non in tutti questo principio è dato, si assisterebbe allo smarrimento di chi non può trovarlo, e alla possibile realizzazione di chi, avendolo, abbia anche gli strumenti per unificarsi con esso in un Tutt’Uno.
Gli strumenti sono una condizione di coscienza accesa del proprio essere “altro” rispetto alla condizione umana che si vive, di essere costretti nella ruota della necessità e di averne limpida percezione, e di possedere una volontà e una determinazione tale da adoperare ogni energia vitale per liberarsi da questa stretta. A questi non mancherebbe aiuto da chi, precedentemente, abbia fatto lo stesso percorso… Precedentemente nell’eternità, certo; ché questa imposizione di necessità, considerata di là da venire, potrebbe essere in atto, e potrebbe già essere al termine delle sue conseguenze… In verità, sono fatti, questi che non si svolgono nel tempo e rispetto ai quali indugi o accelerazioni sono privi di senso. Ciò che è non diviene, se non se stesso in ogni istante.

Alto e basso

Nell’esperienza del viandante vi è una percezione tra le più singolari: la coincidenza delle vertiginose altezze con le vertiginose profondità. Il mistico ha, letteralmente, il cielo nel cuore. Non si tratta di una locuzione poetica, ma della descrizione di una realtà palpabile che si rivela come inoppugnabile.
Si è abituati a considerare l’interiorità come il complesso delle cose nascoste, delle cose dette solo a se stessi, il luogo di qualche oscurità a volte, il luogo ove ruminare un pensiero consunto; non come profondità.
E si è abituati a concepire le altezze come il luogo di residenza della divinità, il luogo ove i più santi ascendono; al più come il luogo dell’esistenza dei pianeti, degli “altri mondi”. Un luogo di fatto inaccessibile.
L’errore è nel definire una dimensione spazio/temporale, che è un contenitore, con ciò che essa contiene. La scoperta della coincidenza identica dei due luoghi in quanto tali, fa scoprire – con grande meraviglia – come né la prima, né la seconda delle percezioni siano esatte. I due luoghi sono un solo luogo, e il mistico ne è il solo abitante, il solo contenuto; quel luogo è la sua kaaba, è il suo cubo nero che lo contiene sebbene si trovi nella profondità vertiginosa del proprio cuore. E allora anche contenitore e contenuto sono identici…

Sobrìetas

La caratteristica che meglio contraddistingue chi cerca in campo spirituale con serietà e con quell’impegno che si riscontra solo in chi agisce, è l’asciuttezza del fare, del dire, del vivere: l’assenza di ridondanze in ogni cosa.
Sebbene la sobrietà sia considerata un atteggiamento etico, essa è una concreta necessità. Chi infatti si avventura nel campo della spiritualità “imaginalis“, ha bisogno di sapere che le proprie visioni siano rispondenti a Verità, sebbene possano essere “incredibili”. E ciò si ottiene con la pratica dell’eliminazione del superfluo dovuto al “rivestimento” che la sensorialità inevitabilmente immette sulla rivelazione, per poterla vedere nella sua nudità. Perché a volte, tolto questo rivestimento, non vi è nulla; ed allora si sa che non di visione si trattava, ma di immaginazione; di tentazione diabolica, si direbbe se si volessero evocare le permanenze nel deserto della solitudine di tutti i grandi maestri alle prese con la propria umanità.
Quest’uso, che il cercatore fa della facoltà di asciugare ogni sensazione, ne limita naturalmente – a lungo andare – l’eccesso di produzione; e diventa un modus vivendi, perché produce una analoga abitudine in tutti i campi in cui la sensorialità si esercita. Fino a comprendere gli aspetti emozionali della vita organica al loro “semplice” fatto d’origine, e a riconoscere l’emozione come reazione autonoma e quindi appartenente al complesso degli automatismi che sostengono la vita organica. Sicché il cercatore temprato dalla sua ricerca può risultare persino cinico, sebbene sia solo sobrio nell’espressione del suo “sentimento”.
Sobrio è colui che diffida di sé, e solo di sé; si fida invece di tutto quanto gli capita di incontrare, in termini sia di persone che di eventi, perché si fida totalmente della sua visione, che egli sa essere cosa concreta e veritiera, ma non del suo modo di intenderla… tanto che evita di interpretarla, se può, e la registra semplicemente; al più la descrive; spesso non si concede neanche di darle con certezza un senso per se stesso. Ma la visione non ne ha bisogno, perché, se è veritiera, se è rivelazione, essa “fa”; costruisce cioè dentro il visionario la realtà stessa che rivela, senza il bisogno di intermediazioni mentali.
Il sobrio vuole quest’azione della visione/rivelazione su di lui, perché ha una specie di adorazione della concretezza: nulla gli appare vero se non il concreto, perché egli sa che il Vero è l’unica realtà concreta. Il resto non gli interessa.

Exoterico ed esoterico

Se a livello exoterico (sentimentale e devozionale) ha senso la classica ripartizione storiografica tra religioni politeiste e monoteiste, non così a livello esoterico.
Il motivo è intrinseco.
Le due forme sono coesistite da sempre, in maniera complementare; ma mentre alla prima accedeva il sentimento popolare, che dei riti era fruitore, la seconda era per gli specialisti, che ne erano piuttosto attori; così come tuttora è per ogni disciplina. Sicché i “misteri”, oggi come sempre, sono celebrati all’interno di gruppi addestrati che si dedicano ad essi “professionalmente”. Furono un tempo la casta sacerdotale che si formava ed agiva nei templi, in segretezza, e che aveva comunque un forte impatto sulla vita sociale; sono oggi uomini invisibili o quasi, il cui impatto resta efficace – forse più di un tempo – sebbene non appaiano, grazie alla sepoltura sotto cumuli di clamori inutili che ne preserva la purità.
Nella forma esoterica, si diceva, “per adorare un dio, bisogna essere un dio“, (theiosis) . Già Ierocle di Alessandria afferma che venerare realmente (ossia efficacemente) richiede la “conoscenza della natura di colui che si onora e per quanto possibile farsi simile ad essa“; anche perché l’esperienza è il solo modo per formare quella conoscenza.
In questo senso la ricerca di Dio in sé (nella Sua Essenza, e nella Sua presenza nel cuore del ricercatore) è una focalizzazione che tende di necessità al Tutt’Uno. Poiché il ricercatore è uno, (e così pure il cosmos), pur nella sua caleidoscopica complessità, e non possiede che sé come terreno di ricerca, non vi è spazio per il concetto stesso di politeismo.
Non altrettanto per il sentimento religioso che trova espressione exoterica, ove anzi la complessità appare all’esperienza umana piuttosto come formata da singolarità funzionali agenti sul vivere comune, sicché ogni evento naturale può assurgere a dignità divina, come ogni santo è – nel sentimento popolare – inteso come daimon protettore personale. Santità che mai costituisce la teleiosis del ricercatore esoterico.
La santità è infatti il perfezionamento del devoto, e quindi si ottiene con la stretta e infaticabile applicazione alle “regole” rituali e ai comandamenti morali. Il santo è il devoto perfetto.
Il ricercatore dello spirito, che cerca Dio in sé, deve – anche qui per necessità intrinseca – poterLo avere, dentro; e poi poterLo riconoscere. Questa è la ragione di fondo per la quale – anche qui da sempre – si distingue tra “figli degli uomini” e “figli degli uomini che sono figli di Dio”, e si riconosce a questi ultimi uno status se non sovrumano, almeno di una qualche diversità eroica. Nell’antichità erano considerati semidei, figli di donna (generalmente vergine) e di un dio la cui peculiarità era di averla fecondata con la Luce (piogge d’oro o simili) in quanto era la Luce l’elemento solare al quale era associata l’idea stessa di Dio. Erano, come Prometeo, portatori all’umanità di mutazioni dovute all’incarnazione (al farsi carne nell’uomo) di tale luce: essi sono “non da mortale natura venuti alla luce, ma procedenti dal principio essenziale…“: la Luce è già in loro.
Questi miti (narrazioni) adombrano verità profonde e forse più “semplici” nella loro radicalità ontologica; miti non se ne fanno più di semidei, ma piuttosto di “uomini di successo”, ed è un bene: come si diceva, vi sono epoche nelle quali un Lavoro spirituale che abbia il canone della Verità, ha bisogno di essere fatto nel silenzio e in penombra.
In conclusione: il politeismo esiste solo nella forma exoterica; da sempre, nella forma esoterica, è apparsa chiara l’Unità ed Unicità di Dio, in tutti i luoghi, in tutte le epoche.

La disciplina del Silenzio

Nella Scuola pitagorica di Crotone (530 a.C. c.ca), quelli che – molto selettivamente – venivano ammessi, erano divisi in gradi progressivi di avvicinamento alle dottrine esoteriche che costituivano il grado della maestria. Il primo di questi livelli (i primi tre erano considerati ancora exoterici1) era quello detto degli acusmatici, per i quali vigeva la disciplina del silenzio (echemythia2): durante i primi anni (da due a cinque) essi non potevano che ascoltare, senza fare osservazioni né chiedere spiegazioni.
Il concetto era che la Conoscenza si costruisce nell’adepto depositandosi in lui al di là della sua comprensione; terminata questa prima fase l’aspirante iniziava a discuterne, anche criticamente; ma allora era costretto a farlo in una forma che chiameremmo “interiore”; sia perché l’argomento da discutere doveva essere estratto dall’interno di quel contenitore (egli stesso) in cui era stato depositato, sia perché la discussione – il cui fine era appropriarsi coscientemente di quanto si era fin lì passivamente ricevuto – finiva per essere necessariamente un colloquio interiore.
Con ciò l’iniziato avrebbe poi dovuto riconoscere se stesso (obtorto collo) come fonte di ogni Conoscenza possibile (in quanto deposito passivo al quale attingere) sebbene Essa non fosse da lui prodotta3.
Il fatto di non interrogare, a questo riguardo, insegnava – costringendo – a far riferimento solo a se stessi non per arroganza o diffidenza dell’altro, ma perché rendeva necessario accettare che tutta la Conoscenza a cui si aveva diritto era quella che si era già depositata in sé; il che spronava a diventare contenitore quanto più capiente possibile e – nel far questo – imponeva una trasformazione in ampiezza che – essa – era il fine dell’insegnamento e al suo massimo sviluppo consentiva all’adepto la condizione magistrale, che è quella di massimo contenitore di Conoscenza, e recipiente tanto capiente da non lasciarne fuori nulla, in ogni momento Essa vi si voglia depositare. Siccome la pienezza della Conoscenza è un’espressione dell’Essenza Divina, ecco che la totale capienza di Essa è una teurgia vera e propria, che produce ed impone una trasformazione tale da essere assimilata a una estinzione nel divino.

La Basilica neo-pitagorica sotterranea di Roma

Tutto ciò con poco: una disposizione realmente sincera, un senso di disciplina umile e determinato, e un solo strumento operativo: il Silenzio.
Una meravigliosa semplicità, oggi impossibile da ottenere, negli strepiti attorno a ogni cosa; all’interno – alla radice – dei quali però il saggio può ancora forse trovare il silenzio che il pitagorico cercava: quello della propria ignoranza sapiente, che la Conoscenza del (proprio) vuoto può consentire.

NOTE
(1) Significativamente, i primi tre gradi exoterici erano preferibilmente affidati alla maestria delle donne.
(2) Greco, da echo = “avere”, possedere”, “trattenere”, e mythos = “parola”, “narrazione”.
(3) Il discepolo cui si richiedesse di prolungare il proprio silenzio potrebbe ritenersi inetto rispetto a chi lo debba osservare il tempo minimo; ma forse è proprio perché lo si ritiene “capace” (in quanto recipiente!) di contenere di più rispetto ad altri, che gli si chiede tale prolungamento. Ma non potendo far domande, dovrà scoprirlo da sé.

Una dimensione

La dimensione spirituale è qualcosa di cui si deve fare esperienza, e non esperienza occasionale ed accessoria. Al di fuori dell’esperienza, essa non è.
Non si tratta di pratica morale, né di comportamenti, ma di “vita interiore”1, che – come ogni altra vita – può essere vissuta coscientemente, agìta dalla volontà, o no.
È una vita, anch’essa, che è o non è, senza mezzi termini.

Chi dispone di una dimensione spirituale ha la percezione del mutamento come evoluzione, perché sostenuto dallo spirito, e nutre il desiderio di veder realizzata questa evoluzione in sé. Lo spirito è totalizzante e l’evoluzione che sostiene, consiste nella progressiva presa di possesso dell’intero spazio dell’essere. Lo spirito è motore di un mutamento il cui fine è se stesso. Per questa ragione la dissoluzione di quanto non è spirito, è vissuta, da chi dispone di una dimensione spirituale, come un annuncio di compiutezza imminente.

NOTE
(1) In campo spirituale, per diversi motivi, “interiore” equivale a “superiore”.

Uno

Il concetto di Tutt’Uno è fuori dal normale campo cognitivo umano, che è incapace di concepire come l’individualità – alla quale non si vuole rinunciare, giustamente – possa e anzi debba realizzarsi solo nella perdita di essa nel Tutt’Uno… di Uno si tratta, ed assoluto, quanto di più individuale ed individuato possa esserci, e tanto potente, tanto illimitato da comprendere ogni cosa e possedere ogni libertà.
Chi avesse dunque, tra le sue, questa categoria della Coscienza, dovrebbe aspirare a crescere la propria individualità in questa illimitatezza fino a integrarvisi e a farla sua (o farsi suo, che è lo stesso). Invece, schizofrenicamente, si adopera per evidenziare la propria separatezza da essa…

Il Tutt’Uno si muove: si abbia l’umiltà (arrogante) di partecipare a questo moto, e basta: in quanto Egli, e non in quanto Io.

Sindrome dell’impostore

Sempre più appaiono assembramenti ideali di persone che, pur pensandola ognuna a modo suo su tutto, trovano un solo argomento generale attorno al quale raggrupparsi a discutere. Basta questo ad accomunarli. Un tempo bisognava condividere magari un ideale. Chi era interessato alla politica, ad esempio, non si raggruppava attorno a questo interesse generico, ma attorno a un’idea di comunità e dunque di umanità, all’interno del macro-contenitore “politica”. Ora invece ognuno è un’isola che cerca di far parte di qualche arcipelago; ma mantenendo la distanza sufficiente a individuarsi in un proprio perimetro. L’idea di “comunità” è dunque totalmente cambiata in ciascuno, ma non sono cambiate le strutture sociali che ne erano il tessuto, e che restano ora contenitori venerabili quanto vuoti.

Si è giunti a tanto attraverso un lungo logoramento delle convinzioni e delle certezze, delle polarità e degli orientamenti relativi. Molte cose sono state dichiarate post-…, e nessuna pre-…, perché bisognerebbe avere un progetto. Ma chi può averlo senza materiali e competenze per realizzarlo? Senza una ratio che lo giustifichi? Resta un’attesa, quasi messianica… Pericolosa.
Ma non è colpa di nessuno… Le cose invecchiano, si logorano e giungono al loro compimento. Bisognerebbe avere la capacità di prenderne semplicemente atto, e trarne le conseguenze.

Allo stato dei fatti, però, è evidente che, se ognuno ha le sue convinzioni indiscutibili, ancorché irrazionali, nessuno ha ragione e nessuno torto. Oppure l’hanno tutti.
Ciò rivela un aspetto finora oscurato delle cose: non essendoci una verità condivisa, non può che esserci una verità fuori del contesto sociale e tale quindi da poter essere definita metafisica, che contenga tutti gli aspetti che ciascuno ritiene esserlo; una Verità che travalichi gli opposti e anzi li contenga o in sé li annulli. Una Verità, tuttavia, priva di ogni riconoscimento, invisibile… fors’anche perché contiene anche i singoli liberi pensatori.
Chi la vedesse, non potrebbe far altro che essere assalito dalla sindrome dell’impostore, che fa ritenere di ingannarsi, di propugnare una verità che risulta tale solo a se stesso… e tanto più essa appare come Vero, tanto più è dubitabile.

La Verità, come altrove abbiamo detto, è incredibile; si tratta di essere certi dell’incredibile. Ma possiamo testimoniare che assaporare il Vero è una sensazione di compiutezza, di pace, di amore illimitato, di solenne dolcezza, di infinita gratitudine… Senza che questo coinvolga minimamente l’aspetto sensoriale (è questa la famosa aridità sensuale) e quindi senza relativizzazioni di ogni tipo; e perciò è percezione dell’Assoluto. A sentirLo, no, a vibrare su questa Sua superiore frequenza, non è il corpo (ché la madre resta addolorata), ma l’Ente, la coscienza che Gli appartiene e con la quale è Uno.
Vibrare su queste frequenze non è sentire, è vibrare… Non vi è un senziente, non vi è un sentito, perché si è la vibrazione, non più la materia vibrante…