Agentività

La scienza, che studia tutto, studia anche la percezione individuale che una propria azione determini un cambiamento nel mondo circostante, il nesso tra il proprio “muoversi nel mondo” e gli accadimenti che questo movimento produce. Questa percezione è detta “agentività” ed è molto vicina al senso di “responsabilità” quando l’apprendimento di quel nesso causale è tale da far prevedere al soggetto che un’azione voluta determini con certezza il fatto che inevitabilmente ne deriva.
Si fa l’esempio del premere un interruttore e vedere che una stanza buia si illumina (agentività); che può diventare volontà di illuminare una stanza premendo con predeterminazione l’interruttore (responsabilità). Quando il senso di responsabilità cresce, un soggetto può possederlo indipendentemente dal compiere un’azione, o meglio, prima di compierla: così da evitare, ad esempio, di farlo se il risultato fosse un nocumento certo ad altri o a se stesso, o a entrambi.
La necessità di questi studi deriva dalla valutazione del fenomeno detto di “delusion of control”, per il quale chi ne è affetto sostiene di non essere responsabile delle proprie azioni… Fenomeno che si riscontra clinicamente nella schizofrenia. Fenomeno, peraltro, che – in soggetti non schizofrenici – può essere ridotto all’illusione (rimozione) che le proprie azioni non abbiano alcun effetto, o che – se lo hanno – esso sia limitato a un ambito che ricade sotto il controllo del soggetto stesso.
Ora, però, la psichiatria stessa è consapevole che esiste una teoria del caos e un “effetto farfalla”: “Il battito d’ali di una farfalla può provocare un uragano dall’altra parte del mondo”… per cui la farfalla che svolazza allegra non è consapevole dell’uragano che provoca, pur non essendo – crediamo – schizofrenica; tuttavia, come non comprendere
chi, – dotato di un’ampiezza di visione sufficiente a stabilire il nesso tra battito e uragano, ed anche di sano senso di responsabilità -, schiacciasse la farfalla appena tenti di battere le ali?


Di fronte a te

“Di fronte a te non hai nulla, se non te medesimo.
Medita sulla tua esistenza, però:
Se rimani prigioniero all’interno di te,
nello stesso tempo il mondo diverrà il tuo velo.”
[Shabestari, 1307]


L’esistenza è il velo dell’essenza, e dovrebbe essere consumata vivendo, in modo che assottigliandosi riveli all’uomo la sua vera natura; ma l’uomo, vivendo, la ispessisce accumulando dolore, amarezza, delusione, e rare felicità cui si attacca sperando si eternizzino. Così rimane soffocato e ignaro di sé. Peccato, sprecare una così buona occasione di vivere…

Richiami e chiamate

Se una madre si sentisse chiamare a sinistra dal proprio figlio e a destra da Dio in persona, correrebbe dal figlio; anche se solo per raccogliergli il giocattolo caduto e anche se sapesse che Dio non la chiamerà una seconda volta.
Chi legge sa bene che è così, e sa che, nei panni di quella madre, farebbe la stessa cosa. Questa è la ragione per la quale, in condizioni normali, all’uomo naturale è preclusa la vera possibilità di accedere all’essenza spirituale delle Cose; resta all’umanità la possibilità di praticarne l’aspirazione e la speranza, ma solo dopo la morte, cioè quando sarà impossibile accorrere al richiamo del figlio per essere usciti dalla ruota della generazione e dal giogo di Madre Natura.
Naturalmente, questa pia aspirazione post-mortem è nient’altro che una misera consolazione per la impossibilità di raggiungere lo Spirito in vita… ed implicitamente una accettazione piuttosto mesta di questa impossibilità… tutte le devozioni e le preghiere sono fatte nei ritagli di tempo che si chiamano festività, a buon rendere nell’altra vita; alla quale si pensa di accedere come quando si attraversano i varchi alla frontiera alla quale si è giunti; magicamente però, senza aver viaggiato.
Stupido uomo! la cui splendida umanità – per la quale alcuni hanno meritato statue a imperituro ricordo -, non è che una trappola sopra la quale quella statua è stata edificata, per schiacciarlo.
Stupido uomo, che non si accorge di quanto falsa sia questa versione delle cose e dedica il proprio genio a descriverla e decorarla di belle parole e intenzioni, invece di progettare una fuga dalla menzogna… A che serve adoperarsi a salvarlo dalla stupidità, se è la stupidità a farne un uomo?

Conferme

Chi scrive ha potuto rilevare che in alcune persone che seguono il percorso spirituale al quale li conduce la propria inclinazione, sussiste tuttavia la necessità di confrontare quanto apprendono con quel che, in altri percorsi, si dice o si pratica. Nulla di male, anche se questo atteggiamento rivela un bisogno di rassicurarsi attraverso il pensiero logico, che non è lo strumento adeguato.
L’uomo in condizioni naturali, che è l’uomo che pone il proprio passo sulla Via al principio, dispone di diversi strumenti, raffinati e sottili, quali la percezione, l’emozione e il logos (il pensiero logico fondato sul linguaggio), nessuno dei quali è tuttavia adatto a “conoscere” i “misteri”, o il “segreto” dello Spirito.
Un buon mentore sa che però il neofita non potrà che usarli (non dispone che di essi) e anzi li acuirà trovandosi ad esplorare territori ignoti che dunque, per la loro stessa natura di oscurità, allarmano; e allora certo mostrerà al neofita quanto insicura sia la sua scelta e quanto essa sia dettata da curiosità più di quanto non gli sia necessitata dalla propria condizione: esistono infatti quelli che “devono” intraprendere la Via, non possono farne a meno e, per quanto impauriti siano, avanzano a lunghi passi richiamati dalla loro stessa meta che è poi la propria origine che esige di rivelarsi in loro. Tale Necessità travolge ogni dubbio e ogni desiderio di confronto rassicurante; è acritica, furibonda e titanica.
Dunque chi li ha, i dubbi, appartiene all’altra categoria, quella di chi è curioso e intraprende la Via come esperienza culturale a partire da una condizione umana, esistenziale ed emotiva, di solito stabile e di solito “non negoziabile”; oppure è scosso in una esistenza precaria e instabile che però aspira a diventare solida e non negoziabile, che immagina possa trovarsi percorrendo la Via. A questi è necessario insegnare l’uso dell’intuizione, la quale tuttavia dovrebbe restare pura e non successivamente razionalizzata.

Ora, questi problemi divengono centrali quando ci si domandi quale sia la natura spirituale dell’uomo e in cosa consista questo “percorso spirituale” che è un continuo avanzare che conduce all’origine.

“Ora conosci il significato spirituale della creazione del corpo d’Adamo, cioè della sua forma apparente, e della «creazione» del suo spirito, che è la sua «forma» interiore. Adamo è quindi a un pari Dio e creatura. E hai compreso quale sia il suo grado [cosmico], vale a dire quello della sintesi [di tutte le qualità cosmiche]; e grazie a tale sintesi è il vicario di Dio… Adamo è l’«anima unica» da cui fu creato il genere umano…” [Ibn ‘Arabi]

Queste parole esaltano l’uomo naturale, che vede in esse giustificato il senso della propria onnipotenza; e lo ingannano, lo tradiscono, lo sbeffeggiano. Perché sono rivolte ad Adamo, l’Uomo Completo, la Creatura Principiale com’era prima della sessuazione prodottasi con l’avvento di Eva, cioè unitario prima della dualizzazione e della conseguente “caduta” nella condizione “naturale” o “terrestre”.
Una buona riflessione a tal riguardo è quella che Eva (certo, solo nel racconto mitologico) sia “carne della carne” di Adamo, e non “spirito dello spirito” di lui… che sia stata tratta dal suo corpo, quello stesso che ebbe bisogno, per “animarsi”, di essere insufflato di Spirito Divino; il che non pone affatto Eva su un piano secondario, ma le affida l’intera responsabilità e signoria della gestione della vita naturale, sessuata e capace di autoriprodursi; vita naturale (organica) nella quale è inserito il corpo di Adamo da quel momento… il corpo di Adamo è Eva.
Dunque, il “percorso spirituale” deve ricondurre alla condizione dell’Adamo Principiale; il che impone di estrarsi da quella condizione naturale ed organica che è diventata intanto esistenziale e relazionale e che costituisce quella zona “non negoziabile” di cui si è parlato. Questa parte del percorso è liberatoria, dunque; la successiva è effettivamente “spirituale”, perché attiene allo Spirito Divino insito in Adamo e resosi disponibile nella sua interezza ed unitarietà.
Questa Via spirituale in senso stretto è degli Adamo liberati, dei Figli di Dio riconosciuti e riconosciutisi come tali, quelli in cui la condizione umana fu una prigione insopportabile se non nel ritenerla un servizio da rendere. Tutto il resto è una marcia di avvicinamento dell’umano al divino, doverosa e necessaria, ma che non può che esaurirsi all’interno della propria stessa condizione, pur se vi si raggiungesse il grado più alto di spiritualità possibile… Oggi lo stesso concetto di “percorso spirituale” dovrebbe essere riconsiderato, per non insistere su ripetizioni rituali di pratiche e concetti che rischiano l’obsolescenza.
Perché la liberazione di Adamo, in sé, rende possibile un salto quantico per l’intera umanità che, fino a quel momento era impedito… Adamo trascina ogni uomo nel proprio destino (leggi: destinazione) dal momento che ha ritrovato la condizione creaturale dalla quale derivò l’intero genere umano; dunque è in questo senso che si deve parlare di “Nuova Creazione”: spirituale, stavolta.

“Saremmo forse spossati dalla prima creazione? No, sono invece loro ad essere confusi [a proposito] della nuova creazione. In verità siamo stati Noi ad aver creato l’uomo e conosciamo ciò che gli sussurra l’animo suo. Noi siamo a lui più vicini della sua vena giugulare.” [Corano L, 15-16]

Vigilanti o Guardiani

In tutte le Tradizioni (esoteriche e no) appaiono le figure di Esseri la cui funzione è di vigilare, custodire e dirigere e la cui Presenza è tra gli uomini. La loro custodia, nel sentimento popolare, è benevola (l’angelo custode) e dedicata agli individui umani, è una protezione; ma fuor dal folklore, si tratta piuttosto di Guardiani di Soglie o di Porte verso i mondi superiori, il cui atteggiamento è minaccioso, severo e difensivo; tuttavia queste Presenze sono anche mescolate all’umanità in modo intimo, nel senso che lo sono anche “nella carne”; sono le Presenze dette “Figli di Dio”:

Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie,  i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero. Allora il Signore disse: «Il mio spirito non resterà sempre nell’uomo, perché egli è carne e la sua vita sarà di centoventi anni».
C’erano sulla terra i giganti a quei tempi – e anche dopo – quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi. [Genesi 6, 1-4]

Queste figure sono dunque Presenze attuali, in ogni tempo, sia per individuale intervento..:

Mentre nel mio letto stavo osservando le visioni che mi passavano per la mente, ecco un vigilante, un santo, scese dal cielo [Daniele 4, 10]

…che per essersi uniti alle “figlie degli uomini” e averne generato una razza “ibrida”. Attraverso queste Presenze, la Tradizione ritiene che l’umanità intera sia diretta verso il proprio fine:

Così è deciso per sentenza dei vigilanti e secondo la parola dei santi.
Così i viventi sappiano che l’Altissimo domina sul regno degli uomini e che egli lo può dare a chi vuole e insediarvi anche il più piccolo degli uomini. [Daniele 4, 14]

Queste Presenze, cui è permesso il varcare le Soglie delle Porte custodite dai propri fratelli (cioè da se stessi in altra stato di Presenza), agiscono come tramite tra “questo basso mondo” e i Mondi Superiori; oppure – usando diversa espressione – si collocano “alla confluenza dei due mari”, partecipando delle due nature umana e divina; o anche, hanno funzione di “formazione”, cioè di creatori vicari, costituendo il “medium” tra Increato (pregno di Intenzione Divina) e Creato. Ciò li colloca tra i Servitori, o Conoscitori, di cui si dice:

…Il conoscitore [di Dio] … crea con la sua volontà spirituale (al-himmah) quello che acquisisce un’esistenza al di fuori della sede di tale facoltà. [Ibn ‘Arabi]

e ai quali , nonostante partecipino pienamente della natura divina e grazie a questa siano “co-creatori” si raccomanda di permanere nella loro qualità di servitori pur nell’Unione:

“Sii dunque servo Signore [per la tua identificazione essenziale con Dio] e non essere Signore del proprio servo, affinché tu non diventi preda del fuoco [del rigore divino], e non sia dato alle fiamme”. [Ibn ‘Arabi]

Il “creare” nel senso di produrre “forme” produce la contemporanea messa in esistenze dei vari stati della Presenza, che appunto può sostenere quello visibile, come no:

se il conoscitore ha creato con la sua volontà spirituale ciò che ha creato, e possiede questa conoscenza totale, la sua creatura manifesterà la sua [del conoscitore] «forma» in ciascuna Presenza, di modo che le «forme» si sostengono reciprocamente in esistenza…[Ibn ‘Arabi]

Sebbene appaiano come pluralità, Essi sono radicati nell’Unità e la loro visibilità è la messa in forma della loro stessa essenza, talché essi possono mostrarsi fisicamente senza essere riconosciuti, o percepiti senza essere visti, o infine non essere né visti né percepiti pur operando; allora la Presenza sostiene l’essenza nella varie forme possibili.
Percepire queste Presenze, nei vari “stati” che esse possono assumere, è compito arduo; spessissimo ingannevole, nella misura in cui la capacità umana di distinguere tra “percezione sottile”, “visione” ed “immaginazione” è (se non adeguatamente esercitata ed affinata) praticamente nulla. Terreno scivolosissimo, per i dis-orientati di buona volontà; faticoso ma obbligatorio per i ben orientati, la cui volontà fu sostituita dall’Intenzione.

Autenticazioni

I percorsi spirituali autentici in quanto ispirati a, e da, Verità e Realtà, devono risultare deludenti per le umane aspirazioni di chi li intraprende. Verità e Realtà sono infatti Princípi ultra-umani, che contengono l’umanità, non la soddisfano. Così, se le umane esigenze sono soddisfatte, l’esperienza conferma l’umanità, non la riscatta… Dunque, non serve più di qualsiasi altra esperienza ricreativa.

La sciatica di Giacobbe

Vi è nella Bibbia (Genesi 32) un passaggio oscuro, per il quale, per quanto ne sappiamo, non si trovano spiegazioni convincenti:

25 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. 26 Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27 Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». 28 Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29 Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». 30 Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. 31 Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». 32 Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca. 33 Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Spunta un “uomo” dal nulla, e combatte tutta la notte con Giacobbe, che è preoccupato per l’imminente arrivo del fratella Esaù, che egli teme tutt’altro che amichevole. Quest’uomo, che per molti è un angelo (chissà perché), è dichiaratamente Dio stesso in forma umanizzata (per questo Giacobbe “ha combattuto con Dio e con gli uomini e ha vinto!”) tanto che il luogo del combattimento viene chiamato Penuel, che significa “volto di Dio”, e Giacobbe muta il nome in Israele, che significa vincitore di Dio.

La lotta dell’uomo con Dio è un tema presente in diversi racconti mitologici; qui, però, si tratta di un dio nell’uomo… Giacobbe combatte con il dio che è in lui; lo vuole svelare (vuole vederne il volto) a costo della vita; vuole esserne riconosciuto e vuole obbligarlo a benedirlo… è una battaglia notturna – dunque svoltasi nell’oscurità -, e durata fino all’alba (cioè all’apparire della nuova luce) quando Dio stesso chiede di essere lasciato andare, dopo essersi rivelato nella luce dell’alba, ed essersi dichiarato perciò vinto.
Dio è – si dice – in una goccia di sangue nero contenuta nella cavità del cuore del servitore; costringerLo a rivelarsi in lui è il frutto di una lotta vittoriosa. E questo è tutto il semplice senso di questa storia: che Dio non è fuori del suo servitore, che Egli nel servitore c’è “per forza”, ma che resterà “segreto” (sirr) se questi non Lo costringerà ad emergere… L’aspetto eroico peculiare del misticismo cavalleresco è nell’attuazione di questa lotta che deve risultare vittoriosa, deve costringere Dio ad emergere in sé spaccando dall’interno il proprio stesso cuore; altre forme di misticismo preferiscono coltivarlo piuttosto nelle profondità in cui Egli si nasconde…
Un Dio manifestato nell’Uomo non gli si può più nascondere; ma Egli è il Manifesto e il Nascosto, e dunque l’Uomo in cui era “nascosto” e che l’ha costretto e rendersi “manifesto” in lui, ha realizzato con ciò la propria dimensione di Figlio di Dio compiutamente: l’Uomo Perfetto è infatti barzakh, l’istmo tra Creato ed Increato, la “confluenza tra i due mari”…
Beati allora quanti soffrono di sciatica.

A volte, l’oscurità

A chi cerca le altezze, e si adopera con una specie di generosa ostinatezza a liberarsi dai pesi delle incommensurabili complessità dietro le quali si adombra “l’immensa semplicità delle cose”, può capitare di precipitare in quel buio della conoscenza, simile a quello che si fa in teatro poco prima che s’alzi il sipario, che Giovanni della Croce chiamò “la notte oscura”.
È un buio che sgomenta e disorienta, che sembra far precipitare all’indietro in un baratro chi, faticosamente, si era arrampicato su pareti a picco e si sapeva vicino alla meta…
Su questo molti hanno detto cose bellissime:

Quando ciò che illumina si approssima alla vista,
la vista, a causa della sua percezione, si oscura.
L’oscurità, se tu sapessi, è Luce dell’essenza:
dentro la tenebra si trova l’Acqua di Vita
“.

La Luce della vista è, umanamente, luce della comprensione; ma il buio ci insegna che no, è il contrario:

L’incapacità di raggiungere la comprensione, è una specie di comprensione“,

perché

Gloria a Colui che non ha dato alle creature altra possibilità di giungere a Lui se non per via dell’impossibilità di conoscerLo“.

Ma al buio ci si inganna; è per questo che, se per un attimo va via la luce, alcuni si fermano e aspettano fiduciosi che torni; altri si spaventano, si agitano, urtano contro ostacoli che non ricordavano più ci fossero e si fanno anche male, a volte… L’oscurità è una grande bellezza che si vede con occhi diversi; certo, bisogna averli…


Lungimiranza

Qualcuno ha sostenuto che la lungimiranza equivalga alla cecità; o almeno allo strabismo, e che “inganna circa la verità”. E ha detto che, infatti, è il filosofo (il quale “lungimirante, parecchia confusione trova davanti a sé”), che, nel tentativo di mettervi un ordine mentale, filosofeggia.
L’uso dell’abilità “discorsiva” della mente “curiosa”, cioè il logos, o ragione, con la sua attività proattiva che interferisce, impedisce di ricevere “tutti i significati archetipici e principiali” privando il filosofo della “ricettività” e della “certezza della conoscenza intuitiva” e visionaria.
Cose dette un migliaio di anni fa, quando l’uomo guardava lontano, ma non pensava affatto a guardarsi “dentro”; l’introspezione è cosa molto tarda, della seconda metà del 1800. Sarebbe “logico” supporre che, da quel momento l’inganno della lungimiranza fosse stato evitato a favore dell’autocoscienza… ma no: la lungimiranza ha solo invertito la propria direzione, così che la mente curiosa ha preso a sondare le profondità invece che le altezze…
Ora siamo a una fase in cui è necessario scoprire finalmente la certezza della verità fatta di significati “archetipici e principiali” in modo diretto, ricettivo e visionario… si apre qui una nuova era, in cui il perseguimento della conoscenza deve essere di questo tipo; ed è necessario che chi intenda accedere ad essa impari non più ad indagare, ma a mettersi nella condizione di riceverla.
Sembra un atteggiamento e null’altro: è una rivoluzione dell’essere.

Lavoro

È degno di chiamarsi “lavoro” solo quello su se stessi che produca intanto utilità benefica agli altri. Ogni altra attività è solo un mezzo per procurarsi di che sopravvivere, funzionalmente identica alla predazione nel mondo selvaggio. Se si verifica che non ci sia più abbastanza lavoro per tutti, bisogna stabilire quale delle due attività occorre incentivare, e la scelta indicherà che idea si ha dell’uomo a venire. Quest’idea sarà l’obiettivo verso il quale si dirigerà l’umanità e che raggiungerà fatalmente.