“Gli umani non hanno più alcun profeta da attendere dopo il Sigillo degli Iniziati. Di conseguenza, la maggioranza si è votata fanaticamente alla cieca salvaguardia della lettera. D’ora in poi l’idea del Sigillo della Profezia diviene il segno di una tragedia umana che si chiude senza speranza in un passato senza avvenire.
In compenso l’idea di questa chiusura può essere intesa come connessa alla necessità di un Rinnovamento, ed è quello che esprime l’idea shi’ita del Ciclo dell’Iniziazione. Il compito di ogni adepto della spiritualità shi’ita è la ricerca dell’Imām nascosto, il che significa, per l’adepto, lasciare che si mostri a lui nel segreto della sua coscienza, far venire alla luce in se stesso l’Imām nascosto…
…Tale rapporto, è da intendersi nel senso che la parusia dell’Imām nascosto e atteso (montazar) non è un evento che «un giorno accadrà ». Attendere l’Imām, significa che la parusia dell’Imām dipende proporzionalmente da ciascun adepto. E questo perché, in definitiva, il senso profondo della ghaybat consiste nel fatto che sono stati gli uomini stessi a velare ai loro occhi l’Imām, divenendo incapaci o indegni di vederlo … La parusia dell’Imām si compie progressivamente attraverso ciascuno dei suoi adepti; è questo il significato dello sviluppo mistico dell’Uomo Perfetto.”
(Corbin)
Il passo di Henry Corbin conduce a una concezione dell’iniziazione che, portata alle sue conseguenze ultime, oltrepassa la necessità delle forme storiche attraverso le quali essa si è manifestata. Con il Sigillo della Profezia si chiude infatti la possibilità di attendere un nuovo inviato divino che venga dall’esterno a ristabilire il rapporto dell’uomo con il Principio. La profezia si compie e si sigilla. Rimane allora aperta una questione più radicale: che cosa accade alla relazione dell’uomo con il Principio quando la mediazione profetica ha raggiunto il suo termine?
Una risposta si trova precisamente nell’idea sciita del Ciclo dell’Iniziazione e, nella lettura di Corbin, nella figura dell’Imām nascosto. L’Imām è nascosto perché l’uomo ha perduto la capacità di vederlo; la sua ghaybat (occultamento o interiorizzazione, duplice senso) riguarda dunque anche la condizione dell’uomo che guarda. La parusia (emersione della Presenza velata) dell’Imām assume così un significato interiore e operativo: l’apparizione avviene progressivamente attraverso colui che diviene capace di ricevere la sua luce. Quando Corbin afferma che «la luce dell’Imām è totale in ogni perfetto», indica una realtà essenziale per ogni dottrina autenticamente iniziatica: ciò che deve essere realizzato nell’uomo è già presente nella sua origine.
L’iniziazione, considerata nella sua realtà principiale, consiste precisamente nel portare alla manifestazione ciò che appartiene ab aeterno all’essere dell’uomo. La divinità signorile, la rubūbiyya propria della creatura nel rapporto con il suo Signore, precede ogni metodo destinato a condurre alla sua realizzazione. La forma iniziatica può predisporre, orientare, trasmettere una influenza, rendere possibile un riconoscimento; la realtà che essa mira a manifestare non nasce attraverso la forma. Essa era già presente, velata dalla condizione individuale e dalla coscienza separativa.
Da questo punto di vista, l’iniziazione effettivamente tradizionale appare come un processo di disvelamento. Il discepolo viene condotto verso ciò che già è in lui, fino a quando l’ostacolo rappresentato dalla sua pretesa autonomia perde consistenza. Il maestro autentico opera in questa direzione perché la sua presenza rende possibile una risonanza con ciò che nel discepolo appartiene al medesimo ordine principiale. L’influenza spirituale agisce in profondità, al di là dell’insegnamento concettuale e della costruzione psicologica di un’appartenenza.
La storia delle forme iniziatiche appartiene invece al ciclo della manifestazione. Scuole, catene, istituzioni, riti, investiture e metodi assumono configurazioni determinate dalle condizioni di un’epoca. La trasmissione spirituale appartiene al Principio. Questa distinzione diviene decisiva quando le forme si indeboliscono fino a non essere più in grado di sostenere ciò che un tempo veicolavano. A quel punto può accadere che la realtà iniziatica sopravviva in una condizione sottratta alle strutture riconoscibili, custodita direttamente da coloro nei quali l’influenza principiale continua ad operare.
È qui che la figura dell’Imām nascosto acquista un valore che oltrepassa la sola formulazione storica della dottrina sciita. Lo stesso principio può essere contemplato sotto il nome di al-Khiḍr, del Polo, dell’Imām nascosto o attraverso altre designazioni proprie delle differenti forme tradizionali. I nomi appartengono alla manifestazione del Principio secondo una determinata forma; il Principio permane nella sua interezza. La molteplicità dei nomi indica differenti modalità attraverso le quali la medesima realtà può rendersi accessibile all’uomo. Nel sufismo sciita, tawḥīd non è semplicemente “monoteismo”: è l’esperienza metafisica dell’Unità reale dell’Essere.
Al-Khiḍr è particolarmente significativo in questa prospettiva perché la sua funzione sfugge alla necessità di una istituzione visibile. Egli rappresenta la guida che permane oltre la successione ordinaria delle forme, la presenza attraverso la quale l’influenza spirituale può raggiungere colui che è predisposto a riceverla. Il Polo esprime analogamente la permanenza di un centro spirituale attraverso il quale l’ordine superiore continua ad agire nella manifestazione. L’Imām nascosto esprime la stessa realtà nella forma di una presenza velata la cui manifestazione dipende dalla capacità dell’uomo di riconoscerla.
L’iniziazione, allora, non consiste nella perpetuazione indefinita di un apparato formale. Il suo senso è la realizzazione di ciò che la forma ha il compito di rendere possibile. Quando la forma assolve la propria funzione, conduce l’essere verso quella realtà nella quale la dipendenza psicologica dalla forma stessa viene superata. L’essenziale è che l’influenza spirituale raggiunga l’essere e che l’essere divenga capace di manifestarla.
Questo permette anche di comprendere in un senso più profondo la chiusura del ciclo profetico. Il Sigillo della Profezia non lascia l’uomo privo di ogni possibilità di rapporto con il divino. Stabilisce il termine della profezia legislativa e annuncia, per ciò stesso, una diversa modalità della presenza spirituale. La luce che prima si manifestava attraverso la figura profetica continua ad agire attraverso gli uomini nei quali essa viene ricevuta e resa manifesta. Il Ciclo dell’Iniziazione può essere letto precisamente come il movimento attraverso il quale ciò che era concentrato nella manifestazione profetica viene interiormente riconosciuto e realizzato.
Per questo la vera parusia dell’Imām non appartiene semplicemente a un futuro cronologico. Essa si compie ogni volta che un essere diviene luogo della sua manifestazione. L’Imām appare quando il velo che lo nasconde viene rimosso; e poiché il velo appartiene alla coscienza dell’uomo, la sua rimozione costituisce un atto iniziatico. L’uomo perfetto diviene allora il luogo nel quale la presenza nascosta si rende manifesta.
La stessa cosa può essere detta della realizzazione iniziatica nella sua forma più universale. Il Principio non discende nell’uomo come qualcosa che prima gli fosse estraneo. L’uomo viene ricondotto alla propria origine principiale. La sua «divinità signorile» viene riconosciuta come una realtà già inscritta nella sua costituzione ontologica e resa effettiva attraverso il disvelamento. L’iniziazione è il compimento di questa possibilità.
In una fase terminale del ciclo, quando le forme possono essere svuotate, frammentate o ridotte a semplici appartenenze esteriori, questa verità diviene ancora più evidente. La trasmissione può occultarsi alla vista senza cessare di essere presente. Può ritirarsi dalle istituzioni e sopravvivere nell’influenza diretta del Principio su alcuni esseri. Può assumere il volto di al-Khiḍr, quello del Polo, quello dell’Imām nascosto, oppure restare senza nome. La realtà della trasmissione non dipende dalla permanenza del nome attraverso il quale viene riconosciuta.
«La luce dell’Imām è totale in ogni perfetto»: in questa affermazione è contenuto il senso ultimo dell’iniziazione. La luce è totale perché il Principio non può essere diviso nella sua manifestazione. Ciò che appare progressivamente nell’iniziato è la sua capacità di ricevere e manifestare una realtà che, in sé stessa, è già intera. La perfezione dell’iniziato consiste quindi nel divenire trasparente a ciò che era presente da sempre.
La ricerca dell’Imām nascosto coincide così con la ricerca della propria realtà principiale. Il luogo nel quale deve essere trovato è il luogo stesso nel quale l’uomo cessa di velarlo. Quando il velo cade, l’Imām appare; e ciò che appare era già presente prima di ogni ricerca, prima di ogni forma, prima di ogni nome.
