«Allāhumma ijʿal fī qalbī nūran, wa fī lisānī nūran, wa fī samʿī nūran, wa fī baṣarī nūran, wa min fawqī nūran, wa min taḥtī nūran, wa ʿan yamīnī nūran, wa ʿan shimālī nūran, wa min amāmī nūran, wa min khalfī nūran, waj’al lī nūran»
— «Signore, poni luce nel mio cuore, luce nella mia lingua, luce nel mio udito, luce nella mia vista, luce sopra di me, luce sotto di me, luce alla mia destra, luce alla mia sinistra, luce davanti a me, luce dietro di me, e fai per me luce.» (Ibn ʿAbbās, Ṣaḥīḥ Muslim 763)
Versione salmodiata
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Dieci petizioni nominate, e un’undicesima che non nomina più nulla. Ma il trasmettitore di questo ḥadīth, Kuraib, confessò di aver dimenticato sette parole che il Profeta aveva pronunciato in quella stessa invocazione. Furono ritrovate più tardi, per un’altra via di trasmissione, e i critici del ḥadīth le hanno riconosciute autentiche: cinque di esse — nervo, carne, sangue, capello, pelle — si inseriscono subito dopo «luce nel mio udito», prima che l’invocazione si apra sulle sei direzioni. Le altre due parole restano incerte, e su di esse non ci si pronuncia qui.
Il duʿāʾ che possediamo per intero, dunque, non è quello che fu pronunciato per intero. Anche questo, prima ancora del taʾwīl, dice qualcosa: che una parte della luce chiesta da chi pregava è rimasta, per chi ascoltava, non trattenuta.
Le sei direzioni
Sopra, sotto, destra, sinistra, davanti, dietro: sono le sei direzioni tradizionali già note a chi ha meditato sul cubo che si apre in sei piramidi centrifughe attorno a un vertice comune, le quattro orizzontali dei punti cardinali, le due verticali. Chi prega così non chiede la luce come una sostanza da versare nello spazio che lo circonda: la chiede irradiata secondo lo schema con cui il Principio, aprendosi, definisce un’estensione. Le sei direzioni non avvolgono l’orante dall’esterno, partono da lui, come dal vertice condiviso delle piramidi. Chiedere luce in ognuna è chiedere che la propria posizione nel mondo torni, per un istante, a essere quel vertice.
Le quattro facoltà
Cuore, lingua, udito, vista non sono organi elencati per completezza devozionale, ma il circuito del ricevere e del rendere. Il cuore (qalb, la cui radice significa rivolgimento, mutamento di stato) è la soglia interna dove il ritmo del Signore si fa contrazione e distensione; l’udito è ciò che riceve prima di ogni comprensione discorsiva; la vista è ciò che coglie la forma; la lingua è ciò che restituisce in parola quanto il cuore ha ricevuto e la vista ha colto. Due porte d’ingresso, una soglia centrale, una porta d’uscita: la luce chiesta qui prepara l’intero circuito attraverso cui una teofania può attraversare un composto umano senza spezzarlo.
Nervo, carne, sangue, capello, pelle: la parte taciuta
È qui, fra le facoltà e le direzioni, che la versione più lunga innesta le sue cinque parole. E il luogo dell’innesto non è casuale: prima che l’invocazione si volga verso l’esterno — verso le sei direzioni dello spazio che l’orante abita — si volge un’ultima volta verso l’interno, ma più in profondità di dove le facoltà l’avevano condotta. Cuore, lingua, udito e vista sono soglie funzionali: ricevono, elaborano, restituiscono. Nervo, carne, sangue, capello e pelle non fanno nulla di tutto questo. Sono la sostanza stessa del composto prima di ogni funzione: ciò che il composto è, non ciò che il composto fa.
Il sangue, in questo pagine, è già stato altrove riconosciuto come trono dello spirito: la tradizione ne parla come del luogo che si gonfia quando non trova più spazio a contenere ciò che lo attraversa. La carne è il volume, ciò che riveste l’ossatura e dà al composto la sua consistenza sensibile. Il nervo è il canale: non produce nulla da sé, come il cuore non produce il ritmo che lo attraversa, ma conduce ciò che altrove è deciso. Il capello e la pelle sono il confine: l’ultimo strato prima del mondo, ciò che tocca e viene toccato, la traccia visibile del composto per chiunque lo incontri dall’esterno.
Chiedere luce qui è chiedere qualcosa che le prime quattro petizioni non avevano ancora osato chiedere: non che le porte del composto siano illuminate nel loro esercizio, ma che la materia stessa di cui il composto è fatto — prima di ricevere, prima di vedere, prima di parlare — non resti opaca. È la richiesta più umile e insieme la più radicale delle undici: non riguarda ciò che l’uomo fa della luce che gli è data, ma se il cavallo stesso, nella sua pura sostanza fisica, possa portare quella luce senza esserne solo cavalcatura inerte. Ciò che nervo, carne, sangue, capello e pelle chiedono non è di diventare spirito — la carne non ambisce a farsi cuore — ma che nulla, nel composto, sia lasciato fuori da ciò che il Signore può abitare come luogo di passaggio.
Ed è per questo che tali parole potevano essere dimenticate senza che l’invocazione perdesse il suo senso, e ritrovate senza che nulla, nella struttura complessiva, dovesse essere corretto: la loro assenza non toglie nulla al circuito delle facoltà né all’apertura verso le direzioni, perché occupano lo spazio intermedio che entrambe già presupponevano. Chi le pronuncia non aggiunge una nuova regione da illuminare, ma toglie l’ultima scusa alla materia per restare, in silenzio, non attraversata.
L’undicesima, senza luogo
Dopo le sei direzioni e le quattro facoltà — dieci petizioni nominate, il numero stesso della piramide, 1+2+3+4 — resta waj’al lī nūran: «fai per me luce», senza preposizione di luogo, senza organo, senza direzione. È qui che al-Ghazālī, nella Mishkāt al-Anwār («La nicchia delle luci»), pone la distinzione decisiva: tutte le luci nominate prima — comprese le cinque ritrovate — sono luci prese in prestito, riflessi che qualcosa d’altro accende in un luogo. Solo l’ultima è chiesta senza luogo, perché è la Luce stessa, non un suo effetto distribuito. Le prime dieci — o le quindici, nella versione intera — sono i luoghi di manifestazione; l’undicesima è ciò che, manifestandosi in essi, non si esaurisce in nessuno.
Per questo il duʿāʾ non si chiude dov’era cominciato. Chiede prima che la luce riempia ogni direzione, ogni facoltà, e infine la materia stessa del composto: che nulla, dal cuore alla pelle, resti fuori. E solo dopo, quando non è rimasto più nulla a fare da confine, chiede la Luce senza aggettivo di luogo: perché a quel punto non c’è più un «dove» a cui la luce debba essere aggiunta. Resta solo la richiesta nuda, l’unica che non descrive più nulla perché non ha più nulla davanti a cui stare; e le sette parole ancora incerte, che forse è giusto lasciare, come le lasciò Kuraib, alla dimenticanza.
Nota
Circola anche una variante che aggiunge, dopo la luce nel cuore, la luce nella tomba (nūran fī qabrī). Esiste, ed è diffusa nelle raccolte devozionali. Ma la via per cui è giunta a noi — attraverso Dāwūd ibn ʿAlī — è stata giudicata debole dai critici del ḥadīth: non regge l’esame della catena di trasmissione con la stessa solidità delle cinque parole ritrovate altrove. Per questo non le è stato dedicato qui un taʾwīl: commentarla come parola del Profeta significherebbe commentare, più che lui, chi gliel’ha attribuita dopo di lui.