De imitatione…

Se il discepolo Mosè, dalla sua posizione e stato spirituale, avesse imitato il comportamento del suo maestro Al-Khidr [1], si sarebbe macchiato di atti orribili, moralmente e legalmente. Altrettanto poco credibile sarebbe stato quel discepolo che avesse voluto imitare Gesù tentando di far miracoli. L’imitazione del maestro non può esserci prima di averne ottenuto il medesimo stato spirituale di lui, ed essere perciò diventato maestro a propria volta. Dunque c’è da chiedersi in che cosa debba consistere l’imitazione del maestro, il quale peraltro non fa, ma è; e dunque non ha un comportamento.

Un maestro chiese al discepolo: “Tu vorresti essere me, vero?“, ricevendo in risposta un immediato, spudorato ed ardente: “Sì!“. Quel discepolo sincero aprì con quel “” il suo cuore preso alla sprovvista, rivelando che quello che desiderava non era imitare il maestro, né prenderne il posto, ma immergersi nella sua essenza (il Principio del Maestro è al-Khidr) fino alla propria estinzione. Il maestro non è umano, è altro, e diventare lui è diventare altro.
Queste rivelazioni sono lampi di verità, e possono essere colti dall’occhio esperto del maestro che ha saputo provocarle: in quel discepolo, l’essenza del maestro poteva trovare la continuità della propria permanenza. Perché a rivelarsi non era l’imitazione del comportamento del maestro, che è sempre forzatamente umano, ma la necessità interiore di aderire all’essenza di lui, oltre la sua umanità. Non l’umano desiderio di rivestirne il prestigio fingendosi ispirato da lui presso il mondo, ma la necessità (ineludibile, arcaica perché genetica) di formarsi nel modello di perfezione spirituale che sgorga dall’intimità segreta del maestro. Questa necessità urla nel cuore di chi è figlio di Dio.
Quello stesso maestro invitava quello stesso discepolo a non esprimere mai a parole i segreti che i due si scambiavano per vie sottili; ciò perché, tra i due, il segreto che in ciascuno è individuale, si era fuso in un unico segreto, un unico cuore.
La segretezza è il suggello dell’intimità, e ciò accade tra maestro e ogni discepolo prescelto: che i pensieri dell’ uno sono sempre (quasi) simultaneamente quelli dell’altro; le sensazioni fisiche persino, sono (quasi) simultaneamente le stesse, e così dunque gli stati spirituali. Questo è il segreto della rabita. Per cui al discepolo che chiedesse: “Ho avuto la tale percezione… è successo forse qualcosa?“, la risposta del maestro sarebbe: “Nel mondo no, in me sì, in noi si!”. E così, per ogni discepolo accolto in amore, il “mondo” tutto diventa (si stabilisce essere) quel cosmo che vive, in forma di microcosmo identitico al macrocosmo, nel cuore e persino nell’esperienza umana del maestro. Modificando quel mondo interiore il maestro e i suoi modificano il mondo esterno (i due mondi coincidono!)… modificano non direttamente il creato, ma piuttosto il manifestato che nel creato può discendere… Come in un gioco di biliardo, la palla bersaglio non viene mai colpita direttamente, ma da un’altra palla sulla quale è stata applicata la forza.

Questo è il mistero dell’identificazione (ben oltre l’imitazione); mistero esperito, però, non teorizzato. Come tutti i misteri metafisici esso si svela mostrando i propri effetti e si ri-vela mantentendosi oscuro. Mistero asciutto, non mai sentimentale; iniziatico e non mistico, severo, operativo, mai fine a se stesso. Nella sua nobiltà ancestrale, cavalleresco.

NOTE
[1] – Ci si riferisce all’incontro tra i due come raccontanto nel Sacro Corano, Sura della Caverna.

Ripari

Ciò che avviene nei mondi manifestati provoca effetti nel mondo creato: lo Spirito genera energia fisica e determina mutamento. Ma lo Spirito, che è pura manifestazione invisibile, non ha scopi, men che meno quello di influenzare il mondo creato: lo fa, e basta. È altrettanto inevitabile che la pioggia, che non fa altro che manifestarsi come tale, finisca per bagnare tutto ciò su cui cade, di più gli ombrelli che ne vogliono essere ripari.

Lo Spirito ha, ma solo in questo senso, dei gradi di “discesa”. Produce a monte, in quanto Principio, luce invisibile che produce effetti che producono effetti che producono effetti…
Non risponde ad alcuna legge causale, ma discende lungo catene causali.
Sebbene a monte, in Principio, non vi sia alcuna intenzione, la catena causale stabilisce leggi intrinsecamente, ed appare dunque come Necessità. Ma è bene sapere che ciò accade solo a livello del mondo creato, perché nessun determinismo può governare il Principio.
Le leggi eterne governano il creato, e lo fanno dall’interno; governano, ma lo conservano, non lo mutano: sicché un mutamento nel creato può essere indotto solo mutando, in Principio, ciò che genera le leggi. Ma se ciò avviene, non è che per effetto di aspetti della manifestazione che si vanno dispiegando, aggiungendosi ai precedenti ed aumentando la complessità in cui il creato naviga.
Alla conoscenza umana giungono visibili gli effetti, non la causa, per quanto lontano gli occhi possano vedere e la mente possa logicamente dedurre; la scienza naturale è appunto questa conoscenza, il cui campo esplorabile è infinito per una ragione che sfugge: sebbene le leggi siano eterne e tendano a conservare, il sistema “creato” è influenzato dall’increato che si manifesta, continuamente, costantemente… è perciò che si afferma che la creazione è perenne; e ciò sebbene la creazione abbia potuto avere un inizio che, in quanto atto, si è concluso. La scienza conosce un creato che muta continuamente, e così le sue certezze sono solo attuali, sempre.
L’occhio (interiore) dello scienziato spirituale scruta gli eventi del creato al solo scopo di risalire alle sue cause increate; ed ogni mutamento (non importa se umanamente doloroso o gioioso) è il segno che la manifestazione si è ulteriormente dispiegata; gloriosamente, magnificentemente. E ciò rendendo, rispetto a Sé, il creato sempre più piccolo, sempre meno significativo.
Per chi dispone dell’appartenenza allo Spirito Principiale che vive in lui, questo è un trionfo: esso corrisponde infatti (se lui è un microcosmo) al dispiegarsi de “la luce della conoscenza delle Sue perfezioni“, il che non deriva, nell’iniziato, dalla maggiore sapienza acquisita, ma dalla maggiore rivelazione del proprio segreto (Sirr), che “vivifica per sempre il suo cuore” .
Come l’increato invisibile si manifesta alla visione (non alla vista!), determinando per concrezione un creato visibile (alla vista), così l’increato che alberga nel segreto dell’iniziato, rivelandosi lo illumina di luce invisibile, rendendolo visibile a sé stesso, e oscurandolo, per abbagliamento, alla vista del creato.

Tutto è Nulla

La teoria della conoscenza che la vuole raggiunta con l’identificazione del conoscente nel conosciuto, si risolve, in ambito mistico, nella pratica dell’imitazione: di Cristo in ambiente cristiano, dello shayk in quello islamico.
Invero, essa deriva da una aspirazione al divino totalizzante, che conduce inevitabilmente ad estreme conseguenze: se il Principio è Tutt’Uno, non può prevedere alterità, quindi non si può conoscerLo dal di fuori… non c’è nulla al di fuori di Lui. Quindi Lo si può conoscere solo dal di dentro, ovvero essendo parte di quel Tutt’Uno che Egli è; il che equivale a dire che per conoscerLo non si può che essere Lui.
L’imitatio mistica non basta, perché si risolve, nella pratica, in una affermazione di alterità permanente, per di più puramente comportamentale, quindi esteriore ed a rischio di ipocrisia; è quindi l’approccio iniziatico a perseguire questa identificazione, che non può che risolversi nell’annullamento (fana’) del conoscente nel Tutt’Uno, condizione ove si realizza anche l’identità (non speculativa, ma esperienziale) di Tutto e Nulla.
Trattandosi di esperienza puramente interiore e personale, l’annullamento è uno stato spirituale che comporta uno stato di piena consapevolezza, sia della propria individualità che – contemporaneamente – dell’estinzione di essa.
Si tratta di uno stato di sovracoscienza, perché solo a quel livello è possibile unificare termini logici contraddittori. Il conoscente deve, per forza di cose, accettare che il “nulla” non può che realizzarsi nell’elisione reciproca dei termini contrapposti, e che ciò non può che accadere nella contemporaneità di essi, la quale a sua volta annulla il tempo e anche lo spazio, perché stabilisce che il luogo di partenza del conoscere e quello d’arrivo sono coincidenti. Dunque non vi è movimento alcuno.
Nell’esperienza iniziatica, al contrario di quella mistica, non vi è un vero percorso di avvicinamento alla perfezione o alla conoscenza attraverso gradi successivi, ma piuttosto la totalità di essa è data a priori. Di fatto, poiché non può esservi altro al di fuori del Tutt’Uno, il conoscente (o aspirante tale) è già parte del Principio ab initio: non conoscerLo è mancanza di una coscienza che va guadagnata, ma che fornisce fin da subito non la speranza, ma la certezza della sua Possibilità.
Vi è comunque anche in questo caso, egualmente, una gradualità; ma non tanto simile a chi salga una scala, quanto a chi dipani una matassa che gli è stata consegnata.
L’approccio iniziatico è perciò esoterico, in quanto interiore in modo imprescindibile: la matassa che viene consegnata al cercatore è la totalità di sé stesso, e la conoscenza è raggiunta quanto essa sia stata del tutto districata fino a trovare che il capo e la coda del filo coincidono, e dunque non vi sono affatto. Questo districare coincide con la vita, ne è la ragione.
Anche qui, l’iniziato è uno che allo stesso tempo è immobile e in moto costante: la sua immobilita è data dall’essere, la mobilità dal vivere (ossia dal manifestare la propria permanenza: l’Immutabile e il Vivente). Siccome questa caratteristica è pienamente divina e principiale, è in questo modo che si realizza in pratica l’identità di conoscente e conosciuto e si manifesta la Conoscenza.

Una nota: ancora una volta si impone la distinzione tra chi, avendo certezza del proprio risiedere in Dio (dunque di esserne figlio) cerca in sè, attraverso la via iniziatica ed esoterica, di dissolvere le nebbie che ne impediscono la visione spogliandosi degli aspetti della personalità che vi si frappongono; e chi non ha affatto questa percezione, ma aspira a migliorarsi spiritualmente procedendo sul cammino che è offerto dall’esperienza religiosa, mistica ed exoterica. Questa distinzione non si propone sulla base del comportamento, ma su quella delle qualità essenziali (dell’Essenza): è la distinzione tra chi si sa dentro il divino e chi se ne sa fuori (altro dal Tutt’Uno), ed è dunque una distinzione radicale, metafisicamente genetica: quella tra figli di Dio e figli dell’Uomo.

L’anima del poeta

È stato detto (‘Ayn al-Qudat Hamadani, m. 1131) che è un grave errore, nel leggere una poesia, cercare di capire l’anima del poeta; la poesia è come uno specchio, nel quale si vede sempre, e solo, l’immagine di colui che vi si pone davanti; assurdo chiedere che vi si veda quella del vetraio.
Ciò può valere per ogni altra opera di bellezza, umana o no, e conduce ad una riflessione conclusiva: è opera di bellezza l’immagine di chiunque si rispecchi in ogni cosa “bella”, tanto da identificarsi nella bellezza stessa, dimenticandosi di essere sé; e non può esservi pretesa, nel produrre il bello, che esso serva a mostrarsi. Chi produce il bello sinceramente vi si deve nascondere dietro. Tanto più se riesce a produrre sé stesso come opera di bellezza.

Questo meccanismo è quello alla base della relazione tra discepolo e maestro e alla invisibilità di quest’ultimo, pur nella sua insostituibile (oscura?) Presenza. Anzi egli è tanto più presente nella sua funzione quanto più invisibile come “persona”.
Il tema è dunque quello dell’assenza che conferma la presenza e dell’invisibile che si fa porta verso la visione.
Il maestro è nulla, solo una qibla, una direzione verso la quale dirigere lo sguardo onde percepire il divino al di là dello sguardo; ma propone al discepolo l’esperienza dell’inaccessibilità, a lui, del proprio segreto (sirr) che pure, come il divino stesso, è totalmente presente e attivo; esperienza capace di insegnare come la frustrazione dell’amore sia la conferma dell’amore, come la realtà sia invisibile e il visibile sia ingannevole, e come il nulla sia il tutto; ad insegnare ad amare ciò che è senza mai esistere e dunque a discernere tra l’essere e l’esistere. Il proprio essere, il proprio esistere.

Cronache del distacco e dell’unione

Ciò che si manifesta, si manifesta alla visione. I sensi ordinari, vista inclusa, percepiscono il creato.
Manifestarsi è infatti rendersi visibili, svelarsi (e ri-velarsi) restando radicato il Principio nell’increato, dunque al livello in cui la Realtà non è attuata, ma è ancora unitaria, totale ed unica. Vera e principiale.
La visione travalica il creato e raggiunge l’Altrove, che coglie perché è della sua stessa natura, o sostanza principiale, o luce nera.
Attraverso la visione tale sostanza si immerge nel creato e lo illumina dall’interno, dall’interiorità più intima e segreta. L’effetto ottico di questa visione è dell’allontanarsi delle cose che circondano il visionario, stando egli immobile nel suo Principio, posto al centro del mondo, immerso nella luce nera. Percezione netta del rimpiccolimento rapido e progressivo fino a scomparsa della sedicente realtà in una sua fuga prospettica, che lascia la chiarezza d’essere egli, il visionario, l’unico punto fermo, e la propria coscienza l’Unica Vera Permanente Realtà.

La parola araba, dalla vastissima area semantica, che designa la speciale relazione tra discepolo e maestro, è “rābiṭa“: specialmente usata in certi, molto antichi, ambiti scolastici con significato tecnico particolare.
Nella visione della luce interiore, luce nera principiale, che è il cuore del maestro, consiste la rābiṭa quando la si intende come atteggiamento del discepolo; e nel riconoscimento, ossia nella visione del rispecchiamento di essa, quando è il maestro ad usarla verso il discepolo. Questo riconoscimento equivale a quello che il padre ha verso il figlio, ed è l’accettazione sulla quale si basa la silsilah; quindi è un’investitura.
Lo sforzo del discepolo è la fissità dello sguardo interiore su questo oggetto di contemplazione; ed è uno sguardo visionario. Quando esso penetri quella luce, la libera, sicché essa colpisce il cuore del discepolo e costituisce il legame (rābiṭa, appunto), perché i due cuori diventano uno, e si può parlare di rispecchiamento dell’uno nell’altro come, più correttamente, di fusione. Per cui non si tratta del trasferimento di una qualità, ma piuttosto dell’estensione di una essenza (Coscienza/Ente).
Questa luce nera principiale è la stessa che, dal fondo della Manifestazione, si rivela, contenendo il Creato e continuando ad alimentarne la sussistenza finché il suo ciclo non sia concluso.

Guardai nel mio Signore con l’occhio della Certezza (yaqīn)
dopo che Egli m’impedì di guardare altro da Lui
dopo che m’illuminò mediante la Sua Luce.
Rivelandomi meraviglie del Suo Segreto (sirr)
Egli mi rivelò la Sua Ipseità (huwiyya)
mediante cui guardai la mia individualità (anā’iyya).
In seguito, la mia luce scomparve mediante la Sua Luce
la mia gloria mediante la Sua Gloria (‘izza)
la mia potenza (qudra) mediante la Sua Potenza
e vidi la mia individualità mediante la Sua Ipseità
la mia grandezza mediante la Sua Grandezza
e la mia elevazione (raf‘a) mediante la Sua Elevazione.
[al-Bistami]

Buona Pasqua…

L’idea che l’uomo rappresenti il culmine della Creazione è radicata in tutte le tradizioni religiose in cui appare il racconto di una Genesi.
Ma se si pensa in termini di Manifestazione, di cui la Creazione è una cristallizzazione (peraltro momentanea) come la materia lo è della luce, l’uomo è solo una casualità, un incidente cosmico, come ebbe a definirlo un Maestro, aggiungendo che, dell’uomo, Dio non aveva alcun bisogno; infatti esso non è che un aspetto della indefinita realizzazione della Possibilità totale nel Suo dispiegamento.
Il Creato è incapsulato in sé stesso e segue un suo progetto proprio, che consiste nell’auto-riproduzione ciclica (e i cicli si concludono); è una bolla all’interno della Manifestazione, e l’uomo vive a sua volta esclusivamente all’interno di questa bolla, che costituisce l’intero ambito verso il quale è orientato il suo sforzo di conoscere, e del quale gli è possibile ottenere una conoscenza. Forse di questa bolla esso è davvero l’espressione più alta, e forse a causa della reminescenza della propria origine “manifestata”, conserva un senso di appartenenza ad altro, che si esprime come religiosità e che lo induce a guardare – sapendo di non poter vedere – verso l’Alto, oltre la immaginaria membrana che delimita la bolla. Questo anelito, tuttavia, permane in forme a volte troppo pallide, o troppo emotive; in alcuni – in quelli interamente figli di questo mondo creato – semplicemente non v’è del tutto.

In questa chiave di lettura, la trasmissione di conoscenze verso la sfera umana che riguardi cose della Manifestazione, risulta inutile (non utilizzabile) perché di natura eterogenea. Quindi, una trasmissione che abbia un senso concreto e una sua effettiva applicabilità realizzativa, è quella di “sostanza spirituale“: la luce deve penetrare la sua stessa cristallizzazione, per scioglierla, liberarla e restituirla al suo stato “fisico” originario. Questa è la funzione della costituzione – nelle forme esoteriche ed iniziatiche tradizionali – del “Corpo di Luce” negli esseri che in queste forme sono coinvolti.
Il successo di questa missione, la quale consiste nella presenza effettiva di elementi (Esseri) manifestati nel Creato, determina dunque una “Resurrezione di Luce”, esplosione o deflagrazione della materia condensata e quindi, per quest’ultima, una morte (dello stato fisico compatto in cui si è formata e con ciò individuata).
Morte e Resurrezione sono dunque – in questo caso – coincidenti; se viceversa la morte dell’essere individuato nella materia riguardasse esclusivamente quest’ultima e avvenisse per la semplice legge fisica (dunque interna al mondo creato) dell’entropia, essa restituirebbe la materia disgregata al ciclo riproduttivo naturale, senza ulteriori conseguenze.

Se si vuole celebrare in qualche maniera una Resurrezione di Luce, considerandola non fatto storico, unico ed episodico, ma quasi dimostrazione di una possibilità offerta a tutti i Figli di Dio, occorre tener conto di questi elementi, sia individualmente che globalmente. A meno che non ci si limiti a un rito celebratorio privo di contenuti, una semplice rimembranza…

Buona Pasqua, dunque, in quest’epoca di fine ciclo.

Catene e influenze

La silsilah, la catena iniziatica che lega ogni maestro al suo predecessore e al suo successore in grazia dell’influenza spirituale (baraka), è posta sulla linea del raggio che attraversa verticalmente i piani di manifestazione. Dunque non può essere intesa come eredità spirituale che si tramanda nel tempo, perché il concetto di tempo, in ordine alle cose metafisiche, è piuttosto privo di senso. Tutto è contemporaneo e tutto è qui ed ora. Tutto è Vivente.
La posizione di coscienza nella quale è seduto il maestro è appunto tale da contemplare il Tutto contemporaneamente, secondo la Conoscenza verticale di cui si è detto; ma questa verticalità lo pone in linea con la propria ascendenza e discendenza non in termini temporali, ma in termini di contemporaneo posizionamento sullo stesso raggio di tutti i maestri che operano su piani diversi della manifestazione. Appunto in ciò, nel vedere con gli occhi di tutti i fratelli perché egli è tutti loro, consiste la visione globale di ognuno dei maestri, la quale – sempre perché ogni cosa è contemporaneamente agente – non è precedente ad una possibile loro azione, ma è la loro azione stessa, ed è in essa che consiste l’influenza spirituale. In senso umano è una non-azione; ma in ciascuno dei maestri, su qualsiasi piano, si realizza e si manifesta il Tutt’Uno nella sua Totalità, fuori dai particolarismi che sensi e mente umana soli possono cogliere come elementi a sé stanti.
La visione totale del muoversi delle cose rispondendo alla Necessità, alla Legge e dunque nella perfezione, non richiede perciò alcun intervento; nessuno, tranne la visione globale stessa, perché è in essa che si realizza (si rende reale) l’armonia complessiva di ogni movimento. La visione del maestro è dunque armonizzazione, mentre ogni suo atto sarebbe interferenza; e poiché la visione richiede un particolare stato di coscienza, anzi lo è, il maestro è una Coscienza/Ente e risulta, alla sua stessa visione, invisibile… la “parte” visibile di un maestro è quella creata (su un dato piano), mentre la sua Essenza è manifestata e, alle creature, invisibile.
L’influenza spirituale consiste allora nel ricondurre all’armonia originaria della Fonte ogni essere la cui particolarità impedisca di concepirsi e percepirsi all’interno di tale armonia. Ciò è istantaneo e potenzialmente permanente. Per questo motivo chiunque sia posto – come si usa dire – sotto lo sguardo di un maestro è posto sotto lo sguardo di Dio; e chi entra nella sfera della sua influenza, la percepisce sensorialmente, senza che possa spiegare di cosa si tratta. A volte la chiama “emozione”, ma non è così.
Ogni maestro è tutti i maestri, e tutti i maestri non sono che servitori manifestati su qualche piano di manifestazione del Principio stesso.

È stato detto – da Chi poteva autorevolmente farlo, poiché parlava di sé – che “un maestro morto non serve a niente“; e che di “maestri ormai non ve ne possono più essere“.
Entrambe le affermazioni devono, alla luce di quanto detto sopra, essere riferite a questa creazione e al ciclo di manifestazione da cui deriva, che è alla sua conclusione. I maestri non muoiono perché non sono creati, e poiché rispetto al Tutt’Uno sono permanenti, continuano ad esserci. Ma ogni morte è tale nell’ambito della dualità propria della creazione, e rispetto a quanto rimane organicamente vivo. È dunque piuttosto la creazione che può morire ai maestri, esaurendosi ed esaurendo così il loro Servizio sul piano che essa rappresentava.
A questo proposito sarà utile sottolineare come vi sia non solo una letteratura, ma una ricchezza di antiche sapienze anche esoteriche rivolte ad attrarre benefici spirituali sull’umanità, ad “ottenere qualcosa o scongiurare un male“; abbiamo più volte detto come questo atteggiamento sia piuttosto da ritenere mistico e debba essere inteso come appartenente all’ambito della religione e dunque dell’exoterismo; il fatto è che vi è una qualche incomprensione di fondo su come il beneficio possa essere ottenuto: se per intervento miracoloso (il che è misticismo), o se per corretto posizionamento armonico rispetto alla legge che il maestro incarna, dopo che ci si era discostati da esso e trovati fuori dalla sua influenza (il che è iniziatico).
Comunque sia, è proprio della fine del ciclo della manifestazione che si invertano le polarità (il che accade anche al nostro Pianeta), così che la ragione della discesa del beneficio richiesto (che è la miglioria dello stato umano) sia sostituita dalla necessità della salita verso lo stato spirituale dal quale finora era stato implorato discendesse; ciò, beninteso,da parte di quelli che possono aspirarvi, avendo le caratteristiche che lo consentono. Tale ascesa è necessariamente una uscita dalla stesso stato umano di cui si chiedeva prima il miglioramento; è l’abbandono delle proprie spoglie.
Dunque l’influenza magistrale è un aiuto, potremmo dire “magnetico”, all’elevazione. In termini impropri si potrebbe dire che il maestro ascende (ovvero lascia questo piano di manifestazione per accedere ad uno presumibilmente superiore, ma comunque diverso), portando con sé i suoi per attrazione. Ciò in virtù del fatto che il maestro e i Suoi sono nel Tutt’Uno e dunque sono tutt’uno.
Questo rovesciamento (catastrofe, etimologicamente) rende in questo momento necessaria una interpretazione corretta di tutto quanto è stato fatto finora nella Scienza Spirituale, perché si tratta di un compimento e non di una contraddizione. Semmai potrebbe ingannare il restare ancorati a modelli antichi che in questa fase non possono risultare efficaci, essendo stati al contrario necessarissimi nel preparare l’attuale esito.

Analogia e Conoscenza “verticale”

Un astrofisico, indicando le analogie tra un buco nero e l’inferno dantesco [1], ha detto che la fisica e la metafisica non hanno nulla in comune, ma trovandosi su piani del tutto diversi e paralleli, hanno una forma di relazione analogica tra loro di tipo verticale.
Questa idea dei livelli di realtà stratificati e legati verticalmente da analogie che li mettono tutti non in relazione diretta ma in risonanza (in relazione indiretta), è appunto la descrizione metafisica del Cosmo, inteso come complesso dei piani armonici di manifestazione che si genera da una fonte centrale, quasi fosse quel buco bianco il cui centro è il nero di un tunnel spazio temporale.
L’esistenza di analogie indica che vi sono delle leggi verticalmente trasversali tra piani diversi, alle quali rispondono tutte le cose manifestate, e poiché il manifestato risiede nel non-manifestato, tali leggi, se isolate e viste in senso assoluto, attraverso i nessi analogici devono dare accesso alla conoscenza di ciò che non è, ovvero dell’invisibile (ciò che è su un altro piano).
Di più, se queste leggi sono valide su tutti i piani perché promanano dallo loro unica origine, è possibile pensare che se avviene uno spostamento su uno dei piani, esso debba per risonanza trascinarsi dietro quanto di risonante vi sia su tutti gli altri. In altri termini sembra ragionevole che un “essere invisibile” perché collocato su un piano diverso da questo mondo, e nel quale risiede l’incrocio della linea orizzontale della manifestazione di quel piano con il raggio che descrive una legge, si spostasse orizzontalmente, tutti gli incroci dei piani sia inferiori che superiori ne verrebbero coinvolti. Non esistendo un relazione diretta tra piani, ma esistendo la risonanza e la necessità armonica, la ricollocazione di tutti gli esseri posti agli incroci sarebbe inevitabile per mantenerla, senza tuttavia che l’universalità della legge ne venga intaccata.
L’immagine dei cerchi concentrici dal cui centro si originano raggi che raggiungono la circonferenza più esterna è nota, ed applicata in particolare all’illustrazione del fatto che ogni punto della circonferenza [2] che rappresenta un mondo manifestato, è collegato con la sua origine centrale; e che tutti i raggi, pur partendo da punti esterni diversi, procedono convergendo verso la loro origine.
Qui vogliamo suggerire che non per tutti i punti esterni al centro (collocati peraltro su piani concentrici diversi) vi è questa necessità di ritorno alla propria origine, perché se così fosse quel piano di manifestazione non potrebbe sopravvivere a lungo; ma che in quelli in cui questa necessità c’è, essa è data dal trovarsi quegli “esseri” sul punto d’incrocio con la verticale di un certo raggio, in quanto espressioni della Legge. Questi Esseri (o Enti) hanno consapevolezza della loro natura specifica e della relazione esistente tra loro e si muovono armonicamente su tutti i piani (alcuni su un piano, altri su altri) determinando i complessivi aggiustamenti armonici con la frequenza (diciamo così) che viene emessa dal centro. Non sono “appartenenti” al piano di manifestazione in cui operano, ma piuttosto al raggio (che, essendo una legge data, identifica funzioni specifiche a sé inerenti), e sono visibili alle creature di quel piano e di quelli superiori, ma non a quelle degli altri inferiori [3].

Occorre dire che le parole “manifestazione” e “creazione” sono usate in genere (e non erroneamente) come sinonimi. Tuttavia vi è tra loro una qualche differenza semantica, minima quanto significativa: il “creato” costituisce infatti un’alterità rispetto al “Creatore”, un distacco; mentre il “manifestato” non è altro che il Principio stesso sempre, a qualunque livello e stato, che si rende visibile. Se un livello acquista, a causa delle leggi universali sulle quali si informa, la capacità di autoconservarsi e rigenerarsi, in ciò consiste la “creazione”, e i prodotti di quest’azione sono propriamente “creature”, mentre gli esseri che si collocano sugli incroci (per così dire) e che rappresentano l’azione della legge, restano “manifestati”. Si dice infatti che l’uomo di Dio non sia creato, in quanto non sarebbe proprio attribuirgli una qualsiasi forma di distacco o separazione dalla Fonte della quale è un messaggero e nella quale egli risiede: in questo senso vi sono i Figli di Dio (questi ultimi) e i figli degli uomini, le “creature”. Per cui, sebbene “manifestazione” e ” creazione” siano solo gradi diversi della stessa cosa, e in fondo proprio la stessa cosa, è corretto usare la prima parola in ambito metafisico (esoterico, verticale) e la seconda in ambito religioso (exoterico, orizzontale) [4].
La scienza spirituale è di fatto quella che cerca e infine conosce le leggi universali, e quindi si relaziona con i Figli di Dio; non cerca né ottiene la conoscenza analitica, specialistica e orizzontale di ogni singola scienza naturale che descrive un dato piano, ma vede le analogie tra piani, assumendo una prospettiva del tutto verticale e complessiva con la quale spiega (anche) l’esperienza umana, che è limitata a quel piano ove si manifesta questo mondo, creato e abitato da creature.

NOTE
[1] – Ma anche della possibilità di uscirne attraverso un worm-hole, etc.
[2] – In particolare questa immagine è stata utilizzata per indicare come diverse Scuole spirituali (o Religioni) collocate su questo piano di manifestazione, possano percorrere “raggi” diversi ma con la necessaria finalità di raggiungere tutti la stessa Unità originaria.
[3] – Il passaggio da un piano all’altro di un “essere” è analogo al salto quantico di un elettrone, ed è ottenuto, analogamente, grazie all’acquisizione di un’energia specifica sufficiente ed in modo probabilistico, non causale.
[4] – Si può vedere un piano di manifestazione come Genesi della creazione su quel piano. Ogni creazione esaurisce il proprio ciclo, secondo la Scienza Spirituale, e, dopo un periodo di latenza, ha luogo una Nuova Genesi. E’ ciò che sta acacdendo sul piano della manifestazione che chiamiamo “questo mondo”.

Il nero

A differenza di tutti gli altri colori, bianco incluso, il nero non ha sfumature. È assoluto ed unico, permanente ed immutabile in sé stesso.
È il colore dell’assenza che contiene ogni possibilità, che non si concede alcuna espressione, geloso dell’interezza della sua potenza: nero è il cubo dalla rotazione del quale si genera ogni cosa e verso il quale si orienta ogni via spirituale, polo nord metafisico, centro del cerchio illimitato e indefinito della manifestazione.
Pesante a causa della sua indeterminata grandezza e dei suoi contenuti non manifestati, è pesante di luce, è sostanza propria della luce. Il nero assorbe ogni luce e dunque contiene ogni luce; non la riflette in alcun modo; è luce nera.
Sebbene la percezione del nero sia emotivamente collegata con la caduta in un vuoto, esso è il pieno assoluto; un pieno in cui è possibile perdersi nell’esserne assorbito, e ciò tanto più quanto più si sia realizzato il corpo di luce [1].
Eppure, in quanto totalità del non-manifestato, sebbene contenga il manifestato, il nero non è.
Il nero non permette che si veda altro che il nero, e dunque, sebbene sia tutto ciò che si vede, è invisibile.

NOTE
[1] – In fisica è noto il così detto “corpo nero“, grazie alla teorizzazione (in natura non esiste un corpo nero assoluto) del quale Planck scoprì i quanti di luce (fotoni). Il metafisico corpo di luce, che si costruisce a tappe lungo i percorsi iniziatici, è analogamente – per quanto si è detto – un corpo nero.

Considerazioni sulla via interiore

È stato autorevolmente fatto notare come non si debba commettere l’errore di confondere l’esperienza mistica con quella iniziatica. La prima è un aspetto della forma exoterica della religione, mentre la seconda risiede interamente ed esclusivamente nell’esoterismo, sempre nell’accezione corretta delle parole usate che indica rispettivamente gli aspetti esteriore ed interiore, che corrispondono alla coppia di appellativi divini l’Evidente e il Nascosto.
Proprio per questo le due esperienze hanno caratteristiche e strumenti diversi che, al di là dei distinguo tecnici a volte un po’ bizantini[1], si possono riassumere con la richiesta intrinseca che fa il misticismo di ricevere passivamente il divino, mentre l’approccio iniziatico si muove attivamente verso di esso con tutte le forze di cui dispone.
Il primo atteggiamento è propriamente umano, afferma l’umanità come elemento centrale dell’esperienza religiosa che vuole restare umana; il secondo è un impulso a superare l’umano per affermare il divino cui sente di appartenere, ed è perciò piuttosto l’impulso a un ritorno alla (propria) origine che si ottiene solo avanzando; forse per questo è stato detto che la via iniziatica, esoterica, è riservata ad una élite, e non per altre ragioni che il possesso delle caratteristiche specifiche e delle attitudini per conseguire lo stato di Conoscenza. Non si tratta certo di predisposizioni di tipo psicologico, o volontaristico, ma di quel che viene detto “avere Dio negli occhi“, quasi si trattasse di un fattore genetico; lo è, d’altra parte, in termini metafisici. Questo è il senso della così detta silsilah, la catena iniziatica che lega ogni predecessore al proprio continuatore (ciò in vita come nello stato di permanenza) in virtù di quell’influenza spirituale che viene chiamata baraka[2].
Sicché non è per scelta individuale che si intraprende una via iniziatica piuttosto che una mistica, ma è per necessità. La via mistica si può o no intraprendere, l’altra coincide con la vita stessa di chi la percorre, perché se effettivamente il fine della via iniziatica è la Conoscenza, questo deve essere inteso come apertura del proprio essere al Tutt’Uno per identificazione, e non come apprendimento o percezione cosciente di una alterità. Il che non può che coinvolgere l’interezza dell’essere, ed essa è tale solo nel punto di Origine.

NOTE
[1] – Non è facile, per esempio, stabilire se un’esperienza estatica sia un’esperienza mistica o contenga una iniziazione. Così non è troppo netta la distinzione tra la qualità degli “accadimenti” che contraddistinguono l’una o l’altra via; certo per il mistico l’esperienza estatica è l’obiettivo della sua ricerca, mentre per l’iniziato è solo la rivelazione inerente a un grado iniziatico raggiunto e da superare con l’esperienza successiva.
[2] – Erroneamente si pensa spesso a una derivazione di tipo culturale, persino a volte ideologico, così come si chiede a qualcuno a quale religione appartenga. La silsilah non prevede nel continuatore la pedissequa adesione alla forma impressa alla scuola dal predecessore, perché trattandosi di vita, le condizioni in cui essa si manifesta sono del tutto mutevoli, e tali sono anche gli “stati spirituali”. La via iniziatica è fondamentalmente fuori dall’ambito di quel che viene chiamato “religione” e l’ascendenza iniziatica è sempre nel Tutt’Uno stesso, anche se l’espressione di questa derivazione può essere modulata secondo alcuni Interpreti il capostipite dei quali resta Al-Khidr. La Necessità di questo fatto risiede nell’Unità del Non-essere che si esprime e comprende l’Essere, non contemplando in Sè alcuna divisione possibile.