L’esperienza spirituale

L’esperienza spirituale deve essere profondamente trasformativa: in altre parole, non vi è esperienza spirituale significativa che non sia autenticamente iniziatica, nel senso che richiede il vissuto di morte e rinascita, di andata e ritorno: una mutazione radicale, genetica, che sta alla condizione precedente come la vita sta alla morte: dall’umanità all’inumanità.
La trasformazione deve consistere infatti nell’abbandono della personalità dell’iniziato, del relativo psichismo e della coscienza organica ordinaria connessa; e ciò non in quanto essi debbano essere sostituiti da nuovi personalità e inerente psichismo, ma in quanto essi risultano inutili nella nuova condizione, sostituiti dall’irrompere della sovra-coscienza. La quale non richiede comportamenti, non genera strategie relazionali, non ha bisogno di approvazione o riprovazione, non giudica né ammette giudizi; non produce pensiero, ma, letteralmente, “prende atto” della Verità e Realtà.
Ciò che si avvia sul percorso iniziatico (il quale, sia detto per inciso, non comporta riti ma fatti realizzativi nient’affatto simbolici) è quella che sarà la spoglia del futuro iniziato; la quale, agendo nel mondo, questo basso mondo, avrà bisogno di personalità, psichismo adeguato e coscienza organica, finché ne avrà bisogno; e ne avrà bisogno finché egli deciderà che la propria permanenza nel mondo occorra in qualche modo. Egli è peró altro, o meglio l’Altro che gli appartiene… È quello, o colui, che è.

Vi sono piante che crescono spontaneamente a mo’ di cespuglio, ma che un giardiniere può far crescere in guisa di albero, senza che la qualità dell’essenza della pianta e i frutti che dà ne risultino in alcuna maniera modificati. Un’esperienza “religiosa” stabilizza un comportamento conformato e reso aderente alle leggi morali; semplicemente piega la personalità in modo da educare e mitigare la naturale umanimalità, ma non la supera, anzi la conferma. Abbiamo sentito affermare a un credente molto osservante che egli, in quanto tale, “fosse tenuto a” sostenere che l’uomo sia stato letteralmente modellato nel fango dalle mani di Dio perché questo era scritto in Genesi. Il credente cioè – di questo tipo, almeno -, pur avendo una capacità di pensiero che possa indurlo a ritenere il racconto biblico come simbolico, metaforico e ricco di significati reconditi da scoprire (“Dio guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore“, Cor. 24:35) rinuncia all’uso di questa facoltà per attenersi alla lettera, piegandosi ad appiattire la propria prospettiva in nome della fede nella parola rivelata. Ogni deviazione da questo è ritenuta turbativa della serenità interiore e quindi da evitare: posizione dunque rigorosamente conservativa della coercizione in cui si è scelto di porsi. L’affermazione di fede è resa poi come libera scelta di pensiero (“credere” è una scelta perché il creduto è per definizione incredibile) con una certa orgogliosa sicumera, che la vuol esibire in qualche modo come eroica. Credere è dunque fermezza, che è il contrario di stabilità, perché richiede un continuo sforzo di mantenere la posizione eretta quando la forza di gravità costantemente inclina alla caduta; la stabilità è la fondatezza e l’inamovibile radicamento di uno stato (spirituale!), che non comporta sforzo alcuno, ma anzi è “pace” trovata.
Il credente non permette all’esperienza religiosa di modificarlo, e con ciò nega la spiritualità, che per sua natura è fuoco creativo e luce illuminante che aggredisce la materia e la sublima. Il credente non è necessariamente buono, ma si sforza con determinazione di comportarsi comunque come se lo fosse. Il credente poi che si sia redento trovando perdono e conforto nella religione, il ravveduto o il convertito, è probabilmente uno che ha mitigato i propri conflitti interiori mediante una disciplina e una pratica costante, rimanendo intanto quello che è, ma dando a ciò un senso che prima sembrava non esserci.

Però un percorso iniziatico può non ottenere il suo scopo: può creare un credente, soprattutto se l’aspirante che vi accede è convinto di andare a coltivare una sua disposizione religiosa o mistica. “Scopri chi sei e non aver paura di esserlo“, ha detto Ghandi. Ma quel che si è in Verità va trovato uscendo da sé, avendo il coraggio di abbandonarsi, nel duplice senso di lasciarsi andare e di andare via e separarsi da sé stessi. Se no, si trova ciò che si crede di essere, ed è inganno esiziale, prodotto per di più dal credere. Per questo ha più probabilità di successo chi sia piuttosto animato da un desiderio di trasformazione totale e non sia affezionato in alcun modo al proprio modo di esistere, anzi non veda l’ora di sostituirlo con un autentico modo di essere, perchè insofferente di ogni mascheramento e quindi della propria “persona”: dunque un cercatore della propria essenza che non abbia aspettative o credenze su ciò che troverà.
In questo desiderio ardente, totalmente spirituale, di religioso potrebbe non esserci nulla…

Potenze e loro dinamiche

La luce si trasforma in materia (fotosintesi) attraverso il verde… Ciò che è in Potenza è assoluto ed immutabile; produce tuttavia incessantemente emanazioni che si reificano in atti. Questa produzione, che si distende lungo lo spazio/tempo mentre lo costruisce, costituisce la realtà sensibile la quale è colta ed interpretata dalla coscienza umana ordinaria, che (pur essendo null’altro che una di queste reificazioni) è l’assoluto del mondo relativo, e manipolata dall’atto trasformativo corrispondente che è chiamato “lavoro”.

Nel mondo degli Assoluti, ossia delle Potenze (Elohim, tutto ciò che Dio è), ognuna delle infinite possibilità è compresente ora e qui, nella pre-eternità, che essa si sia reificata sul piano sensibile, che lo stia facendo, che lo faccia in futuro oppure no; e le Potenze assolute sono colte dalla sovra-coscienza. Essa si attiva nell’individuo quand’egli si impossessa della potenza che gli è propria nella sua essenzialità: il verde fisico è mediatore verso il mondo sensibile, come il Verde (al-Khidr) metafisico che coesiste polarmente in quello fisico, lo è nella direzione inversa. Una volta attivata, la sovra-coscienza resta perennemente vigile, anche quando le circostanze obbligano a far prevalere la coscienza ordinaria per la pratica dell’esistenza nel mondo sensibile.

Per ogni individuo umano, e per ogni vita organica corrispondente (cose che sono reificazioni, attuazioni), vi è una Potenza a monte (raggio della Potenza Unica), la quale è fuori del tempo/spazio ed è di conseguenza priva di nascita e di morte, sebbene la sua emanazione si sia attuata in qualche punto di esso e si sia poi progressivamente esaurita diluendovisi.
La scomparsa di un individuo dal piano sensibile potrebbe dunque essere compensata dalla sovra-coscienza con la visione della sua essenza sul piano degli Assoluti; nella pre-eternità infatti quell’individuo non è mai nato e non è mai morto in essenza, e il suo individuale Assoluto è dunque presente e permanente: questa è possibilità appartenente a chi venga dalla Luce e alla Luce sia tornato, avendo ricevuto l’illuminazione (ovvero la discesa in lui, a riconoscerlo, della Luce principiale) durante quella porzione di tempo/spazio in cui egli ha assunto la propria reificazione, o incarnazione.
Questa illuminazione corrisponde all’acquisizione della sovra-coscienza, in “vita”; per cui è possibile un serrato quanto silenzioso colloquio mediante la sovra-coscienza tra “illuminati”, indipendentemente dall’essere essi incarnati o no nella porzione di tempo/spazio presa in considerazione.

Libero servitore

Può dirsi veramente libero solo il Servitore, perché attua la potenza del proprio Signore, la volontà del Quale egli non può che condividere dato che Egli è la sua sovra-Coscienza identificata, quindi la fonte stessa della volontà. Per ottenere questa libertà, il Servitore deve trovare il suo Signore; fino a quel momento egli non esercita una libera volontà, ma una reazione, più o meno ordinata, agli eventi ai quali è sottoposto; ed è azione tanto necessaria quanto cieca, poiché è la volontà che rende creatrice l’azione, mentre la reazione è difensiva o adattiva, ed è spontanea, istintiva e fisiologica.

Il Signore è la sovra-coscienza attiva verso la quale migra la coscienza naturale (re-attiva) del servitore. La sovra-coscienza è attiva e non proattiva, sebbene sia potenza pura, perché è collocata nell’eterno presente, e dunque in una zona del tempo/spazio che non prevede futuro, perché non ha svolgimento lineare. La sovra-coscienza è stabile (permanente) e produce una dinamica attraverso il servitore. È volontà, e la volontà soltanto è capace di modificare la materia naturale, attraverso l’applicazione della forza; e questo è il lavoro. Il lavoro è dunque dinamica tra azione e reazione, tra forza e resistenza: dinamica simile a quella che si stabilisce tra Signore e Servitore, nel senso che il servitore reagisce e resiste alla volontà esercitata dal Signore, energia pura priva di azione ma responsabile dell’azione modificatrice; il servitore agisce sulla propria materia e natura, e questo è Lavoro. L’azione modificatrice della volontà espressa dalla sovra-coscienza è simile a quella del fuoco che rende malleabile il metallo e che, oltre, lo sublima. Ogni malleabililtà che forgia è dunque un passaggio, un prodromo della smaterializzazione, nella quale consiste la libertà:

La potenza contraente è un Fuoco che supera tutti i fuochi; il movimento non lo può vincere né altro, tranne il suo stesso eccesso; cioè non può risolversi in non-materia se non comunicando la propria potenza allo spirito, spazio materializzato, per farne un Fuoco identico a sé, perchè l’azione contraente, materializzante, cessa quando la sostanza su cui agisce le è diventata uguale. (R. A. Schwaller de Lubicz)

Colui che è perché non è

Dice Al-Ash’ari: “… Dio … non ha corpo, né persona, né forma, né carne, né sangue, né sostanza, né accidente … Egli è indivisibile, non ha parti né organi, né direzione, né destra né sinistra, né davanti né dietro, né alto né basso. Nessun luogo lo accoglie. Il tempo non lo determina. Non è solitario né in alcun luogo. Non si possono attribuirGli qualità umane che implichino la contingenza”.

In effetti, il concetto stesso di Dio non può essere definito che al negativo, cioè elencando ciò che Egli non è, fino a dover ammettere che Egli “non è” del tutto, o meglio che “Egli è nel non-essere”. Ma sono dispute tra teologi o tra filosofi della religione.
La ricerca di Dio, che è esigenza impellente e necessaria solo per alcuni, deve risolversi, dopo molte riflessioni e molti fallimenti delle stesse, nella ricerca della propria individuale origine prima; nell’afferrare il concetto inafferrabile del proprio zigote metafisico, quello che precede lo zigote organico, nella fase iniziale che precede ogni scissione moltiplicante; quell’origine dunque in cui è ancora presente la totalità dell’unità e l’unicità che rappresenta in nuce la qualità inimitabile della propria entità.
In verità, lo zigote è tuttavia ancora il risultato di un’unione e contiene in sè la duplicità, quella di un contenitore (ovulo) e contenuto (spematozoo). E quindi, sebbene per ogni individuo “esistente” sia la cellula prima, originaria, vi è certamente un’unità precedente ad esso che il cercatore di Dio (cioè dell’Essenza essenziale in sé, se così si può dire) non può che riconoscere nel seme del Padre, l’elemento che si è trasformato in carne viva essendo stato accolto dalla matrice terrena (terra/materia/madre). Quindi la propria origine è metafisica nella misura in cui è precedente alla materializzazione, incarnazione, reificazione. Per questo motivo il Padre è trascendente, e se Egli lo è, anche il figlio contiene le tracce genetiche di questa trascendenza. Ed è in questa percezione netta (quando c’è) che risiede l’unica vera possibile spiritualità umana attingibile; unico oggetto possibile della ricerca di Dio.
Il proprio esistere, derivato dall’Essere in cui consiste questa prima entità, è un brulicare di duplicati cellulari specializzati che costituiscono il proprio sistema organico, che continua ad essere mantenuto insieme dall’unità/unicità essenziale primeva del proprio essere. Per ognuno che ne abbia necessità, questo è Dio, o quella Sua scintilla cui è possibile ancora aggrapparsi per avvicinarsi a Lui.
Ogni altra forma di adorazione e di ricerca è – a rigore – una blasfemia, perché postula un Dio ideale, e quindi frutto del proprio ragionamento o della propria fantasia, di modo che Egli risulta una creazione dell’uomo. Se non si possono attribuirGli qualità umane che implichino la contingenza non Gli si possono attribuire quelle qualità empatiche che sarebbero parte di uno psichismo molto umano, e ciò non si può fare neanche nei confronti del proprio Dio interiore… un sé stesso metafisico e trascendente spietato e distante sebbene più vicino del sangue che scorre nella vena giugulare; un Sé estraneo a sé, così aristocratico da presentarsi come il Signore rispetto al servitore, che nulla è (non è) se non al cospetto del Signore, l’Unico che è.

L’amore, la paura e la conoscenza

La conoscenza di qualcosa, o di qualcuno, non produce necessariamente amore; se lo fa, si tratta di un amore quieto, lento, rassicurante. Ma viceversa l’amore, appassionato, produce necessariamente conoscenza, perché anela alla fusione con l’amato, che è la forma più completa e totale di conoscenza. Chi cerca amore ha dunque nella conoscenza un’arma debole e insicura, ché la conoscenza può produrre indifferenza o anche odio. Chi cerca conoscenza avrà invece nell’amore un arma formidabile, la cui sola debolezza potrebbe risiedere nell’incertezza dell’essere ricambiati tanto da realizzare la fusione agognata.

Conoscere per poi amare è prudenza causata dalla paura e consiste nell’individuazione preliminare di un oggetto, conosciuto il quale, rassicuratisi sul fatto che sia inoffensivo, si osa amarlo. Cautamente, chi soffre di questa paura di essere mutato che tempera ogni entusiasmo possibile, si dichiara “curioso” di conoscere. Questo è spesso l’atteggiamento di chi si avvicina a un percorso spirituale esoterico, del quale teme le presunte oscurità. Ed è questo il modo a causa del quale quella Via respinge l’aspirante, in quanto garantisce a priori il fallimento dell’impresa, che è appunto la fusione con l’oggetto meta del percorso, che richiede ardori e non tepori, rapidità e non lentezza, inquietudine e non quiete. Esoterica è la luce interiore che occorre amare e con la quale ci si vuole fondere; esoterico è l’opposto di oscuro (si tratta piuttosto di luminoso segreto) e quello che deve far paura è non riuscire ad illuminarsi: chi vuole conoscere preventivamente non conoscerà il proprio segreto, ossia la propria divinità, come potrà fare chi, preso d’amore folle, voglia possedersi totalmente. Si teme infatti l’oscurità ove c’è luce, e si rimane nascosti nell’oscurità confortante che viene chiamata “chiarezza”.

Solitudini

Alcuni lamentano di essere o di sentirsi soli. Implicitamente desiderano e chiedono di essere raggiunti – per compassione – nel luogo solitario in cui si sentono relegati. In genere non se ne allontanano, però, alla ricerca di luoghi ben frequentati.
Altri dichiarano la propria solitudine come affermazione di uno stato di fatto – vissuto con passione – che non comporta alcun atto oltre la sua constatazione.
La diversità di posizione rispetto alla stessa condizione è generata da una diversa posizione della coscienza: se essa risiede nella propria umanità la solitudine è doloroso isolamento; se essa risiede nell’Essenza, la solitudine è segno confortante e conferma della distanza raggiunta dalla propria umanità e da quella altrui.

Nessuno, si è constatato, che si trovi nella prima condizione considera, da quella posizione, auspicabile la seconda; anzi attribuisce a quest’ultima una biasimevole freddezza emozionale, un cinismo distante o persino sprezzante.
Ciò è logico, dato il limitato corredo di strumenti percettivi che la condizione umana comporta, e la paura che genera la sola idea di poterne uscire senza sapere dove si va. Sebbene dolorosa e tragica, la condizione umana è l’unica di cui l’uomo dispone; ed inoltre l’umanità comporta una tenerezza creaturale che, se non corrotta dall’umanimalità, genera affetti nobilissimi e bellissimi da vivere… Sicché si può difendere strenuamente la propria umanità e a buon diritto, affermandola con orgoglio.
La limitata capacità percettiva impedisce così di vedere il distacco di chi è nella seconda condizione nella prospettiva dell’Amore, perchè esso è ancora vissuto personalmente come sentimento cui è indissolubilmente associato un legame; il distacco, che è caratteristica di chi è libero, appare dunque come negazione del legame e, si immagina, necessariamente anche dell’amore.
La solitudine di chi ha focalizzato la propria coscienza nella propria Essenza è assenza di legami, ma non di Amore; tranne che questo è vissuto come capacità attrattiva (ma forse di più estrattiva), e si sostanzia nel voler estrarre l’uomo oggetto di Amore dalla condizione umana attraendolo a quella inumana, il che comporta per sé la necessità di non discenderne, mantenendosi e risultando lontano. Scendere al piano umano non è atto d’amore, ma di condiscendenza, persino colpevole ove l’attrazione amorevole costituisca un Servizio da rendere. Scendendo si smette di attrarre, e si condanna chi doveva essere estratto a permanere nel suo stato; ma costui non può comprenderlo.

Per l’Essere che è (e finchè vi è) in quel mondo di mezzo tra l’umano e il divino, ed interpreta lo stato spirituale inumano, la solitudine è venata di dolcezza, di malinconia e di nostalgia; agisce infatti il ricordo atavico, pre-eterno, della propria appartenenza. Se egli attrae, è a sua volta attratto da piani più alti. Per costui Giovanni della Croce parlava di “notte dello spirito”: sebbene quel mondo di mezzo sia ben abitato, vi è distanza tra gli abitanti e la comunicazione è sottile; non fa molta compagnia. La fa solo la coscienza della presenza, propria ed altrui, in una sola Presenza.
La solitudine umana si cura con la presenza di molti altri; la solitudine inumana si cura con l’assenza propria nella Presenza di Uno Solo.

I figli

Il figlio dell’uomo si rivolge al Dio manifestato, dato che è egli stesso espressione del Creato, e non può conoscere che quello che gli è affine. Ma il figlio dell’uomo che è figlio di Dio si rivolge alla quiddità di Lui, perchè egli appartiene all’Essere Assoluto non manifestato, ed è affine a Lui.

Questo Dio Assoluto, un Dio oltre Dio, è incomprensibile al figlio dell’uomo, che percepisce il “proprio” Dio all’interno dello stesso Creato che lo limita; sicchè, seppure dichiarandoLo trascendente, egli usa sensibilità ed emozionalità (ma anche ragione dialogante) come strumenti di comunicazione con Lui, e ciò glieLo rende del tutto immanente di fatto perchè abitante del suo stesso mondo percettivo. In questo senso, questo Dio è immaginario, perchè la manifestazione è scambiata per l’essenza. E il Dio immaginario del devoto figlio dell’uomo è talmente umano da non potersi proporre mai come meta di una possibile ascesi, ma solo come conforto di una tragica condizione umana che Egli finisce per condividere.
Così risulta ingannevolmente che il Dio del figlio dell’uomo è un uomo, mentre, in Realtà e Verità, il figlio di Dio è Dio.

Fragilità e tenerezza

Il contatto intimo con la propria fragilità/tenerezza è il contatto intimo con la scintilla divina che si nasconde nella segretezza del cuore del cercatore. Nulla di realmente divino è sperimentabile se non in stato di fragilità; ed esso, rispetto alla durezza resistente della materia umana, organica, è tenerezza.
In quanto l’Essere è un Assoluto, e come tale ben distante da ogni interazione emozionale con il mondo umano a causa della Sua immutabilità che nega ogni divenire, rispetto a Lui ogni durezza non può che rimanere sconfitta, divenendo malleabilità propria della tenerezza. In questa malleabilità e nel suo plasmarsi si rivela la Sua manifestazione, essa sì in perenne divenire. È forse per questo che Genesi narra di un Adamo plasmato nell’argilla, forma malleabile della dura terra, resa tale perché impastata con l’acqua della fecondità dolorosa.
E altrettanto, questo Adamo, cercatore figlio di Dio ignaro di sè nella forma della durezza organica, dovrà allentarsi nella tenerezza della plasmabilità, rendersi plasmatore di sé stesso nell’incontrare in sé il seme dell’Assoluto Essere. Quell’acqua, come dicono i maestri, è convertibile in fuoco; anzi è fuoco in una forma diversa, poiché acqua e fuoco sono due forme della Luce in atto. Quella scintilla allora divampa in un fuoco che “cuoce” l’argilla, trasformando il tenero in fragile. Il fuoco che scioglie il ferro (come l’acqua scioglie la terra) indurisce l’argilla, stabilizza la tenerezza, cristallizza la fragilità in una resistenza determinata, non più modificabile e fa di essa una forza attuata.
Così il fuoco trovato nella profondità della propria argilla vivificata – il corpo -, trasforma l’Adamo cercatore e fa di lui un “atto creato”. Forte della sua fragilità, che testimonia Dio in lui.

Quiddità

Quiddità è sinonimo di Essenza, nel significato di «ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un’altra cosa». In senso platonico è una qualità archetipale; essa risiede nel non-manifestato in quanto “potenza”, e si manifesta, facendosi “atto”, nel manifestato di cui il Creato è una particolarità. Rispetto alla parola Essenza impegna tuttavia un più limitato spettro semantico, perché non si allarga a significare “estratto, qualità radicale rimanente dopo l’eliminazione del superfluo”; è più adatta dunque a indicare quella qualità precedentemente alla sua prima manifestazione, mentre Essenza la indica meglio dopo la seconda (v. sotto). Quiddità tuttavia meglio esprime la permanenza dell’Unicità di quell’ente all’interno del Tutt’Uno.

Un figlio di Dio è una quiddità archetipale manifestata e insieme occultata in una forma organica, con la quale non si identifica, sebbene l’organismo che inabita gli appartenga in modo indissolubile. La relazione tra l’essenza e la sua forma (o corpo) è simile a quella che lega la luce al colore: “la luce è la spiritualità del colore, vale a dire il colore allo stato spirituale, spiritualizzato, mentre il colore è la corporalità (l’elemento corporeo) della luce, ossia la luce allo stato materializzato“. Lo spirito è “luce in fusione”, il corpo è “luce solidificata”.[1]
Questo corpo, in quanto organismo giustifica l’appellativo di “figlio” poiché inscrive quella quiddità nel ciclo della generazione; fuori dei meccanismi e dei cicli naturali, ovvero in forma disincarnata, essa risiede nel non-manifestato, e dunque nella Potenza divina: condizione nella quale non è “figlio”, ma Potenza non separata dalla fonte divina; solo quando essa assume una sua individualità corporea e quindi un distacco apparente dalla Fonte, quest’ultima appare come Padre; distacco che non avrebbe ragione di attuarsi se non per Servizio, e che è apparente perchè di fatto esso risiede esclusivamente nell’involucro organico, mentre la quiddità conserva la sua residenza archetipale.
Il corpo è quanto serve allo spirito (luce) per manifestarsi, e tuttavia ciò può avvenire in un corpo spirituale sottile, quale è il colore, e non necessariamente in un corpo organico (oggetto materiale) di cui quel colore sia caratteristico. Avverrà quindi che la manifestazione possa attuarsi ai due livelli (sensibile o sottile) a seconda dell’organo mediante il quale essa è percepita: la vista nel primo caso, la visione nel secondo.
Per quanto concerne l’esperienza interiore, il figlio di Dio ha bisogno di rivelare la propria quiddità a sé stesso, e ciò avviene nei due gradi suddetti [2]. Al primo grado corrisponde una presa di coscienza della propria corporeità (Ego), al secondo quella della propria Essenza nella sua singolarità, con trasferimento della radice della coscienza dall’Ego all’Essenza in sé.
Lo stato naturale in cui l’Essenza versa all’inizio oscura la percezione in essa della sua verità originaria (quiddità), la quale deve essere rivelata, in primo grado, mediante la vita organica stessa. Per cui essa deve sostenere un processo di auto-manifestazione, che è un secondo processo di manifestazione, il primo essendo stato l’incarnazione stessa.
L’elemento che rende possibile questa seconda rivelazione è ancora la Luce, nella misura in cui essa è capace di sublimare, passando dallo stato “solidificato” allo stato “in fusione”, e potenziando via via l’aspetto “essenza” man mano che si consuma e depotenzia l’aspetto “incarnazione” (le due polarità o estremità della stessa continuità in base al grado di vicinanza alla Fonte).
La sublimazione è resa possibile dalla sovrabbondanza di Spirito Divino che viene immessa nel figlio di Dio, attraverso il nutrimento della sua essenza, in condizioni particolari e quand’egli sia sottoposto a un addestramento a diventare sé stesso, per essere sé stesso; e la seconda manifestazione è dunque frutto dell’Attrazione (Amore) e dell’estrazione (sacrificio, fare sacro), che è riservata a quanti, nella Tradizione, sono definiti gli Attratti.
La Luce metafisica liberata, completamente “fusa” (il che corrisponde a estinzione, fana’), illumina infine l’oggetto della visione interiore fino al grado della sottigliezza, allo stesso modo in cui la luce fisica illumina l’oggetto della vista; e d’altra parte la vista, come la visione, ha diversi gradi di acutezza, per cui può essere più o meno capace di penetrare le penombre. E le penombre sussistono finchè esiste, anche in parte, lo stato “solidificato”.
Oltre, il figlio di Dio contempla in sé la propria quiddità resa Essenza, ovvero l’aspetto individuale dello Spirito, ossia lo Spirito Individuale che egli è; ed è capace di riconoscervi, ad un più alto grado, lo Spirito Divino cui appartiene.

NOTE
[1] – Karîm Khân Kermânî (1810–1873)
[2] – Rivelazione corrispondente ai due gradi indicati da Giovanni della Croce quali “notte dei sensi” e “notte dello spirito”