Quando forma e sostanza si separano in qualsiasi istituzione, politica, sociale, religiosa o tradizionale, giunge a compimento la materializzazione individuata da Guénon come segno del fine ciclo di manifestazione. Allora l’umanità, distolta dalla propria radice sacrale, dispersa e perciò disorientata, nel panico cerca la forma, essendosi la sostanza ritirata e resa inaccessibile.
La forma è un contenitore, un ordinatore, perché — dal punto di vista delle comunità che raccoglie — è fatta di regole, spesso rigide, e di senso di appartenenza, spesso rappresentato da distintivi o da divise, che rassicurano i più deboli, ovvero i meno dotati di un io psichico stabile. L’appartenenza richiede l’individuazione dell’altro, e dell’altro nemico, onde compattare l’io di gruppo che sostituisce l’assente io individuale. Questa è la ragione profonda, alla lettura esoterica, di quella che ora viene definita “onda nera”, ovvero l’affacciarsi sempre più prepotente della mentalità di destra estrema e delle istituzioni che ne sono ispirate.
La materializzazione di cui parla Guénon non è un peggioramento morale del mondo, come spesso la si intende quando la si volgarizza. È la solidificazione progressiva della manifestazione, il suo addensarsi verso il polo della pura quantità man mano che il ciclo si compie: un moto che investe le forme prima ancora di investire le coscienze che le abitano. In questa fase il legame verticale fra la forma e ciò che la sosteneva si assottiglia fino a diventare impercettibile ai più; la forma, privata del suo fondamento, non scompare: resta, spesso più rigida e più esibita di prima, perché la rigidità è ciò con cui un contenitore vuoto cerca di somigliare a un contenitore pieno.
Qui si comprende perché l’appartenenza chieda un nemico. Un io radicato nel proprio centro — quello che altrove in queste pagine si è chiamato il riconoscimento del proprio Signore interiore — non ha bisogno di misurarsi su un confine esterno per sapere dove finisce e dove comincia: la sua consistenza gli viene dall’asse verticale, dalla relazione con ciò che lo eccede dall’alto. Un io che quell’asse non lo trova più, o non lo ha mai cercato, deve procurarsi altrove una consistenza, e la procura orizzontalmente: per contrasto, per somiglianza con chi gli sta accanto e per opposizione a chi gli sta di fronte. Il distintivo e la divisa non dicono “questo sono io”, dicono “questo non sono io, e neppure lui”, perch6 l’identità di gruppo si regge sulla doppia esclusione, non sulla presenza di un centro. È una struttura che imita la forma della vera unità senza portarne la sostanza: una contraffazione, nel senso tecnico che la Tradizione riserva a ciò che riproduce l’apparenza di un ordine spirituale restando privo del principio che solo potrebbe animarlo.
Abbiamo già qui incontrato questa dinamica su scala più ristretta, a proposito delle scuole iniziatiche: quando la successione di un maestro si trasforma in contesa per il governo dell’organizzazione, il segno non è che qualcuno abbia torto nella disputa, è che l’asse si è già spostato dall’autorità spirituale al potere temporale, e la contesa stessa lo certifica. Lo stesso segno vale, ingrandito, per ogni istituzione che chieda ai propri membri prima l’appartenenza e poi, se resta tempo, la sostanza: la lotta per la forma — chi la occupa, chi la indossa, chi ne è escluso — è ciò che accade sempre quando la sostanza si è ritirata e nessuno osa dirlo ad alta voce, perché dirlo significherebbe ammettere che il contenitore, per quanto rigido, non contiene più nulla.
L’onda nera, letta così, non è un fenomeno politico isolabile con gli strumenti della sola politica. È il sintomo più vistoso, in questo tratto del ciclo, di una condizione più larga e meno appariscente: la moltitudine di io privi di radice verticale che, dispersi dalla materializzazione delle forme tradizionali, riparano in qualsiasi forma disponibile purché offra un confine netto e un nemico riconoscibile. Ogni forma di fine ciclo condivide la stessa povertà di sostanza, ché nessuna forma tarda ne ha in abbondanza. Ciò che distingue questa forma dalle altre è la scelta di farne il proprio vanto: dichiara il confine come valore, il nemico come necessità, l’appartenenza come sostituto esplicito e non più dissimulato di un’interiorità che, ormai, non chiede più nulla a nessuno.
Da qui si vede anche perché opporle un’altra forma, un’altra appartenenza costruita sullo stesso schema con il nemico rovesciato, non tocchi la radice del fenomeno: resta orizzontale ciò che risponde a una mancanza verticale, e due orizzontalità in contrasto restano due sintomi della stessa assenza, per quanto reciprocamente ostili.
Il rimedio che la lettura esoterica può indicare non è di natura politica, e proprio per questo non promette nulla di rapido: consiste nel restituire, a chi lo cerca, l’accesso — sempre possibile, mai garantito dalle circostanze — all’asse interiore che non ha bisogno di un confine per reggersi. Un io che ha trovato il proprio Signore non depone per questo le proprie idee, i propri giudizi, persino i propri conflitti; depone soltanto la necessità che quei conflitti gli servano a esistere.
La sostanza, in fine di ciclo, non è distrutta: si ritira, come si ritira ogni cosa che il mondo saturo di forma non può più accogliere. Resta accessibile a chi la cerca dove si è sempre trovata, non nel contenitore ma in ciò per cui un contenitore, quando è vero, vale qualcosa. L’onda passerà come sono passate altre onde prima di essa, lasciando dietro di sé, come sempre, la stessa domanda rivolta a ciascuno separatamente: se l’io che ha bisogno di un nemico per sentirsi intero sia disposto, un giorno, a cercare altrove la propria interezza.
