Per impazienza

Forse è il tempo del venir meno del caduco e dell’effimero: una specie di autunno che lasci spogli fusto e rami, il permanente, il necessario, l’assoluto; quello da cui il futuro contingente relativo tornerà a germogliare, quando sarà il tempo.
Questo accadimento è, nella Tradizione, da sempre il coronamento di percorsi spirituali del tutto individuali e particolarmente intensi, speciali in quanto ad “assistenza” ricevuta; ma si dice che un tal fatto riguarderà l’intera umanità. In verità è stato detto per il tempo attuale, e pare che alcuni segni lo confermino.
Privare però l’umanità del superfluo a favore dell’assoluto non comporta di necessità che essa, tutta, raggiunga la realizzazione, quello stato di “sussistenza immutabile” o “permanenza” nel quale l’occhio del cuore possa acquietarsi immerso nella visione della Realtà Essenziale… perché per la gran parte dell’umanità è essenziale il superfluo, e dunque venirne privata equivale a morire. Forse perché quell’umanità è fatta di quella stessa sostanza, superflua essa stessa a se stessa… Ma Lui sa meglio.
Viceversa, l’apparire dell’assoluto nella sua imperiosa ineluttabilità impone che solo l’assoluto sussista e permanga, di modo che saranno realizzati (completati), tra gli umani, solo quelli che appartengono all’assoluto per loro natura e sostanza; la loro realizzazione sarà compiuta nell’apparire proprio di questo “loro” assoluto. La Verità rivelerà la loro natura essenziale, semplicemente, e si mostrerà loro come tale nell’occhio del cuore.
Tornerà a germogliare il nuovo “relativo” quando, al solstizio della primavera spirituale, il Sole nuovo (un nuovo Cristo incorporeo, impersonale e senza necessità d’incarnazione, il “Vero senza creatura”) prenderà ad illuminare la così detta Nuova Creazione.
Siamo a questo, secondo quanto è stato detto nei millenni. Non è necessario però che qualcuno se ne accorga, anzi… l’apparire della notte rende invisibile ogni cosa, ma ogni cosa continua a scorrere secondo la propria legge interna senza essere vista. Una transizione di tale portata sarebbe certamente invisibile, alla stessa stregua… nella notte ognuno accende la lampadina che vuole e vede quello che vuole vedere; l’assoluto, da sempre, intanto si muove nel nero dell’increato.
Quelli che attendevano questo momento (pur se inconsapevolmente), intuiscono però muoversi nelle zone d’ombra le presenze attuatrici di questi eventi. Se ne inquietano, anche fisicamente, ma non per paura, quanto per impazienza, per voglia di partecipare attivamente… È un’inquietudine simile a un brivido o a un fremito che ricorda quello che agita la farfalla che si va liberando dal bozzolo. Un fremito leggero ma capace di squassare ogni solida apparenza, ogni materiale vacuità.

L’eleganza della virtù

Dire che le virtù morali non abbiano per finalità “buone azioni” (né si esprimano utilmente in esse), ma solo l’espressione della bellezza, come ha fatto Eckhart, significa cogliere appieno il senso di una ricerca spirituale “sensualmente arida” e tesa a valori assoluti e principiali. La bellezza diventa l’unità di misura del bene in genere, svelando l’ipocrisia di molti gesti generosi e brutti.

La bellezza non si forma mai nell’espressione delle emozioni, se non casualmente; vi si può formare un coinvolgimento empatico, anche potente, che può piacere, ma la bellezza è armonia ed è difficile che l’espressione di emozioni non sia disordinato e disordinante… L’emozione è raramente elegante, perché è una rottura d’equilibrio. La bellezza, invece, è l’armonia – dunque l’equilibrio – tra elementi discreti di per sé imperfetti [1].
Sebbene l’emozione e i sentimenti che vi sono correlati siano una necessità della vita che evolve, siano un momento di “fluttuazione gigante” nel sistema vivente e dunque il segno di una crisi di crescita, è l’equilibrio successivo tra i vari nuovi elementi discontinui che può essere chiamato con ragione “bellezza”.

A Dio la Tradizione dice siano confacenti attributi di maestà ed attributi di bellezza, questi ultimi mostrati al Servitore nella fase in cui questi si trova in armonia con Lui, nella baqāʿ, la permanenza che ha sostituito l’esistenza, pur nel sussistere della vita organica [2].
La virtù (e le virtù diverse che la compongono) è dunque uno stato di armonia in sé, ed è per questo bella di necessità. In questo senso essa va ricercata in funzione dell’armonia con l’Essere da cui emana, e per nessuna azione commendevole che vi sia collegata [3].
Inoltre la bellezza è qualcosa che non si mostra, ma emerge; non si mostra, ma deve essere cercata per essere contemplata: un’opera d’arte rimane chiusa in un museo ove è serbata e chi se ne vuole nutrire deve andare a vederla. In questo si vela il senso recondito della ricerca della virtù e della bellezza, e la ragione per la quale sola l’Essere si manifesta al Servitore nella Sua Bellezza: che il Servitore abbia raggiunto lo stato di armonia con le emanazioni frequenziali di Lui (Huwa), finalità unica della ricerca spirituale.

NOTE
[1] – Se è così, essa non è legata alla forma materiale delle cose, ma rispetto ad esse è trascendente e metafisica: questo la rende affine alla spiritualità e segno di essa. E, come la spiritualità, non è formale, ma reale.
[2]Permanenza è durevolezza e continuità, dunque stabilità (oltre la caducità dell’esistere) dell’Essere che si è rivelato nel Servitore. Il fatto che essa indichi la sottrazione dallo stato di “sistema organico” pur nel persistere della vita organica, rende inutile ogni “fluttuazione” e dunque è bellezza (=virtù ed armonia) stabile, nella pacificazione. L’essenza “vive” realmente, allora, mentre l’esistenza del corpo organico deperisce, terza fase della baqâ’.
[3] – Prova ne sia che esistono in natura delle rotture d’equilibrio che producono bellezza e distruzione (eruzioni vulcaniche, tsunami, trombe d’aria, semplici temporali, mareggiate…); sono manifestazioni di bellezza perché sono espressioni di Potenza e, sebbene siano umanamente negative, se ne coglie l’intima armonia e la Necessità. Ciò che risponde alle leggi ontologiche, può mutarsi in katastrophè senza mai rompere la propria armonia interna, tanto che è possibile dire che la bellezza emerga solo dal manifestarsi di quelle leggi; non così avviene nel microcosmo umano, essendo ben pochi gli esseri umani capaci di esprimere le leggi ontologiche con la propria vita.

Le meglio qualità

Un Figlio di Dio, ossia – come dicono i maestri – “chi ha Dio negli occhi”, deve essere condotto a diventare se stesso attraverso modalità adeguate. Diventare quel che si è richiede di trascendere la propria umanità; e ciò non può mai farsi isolando e coltivando le migliori qualità umane: gioia, pazienza, bontà, fede, umiltà, continenza, mitezza, affabilità, speranza, temperanza…fino a quell’apatheia [1] che Evagrio Pontico ritiene precorra la Conoscenza attraverso la carità.
Non si può travalicare il limite dell’umanità esaltando e rafforzando l’umanità, ma occorre essere trattato e trattarsi fin dall’inizio come una unità, un microcosmo “segno” del Cosmo, ove il positivo ed il negativo si intersecano creando quelle trame che qualcuno ha voluto assimilare alla coscienza, qui intesa come “mente minore”.
Non è possibile, né saggio, isolare il bene dal male, il buono dal cattivo, le qualità dai difetti. Né il dolore dal piacere, mancando di fatto una unità di misura condivisa per identificare uno spartiacque.
Di fatto, le qualità umane e morali, complessivamente psichiche, di un Figlio di Dio, non hanno alcun valore ai fini della sua realizzazione, né alcun senso riguardo al giudizio che su di lui si possa dare: semplicemente non sono trattate. Tutto il suo percorso è unitario e cosmico: da qui la definizione di “Uomo Universale” – riduttiva, ché Cosmo è più che universo – che alcuni gli attribuiscono a realizzazione avvenuta.
Mentre, dunque, la depurazione delle qualità umane dai difetti mediante semplice ablazione di questi ultimi costituisce la via della santità (sull’esempio dei Padri del deserto), il “consumo” di ogni caratteristica umana (nella dinamica di positività e negatività) costituisce la via di realizzazione del Figlio di Dio; il quale non ha né necessità, né voglia, di diventare “santo” e tantomeno di essere riconosciuto come tale; ma ha necessità e voglia ardente (che quindi esclude l’apatia) di diventare quello che è, essendo questo processo simile a quello del bimbo che vuole diventare adulto libero e responsabile di sé: non tanto una scelta volontaria quando l’adesione progettuale, consapevole ed entusiasta, a qualcosa che deve avvenire comunque. In caso, la consapevolezza può fare la differenza circa tempi e qualità del procedere.
L’apatheia è posteriore al compimento del processo, e corrisponde alla “Pace”, o all’anima pacificata [2] del sufismo, che tuttavia costituisce – ogni Scuola ha però il suo modo di intenderla – un grado intermedio verso l’ultimo [3], quello dell’Uomo Perfetto, al Insan al Kamil. Però è certamente solo dopo il raggiungimento di questo grado dell’Essere che, per il Figlio di Dio, le qualità positive emergono e si affinano per una spontaneo loro affiorare sul versante umano; e non è affatto detto che la loro positività corrisponda a tolleranza, mitezza e bontà… essa è misurata – stavolta sì -, sul metro della funzione di servizio, la quale può imporre viceversa durezza severa e atti umanamente poco sopportabili, o persino reprensibili, come narra la Sura della Caverna [4]: atti umanamente incompresi, in ogni caso.
Se il raggiungimento della pacificazione, o dell’apatheia, o ancora dello stato di hesychia (i termini risentono della cultura che li esprime) è per il semplice credente (il devoto) da conseguire – come riconoscimento – post mortem (come d’altronde l’eventuale riconoscimento della santità), per questi cercatori di se stessi è uno stadio provvisorio che chiude il percorso svolto all’interno della loro “umanità” e inaugura quello che conduce all’inumanità; e ciò in vita, anche se il termine “vita” trapassa il limite della morte fisica e si estende ad una condizione che prescinde dall’incarnazione e dunque non la contempla proprio, la morte: vita e morte non sono alternative, sono complementari.
La Conoscenza delle cose umane e del loro oscillare tra bene e male si colloca allora all’interno di dinamiche molto più vaste e ne riduce l’importanza a mero epifenomeno: anche vita o morte (la propria e l’altrui), alternativa che costituisce la massima questione umana, appare – come si è appena detto – sfumata, indefinita tanto da non costituire più affatto una alternativa, ma una continuità; sicché, se si considera in questo modo la summa quaestio, figurarsi quanto può apparire insignificante, da quella prospettiva, ogni altra.
L’apatheia, stato pacificato dell’inquietudine dell’anima per i più, è per il Figlio di Dio, un effetto collaterale del proprio distacco dalla condizione umana: aspettarsi che esso non venga scambiato per cinismo e che sia anzi riconosciuto come “segno” di uno stato spirituale che dovrebbe incutere rispetto e reverenza, è chiedere troppo: chi non ha Dio negli occhi, è cieco a riconoscere i segni di Lui, per costituzione e non per colpa.

NOTE
[1] – “[Il termine] appartiene al vocabolario filosofico, e più precisamente a quello della filosofia stoica, dove segna il vertice della perfezione, l’ideale teoretico ed etico. In un mondo che è cosmo, ossia universo regolato da un ordine necessario e impersonale, l’uomo saggio accetta passivamente gli eventi e trova la sua felicità/libertà nel dominio volontaristico di se stesso, reprimendo turbamenti ed emozioni che lo renderebbero schiavo o, meglio, gli rivelerebbero la sua radicale schiavitù. Stolto è agitarsi per ciò che non è suscettibile di cambiamento ed è giusto così com’è. Emozioni e passioni sono malattie dell’animo, un disordine da cui liberarsi e guarire.”.[Dizionario Teologico]
[2] Nafs-i-mutma’inna
[3] Nafs-i-safiyya, anima purificata e perfetta
[4] Sacro Corano, Sura XVIII. Si veda anche, per una lettura più sintetica e di merito, l’articolo “E quel che feci non lo feci io” [pholeterion.it]

Appunti per una descrizione dello stato di Conoscenza

Mentre il pensiero è come il respiro (involontario: disciplinabile ma non sopprimibile) e come il respiro si svolge descrivendo onde di frequenza tra le due polarità pieno/vuoto, la Conoscenza, intesa come atto del conoscere, è unitaria: essa riempie di sé il proprio vuoto di sé. Nell’uomo naturale il pensiero non cessa mai; nell’Essere umano, la parte umana pensa involontariamente quanto rumorosamente anche quando l’Essere conosce. Se il pensiero dorme, russa.
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Usare volontariamente il pensiero, per un Figlio di Dio cosciente di essere, è una occupazione indebita ed abusiva dello spazio in cui batte il suo cuore vero (qalb), che turba la possibile manifestazione della Conoscenza.
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La Conoscenza appare sulla superficie del cuore/qalb come increspature sulla superficie di un lago; si forma come disegno mutevole la cui origine è nelle correnti profonde o negli aliti del vento; è della stessa natura dell’acqua, ma ne è il movimento che appare alla visione. Non è mai stabile nelle forme che assume, ma è immutabile nella sostanza – l’acqua -, sulla quale appare. Questa sostanza è l’Essere.
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Se la Conoscenza è identità del conoscente e del conosciuto, essa non può consistere che nella contemplazione di sé stessa; e, dal momento che postula l’assenza di alterità, tutto ciò che vi appare non può che essere una manifestazione di sé stessa, quale epifania dell’Essere, o meglio come suo epifenomeno, dal momento che tale manifestazione non è necessaria ma piuttosto inevitabile.
Se quanto vi si manifesta è il Reale, dato che non essendoci “altro” deve essere tutto quello che è, allora chi è nello stato contemplativo della Conoscenza deve, per forza di cose, essere Tutto, e pure epifenomeno a sé stesso.
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Non si tratta dunque di “conoscere” tutto (che supporrebbe una alterità), ma di “essere” tutto. Cose queste appartenenti all’Essere divino per definizione. Per ciò si dice che la Conoscenza è solo del realizzato; e che si tratta di uno stato di Coscienza, perché coscienza contemplante, e tanto assorta da essere assorbita interamente dal contemplato.
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Se la Coscienza è (Ente/Coscienza) nello stato di libertà, è perché è tutto, e quindi ha assorbito colui dal quale essa emergeva nella condizione “normale”: da espressione periferica dell’essere umano, essa si è fatta centro ed ha riassorbito in sé colui che la emanava, invertendo ed annullando causa ed effetto nell’unità raggiunta.
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Lo staccarsi della Coscienza dal mondo (liberazione) è scoprire (conoscere) il cosmo al proprio centro, non può essere altro; e così il mondo di cui l’essere umano era parte, diventa parte dell’Essere ora non più umano.
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La Conoscenza dei Princìpi si estende anche agli accadimenti, quali conseguenze necessarie di essi; ma non se ne occupa, perché li considera meri accidenti. La conoscenza, viceversa, degli accadimenti impedisce quella dei Princìpi, perché ritiene ingannevolmente che in essi consista la realtà e si impegna a indagarla quanto più vastamente possibile, e vi si smarrisce perché il loro intreccio (“l’inesauribile diversità del possibile”) è mutevole ed imponderabile; al contrario dell’immutabilità e del rigore dei Princìpi dai quali scaturiscono.

Mettere a terra

In questi giorni, complice la politica in subbuglio, è stata molto usata giornalisticamente l’espressione “mettere le cose a terra” con il significato di “concretizzare i progetti e le idee” le quali sembrerebbero essere per loro natura “campate in aria”. Il che indica come, per la maggior parte delle persone, la concretezza sia una questione terrena, e di basso livello, nel senso che è concreto quello su cui ci si può basare, potendolo mettere sotto i piedi.
Siccome, “concreto” e “reale” sono usati come sinonimi, si è portati a concludere che sia reale solo ciò che è concreto.
Difatti, si dice che Māyā sia una realtà oggettiva nonostante sia pura illusione. Con una elegante piroetta logica si dice con ciò come l’illusione sia reale, pur non essendo Realtà: si dice che essa è reale in quanto oggettivazione dell’Essere, la Sua “messa a terra“; ma, intanto, che essa “non è” l’Essere; e quindi “è la possibilità dell’Essere di non essere”, espressione libera della Sua Potenza.
Vuol dire che l’Essere si disperde o si dilapida in una fantasmagorica miriade di Suoi “atomi”, ognuno dei quali è una “cosa messa a terra”; un po’ come il Sole si dilata in infiniti raggi di luce che raggiungono ogni punto del Cosmo, giungendo su una superficie (una terra), illuminandola in modo puntiforme sicché sembri essere come singolarità; quando in realtà “esiste”, e come porzione, nell’essere illuminata, e basta.
Dal che si evince come il Reale, ossia l’Essere, sia in effetti quella forza che tiene uniti a Sé tutti i punti illuminati perché ne è l’origine, dando loro l’apparenza di formare un sistema complesso e vitale di per sé, del ribollire del quale l’umanità risulta essere la schiuma, e la coscienza umana la parte più sottile e volatile di quella schiuma.
Sicché bisogna affermare che, se è possibile una liberazione della Coscienza (un distacco dalla massa ribollente come una goccia che evapori), è in grazia del fatto che l’Essere è. Questo distacco è una liberazione dalla Necessità di interagire con gli altri elementi della massa ribollente, aderendo in tutto all’Essere in Sé.
Dunque, se si è vuol essere concreti nell’ansia di realismo, bisogna… Essere. E basta.

Una difficoltà di linguaggio

Una difficoltà (invero trascurabile) che si incontra nello scrivere intorno ai contenuti della Scienza Spirituale, è che la cosa interessa soltanto gli “addetti ai lavori”. Farlo ugualmente è un po’ come lasciarsi strappare dal vento il profumo della rosa che si sta annusando per il proprio piacere; e per coglierlo, una volta portato lontano, ci vuole qualcuno con buon olfatto e voglia di annusare.

In genere, le cose che non riguardano il mondo naturale (intendendone compresi i derivati quali la vita sociale ed affettiva, la vita politica ed economica, e l’apparente in genere), non suscitano grande interesse, perché non le si considera attinenti alla propria realtà, al quotidiano pratico. Sono volatili, lontane… Cose di un ignoto “altro mondo” ove non capiterà mai di andare.

Circa gli “addetti ai lavori”, essi sono di più specie, ma i soli tra loro cui ha senso, ed è necessario, inviare messaggi chiari e proporre visioni, sono quelli che non lo sono, ma hanno possibilità di diventarlo… quelli cui una innata istanza di superamento di sé stessi è presente, e tanto forte da non poter restare inascoltata né disattesa.

Nella Tradizione questi sono in genere detti convenzionalmente “quelli sinceri“; lo sono – e questa è una qualità – non per loro volontà, ma per loro Necessità. A questi ciò che si dice arriva, perché annusano continuamente l’aria. Non sempre quel profumo viene però riconosciuto… è nell’ordine delle cose, e va bene così.

Altri addetti ai lavori, tecnici e studiosi, non hanno certo bisogno di ulteriori apporti alla loro spesso vastissima cultura spirituale; né hanno voglia di confronti, perché – come chi scrive ha spesso detto – la Verità è una, la si vede o no; e se la si vede, tutti vedono la stessa Verità, e non c’è proprio spazio per confronti, opinioni o contraddittori.

Sorprende forse che alcuni di loro si industrino tuttavia nello storicizzare la loro esperienza, tracciando una specie di storia della filosofia spirituale cui riferire la loro posizione che si rivela in questo modo piuttosto ideologica che esperienziale. Ma non càpita sempre, e se càpita va bene così.

Ai Sinceri va detto, con sincerità! quel che, in fondo, sanno già: che non solo le “cose della Scienza Spirituale” sono attinenti al loro vivere quotidiano tanto da rappresentarne un’urgenza, ma ne sono la fonte, la ragione, e lo scopo finale. Lo sanno già perché la loro istanza glielo suggerisce in modo inequivocabile.

Una buona immagine da fornire alla loro intelligenza (capace forse di aprire in essa uno spiraglio anche all’avvento della ragione quale comprensione delle leggi generali che governano il Cosmo) per descrivere il paesaggio in cui essi un po’ smarriti si muovono, potrebbe essere quella di un oceano immenso, che chiameremmo Natura, generato alla sua origine ancestrale da una polla sorgiva posta ora al suo centro e nelle sue profondità più recondite; un oceano capace di costituire un ecosistema in sé autonomo, un sistema vivente fatto di elementi vitali (tra i quali l’umanità) e di funzioni auto-riparative e rigenerative quali l’evaporazione e la pioggia susseguente, ma nel quale non cessa di produrre la sua originaria Sostanza quella polla che l’ha originato. Un sistema dotato dunque di intelligenza sublime nel suo auto-ordinarsi, ma non di ragioneCoscienza[1] dell’azione permanente della polla; Coscienza cui è ai Sinceri possibile e richiesto di accedere.

Mentre l’intelligenza è quanto consente di indagare ed indirizzare la vita all’interno del manifestato, essa è cieca rispetto alla Luce della Conoscenza che consente la visione diretta ed unitaria anche della propria origine; la Luce è illuminazione, dunque, e la Conoscenza è la Coscienza/Visione di quanto prima era buio (la luce nera dell’Increato).

Il manifestato, o il Creato, secondo quanto si è detto, è figlio dell’Increato, ma risiede nella completezza unitaria dell’Essere; di fatto, alla Luce della Conoscenza, non ne è un derivato, ma l’Essere stesso visto da un punto di vista (meglio: di visione) “illuminato”.

Ma qui abbiamo bisogno di un escamotage dialettico e dobbiamo considerare per un attimo i due mondi come separati, per spiegare come i Sinceri siano sensibili a certi argomenti, mentre gli altri no: è che i Sinceri hanno nella loro costituzione, nel loro genoma (e/o nel loro sovraconscio) il Ricordo di quella polla sorgiva che abbiamo testé usato per spiegare l’Increato, mentre chi è figlio della generazione ri-produttiva insita nei meccanismi eterni del Creato, ha altre qualità provenienti dal mondo naturale di cui è espressione, e il ricordo organico (e subconscio) del proprio iter onto- e filo-genetico. Si tratta di diverse stirpi, che si differenziano in sostanza solo per la presenza o meno di quel Ricordo. Che non è una traccia mnestica, ma qualcosa di più; non è cerebrale, ma piuttosto il seme di una sostanza archetipica che in genere viene chiamata “spirito”. Per semplicità, nella Tradizione, si parla quindi di Figli degli Uomini e, per “quelli sinceri”, di Figli di Dio.

In genere, ogni intento che abbia l’aspirazione a considerarsi spirituale, è indirizzato all’Umanità; sia per elevarla, sia – a seconda delle convinzioni – per rivelarle la sua natura divina. Si fa ciò per mancanza di conoscenza della diversità tra le stirpi che la compongono, e anzi nell’ignoranza del sussistere (non sarebbe esatto dire dell’esistere) di quella dei Figli di Dio.

Chi si rivolge all’Umanità nella sua generalità, dunque, non appartiene alla stirpe dei Figli dei Dio, ché altrimenti ne avrebbe coscienza. E così tutto, anche la religione in ogni sua forma: culturale, filosofica, teologica, storico-geografica… appartiene esclusivamente al mondo delle manifestazioni e ai Figli degli Uomini che ne fanno parte; non tocca mai, se non casualmente, la sensibilità dei Figli di Dio, che consiste non nell’espressione della sensualità (la risposta dei sensi agli stimoli), come per gli altri, ma in una capacità di risuonare su certe frequenze particolari proprie dello Spirito, che sono oltre il range del percepibile.

Per questa ragione, lo Spirito è ed ha un linguaggio, inaudibile se non ai Figli di Dio, che pure attraversa con le sue vibrazioni il Cosmo (l’interezza unitaria di Creato e Increato come Sistema Vivente) determinandone mutazioni o indirizzi che ai Figli degli Uomini non risultano, o risultano incomprensibili o casuali, o accidentali, o imprevedibili; al punto che questi eventi fondamentali non vengono presi in alcuna considerazione quando essi cercano di descrivere “il mondo” indagandolo con l’intelligenza, come fa – per esempio – la Scienza Naturale. Questo è il linguaggio autenticamente esoterico, non per voglia di segretezza, ma per intrinseca incomprensibilità per la maggioranza degli ascoltatori.


[1] Un superorganismo animale è definito “un fenomeno di organizzazione spontanea, […] che appare un miracolo di intelligenza – una «civiltà», in assenza completa di coscienza e ragione“. [Hölldobler, Wilson]. Non vi è ragione per non considerare come tale anche l’Umanità. Si veda su questo argomento l’articolo su questo blog.

Né io né tu

Vi è nel sufismo un motto: “La anâ wa la ânta: Huwa“, “né io né tu: Lui”, che è, esotericamente, l’affermazione dell’essenza di un Principio Unico a monte di ogni dualità1; a questa Unità principiale il praticante aspira.
Lo sforzo contenuto in questa aspirazione, che si esprime in desiderio ardente, evidenzia però da subito un paradosso, giacché il fatto stesso che Egli sia in un luogo metafisico verso il quale ci si muove, ristabilisce la dualità io/tu, anche se mutata in io/Egli.
Il tentativo di risolvere questo paradosso con la pratica, e quindi con l’esperienza ripetuta di una frustrazione che tuttavia non indebolisce l’ardore della ricerca, conduce a una “rivelazione”: esso non è risolvibile se non nell’affermazione: “Lui è me!”, lo è sempre stato.
Poiché il Principio Unico è anche l’Unica Realtà, che si pone a monte della dualità che si attua nella Sua manifestazione e che col suo attuarsi La vela, dire “Lui è me!” è dire, come fece Al Hallaji, “anâ al Haqq!“, “io sono il Vero! o il Reale!”.
Si stabilisce allora qui l’evidenza dell’identità tra “io” e Dio, e l’esclusione di ogni alterità: non c’è altro che Dio e Lui è me! Evidenza che rende increduli, come ogni verità.
Ora questa presa d’atto può risolversi, come sovente accade ove la mente giochi il brutto scherzo di ritenere che Dio si sia incarnato nel suo servo, in un narcisismo onnipotente, egocentrico e delirante; oppure, ove la ridondanza della mente sia stata ridotta dalla lunga pratica costante, condurre all’esultanza del vedere come l’Unità, il Tutt’Uno che si credeva irraggiungibile, lontano e frustrante nel Suo incrollabile affermarsi come Altro, sia invece presente al Suo servitore, “più vicino della sua giugulare“. Per ogni cercatore “sincero” si tratta infatti di diventare “altro da sé”, oppure “l’Altro”, nel senso di annullarVi l’Io; il che equivale a dire che si tratta di diventare se stesso, in ragione dell’aver trovato la Verità (o Realtà) di se stesso in se stesso, ed aderirvi in modo totale.
L’ansia di raggiungerLo allora cessa, ed inizia una fase successiva caratterizzata da quella che si potrebbe definire una identificazione di servizio. Di questo si tratta quando si parla del “riconoscimento del Figlio da parte del Padre”… ma questa è un’altra storia e riguarda l’esperienza diretta ed unica di ogni Servitore.
Qui si intendeva limitarsi a rimarcare come vi sia un momento critico nel processo di realizzazione (di trasformazione in Reale) in cui è facile cadere nella trappola tesa dal mondo delle manifestazioni, che – pur essendo parte necessaria del Tutt’Uno – lo vela ed irretisce nel velo stesso chi voglia lacerarlo, facendolo ritenere “importante” quale elemento costitutivo di esso, ossia di “questo basso mondo”. Questo è ciò che fa ogni potere meschino; e di solito vince, riducendo a proprio servo colui che avrebbe potuto essere il Servitore di Lui, e della Sua Potenza.
Ci si guardi intorno per constatare quanto questo sia vero, e ci si guardi dentro per constatare quanto questa “importanza” sia ingannevole.

NOTE
(1) – L’Uno che si manifesta attraverso il Due, senza tuttavia mai separarsene, è il contenuto esoterico del concetto di Trinità.

Disturbi dissociativi

Abbiamo sentito dire che alcune scuole di psicoterapia hanno compreso come, dietro all’ansia/depressione che la pandemia sembra aver scatenato, si nasconda, in alcuni, un disturbo dissociativo.
Curare questa nuova depressione “pandemica” è molto difficile, tranne quando si riconosce, in quegli alcuni, la dissociazione, svelata la quale ogni disturbo scompare.
Naturalmente, questo tipo di dissociazione non va assimilato al grave disturbo dissociativo di personalità, ma è piuttosto la percezione, a tratti, di estraneità al proprio corpo oppure all’ambiente in cui ci si trova, che pure è famigliare; con sgomento e paura, certo, di quegli alcuni, il disturbo dei quali è ben distinto però dalle altre forme di ansia/depressione e dissociazione bipolare.
Da queste pagine abbiamo detto più volte, dall’inizio della pandemia, come essa segnasse una “apocalisse”, cioè una rivelazione di Verità attraverso la “catastrofe”, ovvero un rovesciamento di prospettiva causato dagli eventi e dalla Necessità che essi producono: che illustri capiscuola riscontrino dunque quanto era stato annunciato ci conforta non poco. Comunque, la Verità che gli eventi costringono ad osservare è che emerge una progressiva liberazione di quelli che qui abbiamo chiamato Enti/Coscienza dalla loro identificazione con il proprio corpo organico che soggiace alle leggi di natura, e della loro Vita con la semplice vita biologica.
Trattandosi di Coscienze identificate in se stesse, senza altri collegamenti, esse prendono atto del loro nuovo stato attraverso esperienze – all’inizio fugaci – di “dislocazione”, senza che questo possa essere considerato, neppur da lontano, patologico. Se smarrimento può esservi, preoccupazione, ansia e qualche accenno a tristezza e malinconia, non si tratta di niente di cui la psicologia clinica debba occuparsi: è giusta e sottile paura della novità, del trovarsi in luoghi della coscienza apparentemente estranei; ed anche di nostalgia di quegli stessi luoghi che non si ricordava di conoscere. Pian piano, a questi luoghi andranno quando vorranno e ve ne torneranno, a piacimento.
Questa è certamente la spiegazione della loro pronta “guarigione”: è che non sono malati… a differenza degli altri, la cui depressione è probabilmente primaria e si slatentizza nella condizione di stress secondaria.

D’altronde questa esperienza è da sempre nota agli operatori della Scienza Spirituale, quelli che pregando lasciavano il loro corpo a pregare mentre la loro Essenza andava a quei luoghi, a volte a ricevervi quelle informazioni che, una volta tornati, alcuni, quali Profeti, avrebbero dovuto trasmettere. Così almeno si narra. Per loro la preghiera finiva per essere un mezzo per assorbire il corpo, assorto in essa tanto da consentire all’Essenza di allontanarsene, quasi a sua insaputa… strumento di ben altro che di una supplica pietosa.
Quello che c’è di nuovo, in questi tempi, è che vi è un effetto di risonanza, quasi che vi sia a monte una chiama per tutti gli esseri dormienti a risvegliarsi; mentre complessivamente il “sonno” di tutti gli altri si fa così profondo e pesante da renderli ignari del risveglio altrui: una profonda depressione consiste in questo, e contiene la drastica riduzione delle capacità di vedere alcunché oltre il buio della depressione stessa.
E naturalmente questo crea una separazione tra due mondi e tra due stati di coscienza. Nella misura in cui, come abbiamo detto altre volte, uno stato di coscienza può diventare un Ente, ossia una singolarità nel Tutt’Uno, allora la separazione è tra due stirpi umane.

Sembra

Sembra che questo basso mondo, nella sua versione attuale, imponga agli individui umani (che ne sono parte costituiva e non abitanti), di ottenere una qualche forma di visibilità come precondizione al raggiungimento di ogni obiettivo e in tutti i campi, dal più futile e superfluo al più dotto e di alto profilo.
Si tratta dello sforzo di chi sa di essere invisibile, e forse ormai non più tanto in termini di successo sociale, quanto nell’inconscia consapevolezza di essere solo un’immagine, la cui esistenza (e consistenza) è data dall’essere vista; in questo dipendendo totalmente dagli occhi degli altri e dalla direzione del loro sguardo.

Un fustigatore di costumi potrebbe dire che quest’epoca sia il trionfo dell’apparenza o meglio della parvenza simulatoria, e chiederebbe il ripristino della buona austerità concreta di una volta; ma uno gnostico direbbe che questo basso mondo è oggi costretto dalle circostanze a mostrarsi per ciò che è, una illusione, una allucinazione collettiva priva di ogni realtà, ove ogni cosa è appiattita dalla nebbia della virtualità. Una inconsistenza immaginaria. E vi vedrebbe il segno dell’avanzamento di ogni cosa verso la Realtà attraverso lo svelamento dell’illusione, la caduta del velo di Maya nella evidenza che Maya sia un velo posto davanti al Vero.
Anche l’individuo umano appare illusione, privo di consistenza; e tutto ciò che intorno a lui si articola, denuncia la stessa volatilità… Anch’egli velo davanti alla propria Realtà. Se c’è… perché se c’è, è un essere umano e lo svelarsi a sé stesso è riempirsi di Vita e Verità; se non c’è, è dissolversi come la nebbia all’alzarsi del sole, che del fenomeno vi siano o no ammiratori.

P.S. Un aneddoto: un maestro ricevette un promoter che aveva sentito parlare di lui e che intendeva proporgli delle iniziative per aumentarne la visibilità e decretarne il successo; propose molti progetti, ma ad ognuno il maestro rispondeva con un sorriso e un diniego. Alla fine, il promoter esasperato, esclamò:
– “Ma insomma lei non vuole proprio farsi trovare!”.
– “Tutt’altro! Io devo volermi far trovare! ma molto difficilmente.”

Semi e segni: σημεῖον

Gnostico è chi abbia acquisito una profonda conoscenza di sé in quanto essenza universale, e del servizio che è chiamato ad esercitare con la propria presenza a questo basso mondo. Ciò essendosi studiato come “segno” di se stesso quale potenza, ed essere ad essa risalito.
Lo studio di sé come segno dell’Essenza, è lo scopo della vita; e la vita è esperienza, e quindi studio sperimentale dell’Essere; ed è contemporaneamente servizio. Passività del ricevere conoscenza ed attività creativa del realizzarla, coincidono, per lui, e sono Vita.
In quanto studio essa è un’opportunità data a ogni singolo essere umano, in quanto servizio essa è un impegno responsabile dato a ogni essere umano che abbia conquistato il rango di Servitore con la propria responsabilità dimostrata.
Nella dinamica tra il ricevere e il dare, il servitore è un tramite e null’altro: se non un filo che lega l’Essere alla Sua manifestazione e lungo il quale l’essenza scorre come una corrente. Egli è in sé e vive al passaggio.
L’essere umano, però, non è assimilabile all’individuo umano, che può non essere; è “cosa” diversa, è un umano formato sul seme divino, perché i semi equivalgono a segni.
I semi, nel loro decadere, esprimono la loro potenza dispiegandosi in manifestazioni sempre più articolate e complesse: un seme è germoglio, poi foglia, poi foglie, poi fusto, poi fiore, poi frutto, poi seme… un minimo seme viene a mostrarsi come realtà persino gigantesca, dalle ramificazioni quasi infinite. Ogni foglia in più è un segno in più, e la crescita è progressivo aggiungersi di segni manifestati. Ma di più: ogni fruscio prodotto dal vento tra le foglie è un segno; ogni uccello che si posa su un ramo lo è; ogni formica che risale il tronco e ogni seme che cade in terra.
Allo stesso modo è per l’essere umano, che si legge ad ogni mutamento e lo interpreta insieme come rivelazione e come comando; il suo crescere si misura con la capacità di dispiegare segni e comandi nel mondo che – in quel momento – egli abita.
L’essere umano è l’Essere nella sua manifestazione umana, come l’individuo umano è l’uomo nella sua espressione umana.