Le difficoltà tutte, di ogni genere, individuali e collettive, umane e no, devono essere ascritte alla distonia o non-coerenza con quello che chiameremo l’Asse, ovvero la direzione della discesa dell’Essere nell’esistenza, del non-manifestato nel manifestato. Questa discesa è perenne e costante e ha una sua vibrazione, o una gamma di vibrazioni, rispetto alle quali il Creato deve trovare un rapporto armonico. Questo rapporto è quello che ha consentito la manifestazione, o se si vuole l’incarnazione, degli assoluti; c’è dunque certamente stata, ma il suo mantenimento costante richiede uno sforzo, supportato dalla coscienza che vuole trovare l’armonia con la sua vibrazione originaria. Ricordo e menzione (dhikr) non sono che questo: ricerca dell’armonia ancestrale, in fondo l’espressione appassionata di una nostalgia radicale.
I tempi possono essere tali da non sostenere né il ricordo, né la percezione, né l’intuizione di questo fatto, che all’iniziato appare evidente. E nessuno cerca qualcosa che non immagina esserci. Il progressivo allontanamento dalla fonte vibratoria, che è conseguenza necessaria dell’espansione, rende sempre più difficile accordarvisi. Ma il movimento centrifugo del Creato è una metà del ritmo pulsatorio che rende necessario un corrispondente e simultaneo movimento centripeto (il respiro divino dalla hāʼ manifestato), che costituisce, per l’iniziato, quel che la Tradizione chiama “il ritorno”. Cosicché, mentre il “mondo” si allontana dalla Fonte – e in proporzione -, il processo iniziatico Le si avvicina fino a perdersi in Essa. Il Creato tornerà a contrarsi in una inspirazione cosmica, e l’iniziato continuerà a discendervi e a percorrerla fino alle estreme propaggini della sua indefinita espansione. In mezzo, la pausa.
Per quanto concerne il processo iniziatico individuale, esso prevede un’andata e un ritorno inframezzati dalla “morte iniziatica”. Per cui l’iniziando ha da sperimentare una crescente distonia con la Fonte e, raggiunto il limite che gli compete, il ritorno durante il quale è crescente invece la sintonia. La “morte iniziatica” è dunque la pausa, punto cruciale di inversione di direzione: perché sia possibile una riarmonizzazione con la fonte, essa deve esserci. Altrimenti, la distonia continua a crescere fino a determinare il perdersi dell’iniziando. Si sa che questa morte, è la morte della personalità, dell’Io, di quanto ha, fino a quel momento, caratterizzato l’individuo. L’inversione è uno strappo, un concreto rovesciamento di quelle caratteristiche; in altre parole, è il trionfo dell’umiltà, una umiltà che annienta e disgrega facendo emergere l’Asse nella forma della vibrazione specifica di quell’essere.
In verità nella Tradizione viene descritto il percorso inverso, secondo il quale il processo iniziatico conduce dallo stato di esistenza manifestato, a quello di estinzione nel non-manifestato collocando a questo punto la morte iniziatica; punto dal quale procede il “ritorno”, l’incarnazione del servitore per svolgete un compito presso il Creato. Ma è questione solo di assumere il punto di vista del basso mondo, manifestato, o quello del mondo superiore, non-manifestato. In realtà si tratta di un percorso ciclico, circolare, sul quale una interpretazione popolare e in fondo profana di una conoscenza esoterica ha imperniato l’idea di re-incarnazione, estendendola a ogni vivente e rendendola così fideistica, quando la cosa riguarda solo la Via iniziatica.
L’espansione produce l’analisi, in quanto aumenta gli interspazi tra gli elementi che costituiscono il Tutto estendendo e assottigliandone i fili che ne rappresentano le relazioni; al contrario, la contrazione, per le ragioni opposte, produce la sintesi. Alle propaggini dell’espansione (che sono indefinibili) non è facile ritrovare qiesti fili e gli elementi ai quali essi conducono: ogni elemento appare isolato ed è visto in sé, non in relazione, sicché l’intervento su di esso non lascia vedere le conseguenze che pure sono necessarie. Così l’iniziando può correre il rischio di sentirsi isolato, di non vedere come i suoi atti siano condizionati e condizionanti rispetto al Tutto e, sentendosi perduto, si perde. (Intanto la società profana – nelle medesime condizioni – si dis-perde, invece, necessariamente, disintegrandosi). Egli inoltre ha i suoi fili legati agli elementi sottili che costituiscono la rete sulla quale poggia il Mondo manifestato, ed essi sono invisibili se non si colgono con la sovra-coscienza. È quindi uno stato molto delicato che deve attraversare: egli “muore” quando scorge il suo cadavere giacere tra uomini che vedono non più la sua entità, ma solo la sua spoglia; e ciò vuol dire che è uscito da essa. Vede, allora, e non è visto, e i suoi fili appaiono ora chiaramente come fitte relazioni, tessute con gli Invisibili, o con l’Invisibile. E “ritorna”.
