La visione nel Nulla del Reale

Il figlio di Dio, in questa fase, non avanza: si solleva.
Il concetto comune di evoluzione, anche in ambito spirituale, è che essa avvenga lentamente nel tempo lineare; ma la scienza spirituale insegna che il tempo che le compete è quello ciclico ove i termini “lentamente” e “velocemente” sono privi di valore.
Il tempo circolare ha un centro assiale che verticalizza, istantaneamente, ogni esperienza, trasformando l’immagine del cerchio che descrive questo tipo di durata in quella della spirale, che ben esprime alla visione il concetto di permanenza dinamica.
In questo movimento, che è alternativamente centripeto e centrifugo rispetto all’asse, vi è la pulsazione vitale, l’espansione/contrazione che stabilisce quel ritmo organico che l’uomo percepisce come tempo lineare, ma che esiste solo nella sua costruzione mentale del mondo.
L’asse di questo movimento è una colonna fatta di vuoto, simile all’occhio di un ciclone; e là ha luogo, quando essa vuole, la visione.
Quel vuoto è infatti privo di materia, essendo questa tutto ciò che gli ruota attorno in modo circolare e ritmico; è insieme motore e prodotto di questa rotazione pulsante. È la Realtà nella sua complessità operante ed unitaria, composta di cose, fatti, atti, interazioni, moti e interspazi… La Realtà non-materiale che produce, manifestandosi cioè emanandosi, qui e là in “cose” raggrumate: viventi e no.
Nel vuoto non può esservi materia; ciò che nel vuoto può avere un’esperienza di esso deve essere quindi non-materiale o dematerializzato: la Coscienza priva della base organica dalla quale emerge nell’uomo; quindi una Pura Coscienza di Sé.
La visione che essa può avere è allora solo quella di ciò che in quel momento riempie quel vuoto, ossia Sé stessa.
Ogni visione spirituale è uno stato di coscienza libera che prende atto di sé stessa in quanto Essere.
Si evince che nessuna visione che abbia per oggetto una “cosa” (vivente o no) può dirsi “reale” in senso spirituale, perché denuncia il fatto di essere legata al mondo materiale, all’Universo delle cose, e quindi da esso prodotta: è una coscienza umana, non ancora inumana. Oppure è una esperienza di visione inumana deteriorata dal linguaggio materiale che tenta di trasmetterla al figlio dell’uomo descrivendo immagini di “cose”.
C’è comunque sostanziale differenza tra l’esperienza del figlio di Dio che scopre sé stesso nell’uomo, e l’esperienza dell’Ente/Coscienza che prova sé stesso nel vuoto del Reale divino, e scopre la Vita e la Verità come Sostanza del proprio Essere: differenza di grado di coscienza spirituale ma continuità di sviluppo sull’asse della verticalità… Se la prima parla ancora alla propria umanità, la seconda è ammutolita dall’ineffabilità della propria essenza.

Per mezzo, Tutt’Uno

Fu chiesto a un maestro: “Hai mai visto il tuo Dio?”
Rispose: “Che dici? Come potrei mai adorare un Signore che non ho mai visto? Chi afferma di aver fede in ciò che non conosce, ha deviato dalla conoscenza…”
– “Come puoi vederlo?”
– “Gli occhi non lo vedono, ma lo vedono i cuori… La conoscenza di Dio è ottenuta solo per mezzo di Dio.” *

Alcuni sostengono che non possa esservi Coscienza senza Conoscenza, ma il Tutt’Uno non consente di concepire un qualsiasi tipo di alterità da conoscere; per cui al Tutt’Uno (Oneness) non può competere che conoscere Sé stesso.
La piena ed immediata conoscenza di sé stessi in ogni momento è propriamente “coscienza”; per definizione essa è infatti “la facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino“.

In altre parole, Dio è pura coscienza, ed è corretto dire che, all’inverso, la Pura Coscienza è Dio.
Perché la coscienza è “pura”? Perché è assoluta e perciò bastevole a sé stessa, non necessitata di avere un oggetto da contemplare, fosse pure la creazione stessa.
La Pura Coscienza è conoscenza di sé che esaurisce in sé la totalità della conoscenza.
La Creazione è una deiezione (in senso etimologico) della Manifestazione, che è la mera emanazione (diremmo “l’aura” necessaria) dell’Essere Cosciente pienamente di sé, o Ente/Coscienza; e l’uomo è un accidente della creazione (un Maestro ha detto: un incidente cosmico). Rispetto al Creato, perciò, il Tutt’Uno risulta alla mente umana trascendente ed immanente a un tempo.

Il Figlio di Dio (l’incarnazione) non è forse l’immanenza nell’umano della Pura Coscienza Trascendente? E questa sintesi è un fatto permanente o un evento storico verificatosi una tantum?
Se a questa domanda ci si sente di ammettere che deve trattarsi di un fatto permanente, bisogna accettare anche che di figli di Dio ve ne siano in permanenza, anche se non manifesti: perché ritirati in un basso profilo o perché non ancora rivelati a sé stessi: è questa rivelazione, che è la rivelazione di Dio nel proprio figlio in modo che questi sia della stessa sostanza del Padre, ad essere chiamata “salvezza”.
La salvezza è la realizzazione nel figlio di Dio della qualità cristica.
Se Dio che risiede nel segreto della tua interiorità ti si svela, Egli ne esce, e la tua Essenza individuale viceversa si annulla in quella di Lui, scomparendo nell’interiorità del Suo Sirr (segreto).
Dio era segreto in te, ed ora tu sei segreto in Lui. Se eri stato il Suo contenitore sei ora il Suo contenuto; ma poiché non vi è mai stata reale duplicità, sei sempre stato contenuto in Lui.

*Tratto liberamente da ḥadīth.

La cultura dell’imbecille

Lo stesso interlocutore di cui abbiamo commentato il contributo in “Occhio alle bombe“, dopo alcuni ulteriori scambi, ci ha voluto esternare un suo sentire conclusivo. Dopo aver elencato il suo curriculum studiorum, (ricevendo i nostri complimenti) ha voluto affermare: “ma nei miei allievi e non solo nei miei allievi non ho mai presupposto nulla e non ho mai cercato di appartenere a un club di snob che comunicano in cifrato pseudo-massonico o peggio ancora in pseudo-culturalese.
La cultura e l’istruzione servono a comunicare il più chiaramente possibile col pubblico più ampio possibile. e con molta umiltà senza presunzione pseudo-aristocraticistica.
Se ciò non accade, il presunto sapiente è un emerito imbecille che ha sprecato la ricchezza nazionale (o peggio ancora la povertà nazionale), approfittando delle tasse dei cittadini che lo hanno mantenuto a scuola e all’università a loro spese“.

Ciò offre a chi scrive il destro per chiarire, proprio nello spirito dell’auspicata chiara comunicazione divulgativa, alcuni concetti:
1. La Scienza Spirituale, come tutte le scienze, ha un suo linguaggio; un lessico che serve agli addetti ai lavori per comunicare rapidamente concetti altrimenti complessi. Chiaro che, se all’interno di uno scambio di questo tipo interviene un interlocutore esperto in altre discipline, ma non in questa, questi può ricavarne l’impressione che lo si voglia escludere. Come in tutte le scienze, tuttavia, non mancano le occasioni di divulgazione e di insegnamento, o almeno non sono mancate finché è stato utile… Ma l’insegnamento va ricevuto da chi non sa con la stessa umiltà con la quale chi sa deve dedicarsi ad illustrarne i concetti; e l’ignoranza spirituale è spesso superficiale quando non è arrogante.

2. La cultura e l’istruzione servono a chi ce l’ha per farne quel che crede… non hanno un uso obbligatorio; questo può portare qualcuno a decidere di comunicare col pubblico e non con gli altri ricercatori, e la cosa è ammirevole: fare l’insegnante, o il divulgatore, è un mestiere diverso dal fare il ricercatore, però: il primo insegna ciò che già si sa, l’altro insegue ciò che non si sa ancora. Ma non bisogna confondere, comunque, la Cultura con la Conoscenza (qui è questione di lessico): la cultura ha un costo in denaro perchè produce denaro e potere, si può vendere e comprare e infatti lo si fa; la Conoscenza no. Inoltre, la cultura (essendo un progressivo accumulo nel tempo di nozioni ed esperienza) può essere estesa ed accessibile a tutti i volenterosi, è descrivile da un curriculum; a sua volta, la Conoscenza, essendo un fatto meramente individuale e relativo ad uno stato di coscienza spirituale (a volte istantaneo), non può che restare tale… è incomunicabile, ma è possibile insegnare qual è la strada per conseguirla, cosa che la Tradizione fa (o, meglio, ha fatto finché è stato necessario) attraverso le sue Scuole, alle quali non si avvicinerà certo chi non abbia un ardente desiderio, una vera necessità, un’esigenza esistenziale di conoscere e non di sapere. Perché vi è oltretutto una ignoranza spirituale che corrisponde ad una ottusità genetica dei sensi sottili che prescinde dalla cultura ed è anzi ben diffusa tra i più cólti. La Conoscenza non dà potere su nessuno, dà potenza su sé stessi, ossia libertà. Ma anche la Scienza Spirituale contempla i suoi curricula, anche se essi sono incisi direttamente sulla struttura dell’essere e non devono (né possono) essere esibiti.

3. L’uso di un linguaggio “cifrato” (leggi “esoterico”) non è uno sfoggio di aristocratico distacco, ma è che – siccome la Conoscenza è individuale ed esperienziale, e di per sé incomunicabile -, è necessario fare allusioni ad esperienze comuni senza citarle; e questo esclude dalla comprensione chi non le ha. Se c’è un’aristocrazia, e c’è, è relativa alla condivisione di queste esperienze, non all’uso di un linguaggio.

4. Che molti usino un linguaggio arzigogolato per riferirsi ad esperienze di Conoscenza che non hanno mai fatto è pur vero, ma è facile comprenderlo perché i loro discorsi sono lontani dalla Realtà, somigliano piuttosto a deliri, e sono in genere caratterizzati dall’uso insistito del pronome “Io”. Non sono meno deliranti però le eventuali invettive di chi li scambi per cose serie perché non sa distinguere.

5. Circa l’esistenza di classi subalterne cui sarebbe negata la cultura, va detto che esse a buon diritto hanno la possibilità di erudirsi a spese dello Stato (ma crediamo ci siano da pagare specifiche tasse universitarie, no?), anche se si rischia – è molto vero – di produrre “emeriti imbecilli”… ignoranti non si nasce, ma studiando moltissimo si può aspirare a diventarlo… Quando tutti hanno un master è perchè un master non si nega a nessuno. Ma queste classi, sfavorite nell’accesso alla cultura (secondo l’interlocutore), non troverebbero difficoltà rispetto alla Conoscenza, sarebbero anzi paradossalmente favorite perché l’indigenza è un grande facilitatore e non un ostacolo al perseguimento di essa, tanto che alcuni ricercatori dello Spirito hanno fatto nei millenni e fanno tuttora scelte di povertà proprio per questo. Di fatto, però, queste classi sono più interessate a scalare i livelli sociali competendo, e acquisire così qualche forma di potere, più o meno morale, più o meno legale. Il che, come si è detto altrove, mostra come una divisione in classi, se davvero c’è, è tra chi vuole certe cose e chi ne vuole altre… tra chi vuole il potere che non ha, e chi persegue la Potenza che sente di possedere ab initio, e che non dipende da fattori sociali.

6. Infine: la psicologia insegna come il livore sia spesso giustificato da una dolorosa frustrazione che genera odio e desiderio di rivalsa, mentre alimenta la paura. L’uomo ha bisogno del coraggio di avere paura e della rinuncia alla logica della contrapposizione, ma nulla fa credere che se ne renda conto; sicchè l’uomo procederà speditamente verso l’esito che la legge causale definirà per lui. La ricerca spirituale – da sempre ed intanto – è per chi non ne può fare a meno ed è portato a disinteressarsi in genere di ogni lotta (quella di classe compresa) che non sia necessaria a superare sé stesso, perché ha percezione della compiutezza di sé anche fuori da ogni relazione. È una predisposizione che non si insegna, ma, chi ce l’ha, troverà chi l’aiuti a coltivarla. Inshallah.

Occhio alle bombe

Durante una conversazione epistolare su argomenti spirituali, nella quale qualcuno difendeva i diritti delle “classi sociali subalterne” culturalmente sfavorite e perciò escluse da discussioni “ontologiche”, all’affermazione di chi scrive:
– “Gli occhi dell’uomo sono posti a metà strada tra la terra e il cielo. C’è la “classe” di chi guarda in basso e quella di chi guarda in alto, e non si tratta di classi sociali… Nell’ambito delle conoscenze che qui si indagano si parla piuttosto di figli degli uomini e figli degli uomini che sono figli di Dio. È questione di attenersi al principio di realtà avendo stabilito con certezza in che direzione essa vada cercata“,
il dotto e appassionato interlocutore ha risposto, con qualche caustica severità:
– “Più reale dell’uomo che muore per fame o per guerra forse (Qualcuno dice) c’è Dio, ma non credo che capirebbero e approverebbero i giovani che stanno morendo in Ukraina sotto le bombe, mentre qualcuno gli dice che quello della morte sotto le bombe non coincide col Principio di Realtà“. (G. Tedesco)
La risposta conclusiva non poteva che essere:
– “Hai ragione…

Durante il sonno, a volte facciamo degli incubi; nell’inconscio qualcosa ci dice che si tratta di un sogno, e che, nonostante le pene che stiamo soffrendo, presto esso finirà perché cambierà il nostro stato di coscienza.
Chi si attiene al principio di realtà come lo intende la psicoanalisi, e con molto “realismo” soffre ed affronta i temi di questa umanità nella tragica condizione in cui si trova, questi agisce pragmaticamente, il che equivale a dire che, se è sotto un bombardamento, correrà in un rifugio; se ne è fuori magari combatterà contro l’aggressore; se ne è ancora un po’ più fuori si impegnerà per ottenere un corridoio umanitario; se ne è ancora un po’ più fuori cercherà vie diplomatiche per un “cessate il fuoco”; se ne è ancora un po’ più fuori griderà slogan di pace sulle piazze… Tutti questi comportamenti, che sono pragmatici solo in relazione con la condizione di chi li attua, hanno tutti la caratteristica di non poter evitare nell’immediato la caduta delle bombe: l’unico atteggiamento “realmente” razionale e rispondente con nettezza al “principio di realtà” è la rassegnazione e la constatazione della propria impotenza nel qui ed ora, che comporta l’accettazione della propria sorte. Se questa accettazione fosse sostenuta da una serenità d’animo, essa si configurerebbe come l’atteggiamento di chi dicesse: “sia fatta la tua volontà!” riferendosi così a un principio trascendente (anche se fosse solo la dea bendata), quindi a una “realtà” non contingente, la percezione della quale richiede, come nel caso dell’incubo, che si cambi stato di coscienza.
Il pragmatismo realista non fa cessare il bombardamento, ma molto probabilmente è alla base del ragionamento che l’ha fatto sembrare giustificato ed anzi necessario.
Se dunque, a quei giovani qualcuno avesse detto che la “realtà” non è quella che risponde a queste logiche, che essa è solo un sogno facile a diventare un incubo, e che vi è una Realtà concreta ed immutabile, assoluta e permanente, ontologica, che appare solo a quelli che si impegnano strenuamente per uscire dal proprio incubo ritenuto realtà, forse quei giovani* avrebbero deriso e spernacchiato il folle che gli ha chiesto di andare a morire sotto le bombe.
Insegnare questo ai giovani non significa insegnare filosofia politica, ma indurre il mutamento del loro stato di coscienza, e la Coscienza che permette di arrivare alla Realtà è una sovra-coscienza, che le Scuole Tradizionali da tempo immemore sanno insegnare: la Coscienza dell’Essere, che è in fondo la Coscienza della propria divinità, ammesso che la si abbia ab initio. Quelli che non ce l’hanno uccidono, in un modo o nell’altro, prima di morire.

* Occorre dire che la predisposizione a certo tipo di insegnamenti è rara e che, quando c’è, non si manifesta di norma in età troppo giovanile.

Un essere non-materiale

Chi scrive non può dirsi preoccupato per le sorti dell’umanità, tra pandemie, guerre, carestie, siccità, minacce nucleari e nubi tossiche, e conseguenti migrazioni di massa… se la caverà comunque; ma che l’umanità, intesa come attributo accidentale dell’essere, possa essere messa da parte ed essere sostituita da qualche qualità più adeguata al nuovo ciclo, è cosa nota.
Ed è già stato osservato come l’umanità, in questa transizione di ciclo, sembra essere stata abbandonata a sé stessa; il che potrebbe voler dire che è felicemente padrona della sua sorte, oppure che è destinata a sottostare alle leggi dell’entropia, il che sembra – alla luce dei fatti – più probabile.
Se  ci si aspettava l’avvento della “razza trasparente” quale evoluzione dell’umanità intera in senso spirituale, ci si sbagliava: è, nel figlio di Dio, la coscienza dell’Essere, la consapevolezza di sé nel Sé, ad essersi consolidata tanto da non poter più venir supportata (e sopportata) dall’umanità; tanto da poterne, forse doverne, fare a meno. L’umanità non è che la crisalide della farfalla, non la farfalla.
La “razza trasparente” è costituita dall’Essere liberato dall’umanità, come annunciato nella Tradizione a chi avesse orecchie per intendere:

La specificità di un essere separato dalla materia consiste nel fatto che è dotato di perfezione fin dall’inizio; così tramite movimento e spostamenti da una posizione a un’altra nulla perde né acquista, come invece avviene per gli enti materiali. Ogni luce divina che colpisce questo essere non-materiale viene da quest’ultimo riflessa nel mondo esterno senza che quell’essere ne assorba una parte o vada incontro a modifiche della propria essenza.” (Muhammad Husayn Tabataba’i, 1959)

L’Essere liberatosi della materia umana, è l’Essere Reale, ovvero la Vera Realtà. Esiste infatti una Realtà “indipendente” (assoluta) che è quella di Dio, ed una realtà “dipendente dalla relazione” (relativa) con altre realtà limitate dalla loro stessa individuazione, che consiste nella fatiscenza dell’intreccio di queste relazioni, ed è perciò inconsistente perché impermanente.
Realtà, quest’ultima, considerata tale solo perché l’altra non è attingibile dalla coscienza organica ordinaria, ma solo da alcuni stati della coscienza spirituale. In altre parole, si svela il senso reale dell’annullamento (fana’) come spostamento dell’individualità umana (residente nella natura organica in relazione con altre individualità) all’individualità divina, che è Unità/Unicità della Totalità illimitata e compiuta in sé stessa, priva di relazioni perché priva di ogni alterità, permanente: ana’l Haqq!
Se rimane una singolarità, è quella costituita da un raggio, dal bagliore del riflesso della luce divina, specchio a sé stessa. Ogni figlio di Dio non è che questo riflesso: nulla, dunque, e Tutto, perché la luce divina non è mai parziale.

Una preghiera ritrovata

Il Lavoro Spirituale è di rivelare il figlio di Dio a sé stesso.
Quando questo intento ha successo, questi, trovata la propria Verità, deve assumerla anche nei confronti di sé stesso come responsabilità di Servizio, e, foss’anche egli il più umile e mite dei santi, prendere di necessità le distanze dall’umanimalità del figlio dell’uomo: una preghiera recentemente scoperta in una biblioteca madrilena da un padre cappuccino che l’attribuisce con certezza a San Francesco d’Assisi, apre con le parole: “Voi, o figli degli uomini…”
Voi, quindi, perché Io non sono uno di voi, sono un figlio di Dio, ne ho raggiunta la consapevolezza…
Voi fate questo, altro farò io: è un’esortazione e un suggerimento rivolto agli uomini, più che una preghiera.
La preghiera rivolta a Dio, Lo allontana dall’orante, stabilisce quella distanza incolmabile che effettivamente sussiste tra il figlio dell’uomo e Lui. La preghiera sancisce questa incolmabilità e la rafforza.
Qual è dunque la forma di preghiera del figlio di Dio se non la sua stessa presenza? Orante – perché no? – ma solo come modo di irradiare la propria presenza in onde di frequenze vibranti. Non indirizzate, ma semplicemente espanse, allargate al Cosmo…

“Voi, o figli degli uomini,
lodate bene il Signore della gloria
sopra tutte le cose,
magnificatelo e molto esaltate!
E glorificatelo nei secoli dei secoli,
affinché sia ogni onore e gloria nelle altezze a Dio,
creatore onnipotente,
e sulla terra sia pace agli uomini di buona volontà!
Assai magnifico è questo Re pacifico,
al di sopra di tutti i re dell’universo intero,
Signore Dio, nostro Creatore, Redentore e Salvatore,
Consigliere e nostro ammirabile Legislatore!”

Reale e materiale

Il linguaggio nasce a causa della necessità di nominare gli oggetti, cioè di far corrispondere a ciascuno di loro un suono articolato, al fine di scambiare informazioni sul loro conto. Nominare una cosa presente consente di riferirsi ad essa anche in sua assenza, costituendone l’idea, e di creare categorie mentali in cui siano raggruppate le cose della stessa specie, il che è alla base del pensiero astratto.
Per questo motivo – come è stato fatto notare con acume e profondità – tutto ciò che è possibile descrivere con il linguaggio, e tutto il pensiero che si genera nell’articolazione delle idee (le astrazioni) corrispondenti ai nomi, è riferito alla materia e radicato in essa, come ogni discorso; il linguaggio, ed il pensiero che ne deriva (λόγος=linguaggio=pensiero), non concepisce la possibilità che sia reale qualcosa che non sia materiale, perché anche ciò che è ideale, dunque frutto del pensiero, emerge dal logos ed è legato sia strutturalmente (in quanto funzione del cervello organico) che concettualmente alla materia.
Per la mentalità corrente, anche quella più cólta perché scientifica, nulla è reale che non sia materiale, anche quando questa materialità non fosse attingibile (si veda ad esempio la “materia oscura”, che invisibile e inafferrabile per non interagire con la Luce, pure è “materia”, la cui realtà concreta è attestata dal pensiero logico-deduttivo).
L’ipotesi che la realtà sia immateriale, o almeno che vi sia anche una realtà immateriale, con la quale doversi confrontare di necessità, non sfiora né il pensiero scientifico né il pensiero pragmatico che l’uomo utilizza quotidianamente nelle cose più semplici. Anche le “immateriali” psicologia e filosofia sono scienze della relazione dell’uomo con ciò che gli appare (e ch’egli chiama) “reale” (si veda, in psicoanalisi, il “principio di realtà”) dunque con la concretezza della materia, che è in fondo, banalmente, tutto ciò che risulta sensorialmente percepibile.

Per descrivere l’invisibile non ci sono parole, né pensieri; e dunque non si può, a rigore, “discutere” attorno ad esso.
Però a qualcuno può sopravvenire l’intuizione che la Realtà sia immateriale e che rispetto al mondo indagabile dalla coscienza ordinaria essa sia Altro, anche se non è altrove ed è qui ora.
Il tentativo di esprimere questa intuizione attraverso il linguaggio, la “cosifica”, facendola ricadere nell’ambito della discussione filosofica o dell’analisi psicologica; oppure la trasforma in religione.
Per chi l’ha, tuttavia, questa intuizione, nella sua radice resta ineffabile e genera la certezza (che è il contrario della fede) che la Realtà/Verità coincida con la divinità. La speculazione intellettuale, che ragiona su questo, intende al-Haqq, (il Vero/Reale) come attributo di Dio. Ma gli stati spirituali più elevati (ove l’intuizione si trasforma in visione) non ammettono, perché non li percepiscono più, gli attributi divini come “ornamenti” o definizioni… L’Unità “totalizza” e non consente dunque alterità di alcun tipo, per cui l’Unico Vero-Reale è Dio in Essenza, non in qualità; ed in ultima analisi anche “uno” è un attributo in quanto enumerazione, ed è quindi assurdo. La Realtà Vera è oggettiva, ontologica, sovracosciente; quanto quella materiale è soggettiva, prodotta e maneggiata dalla mente organica.
Tutto ciò che viene concepito dalla mente è altro da Lui“; “Egli è colui la cui Essenza non può essere pensata.“(ḥadīth di ʿAlī ibn Abī Ṭālib).

Fonte ontologica

Si dice che Dio rispetto alla Creazione sia separato ontologicamente, sebbene non lo sia spazio-temporalmente, ossia fisicamente.
Essendo Egli Unico, la mente minore tende a separarlo dalla Sua stessa creazione, poiché il linguaggio dice che “unico” significa “solo e senza uguali”; ma, nell’Essere, l’attributo dell’Unicità (da “unico”) è indistinguibile da quello dell’Unità (da “uno”), che comprende ogni cosa e quindi è Tutto.
Se Egli è dunque il Tutt’Uno, la logica (il pensiero dialogante) impone anche l’attributo dell’illimitatezza e dell’inseparabilità dalle singolarità scaturite dalla Sua Manifestazione (necessaria emanazione che costituisce la qualità ontologica dell’Essere):
Egli è in tutte le cose, ma senza essere mescolato con esse o separato da esse.” (ḥadīth)
Di ogni cosa creammo una coppia perché possiate riflettere.” (Corano LI, 49)
Egli ha separato il prima e il dopo affinché potessimo comprendere che Egli non ha né prima né dopo.” (ḥadīth)

Ovvero tutte le coppie di opposti/complementari che generano la dinamica della creazione che ci appare come “realtà” sono il contrario della Sua Essenza, che è unitaria, per cui la nostra realtà è l’opposto della Sua, e questo ci guida ad intuirla.
Nella realtà umana è compresa la mente stessa, che è duale e funziona per misura e confronto dei termini logici: “Tra Dio e il creato vi è un velo, che è la natura stessa.” (Tabataba’i).
Quindi alla ragione umana va proposta una metafora (Corano XXIV, 35) tratta dalla materialità sulla quale si fonda il διάλογος:

L’acqua che sgorga dalla sorgente si separa (e sempre di più) da essa scendendo a valle, ma resta della stessa sostanza e rimane unita alla fonte dall’acqua sgorgata dopo e prima di lei, ché il torrente sfocia nella fonte.

Per ciò che concerne l’esperienza del figlio di Dio nei vari gradi di consapevolezza relativi ai diversi stati di coscienza spirituale che segnano il suo cammino di rivelazione, egli è come la molecola di quest’acqua la cui unità con la fonte è testimoniata (metaforicamente) dal fatto che non si possa dire “fonte” senza evocare “acqua”; per cui egli è fonte nell’essenza e in permanenza, quanto è acqua nella sua materia organica e nel suo scorrere (divenire); quanto alla terra che egli bagna nel suo percorso (di vita), essa è il brulicare delle singolarità del creato in dinamica tra loro.

La Caverna dei Tesori

La dinamica tra le due stirpi, i Figli di Dio e i figli dell’uomo, è l’origine, la trama e l’ordito della storia umana e l’oggetto reale dell’antropologia. È il movimento del ciclo, quello che dall’origine conduce all’origine. Ma il racconto che ne viene fatto può essere frutto di ottiche diverse, a seconda della stirpe a cui appartiene il narratore.
La religione in particolare, nelle due forme exoterica ed esoterica, è il racconto, o la drammaturgia rituale, di uno sforzo che, exotericamente, sembra consistere nella redenzione del figlio dell’uomo al fine di trasformarlo (come il piombo in oro) in figlio di Dio; ed esotericamente in quello di individuare ed estrarre i figli di Dio dispersi nel basso mondo tra i figli dell’uomo e riportarli a casa. Il vero scopo di questo sforzo è il secondo, coperto dal primo, che è apparente; e si tratta di uno scopo che la Tradizione persegue attraverso le incarnazioni di “Servitori”[1], che restano celati a meno che non si presentino come maestri o profeti. Diversi testi della Tradizione, onde ne fosse chiaro il punto di vista del narratore, si aprivano con la frase: “secondo quanto è stato rivelato a questo Servitore”.

Ad esempio, un testo arabo del VII sec. (il Profeta dell’Islam muore nel 632), noto come “La caverna dei tesori”, racconta la Genesi biblica in chiave popolare; l’autore, un cantastorie più che uno storiografo o un’esegeta, introduce delle interessanti varianti, in particolare, rispetto al libro etiopico di Enoch. I figli dell’uomo sono qui i figli di Caino il traditore fratricida, mentre i figli di Dio, eletti come tali dal Padre stesso, sono i figli di Shith (Set), quinto figlio (terzo maschio) di Adamo ed Eva.

“Il motivo per cui Dio ai figli di Shith dette il nome di figli di Dio non fu per Shith…ma perché il Signore volle onorarli con questo nome per Suo amore e Sua predilezione dando loro la possibilità di prendere il posto… degli angeli… caduti dal cielo.”

Shith è un gigante ed è figlio di Dio all’origine. La genia dei giganti non deriverebbe dunque dall’unione degli angeli caduti con le figlie dell’uomo, ma costituirebbe una stirpe celeste abitante il Golgota, confino della coppia primigenia dopo la cacciata, vicino comunque alle altezze paradisiache; solo più tardi alcuni giganti, attratti dalle figlie dell’uomo (o di Caino) ne sarebbero discesi, senza potervi più risalire, perdendosi.

“Le figlie di Caino dai figli di Shith concepirono e partorirono figli giganti. Alcuni pensarono falsamente che quando la Scrittura (Gen. 6) dice che gli angeli scesero in terra e si unirono alle figlie dell’uomo fossero veri angeli. Invece fu detto ciò per indicare i figli di Shith… perché l’unione, cioè il coito, non esiste nella sostanza degli spirituali…”

Allo stesso modo, Caino era stato precipitato in questo basso mondo e gli era stato impedito di risalire alle altezze infuocando le rocce cui avrebbe dovuto aggrapparsi.
Sul Golgota rimasero in pochi: Matusalemme (fratello di Enoch ormai assunto in Cielo in vita), Lamec e Nuh (Noè), che costruì l’Arca. Poi per i figli di Caino fu il Diluvio e i figli di Dio reprobi, che chiedevano accoglienza e salvezza, furono respinti… era ormai troppo tardi.

Letta la storia in termini di tempo lineare, (quello storico del figlio dell’uomo) dopo il Diluvio sarebbero rimasti solo i figli di Dio, di cui noi saremmo i discendenti. La successiva corruttela di essi (si vedrà poi) li renderebbe alquanto imperfetti, ed altrettanto imperfetta ne risulterebbe la salvazione dalle acque.
Letta in termini di tempo circolare, ogni Diluvio conclude ed apre un ciclo, come sta avvenendo ai nostri giorni, e l’Arca, simile a un’astronave, aperta per il tempo necessario ad accogliere quelli che sono stati riconosciuti, è ormai sigillata agli altri.

“Le onde trasportarono la nave fino ad arrivare alle falde del Paradiso. Fu benedetta dal Paradiso… La nave volava con le ali del vento sopra le acque dall’oriente all’occidente, dal sud al nord come il segno della croce.”

Ma inizia un nuovo ciclo, e la storia si ripete, perché i superstiti, sebbene figli di Dio:

“Fu al tempo di Suruj (discendente di Nuh, ndr) che servivano gli idoli e li adoravano senza Dio. Allora tutta la gente era dispersa sulla Terra. Non vi era tra loro né maestro né legislatore né guida per indicare la giusta strada né una via che portava alla salvezza. Furono empi, si ribellarono e divennero una setta.”

Cosicché sopraggiunge stavolta “un Diluvio di vento”…

Il narratore di questa saga è un figlio dell’uomo che parla ai suoi fratelli, e narra la storia dei reietti e dei decaduti, degli imploranti perdono. Dei fedeli religiosi, in sintesi. Egli narra perché ha bisogno di memoria in quanto è immerso nel tempo, e vede gli eventi dal suo punto di vista.
Un figlio di Dio non storicizza la sua esperienza perché non si concepisce come agente nel tempo; in quanto Essere, egli è piuttosto il punto fermo in relazione al quale è possibile percepire lo scorrere del tempo e il divenire. È il centro del tempo ciclico. Ciò che in lui è storicizzabile è la durata della sua incarnazione, che nel Libro di Enoch è adombrata dalla discesa degli angeli, sicché è questa l’unione con la carne, dominata e funzionalmente simboleggiata dalla donna nella sua funzione organica di perpetuazione della vita, e non il coito. Ma questo punto di vista, un figlio dell’uomo non può assumerlo, perché la posizione elevata che lo consente (il Golgota) gli è preclusa dall’ardore delle rocce che gli sarebbero appigli per la risalita… il che sancisce la divisione insanabile tra le due stirpi e la loro tensione dinamica polare che mette in movimento quel che all’uomo appare come “il tempo”.

NOTE
[1] – Ricordiamo che Al-Khidr è chiamato da Dio stesso “uno dei Nostri Servitori”.

Qoèlet

“Poi, riguardo ai figli dell’uomo, mi sono detto che Dio vuole metterli alla prova e mostrare che essi di per sé sono bestie. Infatti la sorte degli uomini e quella delle bestie è la stessa: come muoiono queste, così muoiono quelli; c’è un solo soffio vitale per tutti. L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie, perché tutto è vanità”. [Qoèlet 3, 18-19]

“Sono fuori di me” e “sono fuori della grazia di Dio” sono espressioni che equivalgono a dire “sono tanto furioso da non potermi controllare” ovvero “tanto dall’aver perduto il contatto con il mio centro” ovvero ancora, per il figlio di Dio, “con Dio in me”. Questo indica come la rabbia verso questo basso mondo allontani dalla presenza di Lui, o viceversa, come allontanarsi da Lui al centro di sé liberi la giusta rabbia cieca e furibonda contro l’ingiustizia e la follia ottusa e vibrazionalmente tonta dell’umanimale, spiritualmente stupido.
Rabbia impotente e priva di senso perché improduttiva, giacché la stupidità spirituale non è una patologia, potenzialmente curabile, ma una caratteristica genetica immodificabile che identifica l’umanimale, il “figlio dell’uomo”, quell’umano cioè che non “ha Dio negli occhi”, né evidentemente nel Segreto (Sirr) del proprio cuore (Qalb).
Stare con Dio in sé, quindi, è condizione dalla quale il saggio non dovrebbe mai deflettere… Il problema è che il figlio di Dio incarnato ha assunto come proprio supporto, in questa incarnazione, una struttura organica [1], in cui è insita la tendenza all’umanimalità; egli – colpevolmente – si esprime a volte con rabbia furiosa ed impotente contro questa parte della propria entità funzionale quand’essa si getta nella mischia che costituisce ciò che in questo basso mondo viene “chiamata vita sociale”, sfuggendo al proprio controllo e passando a quello dell’istinto belluino. D’altra parte è per impastarsi in questa mischia che l’incarnazione è necessaria, ed è la lotta per prevalere che l’umanimale chiama interazione o relazione, ed il modo precipuo in cui viene condotta, che svela al figlio di Dio i propri simili e gli permette di estrarli dalla condizione animale mostrando loro chi siano in essenza: distacco e coinvolgimento devono trovare un difficile equilibrio.
La stupidità spirituale ha infatti le proprie caratteristiche, i “sintomi” che la rivelano:
– l’ignoranza culturale esibita come pregio;
– l’amore per la vanità, il denaro e l’esibizione dei beni posseduti;
– l’egoismo più meschino e bieco;
– la vigliaccheria creduta furbizia e l’ingannevole servilismo verso i più forti;
– la convinzione che ogni simile sia un avversario da temere e sconfiggere;
– la menzogna usata come arma per difendersi ed offendere;
– l’assoluta mancanza di regole morali e cavalleresche;
– la cattiveria e la spietatezza vendicativa ove ci si veda prevalere;
– il rispetto solo della forza minacciosa.
Come nei manuali psichiatrici non è necessario che tutti i sintomi siano contemporaneamente presenti per fare una “diagnosi” di umanimalità: di solito, infatti, ne trapelano solo alcuni perché il mascheramento è parte della menzogna e la simulazione lo è della vigliaccheria; ma certamente, ove uno solo di questi “sintomi” si lasci scorgere, si può con ragione sospettare che siano presenti anche tutti gli altri nelle pieghe del mimetismo.
Ripetiamo che non si tratta però di una patologia: sono piuttosto caratteristiche “ideali di razza”, che determinano la purezza degli esemplari in base all’adesione agli standard di essa.
“L’uomo non ha alcun vantaggio sulle bestie”, ma il figlio di Dio deve avere un vantaggio sul figlio dell’uomo: quello di potersene liberare in quanto supporto, e usare la vita per esercitare questo potere.

NOTE
[1]
– Entità funzionale come lo è il “binomio” cavaliere/cavalcatura, quella degli Abdal, o Afrad. V. nota 3 a “La Tavola“.