La misura dell’esistenza

Il primo movimento della vita è la morte“, è stato affermato da un Maestro.
Oscure parole, il tentativo di interpretare le quali è un atto di arroganza; le parole dei veri maestri sono semi che cadono nel terreno del cuore e vi germogliano: il modo corretto di accoglierle è di coltivarle e farle crescere finché l’evidenza del loro frutto interiore non ne costituisca la spiegazione.


Ma se, nel corso di una conversazione, uno facesse questa affermazione, chi scrive risponderebbe: 
“Certo, risulta anche a me. La chiave della frase è nella parola “movimento”. Ogni causa ha immanente in sé un fine e una fine. La cosa creata è una reificazione della manifestazione che è pura emanazione dell’Essere (o Coscienza, o Principio, o Causa Prima, o Verbo…). Ora, perché una “cosa” sia tale (si reifichi), c’è bisogno che essa occupi uno spazio e abbia una durata, ovvero occupi uno spazio per un certo tempo (occupi uno spazio/tempo), il che equivale a dire che una “cosa”, per essere tale, deve muoversi da un luogo/tempo iniziale a uno finale, che corrisponde al proprio (e alla propria) fine. Gli Egizi chiamavano questo movimento “misura”, attribuendo al termine un valore multidimensionale, temporale e dinamico oltre che spaziale.
Una “cosa” viva, la prima cosa viva e ogni altra poi da quel momento, ha una sua misura, farà dunque un movimento verso la morte, perché ciò è indispensabile alla sua esistenza, ne è la condicio sine qua non
L’esistenza è l’occupazione dinamica del tempo/spazio; l’Essenza attraversa tutte le esistenze, perché ne è la causa.

Al seme (condensazione dell’essenza) è immanente ogni fase di sviluppo del suo movimento e della sua fine; contiene dunque in sé in potenza la propria dissoluzione e putrefazione finale, come quella iniziale, grazie alla quale esso ha dato luogo alla propria attuazione: nella dissoluzione si realizza dunque la conclusione del ciclo, fine e inizio coincidono ed esauriscono la misura del vivente, che in questo modo denuncia di essere semplice forma, segnatura della Causa che non può essere che metafisica.
La realtà naturale essendo la tessitura sottile dei rapporti tra le “cose” e tra le loro misure, non è dunque che forma. È incessante Genesi, assunzione di forme metamorfiche da parte dello Spirito, ma ciò che è eterno non ha misura, è dunque incommensurabile nello spazio e nel tempo, e non ha forma. Non si muove verso la propria morte, né verso altro. E poiché non occupa dunque alcuno spazio/tempo, non esiste, ma è. “Egli è per Sua stessa Essenza e non ha assolutamente bisogno dell’esistenza per essere.” (Sirhindi).

Chi scrive osserva, in base a quanto detto, che è in questo senso, come affermato da molti, che la vita è movimento, e ogni vivente si muove; e che si raggiunge lo scopo della propria essenza quando il movimento cessa, il che comporta l’estinzione (fana’) della “cosa” in quanto forma e la conseguente mera espressione emanante dell’essenza (il “fare senza fare” del “ritorno” del Sufismo), eguale all’atto creativo originario.
L’Essenza ritorna alla (propria) Causa Essenziale e vi si annulla. Secondo quanto è stato rivelato a questo servitore“.

“La vita è una malattia incurabile; tant’è vero che al termine del suo decorso si muore.”

I mostri della palude

Interagire con “questo basso mondo” richiede competenze che il Servitore ha dimenticato, assorto com’è da lungo tempo ad acquisire quelle che occorrono nell’Altro. Egli vive, lassù, ed ha la precisa sensazione che il mondo umano, al contrario, sia un mondo di morti. Sicché quando si trova afferrato alla caviglia da qualcuno di essi che lo tira verso il suo mondo, e deve liberarsi, non dispone più della lingua e del linguaggio che servono per dire: “Lasciami, molla la presa!” né dell’energia fisica che possa, con un calcio, liberarlo. Così sperimenta ogni volta, rispetto a quel mondo, la propria inadeguatezza, la propria debolezza, la propria frustrazione e la propria stanchezza. Esausto siede sulla sponda della palude ove i morti sono sepolti e vivono con disperata allegrezza la loro morte, volge gli occhi al cielo e aspetta, opponendo una paziente resistenza: chi gli afferra le caviglie, la cui forza consiste nella gravità che lo attrae al basso, sarà forse distratto, prima o poi, da qualche attrattiva del proprio mondo oscuro, e lascerà la presa, restituendogli la leggerezza dei mondi superiori, sempre precaria finché egli sia costretto a vivere così vicino alle paludi, come il servizio richiede.

Note a margine

Considerare ogni Cristo (o Maestro) come modello di perfezione inarrivabile costituisce per il pusillanime un’eccellente ragione per mantenersi ben al di sotto del semplice conato di tentare l’impresa. È molto più comodo farne una statua, metterla in una nicchia più o meno metaforica, ed adorarla, e se ne ricava anche l’approvazione dovuta ad umiltà e modestia ostentate rispetto a tanta santità. Pretendere da sé stessi, affermandolo, di farsi eguale a Lui, tanto da voler essere Lui, è biasimevole e non si deve osare neanche pensarlo, anche se è il solo modo di onorarLo.


La chiarezza intellettuale è una capacità del pensatore di argomentare in base a una logica stringente e comprensibile. Ma non ha niente a che vedere con la chiarezza di visione a cui segue la descrizione di quanto visto, e non pensato. In questo secondo caso, il “discorso” che ne scaturisce può sembrare molto simile all’ascoltatore, ma che questi lo intenda, correttamente, come frutto di visione o, erroneamente, di mera elucubrazione dipende dalla disposizione con cui ascolta: se mosso da sincera voglia di sapere o da malcelato desiderio di confrontarsi avendo già una sua opinione che ritiene ‘vera’… caso questo in cui troverà migliore ed entusiasta interlocutore nel chiaro intellettuale.


Una discussione sulle cose dello Spirito è impossibile. Può avvenire solo tra interlocutori di diversa levatura riguardo agli stati spirituali, quando l’inferiore tra di essi non disponga del discernimento necessario a intendere lo stato dell’altro, e si senta di conseguenza autorizzato al contraddittorio. Le cose di cui si tratta, allora, non sono dello Spirito, ma della personalità. In tutti gli altri casi vi è il silenzio, rotto eventualmente da qualche affermazione di chi può, accolta da chi può.

I grifoni

Siamo a tempi di rivelazione (ἀποκάλυψις). “Secondo quanto è stato rivelato a questo servitore” essa appare sul piano globale in quanto contemporanea (nel tempo ciclico) a ogni singolarità, ogni individuo cioè appartenente alla funzione incarnata che lo specifica. Ogni singola pietra del regno minerale; ogni singola foglia di ogni singola pianta del regno vegetale; ogni singolo animale di ogni singola specie del suo regno, e tra di essi, infine – vertice evolutivo del mondo naturale – ogni singolo uomo figlio dell’uomo. Ogni singolarità ha la sua apocalisse, che è rivelazione del suo stato di coscienza in modo equivalente a una crocifissione, ovvero a una “spietata” presa d’atto della condizione in cui si trova e all’azione automatica alla quale essa è inchiodata dalla propria Necessità.
La rivelazione di ciò fa emergere quelle singolarità che, ospiti funzionali del mondo naturale, non gli appartengono totalmente per essere parzialmente figli di mondi superiori. Questa emersione evidenzia anche come, fino al momento della rivelazione, vi siano stati errori di valutazione nella considerazione dell’umanità nel suo complesso. Ad ottenere una chiarezza utile a liberarsi dall’equivoco e con ciò ad indirizzare correttamente le intenzioni che ogni individualità rivelata a sé stessa ha bisogno di attuare, aiuterà (forse) una umile riflessione “visionaria”.

Il grifone, metà leone e metà aquila, è simbolo di Cristità, in quanto in esso si contemperano le nature di re dei due Regni, il terrestre e il celeste. La natura sottile, aerea, discende in quella terrestre, materica: vi si  innesta. In altre parole il seme del Padre metafisico è caduto sul terreno fecondo della matrix fisica, e l’ha ibridata.

I leoni insegnano ai loro cuccioli a diventare dei buoni leoni; e i buoni leoni non sono leoni mansueti, ma belve feroci e forti, spietate nel predare. Sebbene siano carnivori e predatori come le aquile, non si potrebbe insegnare loro a diventare delle aquile, neanche se fosse un aquila ad addestrarli: ne riuscirebbero solo dei cattivi leoni. I leoni non sono grifoni.

Ciò per dire che nonostante gli sforzi supportati da ideologie pseudo-spirituali, ogni buona Scuola non può né deve aspirare a modificare la qualità intrinseca dei propri allievi, ma li deve sostenere nella realizzazione della propria natura. Le varie culture hanno disegnato un’idea di “uomo” alla quale hanno ispirato le loro scuole nelle quali hanno insegnato i “valori” che hanno creduto caratterizzassero l’umanità. Valori culturali e non naturali. Viene da dire che un grande errore sia stato forse commesso in quei casi in cui si è ritenuto che la spiritualità fosse un valore naturalmente ed universalmente umano, e che l’umanità tutta dovesse quindi evolvere in tal senso… leoni il cui destino evolutivo comune fosse quello di diventare aquile, perchè il tragicamente erroneo presupposto era che si avesse a che fare non con leoni, ma con grifoni.

Errore commesso non solo nel campo dell’educazione, ma anche in quello terapeutico in senso lato, in particolare tra quelle terapie dette alternative o olistiche. La terapia mira in genere al ripristino delle sane funzioni naturali ove esse fossero turbate; ma se si sbaglia sulla definizione di “sana funzione naturale” il malanno si aggrava, perché è come voler rispristinare la capacità di volare in un leone, curandone le ali che non ha. Il pragmatismo scientifico ufficiale si limita all’ambito bio-fisico, e ha il vantaggio, per proprie caratteristiche metodologiche, di non permettere di fare confusione. Non si deve curare (né educare) un aspetto spirituale dell’organico, se esso è assente in quel dato individuo: ciò gli risulterà nocivo. Se è invece presente, la malattia non è fine a se stessa, ma è sintomo di un disagio di ordine gerarchico superiore che va riconosciuto e ricomposto; è dunque occasione di superamento dell’umano, e bisogna saper ben distinguere, nel fare una diagnosi differenziale. Non saperlo fare ha creato molti equivoci, anche nel considerare e definire ciò che è “naturale”, e molte illusioni sulla natura umana, che pure non manca occasione per affermare la propria umanimalità come elemento caratterizzante che, se fosse riconosciuto pragmaticamente come tale, costruirebbe forse modelli sociali, terapeutici ed educativi meno ipocriti e più efficaci. L’uomo è sì l’elemento più evoluto del Creato in senso darwiniano, ma non è al centro dell’universo, né del Progetto in senso spirituale. Oltre lui vi è il figlio di Dio, – che non è umano -, scopo di quel Progetto che comporta il superamento della qualità umana; e l’umano ha bisogno di essere rimesso e affidato alle leggi di necessità cui è per propria costituzione sottoposto, quelle esclusivamente naturali, l’aver creduto di poter travalicare i limiti delle quali precarizza oggi ogni cosa che lo riguardi, persino la sua stessa sopravvivenza.

I grifoni, da parte loro, hanno da riconoscersi pienamente aquile e da abitare i luoghi alti che competono loro. Per loro ci sono (state) le vere Scuole Spirituali, che trattano, con saggio discernimento, la spiritualità dei “grifoni”, la parte aquilina, e si disinteressano del resto, ché gli ambiti sono nettamente definiti; lo fanno sul piano pedagogico (si tratta in verità di addestramento) e terapeutico, lasciando che altre scienze, naturali ed umanistiche, si occupino della loro parte leonina. Non commettono l’errore di mescolare le diverse nature, perchè sono consapevoli di cosa sia lo Spirito, e non lo confondono con lo psicologico o l’energetico o il bio-fisico o il “naturale”, né col fantastico o col para-normale, e rispettano (tutt’ora, che non c’è n’è più bisogno), in modo sacrale la possente ferinità umana, la cui purezza ha dovuto essere coltivata e salvaguardata perché in taluni vi potesse essere impiantato lo Spirito.

Effetti speciali

L’effetto, è stato detto, è immanente alla causa.
Ogni “cosa” è il realizzarsi dell’effetto, e vive in questo movimento di attuazione della “intenzione”.
Ogni “cosa” è dunque viva, e la vita è movimento per questo motivo. Ogni “cosa”, si è detto, quindi ogni individualità; e ogni uomo. Il figlio di Dio in via di attuazione è un adepto, e deve imparare a coltivare la capacità di vedere in ogni “cosa” in azione la causa da cui origina.
La causa individuale della cosa individuale è un raggio della Causa, intesa come Coscienza Assoluta emanante, che, essendo origine della “cosa” fisica e quindi precedendola, non può essere che metafisica. Tuttavia il raggio emanato è già fisico perché in natura ogni seme è causa del frutto, ma è effetto a sua volta del frutto che l’ha preceduto.
Ebbene, occorre che l’adepto colga la causa fisica e la Causa metafisica che vi è dietro. Questo significa che, osservando una “cosa” in un momento dell’azione che conduce ad effetto la sua causa, egli potrà vedere l’effetto che non si è ancora realizzato ma che si realizzerà ineluttabilmente.
Questa osservazione non potrà che far constatare l’impossibilità di modificare l’esito imposto dalla causa, perché questo, essendo immanente ad essa, in realtà è già compiuto. Quindi non resta all’adepto che la possibilità di facilitare questo esito, e ciò persino riguardo alla “cosa” più rilevante rispetto alla sua possibilità di intervento: sé stesso. Ciò gli impone di vedere la propria causa fisica e quella metafisica, di cercare quest’ultima come Padre scavando nelle profondità più radicali del proprio essere.

Ad esempio, nelle psicoterapie a indirizzo corporeo più coerenti, come quella post-reichiana, si annette grande importanza alla vita intrauterina del soggetto, in quanto il grembo materno è considerato matrix, matrice somato-psico-energetica dell’individuo. Il “terreno” bio-energetico nel quale esso si forma è un’impronta che non può essere modificata e che sostiene una “struttura bio-energetica” sulla quale si impiantano il “carattere” e i “blocchi energetici” che lo qualificano. Rimuovere questi blocchi sarebbe compito dell’intervento terapeutico, che pur avendo un (non immancabile) successo, trova il limite del terreno, che tende a riformarli. Quell’individuo procede verso l’effetto che la sua causa bio-fisica (materna e paterna) preconizza per lui.
Ebbene, l’analisi di queste caratteristiche individuali, e quelle della matrice biologica, esauriscono la ricerca anamnestica profonda della psicoterapia; non ci si domanda se sia presente o meno in quell’individuo una Causa attiva che travalichi i limiti di quella biologica. Ciò esula dal compito della psicoterapia, tanto che quest’ultima non si pone il quesito, dimostrando di presupporre che tale Causa non possa esservi. La scienza naturale (se si può considerare la psicologia una scienza) si occupa d’altronde del naturale, cioè del fisico e del bio-fisico.
La Scienza Spirituale, invece, si pone esclusivamente quella domanda: vi è il seme del Padre in costui? Se vi è, il suo esito non coincide con quello previsto dalla sua matrix, ma è quello previsto dalla sua Causa Assoluta, che si trova a monte di quella biologica. E questo cambia il quadro, perché lo sviluppo (il movimento) verso questo esito non coinciderà con quanto il quadro biologico prevede, sorprendendo l’osservatore e il terapeuta. Non si tratta di sfuggire miracolosamente al proprio “destino”, ma anzi di realizzare quello “vero” che è adombrato da quello apparente.
Compito dell’adepto, che allora ha bisogno di essere guidato a vedere la propria realtà da chi la vede al di là della “forma biologica”, è appunto quella di dismettere quest’ultima, rinunciando ad identificarvisi, e di far apparire esplicitamente la propria Verità, che coincide con il ritrovare la propria radice causale. In lui il fisico deve farsi metafisico, il corpo deve farsi di Luce, la sua vita deve farsi “attività in sé” ovvero Coscienza Assoluta.

La nuova umanità (?)

La nuova umanità, quella dello stadio che si annuncia, sarà irraggiamento, azione irradiante dell’essere. Non sarà più attiva [sarà attività in sé, cioè coscienza assoluta, e non più attività in azione, ndr].
Non bisognerebbe più dire “Dio”, ma “la coscienza”. Non bisogna più dire “conoscere”, ma “riconoscere”. Non bisogna più dire “una conoscenza” ma  “La Conoscenza”, perché è una e si identifica con “La Coscienza”. [R. A. Schwaller de Lubicz, 1951]

L’Umanità è finita. La nuova non sarà un’umanità, ma una pura inumana Luminarità.

Ogni Conoscenza (ogni riconoscimento del sé in sé) ha bisogno di una resistenza, di una opposizione costituita dalla sua materialità, e quindi di una fatica liberatoria.
La materialità è intrinseca alla natura fisica della coscienza organica, e allo psichismo che ne consegue, sicché ogni coscienza deve superare sé stessa per raggiungersi nello stato di assolutezza. Si vive per vincersi, o meglio l’essenza coscienza, la Coscienza/Ente, vive attraversando la sua stessa materializzazione, maturandola, combattendola, sfinendola, raffinandola in Nulla luminoso.
La lotta con la propria natura è la base della frizione in cui consiste il processo verso l’unificazione, perché la frizione si genera quando le polarità opposte si toccano, e l’Unità si realizza quando esse si annullano reciprocamente, per consunzione delle cariche polari.
Nell’Unità non vi è contrasto, vi è attività in sé, una volta cessata l’attività in azione. Potenza pura, emanante e irradiante sé stessa.

L’estinzione della funzione della biosfera, che fu quella di alimentare gli automatismi e le leggi della vita organica, e che nella sua forma specificata più evoluta, quella umana, fu di essere terreno di coltura del seme (essenza potenziale) della Coscienza Assoluta, onde consentirne le specifiche incarnazioni, dichiara la fine della necessità di queste ultime: la nuova forma dell’Ente/Coscienza non è organica, non è di conseguenza umana.
Questa “fine delle cose” risultò alla visione e alla Conoscenza di molti cercatori sinceri e semplici; essa è forse, ad esempio, ciò che Theilard De Chardin chiamava ‘punto Omega” assimilandolo alla Cristità trascendente, punto di massima realizzazione della Coscienza Assoluta in cui la massima complessità coincide con l’assoluta semplicità del Nulla irriducibile; e la Cristità è, nell’essere umano, stato spirituale apollineo, non diverso da quello di “Uomo di Luce” della Tradizione sufica, o da quello della condizione horiana solare dell’antico Egitto, anch’esse annuncianti l’ultima funzione assoluta, quella in cui causa ed effetto coincidono annullando l’attività: la radianza di Luce, Luminarità.

Per tutti, o no

Riferendosi all’atteso salto evolutivo corrispondente al sopravvenire della nuova fase dopo l’estinzione della precedente, il Maestro disse: “Questa volta sarà per tutti”. Un’altra volta però disse: “Molti non ce la faranno”. Ad alcuni parve una contraddizione: confortati dalla prima affermazione, si trovarono spiazzati dalla seconda che riconsegnava alla precarietà la loro possibilità di salvezza. Ad altri sembrò invece persino superflua la seconda precisazione: certi di essere tra quelli che ce l’avrebbero fatta, si rendevano conto che ciò dipendeva da una sorta di dono di natura che li dotava delle capacità di reggere l’improvviso salto di frequenza che prevedevano dovesse esserci. “Dovrà essere – si dicevano – come se di colpo il pianeta si surriscaldasse: certo, sarebbe per tutti, ma non tutti potrebbero sopportarlo”.

L’uomo considera reale ciò che, appartenendo al mondo naturale macroscopico, può vedere, toccare e manipolare; la sua coscienza non è capace di vedere ed interpretare esperienzialmente altri livelli di realtà anche quando fosse intellettualmente certo della loro esistenza, come ad esempio quello quantistico, che pure è del mondo fisico naturale. Non diversamente può essere per quello metafisico spirituale… Per essi ha bisogno di strumenti di indagine suppletivi: facoltà speculative acute per l’uno, o una visione noetica affidabile per l’altro… facoltà, queste, specialistiche e non comuni, che devono essere lungamente coltivate sulla base di particolari predisposizioni. Ma per una piena coscienza specifica di questi mondi occorre esserne figli. Esiste una realtà quantistica dell’individuo umano, perché esso emerge dal mondo fisico, è fatto della stessa sostanza; quindi esiste una potenziale coscienza quantistica umana. Non altrettanto certa è l’esistenza di una realtà metafisica e di una potenziale coscienza spirituale in tutti gli individui umani, perché questa “dimensione di luce” è un innesto.

Se l’evento che segna il cambiamento fosse dunque avvenuto in uno di questi livelli della realtà complessiva ed unitaria, quello metafisico, e non fosse stato colto dalla coscienza ordinaria media, se non per alcuni epifenomeni la cui radice causale comune resta oscura (perché vengono studiati ed affrontati, secondo il metodo analitico, come problemi a sé stanti), potrebbe riguardare la coscienza potenziale del livello corrispondente, e potrebbe consistere proprio nella attuazione, o slatentizzazione, di quella coscienza, che si farebbe consapevole di sé stessa.

Se comunque l’evento fosse già avvenuto nel tempo lineare (nel tempo ciclico è certamente così), ciò vorrebbe dire che alcuni possono avercela fatta e molti no; o che, apparendo gli epifenomeni dilazionati nel tempo lineare rispetto all’evento, e a volte di molto, la selezione sia ancora (apparentemente) in atto… un po’ come accade per la luce di certe stelle che vediamo ora, ma che potrebbero essere estinte da millenni[1].
Oggi degrada e muore la vita naturale, trascinando con sé quella sociale; si muore oggi (apparentemente) per una pandemia, o una guerra, o per fame e sete, siccità e alluvioni, ma all’origine può esservi un mutamento radicale nella sfera dello Spirito che molti non hanno potuto sostenere. Se quell’evento si è verificato in un livello di realtà che non è quello naturale ed umano, esso mostra soltanto i suoi effetti, come epifenomeni, in quest’ultimo, ma riguarda forse la coscienza dell’essere che alberga in alcuni uomini e il mondo in cui questo si muove, non l’uomo e la sua natura; è allora l’essere metafisico a modificare il proprio livello di vibrazione spirituale (la propria “dimensione di luce”), non l’uomo… e l’uomo non ce la fa a sostenerla.

NOTE
[1] – Questo fatto è un buon esempio di contemporaneità degli eventi che si verifica nel tempo ciclico (ciò che fu e ciò che è sono compresenti): la stella è luminosa pur essendo estinta, e viceversa, (ovvero è viva e morta contemporaneamente, come il gatto di Schrödinger); ma gli occhi dell’osservatore umano, la cui coscienza ordinaria “sceglie” (in realtà opera un selezione in base alle proprie capacità di risonanza) di considerarla luminosa, la vedono tale, costruendo così una propria realtà, tra quelle possibili, che comunque coesistono.

Vita che si ha, o che si è

Il Maestro ti uccide per dimostrarti che sei immortale.
Se quella che credevi essere la tua vita ti viene tolta – d’un colpo o lentamente non importa -, e tu continui ad essere cosciente di essere tu, vuol dire che hai una vita che non sapevi di avere, e che era occultata da quella che hai perso. Quelli che si sanno immortali non muoiono.

Le Scuole iniziatiche tradizionali sono state estremamente severe, perché il loro scopo era selezionare coloro che possedessero questa vita occulta, per consegnarli al Maestro.
I maestri dell’uomo sono umani, aggiungono sapienza e valori; il Maestro inumano toglie, scarnifica fino a lasciare nient’altro che l’Essenza, che non è una “cosa”, ma è il Nulla nella sua forma assoluta, una vibrazione pura che genera se vuole, e che vuole solo il Necessario. Il Maestro inumano è Maestro del Nulla Essenziale: addestra questo Nulla ad agire come il Tutto che è, mediante Presenza stabile, ossia Permanenza.
L’Essenza non vive, è la Vita che il figlio di Dio non ricordava di essere, obnubilato dalla vita che credeva di avere.

Stati di coscienze

Si assimila spesso il concetto di “stato di coscienza alterato” a quello di “stato spirituale”, ma si tratta di cose differenti. Sarebbe forse più facile se si parlasse di “stati di coscienza organica” e “stati di coscienza spirituale” e li si considerasse capaci di compresenza, come i rispettivi “bassi ed alti mondi”, dell’interpretazione dei quali sono responsabili.
La letteratura considera solo la coscienza organica, perché è quella che la scienza sperimentale è in grado di indagare: tra gli stati alterati sono considerati l’innamoramento, il sogno, il coma, la meditazione, l’alterazione – anche rituale – da sostanze psicotrope…; le quali ultime, ad esempio, sono assolutamente e severamente vietate a chi persegue una Via spirituale tradizionale, persino quando usate per terapie psichiatriche, a riprova che lo Spirito non ama le “alterazioni” della mente, ma vuole lucidità d’intenti e chiarezza di volontà. Fa eccezione l’innamoramento, unica “alterazione” ritenuta necessaria. La meditazione poi non è uno “stato”, ma un atto (preghiera) che può, o no, generare uno stato di coscienza “alterato”. Altri aggiungono l’estasi e la veggenza, riferendosi alle esperienze delle apparizioni mariane, studiate e classificate come “stati alterati” specifici.
“Alterato” finisce così per significare “straordinario” rispetto allo stato di veglia vigile ordinario, sebbene la neurologia sembri orientata a considerare ormai come “ordinaria” una gamma più ampia di stati possibili, considerando le varie nuances della vigilanza.

Ebbene, esiste parallelamente una ordinarietà di stato della coscienza spirituale, la cui specificità è di “avvertire, comprendere, valutare” non l’individuo organico in relazione con la realtà naturale in cui è collocato, ma l’Essere, immerso nella sua Realtà metafisica, della quale consente dunque la visione (non la veggenza!). Se poi questo Essere fosse calato in una condizione organica (fosse incarnato), che utilizzi anche le facoltà della coscienza organica di cui dispone, sarebbe semplice conseguenza.

Gli stati spirituali sono nella Tradizione generalmente indicati come acquisibili per gradi, ognuno dei quali, una volta stabilizzato, è chiamato “stazione” (maqam, pl. maqamat); il loro numero e le loro caratteristiche variano, e rappresentano comunque delle schematizzazioni didattiche. La loro realtà è di essere unitari e compresenti, dati fin dall’inizio in potenza nel figlio di Dio, come sovra-coscienza; la loro attuazione consiste nel trasferimento della radice della coscienza dalla sua base organica alla radice metafisica dell’Essere; è l’attrazione “in alto” dell’essenza nucleare dell’adepto (simboleggiata dal rapimento in vita sul carro di fuoco, o dall’assunzione) ove si stabilizza come nucleo di coscienza spirituale, le cui varianti costituiscono gli stati spirituali attivi nei loro diversi gradi, varietà di Potenze specifiche di essa, non necessariamente poste su una scala verticale, ma anzi dilatate radialmente, a disporsi come strumenti di coscienza cosmica.

Alti e bassi mondi

A seconda delle diverse sensibilità e culture, gli indagatori delle cose dello Spirito, affermano o negano la continuità tra il mondo fisico e il mondo metafisico, tra il regno della materia e quello dello spirito, tra “questo basso mondo” è l’altro. La questione, sebbene molto dibattuta, ha qualche valore solo in ambito psicologico perché determina l’atteggiamento del fedele e del mistico rispetto alle incombenze imposte dal quotidiano e alle regole di convivenza che esse determinano: adesione secondo le leggi morali e religiose al basso mondo in preparazione dell’accesso all’altro; o rifiuto di esso perché corrompe e distoglie l’attenzione dalle cose dello spirito. Strumento di ascensione in un caso, causa di dannazione nell’altro. La mediazione è stata trovata nella vita religiosa santificante, capace cioè di volgere al divino ogni azione profana, purché o perché benedetta da pratiche o autorità religiose. La cosa è rilevante dunque per la vita civile e religiosa, ma non è certo centrale per la vita spirituale.

Dal punto di vista reale i mondi sono compresenti, anche se accessibili a diversi stati di coscienza; e conviventi ne sono gli abitanti. Meglio: vi è un’unica Realtà complessa, gli aspetti della quale appaiono (e possono dunque essere vissuti) all’adeguato stato di coscienza che corrisponde loro. Vi sono luoghi di confluenza in cui è possibile transitare dall’uno all’altro mondo, ma non si tratta di luoghi fisici, né metafisici in senso stretto: si tratta di transizioni interiori di stato di coscienza senza che a questo debba essere attribuito un valore psicologico: coscienza, in questo caso, è “stato spirituale”. Nel raggiungimento della possibilità di effettuare queste transizioni consiste un percorso spirituale: e tale capacità attiene alla coscienza pura, nella quale risiede la Verità dell’essere. In questo senso ogni coscienza realizzata (al Insan al Kamil) è in Sé l’interezza unitaria dei mondi, è il Cosmo, e vive in sé la pratica della transizione di stati spirituali. Egli vive ed agisce le proprie coscienze ed è questa la modalità attraverso la quale conosce la Realtà del Tutt’Uno.