Aión

La parola greca Aión (αἰών), in quanto contiene anche il senso di “forza vitale”, esprime il concetto di “durata” che insieme con l’occupazione dello spazio fisico è l’espressione di quella che per gli antichi egizi era la “misura”, ossia la caratteristica dell’individualità (vivente nel Creato).
Ogni Io (ossia l’individuo che si auto-riconosce come entità delimitata) ha la sua particolare misura, e quindi non può esistere un Io eterno o illimitato, per cui l’Io non può accedere alla dimensione del divino.
L’eternità è caratteristica dell’Essere il quale non è determinato dall’ingresso nel Creato (nello stato di creatura) e permane eternamente in quello di Potenza (infinitudine delle possibilità di reificazione o incarnazione).
La rinuncia all’Io (inteso qui anche come egoità, o “personalità”) è allora la “condicio sine qua non” per aspirare alla spiritualità cristica, ovvero alla richiesta dell’uomo di essere riconosciuto dal Padre come Suo figlio.
La “sequenza infinita degli attimi” – che è pure un significato che si attribuisce al termine greco – è piuttosto quella in cui appare il Maestro (o il Cristo, o altro… ) in funzione demiurgica (di pantocratore) alla confluenza tra i due mondi (Increato e Creato), dal momento che il tempo esiste solo nel Creato ed è indissolubilmente legato alla misura, e quindi il luogo in cui la Potenza si fa Atto è luogo di scorrimento (dall’essere al divenire), e in cui l’Assoluto (anche l’Eterno) si relativizza. La “sequenza infinita degli attimi” risulta tale alla coscienza, infatti, solo se ogni attimo è misurato e con ciò individuato, reso discreto nel Creato. “Sequenza infinita degli attimi” discreti è la percezione che il figlio dell’uomo ha del tempo (della permanenza) del figlio di Dio posto nel Creato: presente in ogni attimo in cui lo si osservi, assente in tutti gli altri.

Attimi

In ogni attimo è presente l’intero passato. Questo è comprensibile alla coscienza ordinaria, se chi la usa si riferisce alla sua vita personale: ognuno è il risultato del proprio passato. In qualche misura è persino comprensibile che possa essere, ora, il prodotto del passato del mondo nel suo complesso.

Il futuro, ora, non è ancora. Ma se è vero che, ora, si è il frutto del (proprio) passato, in ogni attimo deve essere presente in potenza anche l’intero futuro, e questo è incomprensibile. Il futuro contiene tutte le possibilità, quelle determinate dal passato fossile, dal presente che in ogni attimo diventa passato, e da quelle che le infinite probabilità di attuazione prevedono. Ora, la compresenza di tutte le possibilità in Potenza è caratteristica unica dell’Increato, ove il tempo non c’è perché esso procede dalla durata, la quale è conseguenza della misura, e l’aver durata e misura è proprio esclusivamente del Creato, cioè della “cosa” individuata e attuata. Ove non c’è la “cosa” non vi è il tempo, e viceversa. Caratteristica della “cosa” attuata è di occupare uno spazio fisico per un certo tempo (questo è chiamato “esistere”), altrimenti non vi può essere “cosa”. Spazio e tempo sono indissolubilmente legati, nel Creato.

Il Creato osservabile esiste soltanto e perennemente nel passato e in un luogo dello spazio che si allontana progressivamente. Però procede dall’Increato, il quale è prima necessariamente; ed è il luogo dell’infinita Potenza che abbiamo detto essere carattere del futuro… Quindi il futuro (Increato) si manifesta nell’attimo presente e si fa immediatamente passato (Creato). La direzione del tempo è così invertita rispetto a ciò che la coscienza ordinaria suggerisce ingannando: non si procede dal passato al futuro attraverso il presente, ma dal futuro al passato attraverso il presente. Il presente è il fulcro di questo movimento e appare fermo, stabile rispetto ad esso. La coscienza dell’Essere (Ente/Coscienza) non può essere dunque altro che eternamente presente, perché permanente e non soggetta al divenire (che presuppone il tempo e dunque il Creato). Il presente è un luogo franco, confluenza dei due mari, ove risiede l’Essere dominando Creato e Increato che, in quel luogo, si annullano; sicché è giusto dire che inizio e fine coincidono. Il flusso degli eventi appare circolare, contemporaneo, palindromico. Solo in quel punto può apparire l’Essere: e dunque l’Essere (il Cristo, l’Uomo di Luce, il Maestro dei Maestri…) non può che essere eternamente presente, sebbene Egli (la Coscienza che Egli è = Io sono Colui che È, tutto ciò che Dio è – Elhoim) viva fuori dalle dinamiche del Creato. Non può vivere nel presente ma può essere in coscienza nel presente ed avere coscienza dell’eterno nell’attimo presente. Perenne al centro del transeunte. Fuori dal Creato ma nulla può esistere nel Creato se non (passa) attraverso di Lui.

La notte chiara

Al buio non si vede. Ma la condizione del figlio di Dio rivelato a sé stesso è di chi vede non tanto le cose immerse nel buio, quanto il buio in sé, il nero. Perché nel nero dell’Increato non può esservi che il Nulla e la Luce in Potenza. Di quella Luce egli è fatto, senza che ci siano confini tra sé e la sua sostanza che lo possano individuare: se egli vede la Luce Nera vede sé stesso, e se guarda a sé stesso vede la Luce Nera.
Dove brilla il Sole esiste la vita organica che il Sole genera, ma ciò da cui è generato il Sole è Shams, il Sole dalla Luce Nera di un altro livello del Multiverso.
Il figlio di Dio si compenetra nella funzione di Sole Bianco ogni volta che lo attraversa per incarnarsi, ma conserva la precisa conoscenza della sostanza di cui è fatto, e che produce il Sole demiurgo accendendosi ed ardendo d’amore.
Il figlio di Dio arde dunque come il Sole e sente come la fiamma che egli alimenta con la sua sostanza lo consumi nella sua incarnazione. Non è bruciare vivi, è bruciare di Vita, produrre vita bruciando.
Il figlio di Dio è una cometa che brucia e illumina perché lo incendia la frizione con il mondo creato mentre lo attraversa; e che nessuno può vedere senza alzare lo sguardo al cielo nel nero della notte.

Entrare nel Creato è dar inizio a una durata e predeterminare la necessità di una fine. La durata è un procedere verso questa fine. Ma chi viene dalla Luce Nera ha la permanenza nel Creato come durata e come fine l’inizio.
Metà della durata è un andare, l’altra metà un tornare. Nel suo processo circolare egli determina il tempo, e allora la durata tra luce e luce attraversando il buio, tra buio e buio attraversando la luce, diventata alternanza ritmica, stabilisce il principio di pulsazione e di vita. Determina l’uomo, lo progetta, lo disegna e lo designa come forma nel Creato. Ma egli, il figlio di Dio, non è umano.

La Verità è nella Luce oscura, e la Verità non è fatta di cose né di fatti: la Verità è il Nulla.
La Verità è un luogo segreto per raggiungere il quale è stata data al figlio di Dio la conoscenza di una via occulta al momento della sua venuta al basso mondo; tuttavia egli, rivelato pienamente a sé stesso, ha scoperto l’esistenza di una seconda via, più rapida, più pericolosa, più segreta. Osando percorrerla egli ha raggiunto la Verità, che è Una, da un’opposta provenienza e ne ha vista la faccia segreta, che mai è stata rivelata ma solo scoperta.
Il luogo segreto si trova alla confluenza dei due mari e le due vie sono l’una, la rivelata, notturna e l’altra, la scoperta, diurna. Al figlio di Dio dunque è stato necessario per scoprirla che in lui si fosse compiuta l’inversione delle Luci e che la sua coscienza liberata vedesse il Sole Nero di giorno. Allora ha scoperto la nuova via che è stata illuminata dalla Luce Nera che non colpisce l’occhio umano. Con la scoperta della via opposta verso la Verità egli ha scoperto dunque la via del proprio ritorno al luogo segreto che è la sua origine.

Segni e sogni

Alcuni avvenimenti nella vita del figlio dell’uomo possono essere intesi, più o meno a ragione, come segni del divino. Ai fatti egli tende allora ad attribuire valori simbolici con la stessa modalità con cui è solita la psicoanalisi interpretare i sogni. Ma nel sogno appaiono i messaggi dell’inconscio (o di quello che si ritiene esserlo), mentre i segni del divino sono oggettivi, anche se per cogliere la profondità della fonte da cui scaturiscono c’è bisogno di essere in stato di sovra-coscienza. Non sono simboli di nulla, ma rivelazioni. Le interpretazioni appartengono allo stesso pensiero magico che sosteneva gli aruspici o decifrava i responsi delle sibille. È assurdo perciò ritenere che il segno divino possa essere indirizzato alla propria insignificante vita, magari a monito di un pericolo o a premonizione di qualche avvenimento o incontro fatale.

Il divino si rivela solo nell’interiorità, e quando lo fa ciò getta sull’esperienza umana delle vicende del mondo una luce che dà ad esse un valore nuovo: è la coscienza che si amplia e “vede” diversamente. Questa è la teofania: la visione del divino nell’umano. Ma ciò dipende dagli occhi di chi guarda. E nell’umano, con questi nuovi occhi si può osservare anche l’assenza del divino e la prevalenza dell’animalità, proprio quella dalla quale emerge il pensiero magico.

Chi vede il divino vi è immerso; lo frequenta, lo vive. Non lo cerca in improbabili coincidenze di eventi esterni, non lo cerca nel mondo; lo sa presente nella propria radice, nel proprio cuore. E il proprio cuore è vasto, è ovunque. E quindi se il figlio di Dio cerca segni del divino, cerca sé stesso, si chiede in che misura ne abbia assunta la dimensione, si rammarica della propria insufficienza e si meraviglia del miracolo permanente che si trova ad incarnare.

La permanenza

Chi sia “il Maestro” è questione sempre centrale nelle Scuole Spirituali, in particolare in quelle iniziatiche. Il profano ritiene in genere che si tratti di un uomo ispirato, che abbia raggiunto un elevato stato spirituale e che sia in grado di insegnarlo o trasmetterlo. Ma il Maestro non è un uomo.

Vi è una durata nell’esperienza del figlio di Dio ormai rivelato a sé stesso nella quale egli, pur essendosi liberato della propria umanità, convive con essa onde mantenere una forma visibile che gli consenta di espletare il proprio specifico servizio. Non verso i figli dell’uomo, dai quali si è ormai separato, ma verso i figli di Dio non ancora rivelati a sé stessi in modo completo. È una funzione di traino, di estrazione – dunque maieutica – che avviene per puro magnetismo spirituale, secondo quella legge che alcuni dicono appartenga a quel genere di energia per la quale il campo più libero, e dunque più forte ed espresso, attrae quello che lo è meno; legge relativa a un’energia metafisica, ché la fisica prevede, al contrario, un progressivo livellarsi dei due campi in una forza intermedia comune [1].
Energia spirituale che, poiché agisce attraendo, si manifesta come forza d’amore e che non ha più bisogno della mediazione della parola, ma è pura influenza.
La condizione di un siffatto maestro è dunque di presenza; il suo atto opera in questo mondo, mentre nell’Altro ogni cosa è già fatta e può o no manifestarsi. Suo compito e servizio è essere, ed essere è condizione atemporale, dunque permanente. Quindi egli, mentre permane, appare ed è percepito come umanamente transeunte e sottoposto alle leggi del divenire fisico; per questo lo si pensa “uomo” sebbene il suo essere possa trasparire facendolo apparire come “illuminato”. Ma l’uomo illuminato non è l’Uomo di Luce: il primo riceve e riflette la Luce di cui il secondo è fatto.
Rumi era illuminato da Shams, il Sole, e tra i due vi era una relazione d’amore spirituale e passionale fortissima: il maestro visibile, Rumi, era il solo a vedere il Maestro Invisibile, Shams. Però è corretto affermare che i due fossero una sola entità cementata da quell’Amore che unifica e che quelli che si credevano discepoli di Rumi fossero in verità discepoli di Shams. La loro umanità li ingannava al punto di renderli gelosi del maestro umano fino a rifiutare il Maestro Divino. Errore comune a molte Scuole i cui allievi non sono stati educati a guardare il Maestro oltre il maestro.
La condizione del figlio di Dio liberato eppure rimasto contiene appunto la duplice unità di Rumi/Shams: egli è Shams e viene percepito come Rumi; si riconosce solo in Shams e a chi lo vede come Rumi risponde come Rumi… Ciò dura finché i suoi non lo vedranno anch’essi come Shams, e allora il suo servizio sarà compiuto: quando i loro occhi saranno così penetranti che la loro visione attraverserà Rumi come un velo e si perderà nella Luce di Shams che tutto assorbe in Sé.

NOTE
[1]
È possibile che W. Reich, scopritore di un’energia biologica specifica che chiamò “orgonica”, che si comportava in modo neghentropico e che la fisica classica poi non poté dimostrare, avesse scoperto invero una energia metafisica operante nel vivente (in senso lato) in quella fase storica. Di fatto gli sviluppi di questa scoperta lo orientarono suo malgrado verso quel “misticismo” da lui aborrito, data la formazione in seno al pensiero materialistico marxista degli anni tra le due prime guerre mondiali, nei quali peraltro vi fu in Occidente un grande risveglio di interesse verso gli studi spirituali che influenzò marcatamente la società.

Dinamiche interiori

Le forme visibili del Maestro muoiono, lasciando nel discepolo, ben più forte ed imperativa, la Presenza del Maestro invisibile, quello che egli ha il dovere, la necessità e il desiderio ardente di realizzare e infine di essere.

L’intero processo iniziatico si risolve nella tensione dinamica tra Maestro e discepolo.
In termini umani ciò appare come relazione tra due “persone”, ma in termini esoterici si tratta di jihad, lotta dura e amorevole tra Cristo figlio di Dio e Gesù figlio dell’uomo; lotta dunque, e processo, che riguarda soltanto il divino incarnato nell’umano; visibile e vivibile sia sul piano interiore che su quello esteriore, finché il Maestro non si ritiri nell’invisibilità dell’Increato, nella Luce Nera da cui era emerso, per attrarre di là ancor più potentemente ed imperativamente la propria essenza ormai stabilita nel discepolo. Il conflitto diventa allora completamente interiore, e il discepolo si rifugia per viverlo nel proprio segreto.
La risoluzione di questo tenero combattimento si trova nel trionfo predeterminato – e di fatto già realizzato ab initio – del divino, che è simboleggiato dalla morte di Gesù e dalla liberazione del Cristo in lui, evidenziata dalla resurrezione.
Nascita di Gesù (dunque venuta al mondo dell’incarnazione, Natale) e nascita di Cristo (liberazione dal mondo dell’incarnato, Pasqua), grazie all’estinzione (fanāʾ), e/o mortificazione in vita, della forma umana.

Questo intervallo temporale tra nascita e morte, che è insieme durata e iato tra due estremi complementari che altrimenti, coincidendo, si eliderebbero, è la “vita”; qui intesa non tanto – e non solo – come organica, ma piuttosto come processo iniziatico, nel quale gli eventi si manifestano come teofanie, snodi in cui le due nature, divina ed umana, si incontrano rivelandosi reciprocamente e scambiandosi per un attimo i “paesaggi”. La divina guadagnando, ad ogni rivelazione, spazio nell’umana, e questa sempre più desiderosa di estinguersi nell’altra in quel modo struggente che appartiene, nell’esperienza umana, all’abbandono dell’amore sessuale realizzato nell’unione/fusione.
Materia umana organica e pulsante di vita, che accoglie e si abbandona donandosi, come è nella natura femminile e lunare, all’abbraccio bruciante e possessivo della natura maschile e solare del divino, nel suo aspetto di potenza generativa di sé (intrinseca, e quindi essenziale o seminale) nella propria, femminile, manifestazione.
La femminea natura umana dell’incarnazione, vergine perché così è venuta al mondo nella nascita, e però già gravida del seme divino che in sé cresce fino a stabilire la permanenza inumana del figlio di Dio.

Il divino Maestro è seminato dunque nell’umanità dell’incarnato: questi lo ha in sé, invisibile, inumano, assoluto; e ciò lo fa per sua natura solitario, Afrad, per assenza di alterità.

Prima, tuttavia il Maestro interiore ha bisogno per rivelarsi di un maestro incarnato esteriore, vivente, che gli sia consustanziale e che lo rappresenti e lo evochi, estraendolo dalla sua incarnazione: un gancio.
Questo maestro non può che essere un figlio di Dio rivelato a sé stesso e compiuto, Uomo Completo, come lo chiama talvolta la Tradizione. Completo, portato a compimento e dunque di Luce, ovvero liberato dall’umanità sua alla quale appare come risorto. Un Cristo esteriore che corrisponda al Cristo interiore e consenta a quest’ultimo di prendere coscienza (sovra-coscienza) della sua vera natura (natura del Vero), per risonanza e similitudine essenziale.
Questo Maestro prototipale e icastico è un incarnato la cui spoglia, pur permanendo, è funzionalmente distaccata dall’essenza… una apparizione teofanica del Maestro dei Maestri.

La dinamica esoterica  tra figlio di Dio incarnato e figlio dell’uomo, tra Maestro e discepolo, tra essenza e spoglia, tra sovra-coscienza e coscienza organica, non è – chiaramente – una dinamica psichica. È una dinamica tra forze, l’una fisica, l’altra metafisica, esclusivamente spirituale.
L’energia spirituale agisce su quella biologica in forma neghentropica, per il fatto che non tende, come l’altra, alla quiescenza derivata dall’equilibrio statico, ma anzi rompe continuamente gli equilibri nella sua costante spinta all’elevazione e nella sua tenace tensione nel vincere la resistenza costituita dalla pesantezza della materia.
Lo spirito muove, agita, è spada e non pace, è inquietante, è agile e leggero quanto la materia è densa e sottoposta alla gravità. Quindi queste stesse opposte tendenze verso l’alto e verso il basso, verso il disequilibrio creativo contro la pacifica stasi entropica, relative alla consistenza stessa degli elementi, determinano il contrasto delle forze contrapposte, e delle opposte direzioni.
La scintilla che deriva dalla frizione è la Vita intesa come forza cosmica omnipervadente e coincidente con l’Amore.

Vi è nel discepolo comunque un vissuto emotivo di questo conflitto.
La qualità della relazione con il Maestro visibile – che può essere fortemente variabile perché non vi sia mai una stasi o un calo di tensione – è identica infatti a quella con il Maestro interiore, e quindi, in ultima analisi, con il sé stesso che emerge contro il sé stesso che resiste.
La personalità (nafs) attraversa dunque, come documentano le Scuole Tradizionali, vari stadi e stati spirituali che testimoniano del progressivo spostamento del locus della coscienza identitaria dall’anima allo spirito, dalla natura umana a quella divina.
Il conflitto interiore può essere doloroso; al limite devastante, quando la resistenza dell’umano abbia alla fine la meglio e il processo si interrompa. Lo spirito attivo produce infatti lacerazioni nella trama della coscienza, strappi attraverso i quali penetra la luce del divino rivelandosi e che, interrompendosi lo sviluppo di questa rivelazione che tende alla sua totale affermazione, dovranno essere ricuciti dimenticando il divino in sé, negandolo ed offendendolo di fatto. Se si lacera il velo che separa i mondi, e si vede l’Altro anche solo per un attimo, quel bagliore ferisce… Una ferita d’amore non sanabile, la cui sola cura umana è la cecità alla Luce.
Se però, le resistenze (fisiche più che psichiche) cedono e la Luce le scioglie in sé, una grande pacifica dolcezza pervade l’Essere ormai libero: Amore, Luce, Essere, Infinito, si adagiano su sé stessi e si diluiscono nel Tutt’Uno: il Divino trionfa, trionfa il Maestro.
Questo punto d’arrivo è quello appunto in cui gli opposti complementari si elidono, perché cessa ciò che li separa: il tempo.
Inizio e fine, sapienza e ignoranza, conosciuto e sconosciuto, esteriore ed interiore, evidente e nascosto si fondono e si annullano; la realtà si estingue nella Realtà sicché non resta che la Coscienza.
Via, Verità e Vita – che Gesù ha detto di essere – hanno bisogno della dinamica dei complementari, come si è visto; sono il frutto del contrasto e del bilanciamento ininterrotto dei termini estremi e questa battaglia si svolge nel tempo e nello spazio umani, là dove si svolge la battaglia tra il figlio dell’uomo e il figlio di Dio. Il Cristo liberato, l’Uomo di Luce, il Maestro dei Maestri, è inumano, privo di ogni dinamica, è estinzione…
Per il figlio di Dio, essere quello che si è equivale a non-essere (altro che Coscienza).

Dall’umano al divino

Se il figlio di Dio è incarnato[1], ciò significa che egli inabita il figlio dell’uomo; e questi ha un nome e una storia; e un anelito spirituale che, frutto dell’intuizione della presenza del divino in sé, lo costringe a produrre uno sforzo per liberare questa presenza, cioè a intraprendere a questo scopo una via spirituale specialistica.
Egli dunque inizia ad avanzare in quella direzione, convinto di realizzare sé stesso, ma ancora ignaro del fatto che sé stesso risiede fuori di sé, nel figlio di Dio che lo inabita. È d’altronde difficile concepire un sé fuori di sé, per di più accettando con ciò che quel che si chiama “io” sia inesistente nella realtà: ciò non può che essere una constatazione a posteriori.
Allo stesso tempo, il figlio di Dio emerge, si espande, occupa il suo ospite umano. Si dice: il maestro assume in sé il discepolo e lo fa.
Quando il Lavoro Spirituale – che dilata lo spazio interiore dell’umano e accresce la luce del seme divino in lui – ha prodotto le necessarie condizioni, si pone il problema del trasferimento della coscienza dal corpo organico al corpo di Luce, il che richiede che il figlio dell’uomo rinunci alla propria individualità e che, al contempo, il figlio di Dio si riveli completamente a sé stesso. Non può essere un atto di volontà umana a determinare questo passaggio, ma deve essere un atto di imperio del divino.
Nel linguaggio delle Scuole Spirituali Viventi, questo processo è descritto come il diventare il proprio maestro, ma in realtà si tratta di una incarnazione totale del Maestro di Luce, divino ed interiore, archetipico e assoluto, che potrebbe in verità affermare, al termine del processo “io sono te” al figlio dell’uomo che lo ospita, e poi “io sono colui che è” a sé stesso, non riconoscendosi più in alcun modo nell’individuo umano, che tuttavia, rispetto a questo basso mondo, conserva la propria apparenza fisica e risulta come durata[2] della sua esistenza, ovvero come storia, anche evolutiva, anche spirituale. Storia però ormai di una spoglia, priva perciò di ogni reale valore. Il malamati non è che questa spoglia che riveste la vera entità di Luce cosciente di sé, il Maestro Invisibile.

NOTE
[1] “Noi non siamo esseri umani che vivono un’esperienza spirituale. Noi siamo esseri spirituali che vivono un’esperienza umana.” (Pierre Teilhard De Chardin)
[2] L’individualità è definita dalla durata (dalla vita) che intercorre tra il concepimento e la morte, essendo questi ultimi due termini quelli che “ritagliano” l’esistenza di quel soggetto.

Sulla parola

Parlare delle cose dello Spirito si può, e si fa. Ma è bene considerare che lo Spirito richiede presenza, per essere veicolato. La parola, che è – in quanto logos, pensiero significato – veicolo di cultura, di scambio di informazione e a volte anche di conforto, non è il mezzo dello Spirito, l’etere sul quale ne viaggia l’onda: serve a dirne, non a trasmetterne. Per trasmetterne, la parola deve essere ascoltata in quanto suono, vibrazione, come la musica.
Quindi di fronte a un figlio di Dio, nella presenza al cospetto reciproco, occorre andare oltre il significato delle parole dette, e ascoltare la voce che ne modula i suoni.

Sulla parola scritta, o meglio trascritta, però è necessario fare altre considerazioni: sebbene la Tradizione opponga la sua perenne vitalità alle “lettere morte” vergate sui libri, esiste anche una “letteratura spirituale” vivente.
Ciò che è rivelato lo è sempre in forma interiore, è il frutto del lavoro di trasformazione compiuto dallo Spirito. Se viene esteriorizzato e fissato in qualche modo trascrivendone il racconto dell’azione, rimane materia viva (carta e inchiostro), si muove, cambia significato, posizione, espressione.
Il rivelato rimanda, in quanto manifestazione, alla pura Luce, è il significato rispetto al significante, l’atto rispetto alla potenza. È la segnatura, prova dell’azione dell’invisibile.
Ci sono quindi rari libri scritti dalla Luce, riscritti continuamente, aprendo i quali si leggono sempre cose nuove e “presenti”. Essendo vivi, per essi vale la legge del collasso della funzione d’onda al momento in cui il lettore li apre.
Non è però, come sempre, insignificante lo sguardo del lettore, che deve usare, nel leggere, la visione piuttosto che la vista. Essendo quelle parole trascritte rivelatrici dell’opera dello Spirito, è lo Spirito che vi deve essere visto: sono parole che devono evocare immagini visionarie, e la visione è facoltà del figlio di Dio, per cui si tratta di libri a lui riservati, e che al profano restano “segreti”.

Il nome

Nel mondo dei figli dell’uomo, il figlio di Dio ha un nome con il quale lo si conosce, ma egli non è colui che risponde a quel nome. Non ha nome e se ci si riferisce a lui lo si chiami solo “Lui”. Lui (Huwa) è una denominazione impegnativa, quanto lo è Haqq, il Vero. Eppure qualcuno ha osato riconoscersi in quel suono, che è piuttosto un’evocazione. Lui è ogni cosa vera, è tutto: non sono Io, ma Lui è me. Mi annulla e mi qualifica, uccide me e porta Lui in me alla Vita. Solo la spoglia ha un nome, il figlio di Dio ha il nome del Padre. Rivolgersi a lui col suo nome umano è chiedergli di agire in quanto uomo, a meno che, sapendone la Verità, non si intenda Lui. Il nome è un alias della sua verità. Chiamandolo, si ottiene la spoglia o la Verità di Lui, a seconda della consapevolezza che si ha di chi egli sia. E ne ha chi ne è fratello.

Egli sa di non essere che Lui, e che, se lo si chiama, in verità si chiama Lui. Egli viene allora trapassato da quel richiamo, annullato da esso; ed anzi si mortifica della propria presenza ingombrante e importuna tra chi chiama e Lui. Egli si sente corretto quando non è; meglio, quando può essere nella propria assenza. Quando non è, egli è. Come può riconoscersi dunque in un nome senza provare disagio? Egli non è certamente quel nome, e chi lo costringe entro di esso, lo offende.

Essere presente

Se per il figlio dell’uomo è vero che, in ogni momento lo si consideri, egli è il frutto delle scelte che ha fatto di fronte agli eventi cui è stato esposto nel suo passato e in ragione delle quali può rivendicare la propria individualità, ciò non vale per il figlio di Dio rivelato a sé stesso.

Nascosto in questo mondo, evidente nell’altro, il figlio di Dio incarnato è riconosciuto dal figlio dell’uomo come individuo storico, formatosi nel tempo e caratterizzato dalle sue umane esperienze, mentre egli risulta come Ente/Coscienza al mondo da cui emerge e in cui risiede la sua sostanza.
Il figlio di Dio operativo è assoluto e relativo; invisibile al mondo in quanto assoluto, egli è rivestito dall’umanità banale e poco accattivante del malamati, e così è percepito. Ma essendo in Verità coscienza radicata nel Nulla dell’Increato, ossia della Potenza (delle infinite possibilità), egli non evolve e non ha alcuna individualità rivendicabile.
Egli non ha passato, né futuro: egli è presente e appare (si manifesta) nel momento in cui considera sé stesso, e di sé è cosciente. Non è frutto del suo passato: nasce quando l’ordinaria coscienza umana lo percepisce come presente, e ciò accade quando, negli snodi ove i mondi si incontrano, essa miracolosamente risuona sulle vibrazioni di quella Presenza. Se ciò accade, la dimensione di luce che questa Presenza esprime, nutre la coscienza umana che contenga le potenziali consonanze armoniche e per un attimo la attrae nel proprio mondo ove le si manifesta e le si impone: questa è rivelazione e iniziazione, estrazione e attrazione: infine riconoscimento di sé nelle apparenze dell’altro.
In questa apparizione il figlio di Dio si mostra come Uomo di Luce, e ciò non in quanto ne appaia la gloria, ma in quanto se ne riveli la funzione, che è l’Illuminazione, immersione ed assorbimento nella Luce Nera delle entità consustanziali riconosciute e adombrate nelle forme umane.
Il figlio di Dio non è un’evoluzione dell’uomo: appare nell’uomo ma non è umano. È il segreto che è nascosto in alcuni e che talvolta vi traspare come mistero. Se lo si percepisce si tenga conto della sua inumanità.