Obliterazioni

Dio è la Coscienza unica e totale che sostanzia il cosmo e nel quale il cosmo è immerso.
L’uomo è un prodotto secondario del cosmo, ma, in alcuni casi, sembra aspirare al ritorno all’origine divina scavalcando, quel cosmo (ossia quella materia) sulla quale la sua essenza trova il proprio supporto.
Sebbene l’incarnazione sia un caso particolare e specifico della reificazione del manifestato, ovvero della creazione, essa mantiene infatti la reminiscenza (potenziale rinnovata Coscienza) della propria origine divina, che la reificazione non può conservare perché i suoi processi riproduttivi interni, biomeccanici, non ne hanno bisogno.
Il ritorno desiderato è ritorno alla Coscienza unica; il cosmo infatti, nei suoi processi autoriproduttivi, genera una coscienza naturale (la coscienza di sé, che non è coscienza del Tutt’Uno) che trasmette ai suoi figli, senza poter fare altrettanto per la Coscienza totale che lo origina: la materia si forma (si crea) per condensazione dello Spirito (essenza nell’atto di manifestarsi) e per conseguente obliterazione [1] dell’appartenenza ad esso.
L’aspirazione alla propria origine che l’incarnazione contiene, si esprime quindi nella semplicità e nell’essenzialità, ovvero nella minimizzazione degli aspetti reificati al fine di magnificare la pura Coscienza: è un fatto che consegue per necessità l’aspirazione stessa, nel momento in cui ci si determina a porla in atto. Non si tratta di “mortificazione della carne” (o della materia), ma di obliterazione di quanto la concerne: aspetto speculare (forse compensativo) dell’obliterazione che la carne ha fatto della sua origine.

NOTE
[1] Termine qui usato nel senso di: “scomparsa di ricordi, per caduta in disuso, causa sopravvenuta inutilità, di essi”.

Motivi di servizio

Quando chi parla (o scrive) sostituisce al pronome “io” la locuzione “questo servitore”, non si rivolge agli uomini, ma a Dio, lasciando tuttavia che gli uomini che hanno orecchie per intendere possano ascoltare. Se vogliono.
Questo fa la differenza nella composizione di quel che dice, e nell’intenzione che lo sostiene. Egli parla se serve, e parla “secondo quanto gli è stato rivelato”.
Non è un servitore di uomini. Chi serve Dio è però umile verso di loro; non si percepisce in posizione più elevata, ma diversa, parallela e dunque defilata; non si pone quindi mai alla loro testa, perché concepisce il potere come servizio, ed egli non intende servirli. Si pone al loro fianco, ma segue la sua via.
Egli parla al suo Signore, perché parla all’Unità; e lascia che gli uomini ascoltino perché sono parte di quell’Unità, che lo sappiano o no. Servire l’Unità esclude di servire qualsiasi parzialità, ma poichè nell’Unità è il Tutto, servirLa è servire orgogliosamente ogni cosa, anche la meno nobile, purché abbia chiara coscienza di essere parte del Tutt’Uno… cosa rara, negli uomini.

“Le cose nascoste – dice Rumi – si manifestano per mezzo dei loro contrari e siccome Dio non ha contrario [perché è Uno], Egli rimane nascosto. Nell’ordine della Creazione, la luce di Dio non ha quell’opposto che potrebbe renderla visibile alla vista”.

“Occorre una certa luce interiore per capire che ogni verità frammentaria deriva dalla Verità Una. Così i saggi che hanno la visione esatta di questa Unità e tendono alla Sua alta realizzazione [in sé] si nascondono dalla folla per immettersi nell’essenza spirituale e vivere nel Segreto tutte le sue gioie”. [Inayat Khan]

Successo

Si racconta di un maestro che era solito fare discorsi in pubblico, ma, facendoli, si lamentava di non poter essere compreso a causa dell’ignoranza dei suoi ascoltatori. “Eppure – gli disse un altro maestro – se non ci fossero loro, non ci sarebbero le tue parole”, e, per farglielo comprendere, si turò le orecchie; l’altro tentò di replicare, ma – sotto l’influsso di chi lo rimproverava – non riuscì a spiccicare parola, e se ne dovette andare, confuso, abbandonando il pulpito.

Ciò significa che un pubblico mediocre si raduna all’ascolto di mediocri parole. Avere successo significa piacere ad un gran numero di persone per quel che si è o per quel che si fa; in altre parole, interpretare le aspettative medie di persone medie e il gradimento più comunemente diffuso possibile. Avere successo è esprimere una mediocrità che ben rappresenti la mediocrità dei propri ascoltatori. L’aspirazione al successo è aspirazione alla mediocrità.

L’eccellenza non può avere successo se non tra i rari eccellenti, e le parole più eccelse non trovano un pubblico, si scambiano tra singoli, in confidenza e riservatezza. Quelle sublimi non si dicono che a sé stessi.

Punti di vista

Dal punto di vista de “l’essere spirituale che fa un percorso umano“, ovvero del figlio di Dio, la sfera umana è dominata da due forze contrastanti: quella di quanti, figli degli uomini, sono interessati solo alle sorti dell’umanità e si adoperano più o meno oscuramente per mantenere al suo interno lo stato di normalità, o per stabilirlo anche in casi in cui è l’eccezionalità (o l’emergenza) a dominare; e quanti osservano gli eventi con sguardo allargato al livello cosmico, all’interno del quale l’umanità è uno degli elementi, forse di una certa importanza, ma non il centro degli universi.
Per naturale disposizione, il figlio dell’uomo si alimenta di conservazione, la propria, tanto che una somma di istinti di conservazione determina l’istinto di conservazione dell’intera specie; e considera fondamentale per il mantenimento dello status quo soprattutto la sopravvivenza dei modelli sociali ed economici quali sono, anche quando hanno dimostrato di essere insostenibili rispetto al movimento cosmico che, d’altra parte, è umanamente del tutto ignorato perché del tutto ignoto.
Se vi sono, come sostengono ormai in molti, forze oscure all’opera dietro la crisi che l’umanità sta vivendo, sono quelle che agiscono sotto gli occhi di tutti sostenendo la normalità; non vi sono infatti prove che l’uomo abbia bisogno di continuare a vivere una vita il cui solo scopo sembra essere la riproduzione e l’accumulo, condotta nella sicurezza del quotidiano deja vu. Non vi sono prove che questo sia l’effettivo suo desiderio, e non forse quello di dare un senso alla propria esistenza che si indirizzi a superare proprio la condizione che le forze normalizzanti vogliono ripristinate. L’occasione della crisi attuale, che è crisi dell’umano tutto, potrebbe forse produrre alcune mutazioni di paradigma, e fondamentalmente la rinuncia alla conservazione e al ripristino, a favore di una fiducia che si vada oltre, senza pensare necessariamente a un meglio espresso in termini (abusatissimi) di “più”: sicurezza, stabilità, libertà, benessere economico etc. Potrebbe non essere affatto questo il meglio… Il “più” potrebbe essere magari sostituito dal concetto di “altro”.
Lo sguardo di chi vive la propria umana esistenza come “esperienza umana” da “essere spirituale” assiste a questo contorcersi dell’umanità su se stessa, questo accartocciarsi difensivo che però appare come uno spasmo contrattivo estremo e non dà giudizi nè si adopera perché le cose siano diverse: osserva e assiste, come si assiste a qualcosa che si determina in natura senza che possa essere controllato in alcun modo. Non crede neanche che l’umanità stia perdendo una buona occasione, perché sa che l’umanità non può fare diversamente finché è confinata in sé stessa; mentre sa che vi sono in essa dispersi i figli di Dio il cui compito (destino?) è quello di passare oltre; quello sguardo, dunque, esplora la biomassa alla ricerca di luminescenze che tradiscano la Luce dello Spirito in quelli che la posseggono.
Questa crisi umana produce una spaccatura nell’umanità e divarica i cammini. L’occhio del figlio di Dio è unitario e vede questa spaccatura all’interno dell’Unità come una continuità, molto simile a quella che c’è nella vita e nella morte.

Memento famulorum

Esistono due tipi di ricordo: il primo potrebbe essere chiamato “rimembranza” e riguarda le persone e le cose del passato, segnatamente quelle da ricordare periodicamente e ritualmente; il secondo, che riguarda il presente e il futuro ed è perciò proattivo, può essere chiamato “reminiscenza” ed è propriamente quello che, nell’esoterismo, viene chiamato dhikr. Ricordo, questo, di Dio ma, più intensamente ed estesamente, ricordo di chi si è in Lui.
Il dhikr è infatti un’attività volontaria, una disciplina che produce effetti e che è esercitata al fine di produrli. Si esercita nel qui ed ora, durante lo scorrere del tempo in direzione futura, quindi è attività del perenne presente, in cui appunto questa contrazione dello spazio/tempo si realizza, si reifica. Per questo la chiamiamo “reminiscenza”: perché si tratta di rendere presente e reale qualcosa di cui rimaneva una vaga traccia mnestica in qualche recondito sito organico… niente a che fare con le facoltà mentali della memoria. Questa traccia è una potenzialità, dunque un potere, non esercitato, ed è quello che, nell’esercizio del dhikr, attivandosi produce la consapevolezza di essere figli di quel Dio, il “ricordo” del quale è un tentativo di accedere all’origine di Tutto, quindi anche di sé come prodotto primario di Lui; non secondario, non accidente casuale, non “incidente cosmico”, ma espressione di una manifestazione alla scaturigine della quale si vuole fortemente risalire faticosamente, con una applicazione costante e fervida, con una battaglia simile a quella di Giacobbe.
A differenza della rimembranza, che tende a riaccendere sentimenti ed emozioni, al fine di riviverli come attuali (in particolare quelli dolorosi o negativi, quasi che il dolore rinnovato fosse una espiazione), la reminiscenza e il dhikr che le si associa è asciutta, “sensualmente arida”, ed il fervore deve essere inteso come determinazione inesauribile ad ottenere il risultato voluto, ovvero il riconoscimento a sé stessi di essere ciò che si è.
Mentre la rimembranza finisce per avere un tono polveroso e moralistico pur quando è sincera, la reminiscenza è un’attività vitale che finisce, nel praticante, a coincidere interamente con la Vita, eternamente nuova.

Consolazioni

Una vita spirituale vivace, ovvero accesa e palpitante, fervida di attività sottile, risulta consolante rispetto alle difficoltà e ai dolori dell’esistere quotidiano, sebbene una vita spirituale vera non sia mai consolatoria, ma anzi molto realisticamente a contatto con la macchinosa asperità del sopravvivere.
La vita spirituale è piuttosto riparatoria, nel suo sostituirsi, progressivo e definitivo infine, all’esistenza, non perché ne colmi i vuoti, le mancanze, le assenze e le perdite, ma perché produce la consapevolezza che il basso mondo ove si esiste ha complessità solo apparenti, che nel Reale si sciolgono in semplicità disarmanti; ma ha nodi che avvolgono alle caviglie e trattengono chi aspiri alla liberazione: l’aspirazione all’elevarsi verso l’alto trascura a volte la necessità precedente di chinarsi a terra a sciogliere questi legami.
La vita spirituale è vita Altrove, sebbene nel basso mondo trovi il suolo da calpestare per ergersi… non per avanzare, ché si avanza, nei mondi spirituali, solo sollevandosi..
Ora perché un dolore dell’esistere dovrebbe impedire di vivere nell’Altrove, ove di quel dolore si offre una visione e una ragione, riscattandolo? Non sarebbe una mancanza del Vivente concedersi (inultilmente!) il dolore a scapito della sua vita reale? Perché dovrebbe accarezzare la propria debolezza, invece di produrre in sé la fragilità impalpabile di un soffio di vento, troppo trasparente per essere colpito? Perché dovrebbe negarsi di essere leggero?

Non ti abbiamo [forse] innalzato?
In verità insieme con la difficoltà è la facilità.
Sì, insieme con la difficoltà è la facilità.
Al tempo giusto, mettiti dunque ritto,
e aspira al tuo Signore.

Stato di grazia

Si dice che qualcuno è in stato di grazia quando ciò che sta facendo riesce particolarmente bene e con facilità, quasi che sia guidato da un entità benigna che lo abita.
Ed è così, sebbene il mondo sia abituato a considerare solo ciò che gli viene reso in termini di utilità e non veda quanto uno stato di grazia possa accompagnare chi, semplicemente, vive, senza fare null’altro che farlo professionalmente.
Vivere professionalmente è vivere consapevolmente; consapevoli non tanto dell’impatto delle proprie azioni sul mondo, quanto della volontà che le determina, sia essa la propria (a certi livelli), che quella di quell’entità che – in quel momento – si serve di sè come tramite. Un’entità che non è altro che il proprio Ente/Coscienza, il quale è insieme individuato (non individuale!) e partecipante del Tutt’Uno.
Ognuno è il proprio numen, se è stato capace di evocarlo, vivificarlo e trasferirvi l’interezza della propria coscienza visionaria e lucida, lumen (luce solare) a sé stessa.
In assenza di numinosità, la luminosità è impedita e il cammino resta oscuro, come un sentiero in un bosco intricato di notte.
Lo stato di grazia è una necessità vitale, in questo momento; ma è anche il frutto di un lungo precedente lavoro, duro e severo, che oggi rende possibile – a chi lo ha compiuto – evocarlo, mantenerlo, sostenerlo, viverci dentro…Non è qualcosa di estemporaneo e fugace, casuale o magico. Oggi è necessario, ma può essere tardi per iniziare a ricercarlo.

L’umiltà

L’umiltà – dicono i maestri antichi – deve esserci, per il Figlio di Dio, solo nei riguardi di Lui; è ammissibile verso gli uomini solo se egli li consideri come “tracce” o “segni” della Sua potenza, “altrimenti è bassezza, non umiltà“.
Questa affermazione sottolinea come la condizione umana non sia di per sé particolarmente nobile o privilegiata; e ricorda il rifiuto dell’angelo di inchinarsi ad Adamo [1], che gli costò la caduta.
In qualche modo una caduta eroica, certamente imbevuta di onore cavalleresco e di orgoglio di appartenenza, perché, seppure cacciato dalla presenza del Padre, egli non cessa di amarLo e anzi di considerare sé stesso come il solo che ne affermi l’unicità in modo intransigente ed assoluto.
Dire che Egli è Uno, non significa solo affermare che non vi sia altro dio all’infuori di Lui, ma di più che non vi sia alcuna alterità rispetto alla Sua Totalità unitaria. Il che nell’angelo caduto è certezza confortante di non poter essere “altro” rispetto a Colui che l’ha generato (manifestato), e di non poter essere separato da Lui, anche se allontanato. Questa è l’affermazione di amore vero più elevata che può esserci, cocciuta, perseverante: dire “io non sono, sono in Dio anche se lui mi allontana da Sé, perché non può essere diversamente”.
In buona sostanza, questo è l’atteggiamento che il novizio – non essendo in condizione di interagire direttamente con Dio – deve praticare con tenacia nei riguardi del suo maestro (da rappresentarsi come “luce libera da elementi sensibili”) che ne è tramite, secondo gli antichi testi.

Ma l’umiltà verso l’uomo è una necessaria dissimulazione, e un modo per non perdere tempo in inutili dispute. Non richiede genuflessioni, né ostentazioni di rispetto… bastano il silenzio e la riservatezza; bastano il distacco e l’anonimato. Basta fingere di essere soltanto figli di Adamo, per rendersi invisibili.

NOTE
[1] – L’adorazione spetta solo a Dio, secondo la Tradizione; ma esiste una forma di saluto rispettoso (di venerazione) che è consentito rivolgere a persone spiritualmente commendevoli. In entrambi i casi, la forma è un inchino, ma l’intenzione è ben diversa. Quello rivolto ad Adamo non poteva essere nulla più che un saluto rispettoso, ma nella narrazione, l’angelo dovette ritenerla troppo simile ad una adorazione.

Carisma

Il carisma, in ambito spirituale, è una capacità magnetica appartenente al Maestro in quanto principio ontologico.
Come la calamita attrae il ferro e non altri materiali, così essa è selettiva e si applica ai simili, che nella Scienza Spirituale vengono chiamati “gli attratti”. Si tratta di un magnetismo polare, della stessa natura di quello che attrae e orienta l’ago della bussola.
Ogni maestro incarnato è un interprete ed un veicolo di questa forza, che esercita su quelli che sono simili alla propria specificità di servizio e d’intento. Un esercizio invero inattuato, nel senso che non derivante da atti compiuti, ma da pura potenzialità (potenza) ritenuta; quella che appartiene alla sostanza dell’Increato, al mantello nero del Maestro Invisibile.

Non è esatto parlare di “luogo della manifestazione”, perché il concetto di tempo/spazio è proprio del Creato. Piuttosto si può parlare di una dimensione, e di natura precipuamente spirituale.
Verso cosa attrae allora questo Polo, dal momento che non c’è uno spazio, né un tempo? Attrae a sè nel proprio non-luogo, “fuori”; fuori dalla condizione umana, fuori dalla dimensione del mondo creato, nella radice della manifestazione e nel non-tempo. Che non è una eternità, ma una assenza di progressione nell’attuazione del Tutt’Uno: dunque, una totale immediatezza.
Questa è la dimensione nella quale avviene l’incontro tra discepolo attratto e Maestro Invisibile, ove Egli si svela alla visione non come alterità, ma come segreto.
Dimensione (più che stato) anche di coscienza, la cui realtà impregna il cuore (qalb) che si fa, lui sì, luogo di incontro e di conoscenza, ma solo perché “luogo di sintesi”. Una sovra-coscienza capace di attraversare ogni strato di realtà e attrarre ai suoi livelli più alti e sottili la consapevolezza che l’iniziato deve prendere di sé: egli è pura coscienza, null’altro. O più precisamente (tale precisione egli dovrà acquisire) pura sovracoscienza, entità puramente manifestata ed individuata nella totalità.

De imitatione…

Se il discepolo Mosè, dalla sua posizione e stato spirituale, avesse imitato il comportamento del suo maestro Al-Khidr [1], si sarebbe macchiato di atti orribili, moralmente e legalmente. Altrettanto poco credibile sarebbe stato quel discepolo che avesse voluto imitare Gesù tentando di far miracoli. L’imitazione del maestro non può esserci prima di averne ottenuto il medesimo stato spirituale di lui, ed essere perciò diventato maestro a propria volta. Dunque c’è da chiedersi in che cosa debba consistere l’imitazione del maestro, il quale peraltro non fa, ma è; e dunque non ha un comportamento.

Un maestro chiese al discepolo: “Tu vorresti essere me, vero?“, ricevendo in risposta un immediato, spudorato ed ardente: “Sì!“. Quel discepolo sincero aprì con quel “” il suo cuore preso alla sprovvista, rivelando che quello che desiderava non era imitare il maestro, né prenderne il posto, ma immergersi nella sua essenza (il Principio del Maestro è al-Khidr) fino alla propria estinzione. Il maestro non è umano, è altro, e diventare lui è diventare altro.
Queste rivelazioni sono lampi di verità, e possono essere colti dall’occhio esperto del maestro che ha saputo provocarle: in quel discepolo, l’essenza del maestro poteva trovare la continuità della propria permanenza. Perché a rivelarsi non era l’imitazione del comportamento del maestro, che è sempre forzatamente umano, ma la necessità interiore di aderire all’essenza di lui, oltre la sua umanità. Non l’umano desiderio di rivestirne il prestigio fingendosi ispirato da lui presso il mondo, ma la necessità (ineludibile, arcaica perché genetica) di formarsi nel modello di perfezione spirituale che sgorga dall’intimità segreta del maestro. Questa necessità urla nel cuore di chi è figlio di Dio.
Quello stesso maestro invitava quello stesso discepolo a non esprimere mai a parole i segreti che i due si scambiavano per vie sottili; ciò perché, tra i due, il segreto che in ciascuno è individuale, si era fuso in un unico segreto, un unico cuore.
La segretezza è il suggello dell’intimità, e ciò accade tra maestro e ogni discepolo prescelto: che i pensieri dell’ uno sono sempre (quasi) simultaneamente quelli dell’altro; le sensazioni fisiche persino, sono (quasi) simultaneamente le stesse, e così dunque gli stati spirituali. Questo è il segreto della rabita. Per cui al discepolo che chiedesse: “Ho avuto la tale percezione… è successo forse qualcosa?“, la risposta del maestro sarebbe: “Nel mondo no, in me sì, in noi si!”. E così, per ogni discepolo accolto in amore, il “mondo” tutto diventa (si stabilisce essere) quel cosmo che vive, in forma di microcosmo identitico al macrocosmo, nel cuore e persino nell’esperienza umana del maestro. Modificando quel mondo interiore il maestro e i suoi modificano il mondo esterno (i due mondi coincidono!)… modificano non direttamente il creato, ma piuttosto il manifestato che nel creato può discendere… Come in un gioco di biliardo, la palla bersaglio non viene mai colpita direttamente, ma da un’altra palla sulla quale è stata applicata la forza.

Questo è il mistero dell’identificazione (ben oltre l’imitazione); mistero esperito, però, non teorizzato. Come tutti i misteri metafisici esso si svela mostrando i propri effetti e si ri-vela mantentendosi oscuro. Mistero asciutto, non mai sentimentale; iniziatico e non mistico, severo, operativo, mai fine a se stesso. Nella sua nobiltà ancestrale, cavalleresco.

NOTE
[1] – Ci si riferisce all’incontro tra i due come raccontanto nel Sacro Corano, Sura della Caverna.