È

Poiché Dio è, non esiste fuori di te come Ente a cui rivolgere preghiere di protezione. CercaLo dentro di te, e se non Lo trovi, rassegnati all’idea di non essere spazio in cui Egli abbia deciso di dimorare fin dalla pre-eternità: in te, Egli non c’è. Se Lo trovi sei protetto senza bisogno di preghiere, ma rinunciaci; rischia l’impossibile, rinnegati, allontanati da te, fatti quel vuoto che Lui possa occupare interamente per essere te… ma “te” non c’è più, ed il Suo Essere è Tutto.

Il governo dei migliori

I figli dell’uomo si sono dotati di diversi sistemi di governo della cosa pubblica, tra i quali hanno giudicato essere uno il più equo: la democrazia. Sistema comunque imperfetto, ché, nei momenti di decadenza dei valori umani corrispondenti alla disconnessione con la Potenza dell’Assoluto (determinata beninteso dall’allontanamento di quest’ultimo) e di ampia prevalenza numerica dei meno illuminati, rischia di far emergere i peggiori tra i peggiori, chiamandoli a governare.
Questa eventualità è osservata con distacco dal figlio di Dio, consapevole che ciò non si determina altro che per il bene: il fatto che ognuno possa avere l’occasione di dimostrare quel che vale e subirne le conseguenze è infatti un gran bene, perché, senza ulteriori sforzi, consente l’auto-eliminazione spontanea della negatività che tende a incarnarsi dove trova terreno umano adatto. Essa, in un caos ingovernabile, apparentemente trionfa (in realtà straripa) e vi consuma subito la propria carica, eseguendo il proprio inconsapevole compito di favorire la fase finale del Progetto di esaurimento di un ciclo putrescente perché ne nasca un altro.
Quanto prima ciò avviene, meglio è. Che vincano dunque i peggiori.

Gestire il potere

La “potenza” è la disponibilità di risorse ed energie capaci di produrre un’atto, ossia di operare sulla realtà in modo significativo e tale da modificarla. Questo atto, o azione, è il “potere”.
Va da sé che il potere consuma la potenza, perché esaurisce la potenzialità attuandola.
Sul piano dei Mondi Superiori la Potenza è infinita, e di conseguenza lo è il Potere, come testimoniano la Creazione permanente (che è appunto l’attuazione dell’intenzione divina) e la conseguente affermazione tradizionale: “Non c’è Gloria né Potere al di fuori di Dio“.
Sul piano umano, per chi ignori che non c’è nulla “al di fuori di Dio“, l’esercizio del potere ha il limite della potenza, esauribile questa, di cui il potente dispone.
Quanto l’uomo ha saputo escogitare è che tale potenza – che nella sua forma animale ancestrale è nient’altro che quella sessuale e generativa – possa essere rappresentata (e sostituita!) dal denaro, in quanto ha la possibilità di comprare quel che si vuole e che manca… in potenza! Ché, se lo si spende, applicando il potere sulla realtà circostante, esso finisce.
Ragion per cui deve essere accumulato e rinnovato continuamente, tanto che alla fin fine il potere esercitato non serve ad altro che a questo (lo si chiama “investire”).
Per fare denaro ci vuole denaro, e per farlo bisogna quasi accidentalmente produrre qualcos’altro, che altri comprino: da qui nascono tutte le dinamiche socio-economiche e le strutture che le sostengono, indipendentemente dalla forma politica che la loro composizione assume.
Il potere politico dipende così dalla potenza economica che lo sostiene e l’apparato politico di per sé appartiene al novero di quelle cose che accidentalmente vengono prodotte dal processo che si è descritto, di modo che “l’idea politica” si vende e si compra, e deve essere remunerativa (deve vendersi bene); se non lo fosse abbastanza bisogna sostituirla con prodotti politici più efficienti a quel fine. Non deve essere realizzata (non è potenza!), ma solo venduta.
Il potere politico è dunque labile, dacché un programma politico è qualcosa da vendere e da consumare: ha per scopo quello di realizzare le condizioni sociali migliori per sostenere il circuito potenza-potere-potenza, che per sua natura è sempre più esigente perché tende ad esaurirsi, dal momento che l’accumulo progressivo ed inevitabile di denaro/potenza nelle mani di pochi rende tutti gli altri troppo poveri per poter acquistare i beni “accidentali”, che sostengono il sistema, compresi i programmi politici. Si tratta di un “sistema dissipativo” (quanto lo è l’uomo stesso) che produce caos per necessità connaturata.
Ma gli uomini devono pur trovare un modo di stare insieme, qualcosa che rappresenti e formalizzi le loro relazioni e le istituzionalizzi; e devono farlo in modo coerente con la loro natura intima. Hanno trovato questo, e a ben guardare, finché si tratti di uomini, non sembrano essercene altri. Se non piace, ci si estragga dalla (propria) umanità.

Accidia e apatia

È ormai riconosciuto dalla scienza che la depressione è una malattia, o piuttosto una sindrome. Riconoscere ad una affezione di quella che una volta si chiamava “anima” lo status di morbo ha, nella cultura contemporanea, il potere di sottrarne la responsabilità a chi ne soffre, togliendogliene anche il peso della sopportazione sociale del giudizio connesso. Infatti dalla malattia si è affetti, e dunque essa viene da fuori, è un estraneo cattivo che aggredisce, come ce ne sono in carne ed ossa: dunque si può contare sulla solidarietà sociale.

Prima che la psicoanalisi irrompesse nella nostra società descrivendo le oscure potenze nascoste che dominano tutti noi, i sintomi della depressione (spesso del tipo “maggiore”, dato il coinvolgimento del soma e la conseguente base organica), quali: pigrizia, indolenza, torpore, inclinazione all’ozio nel corpo, e tristezza, inquietudine, irrequietezza, fastidio,
scontentezza, insoddisfazione nell’anima, erano considerati – e fin dalla remota antichità – un “vizio” chiamato accidia. Lo si riteneva sottoposto dunque all’autorità della volontà individuale. All’acquisizione di questo vizio erano considerati particolarmente esposti i mistici dediti al romitaggio, come i Padri del deserto, a causa della solitudine, in parte perché essa immalinconisce, in parte perché sottrae al controllo altrui sui propri comportamenti; più tardi (ma restando comunque ancora solo in ambito religioso) si vide come potessero contagiarsene anche i monaci da convento che, pur vivendo in comunità, erano sottoposti a restrizioni della libertà, rinunce e scansioni del tempo troppo routinarie e monotone: la noia uccide. Il vizio poteva condurre all’abbandono della via religiosa intrapresa, ed era dunque considerato pericoloso. La cura, o meglio la contromisura, consisteva per gli eremiti nell’inasprimento delle privazioni, e per i monaci nel duro lavoro manuale, ché la fatica del corpo vince la pigrizia ed attenua il lavorio della mente. Oggi, per gli stessi motivi, si consigliano degli hobbies.

Solo più tardi si uscì dall’ambito religioso e l’accidia parve divenire un vizio capace di attecchire nella società civile, finché appunto la psicoanalisi non cominciò a descriverne gli aspetti inconsci e l’anamnesi. Si distinsero gli aspetti fisiologici dai patologici, la tristezza dalla malinconia. L’anima, intanto, era tornata a chiamarsi psiche, come all’origine.

Fin dall’antichità fu difficile, in ambito spirituale, distinguere l’accidia dall’apatia che contraddistingue il distacco, il vizio dalla virtù che ne è un altro aspetto. La cosa si risolve però facilmente: nell’apatia non vi sono affezioni della psiche, e lo “stato d’animo” è del tutto sereno… Come può esservi sofferenza se c’è apatia? Non vi sono inquietudine, irrequietezza, fastidio, scontentezza, insoddisfazione; c’è forse però tristezza, sentimento non patologico inseparabile dal distacco, perché il vero distacco è da sé stessi e ciò comporta la costante percezione di perdita e di nostalgia. Nostalgia di quel che si era, ma non tanto umanamente… piuttosto di ciò che il proprio essere era nella pre-eternità e nella freschezza delle sue incarnazioni. L’apatia da distacco non è umana, è anzi “segno” che l’essere si è separato dalla sua umanità e che la sua coscienza si sia spostata su altro piano, lasciando la spoglia umana forse però in preda a pigrizia, indolenza, torpore, inclinazione all’ozio, cavalcatura priva di cavaliere, che pascola sul posto e non galoppa non avendo meta.

La morte che è dentro

“… la morte è in noi stessi: noi siamo esposti al pericolo perché siamo mortali, non siamo mortali perché siamo esposti al pericolo“. (S. Natoli, 1996).
La morte non viene da fuori, è ciò che esaurisce la “misura” del vivente, ne è il limite, ed ogni limite, che sia morale, sociale, fisico o psichico la rappresenta; anzi, ogni limite è una morte. La morte è uno stato di coscienza, non un istinto ma un modo di vivere.
Per questo l’adepto ha la necessità di superare ogni limite: perché ciò equivale a superare la morte. Né è possibile superare un limite se non lo si accetta, riconoscendolo fino ad amarlo: “sorella morte”.
Nelle vie iniziatiche più antiche “l’adepto deve compiere azioni dissacranti e paradossali, che sono la negazione di un ordine esterno e di un’appartenenza, ma anche di un ordine interno e di una identità. È il principio del solve applicato a sé stesso: l’adepto si dedica a trasgressioni consapevoli, come bere vino, mangiare carne, pesce e un cereale afrodisiaco, e praticare l’unione sessuale indiscriminatamente. In altri rituali devono compiersi gesti ancora più fortemente profanativi, che infrangono il tabù della morte“.
La morte va profanata come ogni altro limite, e superare il limite equivale a superare sé stessi, la propria natura umana attingendo a una natura titanica (se non divina) che si deve sperimentare onde scoprire se è davvero la propria; e lo è se, oltre il limite, la condizione trovata è sopportabile nonostante sia necessariamente isolante e dispendiosa energeticamente. Questo è ad esempio l’intento di chi pratica la via del biasimo, la malamatiyya.
Il superamento del limite è socialmente riprovevole e suscita ipocrita disgusto; per il malamati ciò è garanzia di essere lasciato in pace (è una forma di eremitaggio “nel mondo”), ma insieme è conquista dello stato numinoso di sé e la consapevolezza della propria qualità ultra-umana. Si ammanta di umiltà e vi si immerge fino a scomparire, attirando riprovazione, ed è un atto di orgogliosa appartenenza all’Altro che non richiede d’essere riconosciuta da quanti vivono entro i limiti, entro la misura della morte.
Facendosi isolare, egli si distacca, si isola e si distingue, ossia si consacra. E con ciò isola la morte.
La morte è il ritiro del divino dall’interiorità più intima dell’umano, ma, isolatosi dall’umano, egli si trova proprio ove il divino si ritrae, ossia nella Fonte della Vita che non muore.

Scuole oggi

Il concetto di Scuola Tradizionale ha oggi bisogno di essere precisato.
Intanto non si deve limitare la Tradizione Spirituale all’ambito di qualche religione o cultura, ma deve essere intesa come il complesso delle conoscenze della Scienza Spirituale autenticamente esoterica ed iniziatica fin dalla nascita dell’umanità, sostenuta spiritualmente dalla forma archetipale della Maestria eterna, indipendentemente dalle forme che essa ha scelto di assumere in relazione ai tempi, ai luoghi e ai fini contingenti in cui si è trovata ad operare.
Essa si è espressa mediante le Scuole in quanto insegnamento della Scienza Spirituale a cui educare i prescelti.
La Tradizione è sempre vivente nella sua interezza ed opera nel qui ed ora in ogni tempo, mediando tra i due mondi, il divino e l’umano; il modo di operare è responsabilità del maestro ispirato che, in quanto mediatore, lo guida e deve perciò essere fisicamente vivente (visibile ed interagente col mondo umano).
Ciò finché la mediazione tra i due mondi sia corrispondente alla Necessità e non si siano realizzate cesure come accade in questo momento e in ogni fine ciclo, quando una nuova Genesi si affaccia. In quel caso… se non servono mediazioni, non servono maestri.
La stessa forma assoluta di essi, rappresentata da al-Khidr, che risiede alla “confluenza dei due mari”, si ritrae con i Suoi, gli Afrad [1], nel “mare del Nord”: i maestri divengono “invisibili” e le Scuole non sono più possibili: quelle rimaste non attraggono più adepti e anzi ne perdono.
Nei tempi in cui opera nel mondo umano, l’insegnamento tradizionale è connesso con la “fonte dell’acqua di vita” spirituale di cui è detentore al-Khidr (principio assoluto di maestria effettiva ed efficace): estrae dalla massa il proprio ignaro discepolo, inconsapevole di sé, ed opera, quasi oltre la sua volontà cosciente, nella necessità di diventare quel che è, nella sua vita intera; trasforma, plasma per così dire l’intera struttura perché non nutre la sua mente ma ne rivela l’essenza a sé stessa e la fa emergere, polita, dalle scorie dell’umanità.
In questi tempi questo compito è ormai assolto nei confronti di coloro che dovevano essere estratti (consacrati). Rimane nella transizione la sola presenza, ormai consolidata, dei Sinceri avanzati, nella vicinanza del termine del loro addestramento.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con le associazioni di seguaci di qualche pensatore, filosofo o anche maestro del passato: una scuola senza maestro vivente non è una scuola, e per questo motivo ogni maestro indicava il suo successore prima di morire. Altrimenti si tratta di un fan club, e i fan club hanno solo presidenti di circolo.
Restano dunque oggi solo queste società che perpetuano l’insegnamento ricevuto in altre epoche che, anche se recenti, non sono contemporanee; a causa di questo esse tramandano la storia di un pensiero, una cultura o generano persino un comportamento formale, ma non si tratta di insegnamento operativo; è rivolto a chi aderisce ad esso (non ai prescelti!) con un atto di volontà che viene da una scelta ideologica precedente e cerca aggregazioni confortanti.

NOTE
[1] – Afrad vuol dire “solitario” ed indica nella Tradizione quelli il cui Maestro è il Maestro dei Maestri inumano. Ogni Afrad è un maestro nel senso più alto e completo del termine: maestro a sé stesso avendo realizzato l’unione col Maestro Assoluto; maestro, oggi ormai, ritiratosi nella propria essenza in modo così assiduo da non lasciare spazio per occuparsi di altro. Fino forse al prossimo ciclo.

Le cause complesse

La infinita complessità della Manifestazione lascia apparire alla coscienza organica la sua superficie, mobile come quella del profondo oceano, e estremamente ridotta rispetto alla massa della sostanza che la sostiene. Quel che appare è detta e ritenuta essere “la realtà”.
Chiunque si renda conto che essa è solo quanto appare può comprendere che si tratta del prodotto ultimo, sintetico e sommario, di una sistema di fattori, un interfaccia con la coscienza.
Alcuni però ritengono che la realtà non sia un epifenomeno, ma quel che si costruisce artificialmente e subdolamente perché la si creda tale, dunque puro inganno. Sono convinti che “dietro” a questa apparente realtà vi siano oscuri poteri e macchinazioni diaboliche il cui fine è ingannare la “gente” per poterla manovrare; omettono di tener conto che la “gente” è fatta essa stessa di questa realtà superficiale, è essa stessa “fenomeno”, e si limita quindi, per forza di cose, a viverci immersa.
Risalendo alle cause di questa realtà fittizia, i retroscenisti individuano dunque eventi, personaggi e volontà senz’altro malevole, ne svelano l’esistenza e si adoperano perché sia squarciato il velo dell’inganno, della “manipolazione del consenso” e della “ipnosi collettiva”, mentre lanciano vittimistiche grida di sconforto quando temono di non essere creduti, sebbene portino sempre “prove” di quanto dicono.
A parte il fatto che non fanno altro che sostituire una falsa realtà illusoriamente rassicurante – perché in qualche modo logicamente interpretabile – con un’altra falsa realtà, oscura e paurosa, dichiaratamente incontrollata qual è la realtà paranoica, commettono un’errore metodologico: non risalgono abbastanza all’indietro nel cercarne le cause. Riprendendo la metafora dell’oceano è come dire che la loro verità non è sul pelo dell’acqua ma si trova a un metro di profondità, non oltre. È una sub-realtà la cui ricerca diventa tanto ossessiva da crearla (paradossalmente!) quando non ci fosse.

Ogni strato della realtà che si prenda in considerazione in questo modo, prevede una qualche celata potenza che l’abbia, più o meno artatamente, prodotta.
Se si ha la costanza di risalire abbastanza all’indietro, o abbastanza in profondità, strato dietro strato, non si potrà che giungere – ineluttabilmente – alla Causa Prima, la Potenza unica ed assoluta, l’Onnipotenza, la Causa delle cause, pervenuti alla quale non vi ha alcuna possibilità di essere vittima di qualsivoglia realtà contraffatta, ma anzi si sarà conseguita la potenzialità di esprimere una propria realtà quale espressione della Realtà dietro la quale non vi è che il Nulla.

La realtà indagabile corrisponde alla Manifestazione nella sua interezza spazio/temporale, la cui comprensione richiede di risalire alla Fonte metafisica, che è l’unica vera Realtà. Tale indagine, fatta da un dietrologo patologico, avrà tuttavia svelato solo nefandezze (ma ogni seria indagine sulla realtà non può essere che un viaggio all’interno di sé stessi) e se sarà giunta alla fine, cioè all’origine di ogni cosa, avrà trovato un Dio terribile, oscuro, cattivo, il demonio… Ma la perfezione dell’Assoluto Uno non può emanare che perfezione e dunque si dovrà fare i conti con questa contraddizione, che può risolversi solo così: o tutto quello che era stato creduto falso e malvagio non lo era, o il male è parte del bene.
Insieme, i due concetti forniscono l’ipotesi che il male sia uno strumento del bene, essendo l’uno e l’altro riferiti tuttavia non a un soggetto (qual è l’indagatore di complotto) ma al Progetto divino, cioè – nella prospettiva escatologica -, alla realizzazione del Vero e Reale nell’Uomo Perfetto, ormai inumano.
Che questa realizzazione debba passare per soggettivamente dolorose perdite di ogni cosa, comprese diverse vite, e di attraversamenti di catastrofi di ogni genere ed estensione, è cosa nota a qualsiasi ricercatore dello Spirito che abbia fatta propria la promessa escatologica contenuta nella sua natura di figlio di Dio. Questi dunque non vedrà in ogni avvenimento altro che la Luce che attua questa promessa, e non vi vedrà che una sola ferma Volontà, quella che ogni volta egli prega che sia fatta; non troverà rilevante che essa si attui in un modo piuttosto che in un altro, purché si attui; e infine non interferirà.
Agli altri un comprensibile panico che cerca a tutti i costi una ragione che possa evitargli di straripare nella follia (dato che la più grande delle paure è quella di cui non si conosce l’origine), e che denuncia impotenza, l’impossibilità di riconoscere e realizzare in sé e per sé la potenza dell’Essere.

Il valore dell’uomo

È stato opportunamente detto che il valore dell’uomo è nella totalità e nella profondità della sua coscienza dell’Assoluto.
Si tratta di una coscienza di ipseità, identità con sé stesso in seno all’Assoluto (ove dire sé stesso è dire Nulla e Tutto), che rivela d’essere figlio di Dio; rivelazione non disponibile a ogni uomo in quanto tale, come si lascerebbe intendere affermando che quella coscienza debba essere semplicemente risvegliata.
Più esplicitamente, non potrà essere risvegliata la coscienza di essere quello che non si è; si risveglierà la coscienza dell’Assoluto solo in chi Egli è presente, e sarà poi approfondita fino a invaderne totalmente l’essere.
Ma questa rivelazione a sé stessi, che nasce da una reminiscenza, vista da fuori, è incredibile e infatti non creduta; eppure nell’essere in cui si realizza, “la credibilità del Messaggio deriva dal fatto che esso è ciò che egli è, insieme in sé e di là da sé”.
In altre parole si presenta come assioma, ha la stessa evidenza che possiede la coscienza di essere sé stessi, perché l’Assoluto è me quanto io sono l’Assoluto: immanenza e trascendenza del proprio essere coincidono, e non possono che farlo travalicando i limiti dello spazio/tempo, perché l’Assoluto è per sua natura Infinito: si è l’Assoluto fin dalla pre-eternità e mai si cesserà di esserlo.
Esseri che abbiano trovato questa chiarezza (il senso del sacro) esauriscono in essa ogni necessità di umano riconoscimento, non fanno dunque nulla per conquistarlo e non lo conquistano [1].
Il “valore dell’uomo”, – in realtà del figlio di Dio – non è misurato presso gli uomini, per i quali altri sono i parametri di valutazione, ma solo presso l’Assoluto: egli ha dunque un “valore assoluto”, umanamente non apprezzabile.

NOTE
[1] – Ma se incontrano esseri con la medesima chiarezza, avviene un riconoscimento reciproco, che si risolve e si esaurisce spesso con un sorriso complice e un cenno di saluto. Sono incontri confortanti.

Il senso del sacro

Il senso del sacro è innato nel figlio di Dio, e, se fosse caratteristica esteriore, lo svelerebbe agli occhi del figlio dell’uomo.
Viceversa esso traspare solo nelle motivazioni profonde delle sue scelte, che sono spesso oscure persino a lui, pur essendo imperative.

In lui si manifesta quanto risponde all’intuizione di F. Schuon che lo radica nel mondo degli assoluti criticando “l’illusione di costruire un uomo perfetto [al Insan al Kamil, ndr] partendo dall’individuale e dal terrestre, mentre l’umano ideale trae la sua ragion d’essere, e l’intero suo contenuto, da ciò che oltrepassa l’individuo e la terra”.
Il senso del sacro quindi, riferendosi al rispetto dell’Assoluto, è rigore, esige correttezza; non per scelta morale ma per necessità che non dà meriti. È la segnatura dell’innesto della dimensione di luce che distingue il figlio di Dio.
Il rigore trova espressione nella coerenza, armonia ed equilibrio di elementi, quindi nella bellezza, che tenta di realizzare anche componendo l’esistere nel mondo fenomenico e l’essere nel mondo degli assoluti.
Ma, presente nel cuore (qalb) del figlio di Dio, l’Assoluto funziona come un “La” sul quale ogni strumento (ogni atto) debba accordarsi, e ove non vi sia il “La” decade il riferimento attorno al quale generare armonia. Per questa ragione essere coerente ed armonico con la propria natura – con il divino in sé – anche nell’esistere, fa emergere fatalmente discontinuità, squilibrio e frizione col mondo dei figli dell’uomo, che non hanno questa istanza innata, e realizzano la loro transitoria coerenza attorno ad altri, più contingenti ed instabili, valori fenomenici. Questa è la personale jihad del figlio di Dio immerso nel mondo umano; il suo sforzo interiore genera movimenti armonici e ordine nel caos, rendendolo un “attrattore”, elemento pantocratore, dunque cristico. Ordine che beninteso non abbatte il caos, ma ne isola la coerenza interna e ne svela le ragioni, incomprensibili alla ragione della coscienza organica.

Il senso del sacro individua nel caos la bellezza e la perfezione assoluti del Progetto di cui ha percezione sempre molto viva e potente; e l’azione dell’Assoluto alla radice della propria manifestazione, tanto multiforme e complessa da apparire caotica; e si risolve nella chiarezza di comprensione, immediata e intuitiva, dei movimenti sottesi ad essa e dei loro esiti escatologici, cui il sacro è intimamente connesso e che si identificano con la realizzazione stessa dell’Insan al Kamil, l’uomo di Luce.

L’esperienza

L’esperienza individuale del divino negli stati spirituali frutto di lunga militanza è quella della presenza di Dio nella Sua assenza.
La metaforica goccia d’acqua caduta nell’oceano ha la percezione di essere immersa nella medesima sostanza di cui è fatta, ma anche quella di esservi perduta e di non poterla comprendere: la comprensione richiede uno sguardo esterno e complessivo della cosa osservata, e la goccia nell’oceano non può averlo: non ha più che lo sguardo interiore e l’intuizione della propria individualità, che però non è chiaro se sia costituita dalla goccia o dall’oceano, infinitesima ed infinita al contempo.
In queste condizioni il rapporto col divino è annullato, perché non c’è alterità, il che sarebbe condizione perché vi possa essere relazione.
L’Essere è Uno e la relazione con Dio è impossibile se si è in Dio, fusi nella Sua emanazione.
Vano il ricorso a Lui che non diventi ricorso alle proprie risorse che sono Sue.
Impossibile ogni abbandono che non sia a sé stessi.
E l’infinitudine senza alterità, l’Unità con l’Unicità, è pienezza di solitudine, assenza di mancanza perché assenza e presenza di Tutto.