Insieme

“Insieme”, parola assai cara ai sinceri cercatori di Dio nel loro Segreto, non è mai stata intesa in quel contesto come “amichevole convivialità” o come “solidarietà affettuosa” tra “amici”; anche se “amicizia” è un altro termine cui si ispira il cercatore.

Il fatto è che il sincero non può che addivenire ad uno stato di indigenza che consente non più di una stentata sopravvivenza, di cui lo gnostico va soddisfatto come di una alta condizione spirituale conseguita. Però questo stato è sempre accompagnato da un elevato senso di dignità: la povertà è per lo gnostico un segno di Dio in lui, e portare questo segno richiede una fierezza che non può essere mai umiliata.

Ma la natura contemporanea del coltivare i contatti con gli uomini richiede sempre un costo in denaro, che si tratti di fare un viaggio o di condividere un pasto o semplicemente un messaggio telefonico… Invitare uno gnostico vero, dunque indigente, a una di queste condivisioni è metterlo in grave imbarazzo, e per evitarlo e non rischiare di rinunciare alla fierezza richiesta dal servizio, egli rifiuta; insistere o scuotere il capo è una mancanza di rispetto e di sensibilità. Il povero deve rifiutare, e progressivamente si ritira e si isola, consapevole che questa non è una rinuncia (il che lo renderebbe un mentitore) ma il prodotto della Necessità dello Spirito che lo conduce senza fallo alla condizione di “solitario” (Afrad), che è tra le più elevate e difficili, ma tra le più preziose.

Quando dunque si piange la solitudine dello gnostico, o si biasima la sua eccessiva riservatezza e la sua reticenza dovuta a una povertà che egli pudicamente non esplicita, ebbene si ragiona con umanità, ma quello a cui ci si rivolge sarà grato del “biasimo” a chi glielo mostra. Gli si mostri piuttosto rispetto riverente: Dio sa meglio.

Una separazione

Nella notte tra il 5 ed il 6 agosto 2020 ha lasciato il piano di questa esistenza l’Amico Giuseppe Giannini, per noi “Geppino”, con il quale abbiamo condiviso vie accidentate, pericoli e dolori, reazioni eroiche e desideri d’impossibile.
Da uomo di Dio se ne è andato di colpo nella notte, nella solitudine in cui si ritirano i Figli di Dio inevitabilmente a un certo punto del loro cammino… Dio gli ha concesso questo modo dignitoso, rapido, solenne ed immediato di liberarsi in Lui, finalmente.
Nessun saluto… non mi sei stato, Fratello, mai così vicino.

Il peso di se stessi

Ogni figlio di Dio è un regno unico, ove governa un re che siede al centro del cervello.
In questo regno, nella casa del cuore, nasce un bambino il cui padre risiede altrove, ma che ha lasciato il proprio seme nel ventre della madre, che è il corpo.
Questo bambino cresce nel cuore, si fa giovane e poi adulto.
Mentre egli cresce il re invecchia.
Il giovane si fa strada e sale lungo la via che porta alle stanze del re; giunto lì, bussa e chiede di entrare.
Il re è titubante, ma il giovane è insistente e vigoroso, e rivendica la propria altra paternità… il re apre.
Il giovane si avvicina e chiede di essere riconosciuto come il vero re; ringrazia amabilmente il vecchio re per aver governato e conservato il regno al meglio delle sue possibilità, ma ora, il regno non può limitarsi a conservarsi: deve crescere, e ciò richiede il vigore del giovane.
Il vecchio re lascia il trono, ma rimane alla destra di esso, come consigliere; il nuovo re, il re del cuore, prende il suo posto. Il regno resta unito ed unico, nella molteplicità delle diverse funzioni che lo compongono… alcune di esse più utili al governo del vecchio re, e ora divenute un po’ obsolete; altre da specializzare e rinnovare.

Il giovane re, il re del cuore, è l’Ente (l’Essere, che è il vero Re del Regno) che durante il regno del vecchio re e grazie ad esso, ha preso Coscienza di essere il Re Vero.
Il Regno non è mai stato diviso, i due re non sono mai entrati in conflitto, ma il vecchio ha ceduto il trono al nuovo, consapevole di averlo occupato in attesa del Re Vero, come un precursore, come Giovanni con Cristo.
Ora però il Regno funziona in modo diverso, va in direzione diversa, modifica se stesso in una metamorfosi vertiginosa che sfugge al controllo di ogni vecchio funzionario e funzione… il regno è sottoposto a uno stress, è stanco, è logorato e per larga parte si sente inadeguato alle richieste del giovane Re Vero… con grande amore il Regno si consegna alle mani di Lui e si lascia portare, perché comprende che non vi è differenza tra Regno e Re, la metamorfosi si è compiuta ed è accaduto che il Regno è oramai il Re.

Quando l’Ente/Coscienza prende possesso del sistema organico che chiamiamo corpo, il corpo ne viene provato e sente una grande stanchezza insieme a una grande debolezza; è stanco per la metamorfosi che subisce e per il peso enorme che il nuovo re costituisce per lui; e in questa stanchezza e debolezza, diventa a sua volta un peso per l’Ente che lo trascina… le gambe di un vecchio sono difficili da sollevare e trascinare avanti, ma restano il solo mezzo con cui l’Ente che governa il vecchio può avanzare nel mondo organico. Questa tensione è uno spasmo e ogni attimo invoca la liberazione reciproca: l’Ente dal corpo che ancora lo supporta senza averne più la forza; il corpo dall’Ente il cui peso lo schiaccia.
Ma resta da risolvere una questione: come separarsi liberandosi reciprocamente senza che l’Unità del Regno sia perduta? La preghiera del corpo, rivolta all’Ente è di essere consumato fino a che non resti Nulla di sé… è la preghiera che la cera della candela fa alla fiamma che la consuma grazie allo stoppino… che tutto sia fiamma, alla fine… che Tutto sia Essere.

Fuoco e fiamme

Si parlava ieri di fiamme che bruciano… A qualcuno l’immagine potrebbe aver evocato “le fiamme dell’inferno”, sebbene se ne parlasse in relazione allo Spirito che viene detto Santo, perché divino. Si diceva come il suo bruciare sia una inutile tortura in chi non ha la forza di portare l’ardore fino alle sue estreme conseguenze, e questo potrebbe aver rafforzato l’idea.

Se l’inferno è rappresentato così come è, è perché con ciò si vuole appalesare come esso consista nella perseverante incapacità di ricollocare il fulcro della propria coscienza, ostinandosi a chiamare “Io” (riconoscendovisi) il combustibile e non il fuoco… Il corpo combusto soffre, il fuoco trionfa.
È questa incapacità che “rende la vita un inferno”, quando lo Spirito renderebbe questo mondo quel paradiso che l’uomo non riesce a realizzare per questa sua piccola necessità istintiva di conservare (e conservarsi) quel che ha e quel che è, di qualsiasi bruttura si tratti.

Sappi…

Rispondendo a un discepolo avanzato che ne impetrava la direzione spirituale nel momento in cui stava per assumere la propria responsabilità magistrale, al-Ghazali, poco prima di morire, scriveva (1107 d.C.) così:

Sappi che gli ignoranti hanno il cuore malato, ed i sapienti sono i loro medici… Il sapiente perfetto non cura tutti gli ammalati, ma solo chi ritiene adatto alla cura e alla salvezza. Se il male è cronico o incurabile, l’arte del medico è dire: “Questo male non ha cura. Non preoccuparti di curarlo poiché perderesti il tuo tempo”… Quanto al malato curabile, egli, saggio e comprensivo, vuole essere guidato… Deve cercare la retta via, né le sue domande e obiezioni devono nascere dall’invidia, dall’ostinazione o dal gusto per la critica. Costui è curabile; puoi dunque cercare di rispondergli…

Gelosia, odio, stoltezza presuntuosa, scarsa intelligenza sono i sintomi dell’incurabilità della malattia… dacché ai profeti “è stato ordinato di parlare agli uomini secondo la loro intelligenza“. Ai curabili, però, si può soltanto cercare di rispondere…

Fuori dalle considerazioni che alla sensibilità moderna negherebbero di giudicare dell’intelligenza o della stoltezza altrui, resta comunque una valutazione da fare: un cammino spirituale è una infiammazione dello spirito e brucia, come la febbre; e come la febbre cura e insieme procura disagio se non sofferenza… Chi è contagiato da questa febbre deve essere convinto che ne valga la pena.
A differenza della febbre da malattia che brucia quanto è malato per lasciare ciò che è sano, qui ciò che brucia deve essere molto sano, per riuscire a sopportare la fiamma… e per alimentare una fiamma pura, asciutta, trionfante; senza fumi e crepitii incerti, senza improvvisi soffocamenti e riattizzamenti faticosi.
Se non si è in queste condizioni, e se non si è capaci di ardere con l’intenzione di consumarsi più in fretta possibile per essere totalmente e definitivamente fiamma, si può soffrire. Ed è un soffrire inutile, perché non genera alcunché, se non quella inutile sofferenza… Nessun maestro ha il diritto di proporre a qualcuno questa tortura.
Chi è “guaribile” e chi non lo è, non è allora un quesito “morale” o tecnico, ma una questione di “sostanza”, stricto sensu: si avvicina una fiamma a un legno, che se è un legno secco e pronto, arde subito; se stenta e fa fumo, inutile insistere, potrà bruciare e male solo per un po’… è la qualità e lo stato in cui il legno si trova a renderlo adatto, non altro. Insomma, non è necessario fare una difficile distinzione preliminare: si lasci che il fuoco scelga i suoi legni… Lui sa meglio.

Intensità

Una intensa vita spirituale non rende felice o serena la vita naturale… Rende felice e serena la vita spirituale, e a quella naturale dona un senso che altrimenti non avrebbe.

Figlio mio! Vivi come vuoi: sei destinato a morire.
Ama ciò che vuoi: ne verrai separato.
Fa’ ciò che vuoi: ne avrai le conseguenze. (Al-Ghazali)

Questi corpi sono una gabbia per uccelli, o una stalla per animali: pensa a quale dei due tu appartieni.
Se appartieni agli uccelli celesti, quando sentirai battere il tamburo: “Torna dal tuo Signore”, volerai…Ma non voglia Iddio che tu appartenga agli animali; come ha detto Dio l’Altissimo: “Quelli sono come le bestie, anzi sono più traviati ancora.” (Abu Bakr)

Alla radice

Alla radice di ogni esistenza c’è un atto: quello che traduce in vita la potenza, ossia la possibilità reale della vita.
L’atto di esistere, la trasformazione in vita attuale della vita in potenza, è dunque ciò che lega l’Increato al Creato. Che sia il prodotto di una volontà è oggetto di speculazione teologica e filosofica, ma la volontà esiste – lo abbiamo detto – solo se spalmiamo gli eventi sulla superficie del tempo esteso. Altrimenti, Potenza ed Atto sono simultanei, e più che espressi mediante una volontà, essi producono il “mondo” mediante un “soffio” (il kun!).
Il soffio è una illuminazione, perché sancisce il passaggio “dallo stato di occultamento, di potenza, allo stato luminoso, manifesto e rivelato” (H. Corbin).
Questa Luce è però quella che si apre nell’occhio visionario del mistico… dire sia! è dire guarda! ora che puoi vedere… Per questa ragione, l’apertura di questa visione che è di fatto una nuova creazione resa disponibile, richiede, nello gnostico, l’annullamento della coscienza temporale e la realizzazione dell’identità Potenza/Atto, cosa che, nella sua esperienza, corrisponde alla visione della creazione del nuovo sé… è la conoscenza dell’atto del proprio esistere. E cioè un atto di auto-creazione.

Molte cose che sono oggetto di speculazione filosofica, e sono quindi – a ragione – credute frutto del pensiero, sono in verità (nel campo della scienza spirituale) frutto di visioni ed esperienza dirette, di cui lo gnostico cerca poi i nessi con altre realtà; che possono essere le visioni di altri, precedenti alla propria e ignorate finora; come il confronto con le realtà esistenziate o manifestate rispetto a quelle che, nella visione, ne appaiono come radici.
La scienza spirituale è molto poco teorica, ed è piuttosto concretamente sperimentale.
Essa è tesa alla trasformazione della materia attraverso la conoscenza profonda delle leggi che la sostanziano; ma tratta una sola materia vivente, quella che corrisponde allo sperimentatore stesso e gli appartiene nella totalità. Il presupposto è che “io sono il tutto” perché vi è una “unità dell’esistenza” che rende questo Vero.

Le belle frasi sono state effimere, si son dissolte le oscure allusioni… nulla ci è stato utile se non qualche genuflessione fatta nel cuore della notte.

Questione “migranti”

La velocità di rotazione della Terra all’equatore è di circa 1700 Km/h… a questa velocità vortica nello spazio ogni ometto che vi passeggi sopra, o che se ne stia seduto in poltrona. Senza che qualcuno glielo dica, questi non lo sa, perché non ne ha conoscenza esperienziale, vale a dire sensoriale. Vedendosi immobile nella sua casetta, egli può – a ragione – ritenere che, quando gli venisse pur detto, si tratti di una balla.

Ibn ʿAṭā Allāh al-Iskandarī, un antico (fine 1200) saggio, amava parlare per sentenze; e usava un linguaggio per iniziati, non sempre chiaramente comprensibile… diceva, ad esempio, a proposito di movimento, che (usiamo la spiegazione di C. Valdrè di una sua sentenza):

Solo chi va verso Dio “emigra” veramente, cioè esce dalla realtà di questo mondo e attinge una realtà essenzialmente diversa. Ogni altro movimento, ponendosi sempre all’interno di questa creazione, lascia chi lo compie sostanzialmente com’era.

Quindi è comprensibile che avvenimenti liminali – come potrebbe essere quello della pandemia e delle sue conseguenze -, a chi guardasse a ciò che era prima e a ciò che è dopo basandosi sul mutamento – che so – di condizioni di vita quotidiane, sembrerebbe che (a parte l’esplicitazione della necessità sociale di mascherarsi) niente di sostanziale sia cambiato. Ed avrebbe ragione… perché quel che è stato davvero a livello essenziale, e il dopo soprattutto, sfuggono alla sua esperienza.
Chi fosse invece tra i “migranti” veri, si sentirebbe – come qui abbiamo avuto modo di dire più volte – come se la Terra che lo ospita immobile, sia diventata una fionda che lo proietti a 1700 Km/h, in modo vertiginoso, verso una diversa Realtà…
Che cosa dunque sarebbe in lui cambiato? La Coscienza di quel che (si) è… e la leggerezza… ché, per essere proiettati via, occorre che la Terra non possa più esercitare su di sé la forza attrattiva della sua gravità.

Un Virbio qualsiasi

Ogni maschio alfa che marchi il territorio di caccia entro il quale trovano rifugio e protezione le femmine e la loro prole; ogni Re del Bosco che stia a guardia dello spazio sacro in cui caccia Diana, è un servitore, uno schiavo nobile della funzione femminile, della Natura e dei suoi processi conservativi e riproduttivi. Ogni maschio esprime dunque paradossalmente, e conferma fortificandola, la funzione femminile proteggendo ciò che serve a conservare.
Un uomo nasce ed è formato nella matrice della Natura, e dunque vi è legato anche nella funzione. Così è ben difficile che si formi in lui una coscienza virile assoluta, dal momento che questa potrebbe esprimersi soltanto fuori della Natura.
In termini ontologici: dato che la Natura è il meccanismo perfetto meraviglioso dolcissimo e tenerissimo della manifestazione in Maria la Vergine, una virilità assoluta può esistere solo nel Non-manifestato (ove la sua funzione reale consisterebbe nell’attualizzazione nel Manifestato della Potenza inespresse che è la Sostanza del luogo patrio); così come è solo nel Creato che può esistere una femminilità assoluta, che ne è infatti Regina in quanto espressione della matrix divina.

Nel Creato la femmina genera in questo mondo il maschio che l’ha generata dall’Increato (1)

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(1) Per questo la Genesi biblica fa derivare Eva dalla “costola d’Adamo”, mentre la scienza genetica fa derivare Adamo dall’Eva mitocondriale…si risolve così l’apparente contraddizione tra scienza naturale e scienza spirituale.

Estratti

Il figlio della luce estratto dalla condizione ctonia, cioè dalla sua originaria conformazione di acqua e terra, non è argilla trasformata in spirito, ma spirito distillato dall’argilla nella quale era contenuto.
La terracqua è materia capace di assorbire lo spirito e di supportarlo nella sua azione, ed è appunto quel che fa… non si confonda il Figlio di Dio con il figlio dell’uomo che – a volte – lo ospita.

Non sono gli uomini questa carne e queste ossa 
ma non ogni forma [creata] ha dentro l’anima del Significato
Né il sovrano si fa acquirente di uno schiavo qualsiasi
né sotto qualunque saio consunto v’è un essere vivo!
Se ogni goccia di rugiada divenisse perla
riempito sarebbe il bazar di perle fasulle!
(Sa’di, Bustān)