Le Scuole autenticamente tradizionali, quelle in cui l’iniziazione era regolata da una catena vivente e verificabile, non esistono più in questo tempo. La constatazione non è nuova, e non è nemmeno la più grave delle conseguenze che comporta. La più grave è un’altra: che le organizzazioni spirituali sopravvissute a questo esaurimento continuano a funzionare. I riti si celebrano, i gradi si conferiscono, i calendari si rispettano. Nulla, all’esterno, segnala che qualcosa sia mancato. E tuttavia nessuno, all’interno, può più garantire che dietro la forma esatta di quei riti operi ancora un’influenza viva, perché quella garanzia veniva, in altri tempi, da un maestro vivente e operativo, e un maestro vivente e operativo non c’è.
Bisogna essere precisi su cosa questo comporti. La forma non diventa, per questo, falsa. Resta corretta, tramandata, spesso bella nella sua precisione. Ciò che le manca non è l’esattezza, ma l’assicurazione: quella che un tempo scendeva dal volgersi del maestro verso il discepolo, capace di riconoscere se dietro un rito compiuto secondo le regole vi fosse davvero qualcuno a farne mazhar, luogo in cui un’influenza si rende presente. Senza questo sguardo, il rito continua a funzionare come meccanismo, come memoria, come disciplina; ma resta sospeso, per chiunque vi partecipi, fra due possibilità che nessuno più può distinguere dall’esterno: che sia ancora abitato, o che non lo sia più.
È a questo punto che il compito si sposta, per intero, sull’individuo. Se ogni mazhar è ontologicamente altrove rispetto al Principio che eventualmente lo attraversa — se, cioè, la sua effettività non coincide mai con la sua regolarità, e un rito compiuto secondo le regole non dimostra da sé di essere abitato — allora l’unico luogo in cui quell’effettività può ancora manifestarsi non è più la forma collettiva, ma il cuore di chi la compie. Il rito resta identico per tutti i presenti. Ciò che vi accade non è più identico per nessuno. Ognuno deve trovarvi il proprio rabb al-khāṣṣ — il Signore particolare che corrisponde soltanto alla propria ‘ayn thābita, l’essenza immutabile che nessun altro condivide — non perché la tradizione richieda un’interpretazione soggettiva del rito, ma perché è la forma stessa, oggi, a non poterla più fornire in altro modo.
Questo spiega la misura della qualificazione richiesta, e perché essa debba dirsi fuori dal comune, forse eccezionale. Finché il maestro vive, la himma del discepolo — la potenza in atto che richiama sé stessa, allo stato virtuale, nel medesimo soggetto — può appoggiarsi, almeno per un tratto, alla himma del maestro: è lui che riconosce la disposizione ricettiva, la orienta, la corregge, la conferma dall’esterno.
Tolto questo appoggio, l’individuo deve possedere già in sé, come dote pre-eterna e non come conquista, quella stessa forza di auto-attrazione. E deve possederla senza verifica: nessuno può più dirgli se ha trovato il proprio mazhar o se ne ha semplicemente desiderato la presenza. Resta solo il dhawq — il gusto che si autoattesta, come il rosso è evidente a chi lo vede — ma richiesto qui non a chi è già giunto al termine del cammino, bensì a chi deve ancora muovere il primo passo dentro un rito che nessuno gli spiega più dal di dentro.
C’è, in questa condizione, una prossimità precisa con la figura del fard, il solitario che non riconosce altro maestro che al-Khiḍr. Il fard però esce, o non è mai entrato, nella catena storica. Chi resta nella forma organizzativa non esce da nulla: vi persiste, spesso proprio perché intuisce che la forma, pur svuotata di garanzia, conserva ancora qualcosa che merita di essere abitato. La sua è una solitudine paradossale: solitudine dentro la comunità, non fuori di essa. Deve avere, del fard, l’autosufficienza nel cercare direttamente la Fonte; ma deve avere, insieme, la pazienza di chi non rivendica per sé alcun accesso privilegiato, e continua a sedersi dove tutti si siedono, a pronunciare le stesse parole di tutti.
La sua eccezionalità non può dirsi né mostrarsi: sarebbe già un’autoinvestitura, l’errore che rende sospetta ogni pretesa di ricezione diretta. Resta silenziosa, non dichiarabile, e proprio per questo, dentro la forma identica per tutti, capace di farne una soglia.
Non si tratta, allora, di un’assenza da compensare con lo sforzo personale, come se la qualificazione richiesta fosse un supplemento aggiunto a una mancanza. È piuttosto la condizione — spoglia, esigente, senza più alcuna scorciatoia offerta dal maestro fenomenico — in cui la relazione fra il servitore e il proprio Signore, sempre stata reale al di là di ogni intermediario, è chiamata a mostrarsi per quello che è sempre stata: non trasmessa dal rito, mai stata trasmessa dal rito, ma solo resa visibile da esso a chi porta già in sé, come qualificazione anteriore a ogni forma, la capacità di vederla.
Ciò che oggi appare come privazione — l’assenza del maestro, il silenzio della catena — è solo la condizione in cui questa capacità, per la prima volta, non ha più nulla dietro cui nascondersi.
