Resipiscenza

Alcuni antichi maestri avevano l’abitudine, quasi rituale, di far precedere ogni loro dichiarazione dalla formula: “Secondo quanto è stato rivelato a questo servitore…”
Rispetto alla conoscenza essi rimarcavano con ciò come fossero recipienti passivi, e come la loro non fosse una elucubrazione o una opinione.
Qualcuno potrebbe dire che così evitavano anche di assumersi la responsabilità di quanto dicevano, attribuendola a qualcosa di superiore… ma è una malevolenza. Perché chi descrive la rivelazione è uno sempre assai “stupito”, incredulo di quanto sta dicendo, sia per la portata di esso, sia per il fatto che sia stato proprio lui a riceverne la conoscenza e la responsabilità (che quindi ha, e grande!) di trasmetterla. Si tratta di un vero e proprio stupor:

In medicina, si definisce stupor la mancanza della funzione cognitiva critica unita a un livello di coscienza in cui il malato è in grado quasi interamente di rispondere a stimoli basilari, quali il dolore.

dovuto ai postumi di una resipiscenza… Parola aulica e burocratica che viene usata per significare ravvedimento, ma alla quale una più stretta aderenza all’etimo latino dà il più corretto significato di risveglio, di ripresa dei sensi dopo un venir meno. Ravvedimento dunque per senso traslato, in quanto visione rinnovata della realtà all’aprirsi degli occhi precedentemente oscurati, quindi illuminazione. Visione, questa, che ben giustifica lo stupore. E che, nel descrivere quanto ora vede, egli non osa attribuirsi come cosa propria, neanche nell’ammettere di vederla lui solo… una visione è per tutti, ma è soprattutto per chi non vede.
“Quanto vedo – è obbligato a dire a se stesso – non posso tenerlo per me! Non può essere solo per me!”, e non vede l’ora di liberarsene trasmettendone l’interezza a coloro che – in quanto servitore – egli serve. Perché il servitore, in questo caso, è un servitore integrale… non serve qualcuno – per così dire -, ma è servitore, incarna cioè la funzione del servizio, a chiunque debba renderlo; e il servizio è in questo caso quello di traduttore o trasmettitore, funzione attivamente passiva, consapevolmente incosciente.
Liberarsi della visione è una necessità, trattenerla infatti è doloroso; e lo stupor lascia comunque – come si è visto – sentire bene il dolore! Il dolore di un abbagliamento che fa bruciare gli occhi e il capo, il dolore di una sorta di frenesia assimilabile a una leggera, ma persistente, scossa elettrica; lo stato febbrile, infiammato, di una sensazione di “troppo”… troppo per me, troppo per essere sopportato a lungo. Disse – con nettezza – un Maestro che si era lasciato vedere nella Sua Essenza all’iniziando, quando questi, stordito, si era dichiarato, umanamente, “emozionato”: “Forse è un’altra cosa.”

La visione trasmessa è una porta aperta sul Reale; anche se socchiusa solo quel tanto che basta a gettare uno sguardo di là, quello spiraglio lascia filtrare la Luce, e non si può evitarlo… cosicché il Reale inonda di Sé l’oscurità, abbaglia e folgora quelle che alcuni chiamano “forze oscure”… annulla piuttosto le debolezze oscure contenute nelle tenebre. Però, appunto, abbaglia: cosicché c’è un periodo di latenza, durante il quale chi non vedeva perché era buio, continua a non vedere, ma perché è abbagliato, senza cogliere la differenza… poi tutto appare.

“Io, sono il Vero!”

Il grido di Hallaj è la risposta alla domanda: dove è il Vero? Un grido di stupore, alla rivelazione improvvisa che Egli fosse tanto in lui da non poterLo distinguere da se stesso; e lo fosse da sempre, sebbene solo in quel momento avesse deciso di rivelarsi al servitore, dopo tutto un lungo percorso di tormentata ricerca.
Ora però rimane la vexata quaestio: se Egli è me, posso io dichiarare che io sono Lui senza bestemmiare?
Si racconta di un maestro che, interpretando quella funzione quale successore del proprio stesso maestro, disse a chi rimarcava, rimproverandolo, le differenze di comportamento tra loro: “Dal momento che il mio Maestro mi ha indicato come Suo successore, Egli è me secondo il mio desiderio, la Sua promessa e la Necessità. Ma io non sono Lui, perché “io” non è che un contenitore incapace della Sua grandezza. Guarda il Maestro attraverso me.” Il Maestro è una ipostasi. Chi ne incarni la funzione si occupa solo di quelli che lo riconoscono sotto e oltre l’apparenza.
Dunque alla fine è una questione di accenti oratori: “Io, sono Lui!” significa “l’ho trovato in me!”; mentre “Io sono Lui” è una bestemmia. L’intento corretto di chi erompe felice nel grido, abbacinato dalla scoperta, è facile preda delle interpretazioni più malevoli, che ad Hallaj costarono la vita.

Pax

La pace è assenza di conflitto?
La felicità consiste principalmente nella pratica messa in atto di due princìpi:
– che coincidano le cose che devono obbligatoriamente essere fatte, con quelle che ardentemente si desidera fare;
– che si superi il proprio limite e la propria paura ogni volta che li si incontrino, e che incontrarli sia gioiosamente considerato come opportunità di farlo.
In questo, non c’è pace, ma conflitto con se stessi; un conflitto, tuttavia, che genera felicità.
Se ne conclude che pace e felicità non coincidono, e che però è in pace con se stesso chi sostiene felicemente il conflitto.

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Del buon governo

Alcuni studiosi (teologi o storici delle religioni) hanno rilevato che quando alcune verità (frutto di disvelamenti e non di speculazione) si manifestano, esse lo fanno con la stessa chiarezza in tutte le forme religiose presenti in quel momento, travalicandone i confini culturali.
Una di queste verità è la catena causale che lega la condizione individuale a quella sociale, raccontata in varie tradizioni: un principe che voglia ben governare deve saper mettere ordine nella propria famiglia; per farlo deve perfezionare se stesso; per perfezionarsi deve imparare a disciplinare i battiti del proprio cuore; per disciplinarli deve rendere perfetta la propria volontà; per farlo deve sviluppare la sua conoscenza; la quale richiede il saper penetrare la natura delle cose. Allora, solo allora, la conoscenza è perfetta, e tale diventa anche la volontà; di conseguenza i battiti del cuore diventano regolari, e dunque l’uomo è perfetto; allora può mettere ordine nella sua famiglia, fatta la qual cosa il principato è ben governato e di conseguenza tutto l’impero fruisce della pace.
Ora, questa sequenza, – al di là dei buoni suggerimenti che dà a chiunque voglia far politica e a chi voglia scegliere oculatamente chi delegare a farla per lui -, mostra un susseguirsi di fatti che sono, ognuno, resi possibili dal precedente e costituiscono condizione sine qua non del successivo. Come il dispiegamento della Creazione permanente (intesa come Manifestazione), come lo stesso susseguirsi degli stati spirituali (o stazioni) che segnano la Via…
Se si eliminano tutti i fattori intermedi della sequenza, balzando alle conclusioni, si sintetizza il tutto in una sola proposizione: se sai penetrare la natura delle cose, nel tuo impero governa la pace; ossia, se conosci la profondità essenziale dell’origine delle cose attraverso la conoscenza di te stesso, te stesso (il tuo impero) è in pace. E solo se sei in pace conosci la profondità di te stesso, cioè dell’intero universo naturale.
Causa ed effetto allora coincidono, inizio e fine pure; e tutto ciò che vi è in mezzo non ha altro senso che quello di illudere su una progressione che è solo apparente, perché è vera solo l’unità di… Alfa ed Omega. Ebbene, la manifestazione (il Creato) è fatto appunto di tutto quello che vi è in mezzo, ma tutto si svolge all’interno dell’Unità e dunque solo di Essa vale la pena di occuparsi.
Anche tutto ciò che fluisce nella coscienza del “principe” tra il suo salire al trono (il venire al mondo di Adamo) e la pace raggiunta, non è che l’immagine evanescente di una realtà supposta che si arrende di fronte alla Verità finale dell’Unità ristabilita (svelata alla coscienza, dato che l’Unità è sempre stata!).
Conclusione: il mondo sensibile è ben governato in quanto risiede nella sua stessa origine; e l’illusione è che lo si governi perché si affronta (con risultati nel migliore dei casi inutili) uno qualsiasi degli insignificanti eventi intermedi… Perché questo basso mondo inizia subito dopo l’origine e termina subito prima del fine, ed è illusione, contenuta nel Vero…

Sulla Luce

La scienza ha dimostrato sperimentalmente che è possibile trasformare la luce in materia, e che è possibile produrre una materia del tutto nuova fatta solo di luce.
D’altronde tutte le piante lo fanno in natura, crescono e vegetano trasformando la luce in materia organica. Vivente.
Dunque l’idea che all’origine di ogni forma di vita (ma è difficile stabilire il limite tra vivente e no) vi sia la Luce, non solo non è folle, ma è folle il non considerare la Luce come elemento costitutivo del corpo organico.
La Luce trasformata in materia, manifesta la materia e si “nasconde” dietro di essa, sebbene ne sia la causa… chi dunque pone la propria coscienza nella Luce prima della sua trasformazione (e non dopo! ), aiuta a definire in che consista l’Illuminazione: nella percezione ferma e limpida che la propria qualità essenziale risieda nell’Origine… caratteristica questa del cosiddetto Uomo di Luce, il quale ne ha una seconda di importanza ancora più grande: un realismo e una concretezza di pensiero/azione molto fuori dal comune, simile a quella delle piante verdeggianti, che continuamente, silenziosamente, semplicemente e necessariamente (non possono far altro!) trasformano la Luce in vita, la vita in Luce… e basta.

Bellezza

La bellezza è armonia. Chi vive immerso in essa è naturalmente portato – per emulazione adattiva – a rendersi bello ed armonico, e questa semplice verità spinge a nobilitare la bruttezza di certe squallide periferie con i murales o con sculture di plastica riciclata… A volte, nonostante la buona volontà, si rischia non di sostituire la bellezza alla bruttezza, ma di sovrapporla così da produrre un mostro, bello e brutto allo stesso tempo… sporco e pulito, sano e malato, colorato e grigio… un mostro dis-armonico, fatto cioè di cose tra loro disomogenee, umano e animale.

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Esiste la possibilità di rovesciare l’assunto, e di pensare che un essere bello ed armonico possa costringere il mondo (in senso lato, anche gli altri quindi) attorno a lui ad armonizzarsi, a rendersi belli, solo puliti, solo sani, solo colorati (tenuamente), solo umani e di più, se possibile.
Questo concetto – di attuazione tanto difficile da sembrare impossibile – passa per la scelta individuale (non sociale!) di diventare quel bello che si è in Verità. Di diventare cioè un pantocratore, che non significa “onnipotente” come dicono i dizionari – proprio no – ma “colui che mette in ordine armonico”.
Se far ordine dal caos, poi, è creare, allora sì, si può parlare di potenza in opera… ma si tratta di quella, dolcissima, della bellezza radiante.