La compagnia spirituale

La via spirituale è individuale, ma facilitata da condizioni di umana serenità. È impervia, e su di essa tanto è prezioso un aiuto a superarne le asperità, quanto intollerabile chi costituisca, con la sua presenza, una di queste asperità. La compagnia spirituale sulla via è dunque fornita utilmente da chi, per proprio conto e richiamo, vi si sia messo a propria volta oppure abbia un tal rispetto dell’altro da sostenerlo in qualunque sua scelta, perché non desidera altro che stargli accanto. Ogni altra possibilità si risolve in un impedimento, un peso, una stasi o un brusco e definitivo cambio di direzione. La compagnia spirituale richiede quella particolare forma di amore (ishq) che, sebbene appassionato e passionalissimo, sia privo totalmente di bisogno e di egocentrismo. È passione non per l’altro, ma per l’obiettivo dell’altro, sia che lo si condivida, sia che lo si voglia per l’amato. La compagnia spirituale non ha per proprio obiettivo dunque la coppia, la procreazione o la famiglia: è amore condiviso per il divino e rifiuto di tutto quanto richieda attenzione che non sia il divino, pur nel rispetto tenero e condiscendente dei bisogni dell’umanimalità dei viandanti.

La compagnia spirituale è compagnia di essenze: può contenere o no aspetti sentimentali umani, che non sono essenziali. In ogni uomo realizzato convivono dinamicamente gli aspetti “Signore” e “Servitore” e quindi la relazione tra essenze è relazione tra Signori mentre intanto parallelamente sussiste una relazione tra Servitori. La compagnia spirituale è dunque “cavalleresca” e profondamente umana allo stesso tempo e dota quest’ultima di un significato metafisico. È sublime amicizia d’elezione prima di ogni altra cosa, relazione semplice in modo estremo, e altrettanto complessa.

La “propria” vita

Chi percepisce la vita come mistero e la concepisce come eterna in sé, sente la limitatezza della “propria” vita, insieme strumento di conoscenza dell’assoluto ed impedimento a raggiungerlo. La sua vita è un luogo da esplorare con confini che sembrano invalicabili.

Può capitare a questo Viandante di aggirarsi dunque nei luoghi più consueti della “propria” vita e di sentirsene però sorprendentemente estraneo, estraniato, come capita nella coscienza del sogno. Può capitare che egli sia tentato di chiedersi se risulti visibile a chi incrocia nel cammino e di sentire pesantezza, una gravità sua propria, inadeguata al mondo che sta percorrendo e che gli è tuttavia così famigliare.

È che le diverse dimensioni che costituiscono “i mondi” di cui Dio è detto “Signore” sono sì fisiche, sono gli Universi; ma la loro realtà è esplorabile solo mediante diverse dimensioni metafisiche della coscienza: metafisiche e interiori, individuali. Ogni mondo vivibile è la focalizzazione in un punto di coscienza di tutti i mondi creati e possibili; ma la coscienza è, per l’uomo completo, una gamma di frequenze, ad una delle quali il Signore può convocare, quale luogo metafisico, per trasmettere conoscenza e responsabilità.

Esistenza ed estinzione

L’estinzione segna il passaggio dall’esistenza all’essenza, diluisce l’una nell’altra. Ciò che esisteva si rende assente (inesistente): alla goccia è presente il mare finché non vi cade dentro. La presenza dell’Uno non può infatti che essere all’altro, richiede l’alterità. L’altro, rispetto all’Uno, possiede una oggettività, per definire la quale occorre una esistenza, ossia una consistenza nelle tre dimensioni spaziali e di più in quella temporale che definisce la sua durata nel tempo lineare.

L’essenza è residente nel tempo circolare, ove principio e fine coincidono; poiché non c’è durata, non v’è neppure la consistenza spaziale nello spazio/tempo unificato: l’essenza è nell’assenza. Chi è in Dio non può dunque che sentirLo assente. E sentirsi, assente.

La scienza

La scienza spirituale è tale perchè possiede le proprie leggi applicative, le proprie procedure e l’approccio privo di pregiudizi e preconcetti che è proprio delle scienze in genere. Il ricercatore non ha aspettative specifiche nell’indagare, ma registra con accuratezza ogni evento significativo. Ciò che però contraddistingue la scienza spirituale è che laboratorio, materia indagata e strumento d’indagine coincidono con il ricercatore stesso, inteso come sconosciuto nella sua (eventuale) dimensione metafisica. La coscienza fisica del ricercatore indaga la propria potenzialità metafisica, cerca la sovra-coscienza e mira dunque al superamento di sé stessa. Applica a sé gli strumenti della scienza spirituale e registra come essi agiscano su di sé e come quel sé reagisca alla loro azione: la scienza spirituale è sperimentale molto più di quanto non sia teorica. Il cambiamento, il riconoscersi mutare, è la ragione stessa dell’indagine, l’opera in sé.

Altra particolarità è che, se il risultato di ogni scienza è oggettivo nel senso che la validità di esso è universale e stabile una volta acquisito, quello della scienza spirituale è un risultato oggettivo sí ma applicabile soltanto al ricercatore. Inoltre la scienza fisica indaga una realtà considerata oggettiva e permanente, e muta affinandoli i suoi metodi al fine di conoscerla, mentre la scienza spirituale considera oggettiva, stabile e reale sé stessa e funziona come un setaccio rispetto allo svolgersi del mutevole mondo fisico, perché ne estrae gli elementi assoluti nascosti, ossia le leggi eterne, la cui permanenza le corrisponde. L’individuazione di queste leggi è una rivelazione e con ciò esse vengono assunte (perché riconosciute) come proprie dal ricercatore il quale acquista coscienza di esserne servitore ed espressione. Questo è lo stato spirituale di “correttezza”.

Esiste comunque un’universalità dei risultati raggiunti: il mutamento che il ricercatore è in grado di riconoscere avvenuto in sé come conquista si comunica a tutti i suoi simili [1] per quel fenomeno detto, nella moderna biologia, di “risonanza morfica“, che è alla base del Lavoro Spirituale tradizionale dalla notte dei tempi, e nell’ambito del quale si chiama “influenza spirituale”. L’avvicinamento del mondo fisico a quello metafisico, che è un processo radicalmente trasformativo sebbene sia rivelativo, passa per queste acquisizioni, e altrettanto la predominanza della sovra-coscienza sulla coscienza biologica.

NOTE
[1]
– Il termine viene qui usato in senso ristretto, giacché la similitudine non investe l’intera specie umana (come avviene in senso biologico) ma quelli tra gli uomini che, come dice la Tradizione, “hanno Dio negli occhi”.

Essere è

I verbi esistere ed essere sono, nel linguaggio corrente, usati spesso come sinonimi, anche quando il loro soggetto è Dio. Ad esempio alcuni commentatori interpretano l’affermazione “Io sono Colui che è” come equivalente a “Io sono l’Esistenza!“. E ogni riflessione teologica procede, per definizione, dal presupposto certo che Dio esista.
Dio esiste, e non esiste altro che Dio” e “Dio non esiste, è” sono entrambe affermazioni che appartengono alla Scienza Spirituale tradizionale.
La prima risponde all’eterna domanda che l’uomo si fa e che corrisponde all’atteggiamento del credente e anzi lo qualifica.
La seconda è più cara, e anzi traccia sicura, a chi, sul versante esoterico, studia la scienza spirituale.

L’esistenza è qualcosa che poggia sul tempo lineare ed è quindi logicamente collegata al concetto di durata e di presenza nel momento considerato. Ha un’estensione. Come dire che Dio esiste lungo tutta la durata dell’esistenza dell’individuo umano che Lo invoca; è il Dio che accompagna la vita del credente e “dura” quanto quella vita, in una continuità lineare di passato, presente e futuro speranzoso.
L’altra è l’Essenza, l’Essere in Sé. Che è nel tempo ciclico, nella pre-eternità e nell’eterno presente: un tempo/spazio, questo, per sua intima struttura, che Dio occupa interamente, temporalmente e spazialmente, in modo infinito ed illimitato, e che l’uomo attraversa un attimo, la durata della sua esistenza.

Il rischio che il pensiero finisca per pensare sé stesso, e che la conoscenza non conosca che la conoscenza accumulata da altri è elevatissimo nel mondo umano, dove tutto ciò si chiama cultura, ed è un bene passibile di commercio, dunque sottoposto alle leggi di interesse economico.
La Scienza Spirituale agisce ad altro livello: muta il suo praticante al livello più profondo della sua stessa radice umana e poiché questo è il suo fine, in esso si esaurisce; tale mutamento non può essere oggetto di condivisione o scambio, per cui un successivo aspirante non potrà farne tesoro.
Come non si accumula la vita, ma solo le esperienze che singoli uomini ne hanno fatto, la Conoscenza insita nella Scienza Spirituale non si accumula; e ciò perché essa non è la conoscenza (frutto dell’esperienza) dell’uomo, ma quella dell’Essere, già data interamente ab initio, sicché raggiungere l’Essere è possederla completamente.
Basterebbe che invece di usare la parola Dio, si usassero parole quali l’Essere, l’Essenza o l’Ente, per obbligare la mente a usare diverse categorie logiche e dunque diversi circuiti neuronali; per sentire come questo concetto, prima astruso ed inavvicinabile dalla ragione, investa totalmente la propria esperienza di vita, arrivando al cercatore “più vicino della propria giugulare“.
L’uomo che meramente “esiste”, dovrebbe quasi automaticamente chiedersi allora, nella sua indagine sul divino, se pur’anche egli “sia”. Nell’essere (nell’atto di essere) infatti egli sarebbe l’Essere, con tutte le conseguenze che comporta ciò in relazione all’esperienza concreta, veritiera e reale della religiosità e della Conoscenza sovra-cosciente.

La caduta della coscienza ordinaria

La caduta della coscienza organica (e della sua mente) soppiantata dalla sovra-coscienza (e dalla sua mente), produce un ribaltamento di veduta che risulta al mondo come comportamento anomalo o alienato, negativamente stravagante, una quasi follia. Atteggiamento questo attribuito, con contrastanti giudizi, a molti maestri: se incuriosisce ed attrae, respinge perchè sentito come “pericoloso”. In realtà si tratta dell’emergere dell’Essenza che ha soppiantato una personalità, e che utilizza la coscienza che le è propria: non ci si trova dunque davanti a un nuovo comportamento, ma a un (modo di) Essere diverso. La difficoltà è che questo Essere ha una sua eternità, mentre la personalità che ha soppiantato ha un suo passato, che lo specifica ed identifica rispetto al riconoscimento sociale della “persona”. Sicché viene attribuito a quell’Essenza un passato e un ricordo di esso, una identità pregressa che essa non ha, perché tutto questo appartiene alla personalità che è morta. Ci si trova davanti a un assoluto eterno cui ci si rivolge (e non diversamente si può) come a un individuo umano.

L’Essenza non vede la realtà in quanto trama sociale avente il mondo naturale quale luogo di svolgimento, ma la Realtà come assoluto determinante, e quindi ha chiaro l’oscuro, mentre ciò che appare chiaro alla personalità è così poco importante da risultare velato, incapace di attrarre attenzione. Ma la coscienza ordinaria dirà, adirata: “ma come fa a non vedere?” Lo sguardo dell’Essenza vede tutto complessivamente e nulla di particolare; guarda alto e lontano e poiché laggiù focalizza, ciò che è vicino, seppure visto, è sfocato. Essa ascolta il Cosmo come si ascolta un’orchestra, e non si sofferma su ciascun suono dei singoli strumenti, sebbene ogni nota le risulti e una che fosse stonata sarebbe di grande disturbo. Così trova insopportabile questa nota e se ne trova ferita, tanto da avere l’esigenza di ricondurla all’armonia o, se impossibile, di farla tacere. In questo senso svolge un’azione armonizzante perché all’Essenza la complessità è affine quando è ordinata; è infatti un principio ordinatore, pantocratore. L’Essenza è per sua natura, quindi, un equilibrio la rottura del quale è strutturalmente dolorosa, e che perciò agisce in funzione del suo ritrovamento. È una stringa vibrante la cui fluttuazione di frequenza deve mantenersi entro una gamma che le è essenzialmente propria: è un La su cui accordarsi, e solo per ciò è maestro. Per vedere “il Maestro” occorre guardare attraverso la sua spoglia, alla luce nera dietro le sue spalle, dalla quale Egli emerge e che l’accompagna sempre come sua ombra.

Io sono una voce

“Io sono una voce che parla sommessamente… Sono sceso nel mondo inferiore e ho brillato nelle tenebre… Io sono Uno che sorge gradatamente sul Tutto… Io grido in tutti, ed essi conoscono che in me dimora un seme. Sono il pensiero del Padre ed è da me che procede la voce, cioè la conoscenza delle cose eterne… Venni giù a coloro che sono i miei fin dall’inizio. Li raggiunsi e spezzai i lacci che li rendevano schiavi. ” [Antico testo gnostico]

Buon Natale.

Manifeste assenze ed oscure essenze

Il non-Manifestato è solo in Dio. Ma all’interno del Manifestato vi è l’Increato, ciò che è manifestato come assente e potente. Buco nero o materia oscura, come suggeriscono recenti ipotesi scientifiche. Qualcosa che potrebbe esserci ma che, per qualche motivo, (ancora, forse) non c’è; o qualcosa che si è lasciato vedere ma che si è ritratto poi in un cono d’ombra: questo è manifestarsi come assente.

Quando alcune vite muoiono si manifestano come assenti alle vite superstiti; e quando una coscienza ordinaria è soppiantata da una sovra-coscienza, si manifesta come assente alle coscienze ordinarie superstiti. Le vite assenti dotate di sovra-coscienza entrano, come ne erano uscite, nell’ordine di ciò che è invisibile, materia oscura che cattura e trattiene luce, e che dunque ne è tanto densa che la sua sostanza è interamente luce, nera. In questo spazio vi sono dunque, oscurate, sovra-vite dotate di sovra-coscienze, increate: manifestate come assenti e potenti, cioè passibili di creazione, ossia di reificazione. Comunque, promesse di luce espressa. Essenze disincarnate e, o, passibili di incarnazione con atto di volontà. La presenza di queste assenze è costante nel Creato, ma invisibile; le sovra-coscienze incarnate, per loro natura essenziale, sono consustanziali con esse, per cui è corretto dire che Creato ed Increato costituiscono una unità inscindibile di cui appare solo una parte minima (la materia oscura è il 90% della massa totale); ed appare il creato solo a chi appartiene al creato, mentre anche l’oscuro Increato appare a chi è nel mondo senza essere del mondo.

Memento mori

Molti sono nella storia dell’umanità i miti e i riti di morte e rinascita, legati per lo più ai ritmi della natura e alle opposte polarità del tempo ciclico, nella circolarità del quale tuttavia esse coincidono. Ma poiché le nascite sono sempre eventi lieti mentre le morti sono sempre eventi tristi, ove morte e rinascita coincidano, la nascita (i natali) è ricordata ed esaltata (perdendo però il senso di ri-nascita) e la morte è obliata nell’inconscio. Ma se l’evento fosse considerato come unico (vi è un momento magico, secondo gli Egizi, in cui la notte cessa e l’alba non è ancora spuntata, ed è un varco per i mondi invisibili) si tratterebbe in effetti della conversione dell’uno degli eventi nell’altro: la morte allora dovrebbe avere una sua dolce e nobile bellezza, per potersi trasformare in una bella e nobile nuova luce. In effetti, belle morti ce ne sono, e di vario tipo… quella che è semplice esaurimento della vita, quella che è una nascita altrove, quella che è un banale avvenimento lungo una vita eterna… Quando muore qualcuno in questo modo, c’è comunque da rallegrarsene per lui; se lo si amava ci si può dispiacere per sé stessi, ché non lo si incontrerà più allo stesso modo, ma deve essere un dolore rapido, di quelli che durano tre giorni e vengono sostituiti da una dolce e confortante malinconia. Quel morire non è un male, è un evento positivamente risolutivo, che ciononostante, non deve essere perseguito: nel mondo delle sottigliezze deve invece essere meritato, e così, quanto più a lungo (se utilmente) si vive, tanto più modo c’è di guadagnare quel merito. Una vita spiritualmente utile, cioè capace di accumulare luce, può far meritare la migliore di queste belle morti: quella in vita, che rende vita e morte identiche ed annulla entrambe. Questo tipo di morte è premio in sé stessa, diversamente da quelle che danno soltanto accesso – secondo la speranza del fedele – al premio in un altro mondo. La vita eterna infatti non può essere successiva a una vita temporanea… ciò che è eterno non può avere discontinuità. La vita eterna però è estinzione, e l’estinzione è la diluizione dell’essere (individuale) nell’Essere (Unico). Il cristallo di sale sciolto in acqua marina, questa è l’estinzione. Questa morte è una soluzione, in tutti i sensi in cui questa parola si usa. È una transizione di stato invisibile all’osservatore esterno, che definisce vivo colui che è disciolto nell’essere e lo chiama morto solo quando non gli risulta più come presente nella sua realtà. Ma egli è oltre il tempo, la vista dell’osservatore no.

Il memento mori (“ricordati di morire”) è un incoraggiamento, come a dire: persisti e persevera, chè ogni difficoltà ha un fine e avrà una fine pacifica e gloriosa se si saprà far virtù della vita tanto da renderla immortale con una bella morte: quella.

Tempora et mores

Si immagini di star seduti davanti a una finestra e di veder passare progressivamente le varie fasi di una vita umana (qui considerata quale evento esemplare): nel tempo lineare si vedranno scorrere nell’ordine la nascita, i vent’anni, i quaranta e i sessant’anni e poi la morte; dopo un certo tempo senza visioni, si vedrà ancora una nascita e poi i venti, quaranta, sessanta anni, e ancora una morte, e con ciò si trarrà la conclusione che si tratti della vita di un secondo uomo. Nel tempo ciclico, dopo aver visto la morte della prima vita, apparirà, dopo identico intervallo, la visione dei vent’anni, è poi degli altri, usque ad (secundam) mortem et ultra. Ciò perché nella circolarità del tempo ciclico la morte della prima vita e la nascita della seconda coincidono, dato che in un cerchio qualsiasi punto è inizio e fine della circonferenza. La conclusione che se ne trarrà è che non vi siano soluzioni di continuità tra una vita e l’altra e che entrambe appartengano allo stesso uomo la cui fanciullezza si rinnova a intervalli regolari. Né vi siano pause di vuoto a separare un individuo (o una vita) dall’altro. Inoltre, nel tempo lineare l’osservatore vedrà apparire alla finestra solo un evento per volta, mentre in quello circolare l’osservatore vedrà un evento in primo piano e sullo sfondo quello che gli è diametralmente opposto, sicché, rispetto all’altro, avrà una percezione di profondità tridimensionale e di simultaneità degli eventi negata al primo; ogni cosa e il suo complementare polare appariranno contemporaneamente e non consentiranno punti di vista troppo netti o drastici.

Si comprende con facilità come la coscienza che indaga ed interpreta il tempo lineare produca una visione della realtà ben diversa da quella che contempla il tempo ciclico. Quest’ultima vede infatti solo l’Unità che manifesta singolarmente i suoi aspetti parziali come fatti discreti (ma complessi, nella profondità) e non vedrà mai vuoti; l’altra vede solo un brulicare di frammenti sconnessi, e di vuoti che li separano. Due realtà completamente diverse e due modi del tutto diversi di concepire sé stessi: nel tempo lineare non si è altro che uno dei frammenti in interazione discontinua con gli altri; nel tempo ciclico non si può concepire altro che l’Unità e poiché la si vede manifestarsi, ci si concepisce come sua manifestazione e in definitiva come unità che osserva sé stessa. E inoltre nella prima coscienza esiste la morte, anche la propria, e su questo fatto si conforma l’esistenza; non nella seconda. Coscienza del figlio dell’uomo la prima; coscienza del figlio di Dio la seconda.