È vero tutto e il contrario di tutto

“Tutte le verità contraddittorie si unificano nella Verità, al Haqq“. (Al Jili)

Questa affermazione, giustapposta all’altra, celebre, “An’al Haqq! “, io sono la Verità, di Al Hallaji, il quale scopriva con meraviglia che non vi era altra verità che sé stesso, determina e indica il luogo in cui solo è possibile la ricerca di Dio: l’Uomo.
Non l’uomo nelle sue infinite individualità, ma l’Uomo Universale, al Insan al Kamil; Uomo Cosmico, Uomo Perfetto, Uomo prototipale; colui che è, in quanto assoluto ontologico, principio dell’uomo; quello fatto a Sua immagine, colui nella forma del quale si incontrano e annullano le opposizioni “divino” ed “umano”.
In questo senso, l’Uomo Cosmico, a un tempo microcosmo e macrouomo, è un tramite tra i due mondi, il divino e l’umano, l’increato e il creato: egli è la sintesi della manifestazione, bagliore scaturito dall’oscurità del divino che non è ancora creato, ossia delineato in singola forma vivente cooperante con le altre. È autentico Cristo in quanto figlio di Dio, e autentico Maestro ove si tratti di maestria reale, non quella del dire, ma quella di chi fa perché è.

In genere questo fatto è inteso, in ambito exoterico e mistico, in questo modo: l’uomo ha sé stesso come ambito di ricerca del Tutto; deve partire dalla constatazione che in lui convivono verità parziali in contrasto e talvolta in conflitto tra loro, dipendenti dalla sua duplice natura; si deve poi sforzare di comporle in modo armonico o quantomeno equilibrato, cercando di piegare alla natura divina quella umana. Ciò si ottiene obbedendo alle leggi divine rivelate nelle scritture sacre a ogni popolo.

Ma una più precisa interpretazione delle dinamiche tra divino ed umano scaturisce dalla distinzione tra figlio dell’uomo e figlio di Dio, anch’essa di stampo prettamente tradizionale: non si tratta di una composizione di contrari nè di complementari, ma di un assorbimento dello stato umano in quello divino, con estinzione (fana’) del primo; e quest’opera, nella quale consiste la vita consapevole (iniziatica, ma non importa se religiosa, anzi), riguarda il solo figlio di Dio: ciò perché la distinzione tra le due stirpi è essa a dover trovare una composizone armonica all’interno della razza umana (dell’uomo inteso come Umanità), mentre solo in quella parte di essa in cui vive la matrice divina vi è la necessità di realizzare il proprio compito. Ove essa non c’è, non vi è alcuna contrapposizione interna tra forze, giacché l’umanità intesa qui come animalità umana, basta a sé stessa e ha il solo compito naturale di sopravvivere e generare [1].
L’uomo è complesso, e il modo in cui egli sopravvive e genera è complesso del pari; ma l’essenzialità di questo compito resta comunque alla base di ogni suo comportamento.
Tuttavia la dicotomia tra coloro in cui “Dio c’è” e quelli in cui “Dio non c’è” non è così netta, perché nella pre-esistenza (nell’unicum spazio-temporale perennemente contemporaneo) la mescolanza tra le due stirpi può aver creato gradazioni – per così dire – di Presenza divina, e quindi in ciascuno possono esservi scintille di universalità; ma è un puro assunto teorico, perché di fatto, al di sotto di un certo gradiente l’animalità umana prevale nettamente; al di sopra di esso il richiamo dell’universalità spirituale può o no farsi sentire come esigenza, e se lo fa, essa può o no essere perseguita con atto volontario. Rari quelli che non possono fare altro che seguirla.

L’affermazione di Al Jili non riguarda comunque la dinamica tra verità e menzogna [2], ma piuttosto quella tra reale e apparente. Vi è una sola Realtà, e poi non v’è nulla, tranne qualche traccia visiva, qualche miraggio, che la limitatezza umana scambia per concreta e che chiama realtà. Quindi tutto ciò che esiste è falso, anche se ogni cosa creata ha una sua verità parziale nel momento in cui appare e viene colta da altre cose create. In realtà si tratta di forme, ovvero di momentanei agglomerati definiti di elementi discreti.
Del pari risulta falsa l’osservazione di queste forme, per il solo fatto che esse esistono, ma non sono. La loro transitorietà sembra eludere ogni legge stabile, al contrario di quanto accade nel mondo degli Assoluti. Anche la ricerca filosofica (in senso lato) si riduce ad una osservazione del momento (ancorché dilatato) e può, al più, rimandare agli Assoluti, almeno in quanti vedono la vita organica (e i suoi derivati) come simbolo di Altro, e vedono dunque sé stessi come simbolo dell’Uomo Cosmico, loro maestro, col quale intendono identificarsi fino a fana’. L’osservazione filosofica o scientifica di questa pseudo-realtà produce a sua volta forme, stavolta di pensiero; la discussione attorno al pensiero produce altre forme… etc. Nulla di cui il cercatore del proprio divino assoluto sia indotto ad appassionarsi.

NOTE
[1] – È noto come la fertilità umana vada, almeno nel mondo nord-occidentale, lentamente ma decisamente atrofizzandosi, mentre vanno annullandosi culturalmente le diversità di genere e la sessualità si smarca nettamente dalla funzione riproduttiva, anche in relazione alla nascita del desiderio, che da fisiologico si va facendo sempre più puramente psicologico, soppiantando la genitalità cui, solo cento anni fa, dedicava la sua intera attenzione Wilhelm Reich. Si può obiettare che questa tendenza investe solo il mondo nord-occidentale, ma, anche se fosse davvero così, bisogna dire che l’inclinazione generale dell’umanità è di assumere a modello socio-culturale proprio quel mondo, il che lo qualifica come direzione pseudo-evolutiva dell’intera specie.
[2] – Se poi si volesse analizzare la dinamica verità/menzogna, si dovrebbe vedere – come ha mostrato l’evento pandemico attuale – che nella nostra società l’ente capace di erogare verità assolute ritenute ufficialmente tali è la Scienza, la quale ha dichiarato verità successive sempre in contraddizione con le precedenti; ciò aiuta a dire che, nel campo cognitivo relativo, nulla è vero, ma la Verità è solo in quanto assoluto. Il Servitore, ovvero quel raggio di Uomo Cosmico assoluto che vive nell’umano relativo, ha dunque una percezione del mondo simile a quella di un bambino saggio che sogna ad occhi aperti: stupito continuamente, incuriosito, incantato da certa sublime bellezza che la natura esprime nella sua femminilità, ma intanto distaccato e disinteressato alle cose che gli adulti chiamano “cose serie”.

Pensieri sul Pensiero

Chi coltiva il Pensiero come nobile espressione di umanità, di solito ama la propria attività del pensare e apprezza il pensiero degli altri. Il pensiero è sí facoltà dell’uomo, e tra le facoltà di questo animale è quella che più lo caratterizza; il fatto che lo distingua da altre specie non è rilevante, dato che ogni specie ha qualche specifica caratteristica che la distingue; né che costituisca una superiorità giacché ogni specie ha specifiche qualità nelle quali è superiore a quella umana. Il pensiero dell’uomo è una produzione della mente logica, correlata alla parola (logos) e al linguaggio, anch’essi particolarmente ma non esclusivamente umani (ogni specie ha suoi linguaggi articolati in fonemi significanti). Però si può anche affrancare il pensiero dalla logica e chiamare pensiero il raggio di luce che colpisce un’intuizione ancora in ombra tra altre; intuizione nel senso di qualcosa che si è colto noeticamente senza averlo ancora rivestito di quei significati che si celano nel valore evocativo dei segni. Quel raggio non viene infatti dalla logica, ma è una rivelazione che proviene dalla sovra-coscienza. Ne discende e chiarifica, rende visibile, identifica e individua, vivifica e pone in atto, genera atomi di Conoscenza.

Se si attribuisce un pensiero che non sia di questa fatta a un Servitore, foss’anche per lodarlo, lo si offende: egli non pensa, vede in grazia di sovra-coscienza e dichiara (declara). La sua parola è, a sua volta, una lama di luce che cade sulle intuizioni di quanti ne hanno, e così si propaga. Questo genere di pensiero che viene prima del linguaggio (non dopo!) dice la verità perché non può far altro; ma non chiede di essere “creduta” (perché sarebbe un’adesione pensata) e quindi non genera mai ideologie né seguaci. E così, naturalmente, viene rivelata ma non mai creduta: ciò che è creduto non è mai verità.

E vocazione

La potente e ineludibile istanza dell’ente di venire estratto dalla condizione umana, e in vita: questa è la sola autentica vocazione capace di determinare l’ingresso su certa forma della Via spirituale con l’adeguata risolutezza e con proprietà d’intenti. E con essa la chiara consapevolezza che nessun umano può trarre alcuno fuori dall’umanità, e che questa immane impresa deve essere affidata a un Ente inumano, al quale ci si possa sentire affini e affratellati in sostanza.
Quando questo grido silente si leva nei mondi sottili, quale emanazione di volontà, subito trova risposta, quasi mettesse in moto un’onda che raggiunge Chi gli è affine. In questi mondi hanno permanenza i Maestri Eterni, la cui interazione con il mondo fisico esiste in potenza e si pone in atto quando è necessario: e un grido di questa fatta genera una necessità di intervento. Sicchè chi lo lancia viene raggiunto; e ciò significa che non sarà mai più solo nella sua ricerca; oppure lo sarà totalmente se è vero quanto dicono gli Antichi, che sbaglia chi ritiene che discepolo e maestro siano due esseri separati. Di fatto, quando il maestro e il discepolo si incontrano, avviene la fusione tra loro in forma di un unico Ente, e l’allievo è, in questo senso, immediatamente assimilato al suo maestro. Poiché non vi è che un Unico Ente, questo Ente è solo; e questa solitudine raggiunta all’improvviso, in un sol colpo, abbagliante per la sua evidenza e per la sua bellezza d’assoluto, sgomenta l’allievo per il tempo di uno smarrimento; ma è un non-tempo, ché poi si accorge come l’Uno sia il Tutto.

Ma questa necessità iniziale è una necessità di liberazione, non di salvazione: per l’ente il giudizio è stato emesso a monte con la sua stessa individuazione in coscienza di essere ente: se ha emesso quel grido, era cosciente di essere ente; e se lo era, era già in uno con il suo maestro. In queste cose non vi è un tempo umano, tutto è nella pre-eternità.
Quando questa istanza si presenta, la condizione umana è sentita insieme come limite e come mezzo unico per la riuscita dell’impresa: una montagna che è mezzo e impedimento a chi aspira alla sua vetta. Quando l’impresa è riuscita, la condizione umana è un abito, utile o ingombrante a seconda delle occasioni, e si fa forte il desiderio di guadagnare la nudità dell’essere come strumento di rivelazione a sé stessi e insieme di occultamento a quanti hanno occhi capaci di vedere solo gli abiti. Se nudità equivale, per l’Ente liberato, a invisibilità, gli è possibile lasciare l’abito dell’umanità e recarsi là dove serve, ai convegni con gli Invisibili. “Gli esseri materiali sono un velo per gli estranei, non per gli amici. Per colui che possiede la visione tutte le forme sono segni dell’invisibile“.
Il sonno è lo stato di coscienza organica più favorevole a questo, ma altri stati di coscienza possono essere prodotti per ottenere lo stesso scopo; i quali però sono stati dell’ente e non risultano sul piano organico sensoriale. Vi è dunque soluzione di continuità tra la coscienza organica e la coscienza dell’ente (Ente/Coscienza): la prima risiede nel cervello che ha sede nella testa, la seconda risiede nel cuore che ha sede nel cervello.

Senza maestri

È stato detto che, in questa epoca, non vi siano più maestri; è possibile che sia così perché così dev’essere, nel senso che ne è cessata la funzione. E la ragione è che non vi possono essere più discepoli: per questa posizione il casting è chiuso, e i giochi sono fatti.
È possibile che, terminata l’epoca dei profeti inviati a salvare gli uomini, sia ormai giunta l’epoca dei figli di Dio rivelati a sé stessi che cercano i propri fratelli dispersi tra gli uomini e ancora ignari del loro lignaggio, per riportarli a casa.
Non si tratta più dunque di discepoli, ma di fratelli che non devono essere formati, ma risvegliati.
Ogni tardivo discepolo che volesse proporsi non potrebbe essere accolto perché non c’è il tempo per tentare una trasformazione così radicale come quella prodotta da una via spirituale, perché essa richiede, in condizioni straordinarie, una vita intera e molto più di una vita in quelle ordinarie; e poi perché dedicarsi a un discepolo distoglie dalla ricerca dei fratelli, che è la ragione di alcune presenze permanenti.
Si può obiettare che si potrebbe non trovare alcun fratello, e questo è vero: si deve infatti constatare come, alla fine di un ciclo, ben pochi potrebbero esserne rimasti, e dispersi in spazi davvero estesi. Restano i fratelli consapevoli, i Servitori, nodi della trama della sovra-coscienza… Forse si è a questo, e ciò richiede una semplice constatazione dello status quo, ed una paziente attesa.

La senescenza del ciclo ha provocato alcune decadenze: non vi sono più discepoli perché la mentalità capitalistica e consumistica, alla sua agonia, ha educato a considerare l’incontro magico tra un discepolo e un maestro pari a quello di un consumatore con un prodotto da consumare; il consumatore (che pure fu un uomo) è abituato a sentirsi sedurre e si aspetta di esercitare il potere di operare la scelta a suo discrimine, dopo valutazioni di convenienza.
Nella Tradizione è naturalmente vero il contrario: è il maestro a operare la scelta tra pretendenti alla sua preziosa attenzione: è l’attore a dover convincere l’autore di essere adatto al ruolo, per sperare in un lavoro; ed ora però sembra che il casting sia chiuso e i giochi siano fatti, e che l’attenzione del Servitore sia attratta solo dal fratello.
La Via potrebbe essere ormai una storia strettamente di famiglia…

Lode al Servitore

La parola “servizio”, usata nell’ambito della scienza spirituale, indica in modo univoco e unilaterale la funzione che alcuni esseri hanno di tramite tra i “mondi superiori” e “questo basso mondo”. Il servizio non è in alcun modo reso in senso opposto.
Questo vuol dire, nella pratica, che il santo cui il devoto si rivolge perché faccia da mediatore e latore delle proprie richieste a Dio, non è un Servitore; e che il Servitore è un Santo (nel senso usato esotericamente, cioè uomo di Dio) in quanto canale di trasmissione della grazia divina (baraka), ovvero dello spirito divino nella forma adeguata al livello al quale è richiesto che esso debba discendere per essere applicato efficacemente.
Il Servitore, a causa della sua posizione di tramite, è ultimo rispetto al piano divino, e primo rispetto a quello umano [1], per cui gli sono dovuti rispetto ed umiltà. Gli sarebbe dovuta – secondo la Tradizione – anche obbedienza incondizionata, ma offerta spontaneamente e liberamente, dunque mai come atto di sudditanza (men che meno psicologica), ma piuttosto come gesto di riconoscimento della sua funzione.
Nulla di questo tuttavia, è una richiesta del Servitore: nè il rispetto, né l’umiltà, né l’obbedienza, né il riconoscimento. La qualità della sua funzione e la direzione discendente di baraka, rende utile avvicinarlo con questo atteggiamento, ed inutile o persino dannoso farlo con arroganza. Ma non è, si ripete, una sua richiesta, né tanto meno una sua necessità. Tanto più che egli, se non invisibile, risulta ben mimetizzato tra i figli degli uomini. Dio si dice ne sia geloso e lo veli ad occhi diversi dai Suoi. Non può essere trovato per via di ragione, ma solo per attrazione istintiva e spesso inconscia, quella per la quale il simile chiama il simile; a maggior ragione non può essere scelto [2].
Dunque, in qualche misura, l’efficacia del Servitore si manifesta quando cercatori sinceri lo riconoscano e con il loro corretto atteggiamento lo obblighino a manifestare i suoi doni; non diversamente da una fonte trovata in qualche intricata foresta che, svelata, per il solo fatto di essere fonte non può che concedere per sua natura che vi si attinga acqua; ma intanto resta occulta agli occhi di chi non sia riuscito a trovarla.
Quest’acqua è acqua di vita, perché – come l’acqua fisica è fondamentale per la vita organica -, così questa lo è per quella spirituale.
La vita spirituale che per la devozione è qualcosa che si aggiunge a quella fisica e la nobilita [3], è invece per il Servitore l’unica vita di cui dispone: l’uomo si disseta con l’acqua, ma la fonte è acqua. E il compito del Servitore è quello di far sì che il bevitore diventi a sua volta l’acqua che beve. Questo è il fine della scienza spirituale, e il Servitore è lo strumento per la realizzazione di questo intento: lo è se lo si trova, e lo si trova se la sete è tale da imporre la ricerca e non ammettere distrazioni o soste [4]: “La via del paradiso è arida“. “Lo spirito è un’esistenza non composta, semplice e una, come l’acqua… Il suo solo attributo è la Vita“. “Gli spiriti entrarono nei corpi sottili… come acqua nella brocca. Poi lasciarono la dimora sottile ed entrarono nei corpi materiali…”

Non vi è percorso senza un sentiero, né sentiero senza una meta; così non può esservi ricerca dell’assetato senza che vi sia una fonte da ricercare. La presenza dei Servitori in quella selvaggia foresta (seppur meravigliosa nel suo verdeggiare) che è questo basso mondo è la ragione stessa della ricerca. Se si ritiene che non vi sia futuro senza ricerca (riferendosi a quella scientifica), il Servitore è ragione di ricerca nella scienza spirituale, ove esiste solo la pre-eternità. E se essa c’è, devono esserci Servitori.

NOTE
[1] – Sebbene rappresentati su piani ascendenti, i “mondi” sono compresenti e solo la sovra-Coscienza (o meglio lo stato spirituale) è in grado di cogliere l’uno o l’altro dei livelli molteplici in cui essi si manifestano.
[2] – I maestri scelti dal discepolo appartengono alla categoria dei maestri di vita, e non sono mai maestri spirituali se non – e al limite – nella molto riduttiva accezione di “coloro che insegnano a condire di spiritualità la vita organica”. L’incontro tra un Servitore e quelli che gli sono affini è un fatto che appartiene al mistero della Vita Spirituale.
[3] – Vedi nota 2: questo è il lavoro dei maestri di vita.
[4] – La coscienza dell’essenza è la sovra-coscienza, che è di fatto uno stato spirituale. A quel livello può esservi un’attrazione tra fonte ed assetato, simile a un sottile istinto primordiale, che sfugge completamente alla ragione e alla sua coscienza, la quale può piuttosto opporsi. La sede della sovracoscienza è invero il cuore.

Gnōthi seautón

È detto nella Tradizione che, come Dio è oscuro, altrettanto lo è il Servitore Suo figlio a sé stesso. Dice Al Jili: “Sappi che nei riguardi di te stesso versi in una condizione di oscurità, e ciò significa che la tua interezza non ti è affatto palese, qualunque sia l’orizzonte della tua conoscenza su di te… sei un’essenza celata in un’oscurità: non hai dunque compreso che Dio è la tua essenza e la tua ipseità? [1]. Ma se non sei cosciente di quanto è eminentemente la tua realtà, sei allora verso di te nell’oscurità…” Quella parte di te che rimane oscura è però essenzialmente divina, e l’Essere è totalmente cosciente di sé stesso e dunque, poiché quella parte ti appartiene ancorché ti sia ignota, tu sei “simultaneamente manifesto ed ascoso a te stesso. È questo uno dei simboli che Dio propone agli uomini e che solo coloro che sanno comprendono.
Quale mistero! La Sua manifestazione è eziandio la Sua non manifestazione!“, e questo nel Creato e nell’Increato, ma, per quel che riguarda il Servitore, nel Servitore stesso. Il senso iniziatico più profondo di quanto sopra è nel fatto che la ricerca di Dio coincide con la ricerca di sé stessi, non perché si sia Dio, ma perché Egli può essere trovato solo nel proprio figlio (in colui nel quale Egli è); sicché la ricerca riguarda la possibilità di essere figli di Lui, e tale ricerca deve svolgersi nelle proprie oscurità che non appartengono all’inconscio (sebbene siano incoscienti) ma al sovra-conscio; non è un lavoro di scavo, ma di ascesa (ascesi).

NOTE
[1] – La parola araba huwiyah (derivata da Huwa, Egli) può essere tradotta come ipseità (principio che afferma l’identità dell’essere individuale con sé stesso, detto di esseri dotati di coscienza) ed anche come aseità (condizione di un essere che per esistere non ha bisogno di riferirsi ad altro se non a sé stesso poiché ha in sé stesso il principio della sua esistenza). Entrambi i concetti esprimono la liberta dell’Ente/Coscienza che non riconosce che sé stesso come Tutt’Uno. Sebbene questi termini siano riferiti all’Essere Supremo, la partecipazione del Suo Servitore alle Sue qualità lo annulla in Lui (Huwa) e quindi essi ricadono anche sul Servitore estinto in fana’.

Chi è?

Se si chiedesse a un servitore: “tu chi sei?” non si potrebbe che ricevere in risposta che un nome al secolo: non è una bugia, ma certo è una dissimulazione.

La risposta infatti non dovrebbe che cominciare con: “Io sono…” e un servitore non dice “io” senza mentire. È nota la storia di quel discepolo che bussava alla porta del maestro e, rispondendo “io” alla domanda “chi è?”, veniva cacciato con un: “vattene, non ti conosco”. Perché fosse invitato finalmente a entrare dovette imparare a rispondere al: “chi è?” con un: “sei tu!”, affermando l’identità in Uno solo di tutti i servitori. L’identità per il servitore consiste nell’essere identico all’uno.

E poi la risposta dovrebbe procedere con le qualifiche del servitore, il che ne indicherebbe i compiti ma non l’identità. E sarebbe una menzogna che al servitore non è consentita. E poi, chi si identifica con quello che fa, non è. Il servitore “è” e non fa altro che essere.

Per evitare questa domanda, il servitore si comporta in modo che non gli venga fatta, mantenendo un comportamento anonimo, riservato, distaccato; tenendosi nell’ombra della banalità dell’esistere e confondendosi con il paesaggio. La storia della sua esistenza non merita di essere raccontata, neanche a sé stesso; e la sua essenza non ha storia, ma solo attualità in ogni attimo. Di fronte a un servitore non è il suo curriculum vitae a contare, ma la sua presenza in quel momento. Chi gli chiede: “chi sei?” non merita risposta, perché chi lo incontra in sincerità lo sa già con chiarezza, dentro di sé: “Chi sono? Sono te!”

Trabocchi

Il Servitore sa di essere un figlio di Dio. Oscuramente, per parte della sua vita terrena, perché la condizione umana ne seppellisce la coscienza sotto il peso della materia organica, ma sempre più chiaramente da un certo momento in poi, quando sopraggiunge la rivelazione a sé stesso che gli è destinata. Questa consapevolezza ne fa un esploratore di questo basso mondo che gli appare come una foresta vergine, intricata dei magnifici intrecci della complessità creata, muoversi all’interno dei quali non può che provocare graffi e lividi, quando non ferite gravi e pericoli di vita. Muoversi in quel groviglio di rovi che strappano di dosso brandelli di superfluo, equivale a conoscere, e conoscere equivale a ferirsi: la Conoscenza non si ottiene che a prezzo di qualche cicatrice.

Il Servitore sa di essere protetto, ma si ferisce perché Conosce; però si chiede, quando la ferita brucia (angosciosamente in certe notti senza luna), se la protezione ci sia davvero, se ci sia mai stata, o se non sia stata forse ritirata, e perché? Per propria colpa? In quelle notti, in cui ogni alito di vento produce un sussulto, deve intervenire la reminiscenza di chi egli sia, a sostenerlo.
Non ci si può muovere a conoscere senza ferirsi, in quel luogo; non si può farlo senza stancarsi, esaurire le forze, logorarsi ogni giorno un po’. E poi, – senza che questa sia una punizione -, a volte piove o fa freddo: è solo la condizione di quel luogo in cui egli serve; se vi è dolore, è il dolore di quel luogo, e la pioggia è fatta di quelle lacrime che esso gli piange addosso.
Tutto questo potrebbe essergli risparmiato solo sollevandolo dal servizio, che è la sua stessa vita. Gli si dovrebbe allegerire la vita togliendola…
E d’altra parte nulla di ciò che egli soffre è risparmiato al figlio dell’uomo, il quale non è un esploratore ma un elemento di quell’ambiente. Qual è la differenza se non la coscienza di essere quel che è? E cosa sta conoscendo il Servitore se non la propria Coscienza, gradualmente, man mano che si libera da un involucro che le va troppo stretto? Quella fatica ha un senso, e magnifico, per il Servitore; non ne ha alcuno, è anzi fine a sé stesso e fonte di disperazione fino alla follia per il figlio dell’uomo, che non ne vede i nessi profondi, gli apparati radicali, e per il quale esso è dunque vuoto di senso, è follia, caso e insensatezza.

E poi a volte il cuore del servitore trabocca per la sovrabbondanza di grazia. Quanto il cuore non riesce più a contenere deve essere declarato per discendere e bagnare quanti si trovino nelle sue vicinanze.
Se, ad esempio, il servitore cui è stata donata la povertà dignitosa di chi riceve comunque il necessario, la vede inasprirsi in una povertà maggiore, capace di indurlo a ridurre persino il consumo di cibo, interpreta questo come segno che il corpo non ne ha più gran bisogno, la materia non ha più bisogno di materia perché è al tramonto della sua era, mentre l’ente è all’aurora della nuova. Vuol dire che la sua Coscienza si è tratta fuori dal proprio limite tanto da non considerarlo più essenziale e poterlo lasciare diminuire. Così fa anche il Cosmo quando lascia esaurire una risorsa che non gli serve più; così fa anche il figlio dell’uomo quando esaurisce lentamente la sua capacità di riprodursi: la materia non ha più bisogno di materia, deve dissolversi nello stesso Spirito che aveva contenuto: e ciò nel Servitore, microcosmo, come nel Cosmo, macrouomo realizzato.
La privazione è dunque calorosa, densa e amorevole, piena di fiducia e gratitudine: si sa che non raggiungerà che quell’estremo che può essere agevolmente sopportato, come ha imparato; ed è un segno molto, troppo gratificante per i piccoli meriti che egli ha guadagnato. In realtà nessun merito, perché il servitore non ha fatto niente, mai; è stato fatto, e attraverso di lui si sono fatte le cose che Egli ha voluto: nel non opporre resistenza al lasciarsi fare consiste l’unico merito che ha. Segno però di essere osservato e considerato vivente. Di essere tra i Viventi, quelli che non sono figli dell’uomo.

“Sii paziente, rendi grazie a Dio, e non lamentarti di quanto ti accade… Ciò che si sopporta dà grandi profitti, ma questo fatto non è compreso.” (Sultan Walad)

Pre-destinazioni al luogo da cui si viene

Nella tradizione appare talvolta una visione predeterministica della realtà umana: fin dalla pre-eternità (cioè fin da prima dell’inizio del tempo, ma contemporaneamente a ogni tempo[1]) l’umanità sarebbe creata in spiriti puri e spiriti impuri. Anche se questi ultimi si comportassero in maniera esemplare per tutta la loro vita tanto da essere considerati santi, tuttavia la loro qualità originaria finirebbe per prevalere rivelando la loro insincerità; viceversa ai puri, pur se abbiano condotto una vita colma di errori, basterà una sola parola di pentimento per restituire al proprio spirito il candore originario. Ciò perché la vita organica è forma nel corpo, e la forma scompare lasciando apparire la sostanza che di esso si era provvisoriamente ricoperta.
In questa concezione delle cose da un lato si nega ogni possibilità di raggiungere l’obiettivo spirituale in base al semplice proprio sforzo, e dall’altra si afferma però che, avendo la giusta sostanza (ovvero essenzialità pura) la vita può essere l’esperienza data per rivelar(se)lo. Non si è dunque giudicati per le proprie azioni, ma per la qualità originaria della propria sostanza essenziale; anzi, non vi è bisogno di alcun giudizio finale, dato che la qualità pura o impura è data allo spirito individuale ab initio, con tutti benefici o malefici che essa comporta.

Le due sostanze, provenendo dalla pre-eternità, costituirebbero due filoni all’interno dell’umanità, ognuno dei quali si riveste di forma in modo provvisorio e ripetuto nel Tempo (una volta che esso si sia instaurato fuori dalla pre-eternità[2]). Il Tempo è funzione di un movimento ripetuto e ciclico, rotatorio, ed è per questo connesso alle leggi ripoduttive che sostengono il Creato. In esso dunque conviverebbero le due “razze”; i comportamenti delle relative incarnazioni sono interamente inerenti al Creato, e perciò del tutto ininfluenti ai fini di un giudizio. Il Creato è lasciato libero di auto-dirigersi dall’atto stesso della creazione, ed i comportamenti si perdono dunque nella logica che sostiene questa auto-direzione.
Le sostanze viceversa sono assoluti che non entrano nel gioco delle dinamiche del Creato se non per un fatto non da poco: esse creano una loro dinamica interna tra complementari (puro/impuro), dualismo di fondo sul quale si impernia la creazione, che ha bisogno di dualità per sostenersi e sopravvivere: è forse in questa consapevolezza che prende forma l’idea di uno “spirito impuro”, contrapposto al “puro”.
Ma vi è una inesattezza nel dire che spiriti puri e spiriti impuri siano stati creati, giacché essi sarebbero, in questo caso, conseguenza e non causa della creazione; ma è esatto dire che la creazione dell’umanità sia avvenuta sulla base della dualizzazione dello Spirito. Ma nel senso della dualità essere/non-essere. Lo Spirito divino non è creato, infatti, ma è una manifestazione che discende in gradi sempre meno sottili sul piano del creato, e dunque dell’umanità. Sebbene questo spirito raggiunga in un individuo lo stato – appunto – di spirito individuale, esso sarebbe solo, in quanto tale, una porzione minima di uno dei due filoni nei quali lo Spirito divino si manifesterebbe. Ma la dualità, fondamentale nel Creato, nel Manifestato non ha motivo di essere, e dunque non è. Così, in Assoluto, non v’è una purità nè una impurità di spirito; ma (e solo nella relatività del Creato), vi è presenza o assenza di Esso. E allora un dualismo appare tra ciò in cui lo Spirito è e ciò in cui non è, tra individui in cui lo spirito divino è, e altri in cui non è… uno spirito impuro è infatti una contraddizione in termini: è impura semmai la forma che non riveste alcuno spirito.

Anche il dibattersi dell’animale umano nella ricerca spasmodica della sua vera sostanza, al fine di trovarne la qualità assoluta, risulta in questa visione qualcosa di debole, pietoso, simile a quello delle sardine catturate dalla rete; ed appare accanto la maestosità cosmica del Tutt’Uno in cui persino quello della salvazione risulta un desiderio meschino dovuto alla miopia degli occhi umani: lo spirito è già salvo e tronfante, qualunque forma abbia voluto rivestire e qualunque sforzo questa forma abbia compiuto… la forma è schiava dello spirito, ed è il mero strumento di ingaggio della lotta riproduttiva del Creato al fine di innervarlo e vivificarlo. Lo Spirito nella sua qualità Essenziale penetra il Creato se vuole, lo domina, lo vivifica e lo mortifica, si dona e si sottrae; gioca a produrre attriti per generare scintille e fuochi, ma è fuori da tutto ciò: lo Spirito è solo in Sè e ogni misero umano è soltanto se è Lui.

NOTE
[1] – “Colui che ritiene che la pre-eternità sia una cosa da cercare in direzione del passato commette un errore imperdonabile. Si tratta però di un errore che la maggioranza delle persone commette. Dico che è un errore perché, nel campo in cui la pre-eternità si attualizza realmente, non esiste né passato né futuro. La pre-eternità ricopre senza distinzioni sia il passato che il futuro. Coloro che non possono fare a meno di immaginare una distinzione tra i due sono portati a farlo per il semplice fatto che la loro ragione è ancora nelle maglie dell’abitudine di affidarsi all’immaginazione visiva. In realtà, il tempo di Adamo ci è altrettanto vicino del tempo presente, poiché dinanzi alla pre-eternità tutti i diversi tempi si trasformano in un solo ed unico tempo. Forse il rapporto di pre-eternità con le diverse epoche può paragonarsi meglio al rapporto della conoscenza con i diversi luoghi. In realtà le conoscenze che si possono avere (di diverse cose) non differiscono in funzione della vicinanza o della lontananza da cui ci si può trovare rispetto a un luogo. La conoscenza si trova in un solo ed unico rapporto rispetto a qualsiasi luogo. La conoscenza è «con» ogni luogo, mentre ogni luogo non è «con» la conoscenza […] Si deve concepire il rapporto della pre-eternità con il tempo esattamente nello stesso modo. Infatti, non solo la pre-eternità è «con» ogni unità di tempo, e «in» ogni unità di tempo, ma essa include in se stessa ogni unità di tempo e, nell’esistenza, essa precede ogni unità di tempo, mentre il tempo non può comprendere la pre-eternità, proprio come nessun luogo può contenere la conoscenza. Allorché avrete capito quel che ho appena detto, capirete facilmente che non esiste alcuna differenza tra pre-eternità e post-eternità dal punto di vista della loro realtà. Ma, quando si considera questa stessa realtà in rapporto al passato, la si chiama provvisoriamente pre-eternità. È solo per l’eternità dei due rapporti che si ricorre a queste due parole.“ —  [Ayn al-Qudat al-Hamadani]
[2] – Il Tempo sta alla pre-eternità come il Creato sta al Manifestato: è una bolla che lo pone fuori da ciò che lo contiene.


La cosa che non è

La cosa che si è non è colui che si è.

La propria consistenza organica, quella forma capace di occupare uno spazio fisico, è la cosa che si è. Il suo limite è la superficie della pelle.
Colui che si è non ha questo limite, e il suo spazio è metafisico, non occupato ma condiviso con ogni altro ente. Non vi è altro termine per definire colui che (si) è: Ente.
Il fine di un percorso spirituale reale non è altro che la migrazione della coscienza dalla cosa all’ente. In quanto appartenente alla cosa, la coscienza ne emerge infatti come elemento dello psichismo; mentre come ente/coscienza essa ha consistenza autonoma e risulta da quel manifestato che è visibile solo all’iniziato: proprio in questa visibilità della realtà occulta consiste la coscienza dell’Ente. Se la coscienza organica affiora, l’altra discende ed è perciò detta sovra-coscienza.

Durante la permanenza della sua vita organica, nell’iniziato le due forme di coscienza coesistono, ma l’Ente percepisce la coscienza organica come rumore che disturba l’ascolto e la visione che appartengono alla sovra-coscienza; per questo motivo la cessazione della vita organica è percepita – secondo i racconti tradizionali – come liberazione agognata. La coscienza organica è percepita con lo stesso fastidio doloroso con cui uno schizofrenico si sente ossessionato dalle voci dei propri deliri: una ingerenza opprimente che distoglie dalla chiara visione e pretende che si facciano cose inutili ed assurde, come se fossero necessarie. Di queste cose assurde ed inutili è fatta la vita in questo basso mondo. Non è tanto il corpo in sé che è percepito come peso, quanto la coscienza che lo accompagna ossessivamente e che tesse continuamente trame relazionali dalle quali pretende che l’uomo dipenda.

Sebbene si dica nell’agiografia che il santo sia quello che rinuncia al sonno per dedicarsi alla preghiera, finché il servitore non ha ottenuto di liberarsi della vita organica, è il sonno a rappresentare l’unico rifugio nella sovra-coscienza: il sonno è infatti la cessazione dello stato di coscienza organica vigile.
Il sonno permette alla cosa di generare ogni sensazione onirica e di elaborarla, mentre l’Ente può recarsi altrove, “invitato in un mondo nuovo, in compagnia di altrettanto degni“. Il sonno è quanto di più vicino alla morte, che “è perfetta: liberazione dalla schiavitù, unione e realizzazione…” e l’iniziato la desidera in quanto tale, ritenendola un premio da guadagnare con la propria permanenza in servizio fino a che esso sarà ritenuto necessario: prima di ciò, perdere la vita è un furto o una trascuratezza imperdonabile, dato che egli sa che non gli appartiene, mentre gli appartiene interamente la responsabilità del servizio che gli è stato affidato. D’altronde, il servitore, pur sopravvivendo la cosa, sul piano della coscienza è già morto alla cosa e vivente nell’Ente, e ciò che gli manca è solo l’assenza di disturbo: “Sai perché l’Amato è velato ai tuoi occhi? Perché il tuo corpo è diventato un ostacolo che non te lo fa cercare.