Interiorità

Occorre indagare la propria interiorità con lo spirito di chi indaga un mondo sconosciuto a cui è approdato portato dalla deriva e nel quale sa di dover vivere il resto della propria vita, dal momento che, altrettanto bene, sa di non poter tornare indietro.

Bisogna esservi approdati, a questo mondo nuovo; e bisogna quindi aver lasciato il vecchio, bisogna aver attraversato gli oceani.
Seduti sulla spiaggia ad ammirare il mare si possono immaginare terre lontane, l’oltremare. Si può immaginare che una vela bianca appaia all’orizzonte annunciando l’arrivo di visitatori stranieri… (saranno solo migranti). Si può accarezzare la speranza di essere “scoperti” da questi visitatori… (o temere di esserne invasi).
Il fatto è che occorre farsi una zattera e varcarlo, il mare, rischiando. Bisogna essere il visitatore, e il visitato; l’esploratore, e l’esplorato.

Se si indaga la propria interiorità in questo modo, vi si vedranno panorami e Presenze con le quali si raggiungerà una famigliarità; sebbene all’inizio aliene, queste presenze si riveleranno come membri della propria famiglia e si imparerà, dalla loro storia, la propria storia.
In quel mondo nuovo ci si stabilirà, pensandosi all’inizio coloni e scoprendosi poi aborigeni.
Allora avverrà l’inversione delle luci, il rovesciamento della coscienza: il mondo interiore sarà il mondo tutto, totale, unificato… sarà l’Universo che contiene i Multiversi.
Si chiameranno teofanie le visioni del proprio mondo interiore, e quando l’inversione avrà avuto luogo, si apparirà a se stessi come teofania.

Bisogna cercare il proprio padre perduto cercando il suo seme dentro le proprie cellule.
Il saggio non lo considera un estraneo che ha abbandonato la madre per fuggire lontano, e lo rincorre: il padre è in lui, perché lo ha generato nella madre. Il padre è lui, che si è generato nella madre.

Chi cerca l’alieno fuori di sé non lo troverà mai, né se lo trovasse l’incontro potrebbe essere diverso da quello comune con un qualsiasi sconosciuto; ma il saggio cerca la rivelazione, che è altro: rivelazione di essere alieno a se stesso.

Se qualcuno ha un mondo esteriore, questo non è un Uomo. L’Uomo ha solo mondi interiori, l’Uomo è il proprio mondo, il proprio Universo. L’Uomo crea se stesso vivendo, e allo stesso modo crea il mondo nel quale abita: se stesso.
Il saggio cerca se stesso. E se è un saggio, si è trovato.

Colui che non esiste

Chiosa a Riflessi di uomini specchiati.

Colui che è immerso nella Realtà che alberga nelle profondità del proprio cuore, se per necessità ne emerge, sente che fuori è sogno. Tornato poi in sé egli si risveglia… Realtà concreta è quello che non avrebbe mai osato sognare, quella che si fa in ogni attimo senza permanere più di un attimo.
Un brandello di quell’attimo è “il mondo”, il sogno fantastico, illogico, irrazionale ed incoerente: l’immaginario che gli uomini fingono di governare.

Se Narciso riconosce la realtà di se stesso nel vibrare della propria immagine sulla superficie dell’acqua, egli deve ammettere che è reale l’immagine, ed illusione il corpo che si riflette.
L’Immagine di sé “è” il Vero, non il suo corpo, no… anzi, essendone l’opposto speculare è l’opposto del Vero… se l’immagine “è”, il corpo “esiste”… denuncia la sua precarietà.
La materia è manifestazione, reale è l’immagine della materia, il suo rispecchiamento.
Ma questo è un cortocircuito: la materia viene prima della sua immagine riflessa, eppure essa risulta essere un prodotto, dunque è manifestazione della propria immagine! Che salto, per la coscienza! La materia è rispecchiamento della propria immagine, io sono (in quanto corpo) l’immagine della mia immagineio sono allora nella duplicità di materia e vibrazione… ma non è esatto, perché non sono due cose… allora sono una Unità che si manifesta in modi diversi e non alternativi… e la scelta, perciò, di come percepirmi è di chi mi guarda…

La Sostanza, la polla d’acqua della fonte in cui Narciso si rispecchia, è la sola Realtà, sulla quale si appoggia la realtà “particolare” di Narciso, e dalla condensazione della quale emerge il corpo di Narciso, che è fatto d’acqua.
Dove è il fulcro della Coscienza di Narciso? Dove Narciso può dire “io sono io”? Nel suo corpo? Nell’immagine del suo corpo? Infine, può egli dire “io sono l’acqua della fonte, io sono la Sostanza”?
In questo drammatico interrogativo egli precipita, la ragione viene sconfitta, ed egli osa dire “io sono il Vero”… non resta infatti che questa conclusione, con la quale egli pronuncia il proprio annullamento, perché l’Io si diluisce nel Vero nel momento stesso in cui si accorge, ed afferma, di essere Sostanza, e quasi non ha tempo di terminare la frase, prima che il Vero lo assorba.
Da quel momento, dove cercare Narciso? Ogni volta che qualcuno vorrà Narciso, dovrà evocarlo, estraendolo dal Vero; potrà farlo solo se ne serberà intero e perfetto il Ricordo nel cuore. Ma chi avrà mai la precisione del Ricordo necessaria a tanto? solo Narciso.

La domanda

La domanda implicita che chiunque scriva di cose dello Spirito rivolge a se stesso mentre scrive è: a che serve? Se ci fosse una pretesa di insegnare scrivendo, sarebbe imperdonabile; sia perché la conoscenza di quel livello giunge direttamente e quindi si può solo forse aiutare qualcuno a mettersi in condizione di riceverla; sia perché non è certo la parola scritta lo strumento più adatto a farlo. Quella Conoscenza riguarda il cuore, il cui linguaggio è una pulsazione, una frequenza, un’onda.

Se chi scrive non ha questa pretesa, perché lo farebbe? Sa che l’argomento è ostico, trova pochi lettori, alcuni dei quali annoiati o distratti; e gli altri, che leggono con interesse e comprensione, che cosa ne fanno di quel che leggono? Forse argomento di riflessione, che suscita magari una domanda, che resta tale perché ritengono non sia così vitale ricevere risposta. Riceverla è impegnativo quanto farla… è faticoso. Questi, perché leggono?

Eppure vi è moltissima letteratura del genere, e millenaria. Intere religioni sono fondate sulla parola scritta, intere biblioteche sul tentativo di interpretarne il senso, migliaia di poeti ad illustrarne il vissuto.

La parola scritta è come un torrente congelato. Ha bisogno di sciogliersi in un suono, di diventare la vibrazione del mormorio di un’onda, e una eco che la riverberi lontano fino ad estinguerla… Non per il senso che ha, ma per la vibrazione che la rende seme che può penetrare la materia e fecondarla. La parola detta sta alla parola scritta come l’immagine di Narciso riflessa sulla superficie vibrante della fonte sta alla persona di Narciso: è l’aspetto vivo della cosa che la parola simboleggia.

Perché allora scrivere di cose dello Spirito? Chi lo fa, scrive l’amarezza di non poter far altro, o di più, o di meglio, quando sa che tra le cose utili per il mondo dello Spirito, essa è davvero l’ultima. Lo fa per riempire il vuoto (il silenzio?) di questo mondo con una vibrazione possibile, anche se “niente di più” che possibile. Perché farlo è depositare una potenza, lasciar cadere in modo apparentemente distratto al suolo una partitura che un musicista che per caso la trovi sappia leggere e voglia, forse, suonare: per sé solo, per ascoltatori distratti da rumori, o dediti piuttosto alle incombenze del sopravvivere… o per vivificarla, semplicemente.

Ma lo fa con disperazione (assenza di speranza) come è imposto a chiunque ottenga il permesso di scrivere di queste cose, e non di “cosa pensa” di queste cose: è il fare dell’Assente, che produce cose possibili in un Altrove troppo rarefatto per generare solidità.

Scrivere di queste cose è tracciare, lasciare traccia di un passaggio che, appena fatto, è passato; il passato, nel mondo dello spirito, non c’è; ciò che è fatto si annulla nel presente che lo supera… Scrivere è testimoniare che è stato fatto; per sé. Per gli altri questo ha senso solo quando si avvicinino, e molto, al doverlo fare… allora il trovarlo già fatto è una testimonianza: si può fare! Non li esime comunque dal farlo.
Dunque scrivere delle cose dello Spirito è una bella insensatezza, bella della bellezza degli atti eroici, che non producono mai niente, sono irragionevoli, ma hanno nella loro eleganza la loro ragione, ars gratia artis. Un atto onanistico per spargere il seme di una inquietudine, qual è quella che la coscienza dell’essere scatena quando pretende – narcisisticamente – di liberarsi scrollandosi Narciso di dosso.

Di’: «Se il mare fosse inchiostro per scrivere le Parole del mio Signore, di certo si esaurirebbe prima che fossero esaurite le Parole del mio Signore, anche se Noi ne aggiungessimo altrettanto a rinforzo». (Corano XVIII, 109)

Acque fossili

La visione del cuore spirituale (Qalb) come porta, o luogo d’incontro e confluenza dei due mondi (o dei due mari), consente di comprendere le possibili vie attraverso le quali vi giunge la Conoscenza.
Il cuore può essere una vasca in cui – in un luogo arido – si raccoglie l’acqua piovana; o il pozzo in cui, in quello stesso luogo si scava alla ricerca dell’acqua. In un modo o nell’altro, è la stessa sostanza, quella di cui si va alla ricerca.
Ma la metafora consente un ulteriore rêverie: nel luogo arido, l’acqua piovana è rara e scarsa, mentre è noto come nelle profondità del deserto si celino enormi quantità di acqua fossile; dal cielo l’acqua futura, dalle profondità della terra l’acqua antica… Nel primo caso ciò che serve per raccoglierla è la speranza, nel secondo il Lavoro; la prima non c’è ancora, la seconda c’è sempre stata, qui ed ora… ancorché non facilmente raggiungibile.
Ma – (l’uomo è sempre facile a ingannarsi) – si ritiene che la conoscenza che proviene dall’esterno debba essere acquisita con fatica e impegno, con lo studio, l’applicazione, la riflessione, utilizzando lo strumento dei sensi e della ragione che ne elabora i dati; mentre la seconda sarebbe una passiva e speranzosa attesa di improbabili rivelazioni(1). Visione che rovescia la realtà delle cose. D’altronde la Realtà è sempre rovesciata, e la Verità si trova nel rovescio.
Si confonde la sapienza con la conoscenza, sicché il Sapiente è convinto di possedere la Conoscenza, e ciò lo pone in errore, dimostrando che la sapienza ha i suoi limiti… li ha in sé, mentre la conoscenza li ha in colui che la possiede, contenitore sempre troppo piccolo.

Il fatto che il luogo in cui scavare (faticosamente!) il pozzo che dà accesso alla Conoscenza perenne e contemporanea sia il proprio cuore, è già la prima prova che la Conoscenza agisce attraverso rivelazioni folgoranti… è raro che questo si apprenda studiando(2). L’uomo del deserto sa che a volte piove, ma non immagina di camminare sopra un immenso lago… occorre una polla che formi un’oasi, per farglielo immaginare; ma poi, dove scavare?
Chi dunque riceva l’indicazione del luogo degli scavi è un prescelto; e non agisce con “speranza”, agisce con certezza; non scava temendo di non trovare, scava chiedendosi quando troverà, e basta. In alcuni è lo scavare stesso che basta loro, come chi, sapendo di far opera giusta, si sazia di questo, più che della contemplazione del risultato.
Costui è uno che si isola? non esattamente… è uno che scavando in se stesso sempre più profondamente, finisce per risultare nascosto alla vista; è un solitario? non proprio… è che nel proprio cuore non potrebbe scavare nessun altro: il cuore è al centro di chi scava.
Se lo scavo ha successo si raggiunge il lago sotterraneo, dove è possibile che altri scavatori siano giunti: quel lago, fonte della Conoscenza, è il luogo in cui i prescelti, isolati, nascosti e soli per il mondo, si trovano INSIEME.


NOTE
(1) Queste due possibilità, in campo spirituale (esoterico), hanno sostenuto per millenni la vexata quaestio sull’efficacia dello studio contro quello della contemplazione, dell’attivismo operativo contro il ritiro e l’eremitaggio; sull’operare nel mondo o sull’allontanarsene… Falsa questione, perché non si tratta di come si possa far meglio “l’operatore spirituale”, ma di come si acquisisca la Conoscenza che – semmai dopo – consenta una qualsiasi opera spirituale. Sembra, ma non è la stessa cosa.
(2) Per l’uomo di Conoscenza, lo studio è la ricerca e presa d’atto di quanto altri sanno su ciò che gli è stato rivelato.

La Tavola

Nella Tradizione vi è una bellissima immagine che illustra la qualità della conoscenza noetica
Ciò che occorre è che il cuore si tenga pronto affinché si manifesti in esso la Realtà del Vero in tutte le cose“.
Il cuore è pronto quando è limpido come la superficie di uno specchio.
La quale è impenetrabile in quanto del tutto riflettente, bisogna dire.
Vi è poi in cielo una certa Tavola “preservata” sulla quale è scritta ogni cosa: passato, presente e futuro contemporaneamente in ogni momento la si osservi, e poi soprattutto ogni seme (forma archetipale, principiale) di ogni “cosa”. In altre culture, si chiama Akasha(1).

Due sono le modalità di conoscenza possibili, a parte quella dei sapienti di questo mondo che deriva da studio e ragionamento: insufflamento nello spirito che risiede nella profondità del cuore (o ispirazione), e rivelazione. Dei santi la prima, più specifica dei profeti la seconda. Non differenti tra loro nella Sostanza.

Il santo o il profeta osserva il proprio cuore, null’altro; e in esso vedrebbe riflesso lo scorrere dell’immagine (sempre l’immagine!) della Tavola, se tra essa e lo specchio – pur immacolato – del cuore non fossero interposti dei veli, costituiti da preconcetti, moralismi o presunzione di sapienza: dai veli della umana costituzione. La scienza umana è infatti uno di questi veli.
E tuttavia un benedetto alito di vento, un soffio (forse quello dell’insufflamento) può per un attimo sollevare i veli, insh’Allah. A volte nel sonno, a volte desti.
Se l’osservatore non è – proprio in quel momento, anche nel sonno – distratto(2), egli è illuminato e vede, coglie il riflesso della Tavola sulla superficie del proprio cuore, ché gli si apre il petto, inondato dalla luce della Conoscenza, quasi che la Luce si liberasse dai più reconditi anfratti del cuore, quelli nascosti dietro l’impenetrabilità della superficie polita. Se vedesse se stesso, come Narciso?

In verità è quello che santo e profeta sperano. Tutto quanto colgono che non sia questo, è reso ai miopi, senza trattenere nulla per sé.
Vi sono tra questi alcuni che, vìstisi, si sono poi nascosti perché nessun altro possa, dopo di ciò, fare altrettanto: vederli… a meno che non sia necessario al loro servizio. Si chiamano Abdal(3), e vogliono occultarsi soprattutto ai sapienti di questo mondo.
La Tavola che Tutto contiene, deve contenere anche l’imago dello gnostico cercatore, e deve contenerla nella sua forma spiritualmente spermatica, nella sua essenzialità del semplice, nella sua Essenza: è quello che il cercatore cerca, perché come Narciso, vista la propria immagine riflessa e vibrante nella Fonte, gli sia possibile immergersi (ed estinguersi) in essa effettuando la transizione che egli auspica. Nel Tutto, egli non cerca che sé, suo Padre.

NOTE
(1) La suggestione rimanda anche alla Tabula Smaragdina di Ermete… lo smeraldo sul quale era incisa, secondo la tradizione, suggerisce a sua volta l’analogia col verde smeraldo colore del cuore, e – col nero – del mantello di Al-Khidr…
(2) Attenzione (tensione) ed intenzione sono capisaldi dell’atteggiamento del ricercatore mistico (gnostico) Si veda quanto detto in altro articolo a questo proposito.
(3) Costituiscono – secondo la Tradizione – un gruppo istituito da Dio stesso, e sono la parte radicale (nel senso di parte radicata nella condizione umana) di quella che è chiamata Gerarchia (Spirituale e/o Invisibile), che l’umano trascende nei livelli superiori. La loro condizione duplice di solitari e legati in gruppo tra loro per via spirituale e per servizio, li rende analoghi (forse sovrapponibili) agli Afrad, solitari membri della Cavalleria Spirituale, il cui Maestro (del quale si dichiarano Figli Spirituali, costituendo in Lui un Fratellanza) non è di questo mondo, ma è anche di questo mondo.

Che luce? Appendice: νόησις

Giunse da lontano un viandante all’imbrunire; vide una donna, una figlia della gente di lì, le parlò un poco, se ne innamorò perdutamente, passò la notte con lei; all’alba se ne andò lontano mentre lei dormiva, senza averle neanche rivelato il suo nome. Non lo si vide mai più.
La donna ebbe un figlio. Il bambino crebbe e divenne un uomo. In quell’uomo era presente il padre, nella sua carne; era assente il padre, lontano, ignoto, sconosciuto.
Quel figlio, immemore del padre mai incontrato, ebbe la sua vita, i suoi amici, i suoi amori, la sua donna, il suo lavoro con gente che non aveva mai avuto a che fare con quel viandante. Poi ebbe i suoi figli; poi ebbe i suoi nipoti, la sua vecchiaia, la sua morte: immemore del padre. Eppure in lui il padre era sempre stato presente. Ma anche assente. Ora nei nipoti di quell’uomo, il padre continuava ad essere presente, ma sempre più lontano nell’assenza, fino alla perdita persino delle tracce di un ricordo.
Questa rotazione delle generazioni continuò; uno dei discendenti di millenni dopo ebbe un giorno come l’abbaglio di un lampo e vide il Viandante, ignoto, sconosciuto… eppure egli capì che era lui il seme della sua stirpe, la propria origine.
Troppo lontana nel tempo per poter essere risalita, ma la cui qualità, che egli percepì come “essenza” era ancora in lui, presente, viva, dunque conoscibile.
Quel Padre Viandante era ancora presente ed assente, ma nell’assenza c’era l’essenza. Il giovane uomo voleva scoprirla in sé, per conoscerlo in sè: si riconobbe figlio di lui, più che di tutti quelli da cui discendeva, nei quali l’essenza primaria si era diluita fin quasi a perdersi; trovò che fosse una particolare grazia quella di aver intuito e visto in un bagliore la sua verità essenziale. Volle ritrovarla ricostruendola nella sua primaria interezza, volle essere in Tutto della stessa Sostanza del Padre Viandante: di Lui e solo di Lui si riconobbe Figlio e all’Essenza di Lui chiese di essere, nell’identificazione, riconosciuto...

Abbiamo detto, all’interno di un discorso piuttosto articolato(1), che: “a qualcuno può manifestarsi la visione dell’Unità, dell’Essere eccedente… e questo destabilizza e disorienta”. E abbiamo tralasciato di dire chi possa essere questo “qualcuno”, cosa lo differenzi da quanti non hanno mai avuto alcuna percezione dell’Unità, che non hanno bisogno di averla e che non la avranno mai.
La risposta è: lo differenzia la Necessità di averla, in quanto rivelazione della propria natura e della propria specificità.
Dice un filosofo(2) e mistico del primo secolo dell’anno mille, già allora, che l’uomo “occupa un grado posto tra i privi di ragione e gli angeli… per il fatto di nutrirsi e riprodursi l’uomo è una pianta; per il fatto di…muoversi secondo la sua scelta è un animale; per il suo aspetto e corporatura è come una statua scolpita nel muro; ma è sua prerogativa specifica la conoscenza della realtà delle cose.
La “conoscenza della realtà delle cose” cui il filosofo si riferiva era però qualcosa di specifico: era la gnosi, che si consegue per intuizione, o νόησις, noesis(3).
L’uomo che non consegua questa conoscenza, rimane dunque all’interno dei processi naturali che governano i mondi vegetale, animale e minerale.
Ma la conoscenza noetica, la gnosi, è una rivelazione dell’Unità, una folgorazione di luce che apre il cuore, non la mente! La mente può conseguire una conoscenza scientifica (‘ilm), tecnica, che è considerata anch’essa prodotto secondario dei processi naturali, in quanto funzione dell’organo fisico “cervello”, ed opposta qualitativamente alla gnosi: non determina un salto di qualità dell’umano, ma ne conferma la condizione naturale, anzi cristallizzandola.
La conoscenza noetica (ma’rifa) è una rivelazione, un lampo di luce che promana dalla interiorità più recondita dell’uomo figlio di Dio: il segreto (dei segreti), Sirr (al-Asrar), che alloggia nelle profondità del cuore (Qalb)… luogo questo che il macrouomo troverebbe forse nel buco nero che si trova al centro della galassia che egli è; un luogo irraggiungibile eppure capace di determinare ogni movimento, luogo di caduta e di passaggio insieme, porta dell’Altrove, etc. Nel momento della rivelazione, il lampo è quello di un buco bianco, dunque: proviene dall’Altrove, o proietta nell’Altrove. La rivelazione consiste nell’essere egli in Unità con Dio, in questo dunque Suo figlio. In alcuni ciò determina una attenzione (tensione) spasmodica a cogliere ulteriori segni a conferma:

“L’attenzione estrema è ciò che costituisce nell’uomo la facoltà creatrice e non vi è attenzione se non religiosa. La quantità di genio creatore(4) in un’epoca è rigorosamente proporzionale alla quantità di attenzione estrema, dunque di religione autentica, in quell’epoca. Ciò a cui il genio autentico, a differenza degli uomini comuni, accede è puramente e semplicemente il trascendente, che è anche l’oggetto della santità”.(5)

Dice Ibn ‘Arabi – con ciò sancendo la diversità radicale tra l’uomo che ha scienza e l’Uomo Completo che ha conoscenza noetica, tra figlio dell’uomo e Figlio di Dio – che

la ragione discorsiva non comprenderà mai ciò, giacché tale ordine di conoscenza deriva unicamente dall’intuizione divina (al-kashf al-ilahî); solo grazie a questa si conoscerà la radice delle forme del mondo…“.

Ecco che allora, perché questa Luce si manifesti, bisogna averla dentro, radice della propria forma; e ce l’ha chi ne deriva direttamente, “senza intermediari”: sebbene inserito nella natura, calato in essa, il Figlio di Dio non è un prodotto della natura; ciò che si muove, si genera e rigenera, in modo “naturale”, basta a se stesso e non ha alcuna necessità di evolvere fuori di questa condizione; il Figlio di Dio ha necessità invece, ed imperiosa, di trascenderla.
La realizzazione dell’uomo in Uomo Completo avviene grazie alla “dimensione di Luce” aggiunta attraverso l’emanazione di essa dalla profondità del suo cuore, che lo consacrano Uomo di Luce. Di quest’Uomo (antropo, ἄνϑρωπος) realizzato, completato, diventato Grande (macro, μακρός), gli angeli allo stato dei quali Al-Ghazali sembra auspichi si possa elevare, non sono che facoltà spirituali (come quelle fisiche lo sono per l’organismo umano).


NOTE
(1) V. articolo “Che luce?“, su questo stesso blog.
(2) Cfr. Al-Ghazali, Kitab ‘aja ‘ib al qalb
(3) In Plotino, la noesi è l’intuizione immediata degli oggetti semplici, quelli cioè non ancora composti. Quindi sia della vibrazioni che delle leggi assolute e primarie, dalle quali discende ogni cosa manifestata (v. articolo citato, nel quale questa conoscenza “noetica”, intuitiva, immediata e visionaria, è appunto quella dell’Unità).
(4) Il genio creatore “vero” è colui che crea se stesso.
(5) Simone Weil, L’ombra e la grazia.

Che luce?

“Che luce c’è nei figli degli uomini?” è stato chiesto.

L’esistente è un aggregato di elementi semplici che tendono a conservare il legame che li tiene insieme. E questo legame è amore.
Ogni aggregato acquista una identità, che consiste nella percezione dei propri confini.
Questa percezione è una forma primaria, basilare, di coscienza.
Poiché un composto [l’aggregato] diventa una cosa sola, [in esso non sussistono più] proprietà [dei componenti] e distinzioni. Esso diventa simile a una sostanza semplice… Quando le porzioni degli elementi trovano compenso“, ossia una coerenza, un equilibrio che le aggreghi, inizia un irraggiamento dal proprio interno che è simile “a quello del sole verso la terra(1).
Questi aggregati hanno tra loro relazioni dello stesso tipo, e così via… fino a riempire la Totalità dell’esistente.
L’Essere è “eccedente” rispetto a questa Totalità, che è apparente… è totalità sì, ma del Creato, o del Manifestato; l’Essere risiede nell’Increato da dove, come il Sole, irraggia il Creato (lo crea perennemente come Sua emanazione); quindi, sebbene l’Essere formi il manifestato come il Sole forma i colori della sua luce, e quindi ne sia parte integrante (in quanto della Sua medesima sostanza), pure Egli lo contiene(2): “ciò che è creato possiede molteplicità [complessità] all’esterno, e partecipa dell’Unità solo all’interno. L’intero Essere s’è manifestato attraverso la molteplicità, perché essa è una parte che fluisce all’interno dell’Unità.(3)
Il Manifestato è all’interno dell’Unità. Il vibrare di ogni cosa, il costituirsi di queste vibrazioni in “oggetti” organizzati, essi pure parte della vibrazione, è l’espressione della “vita” dell’Unità Vivente(4), come la circolazione del sangue è l’espressione della pulsazione del cuore: il movimento che ne è la potenzialità espressa in azione.
La totalità non possiede esistenza assoluta, in verità“, o meglio la Totalità del Manifestato è esistente, ma non è (non Ente).
Dunque, tutto ciò che attiene al movimento all’interno della Totalità del Manifestato (l’interezza della creazione), compresa la propria conservazione in esistenza, anche attraverso la riproduzione, è intrinseco alle leggi di aggregazione interne, in base alla sola esistenza della forza d’attrazione reciproca (Amore).
Il figlio dell’uomo è prodotto interno della Totalità del Manifestato: la luce che c’è in lui è la porzione che gli compete della luce che costituisce questo Manifestato.

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La capacità di valutazione di questo movimento interno al manifestato, è quanto serve al figlio dell’uomo per orientarsi, ed è un più elevato livello di coscienza rispetto a quello identitario. Per molti basta.
Ma a qualcuno può manifestarsi la visione dell’Unità, dell’Essere eccedente… e questo destabilizza e disorienta.
La mente è confronto, per funzionare ha bisogno di almeno due elementi da confrontare. Quando non vi è che un solo elemento, la mente si smarrisce. Presa dal panico, allora divide quell’elemento attraverso l’analisi, riduce l’unità di quel “composto” a quelle che le appaiono allora come parti costituenti; e per ogni unità elementare che gli appare, fa la stessa cosa. Così la mente ha affrontato il mondo complesso riducendolo in molecole, poi in atomi, poi in particelle, poi in pura vibrazione… trovando che la vibrazione è il Tutto Vivente, è l’Unità sottostante, infinitamente più complessa nelle sue relazioni interne di quella che appariva all’inizio dell’osservazione, ma implacabilmente unitaria: Tutto è Uno, Tutto è vibrazione: una meravigliosa profondità pulsante.
Fin qui lo stupore sorridente, quello che produce la bellezza; poi quello angosciato, quando si rivela che anche “Io” non sono che vibrazione. Che cosa mi tiene insieme? Quale forza? Angoscia poi che questa forza possa cessare, e venga la disgregazione… morte? No, estinzione dell’Io, per perdita di confini, che, a veder bene con stupore angosciato, sono solo fittizi, convenzionali… e quindi in ogni momento abbattibili. L’invasione dei confini dell’Io è sempre possibile; in certi momenti si fa probabile; in altri gli eventi precipitano e l’irruzione si realizza. La voce dell’Io si diluisce allontanandosi nell’infinito Uno, come la voce di Eco, e come il suo Narciso, che nell’infinito si è sciolto.
Ciò che teneva insieme era amore; ciò che resta al suo ritiro è terrore; inutile e residuale come un riverbero, perché quando appare il terrore, la dissoluzione dell’Io è già avvenuta, e si ascolta la sua eco ripetere, sempre più tenuamente: Io, io, io… mentre si perde.
Si vedono ormai molti vagare ripetendo: io, io, io … senza che dentro di loro vi sia altro che terrore… cosa li tiene ancora insieme? Cosa tiene insieme la loro corporeità? Un residuo d’amore, quel che resta della dotazione iniziale che permette l’esistenza organica, e che – erroneamente – viene chiamata “vita”. Quel residuo si esaurirà pian piano, perché non ha più la fonte da cui trarre rinnovate energie, nuovo amore.
Eppure vi è stato un momento in cui quell’aggregato umano provvisorio che indagava il proprio mondo ha trovato il Tutt’Uno, e si è riconosciuto come vibrazione nella vibrazione, si è visto come figlio di quella vibrazione, ha intuito la propria particolare vibrazione… se avesse detto: Io!(5) in quel momento, avrebbe fissato la propria permanenza in quello stato… una sorta di collasso della funzione d’onda spirituale; avrebbe varcato il confine di sé, e avrebbe raggiunto il sé dell’Altrove, quello veramente (nella Verità) Vivente.
Non lo ha fatto, ha spento la sua luce, l’origine della propria vita che risiedeva Altrove per non averla riconosciuta e anzi per averne avuto paura:

“Dio è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella di una nicchia in cui si trova una lampada, la lampada è in un cristallo, il cristallo è come un astro brillante; il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su luce. Dio guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore…”(6)

Che luce c’è nei figli degli uomini? Come rispondere… quella che si sono potuti permettere di sostenere… o quella che la loro interpretazione delle “metafore” ha loro consentito di comprendere… Quale, nei Figli di Dio? quella nella quale si sono dissolti senza disperdersi.


NOTE
(1) Shabestari, (1288/1320), Il Giardino dei Misteri
(2) Secondo questa visione, contiene tutti gli “esistenti”.
(3) Shabestari, op. cit.
(4) L’Unico e il Vivente sono due degli attributi (o Nomi) divini.
(5) O meglio “Kun! anā ‘l Haqq!”, se avesse avuto la lucidità sufficiente a una sacra improntitudine…
(6) Sono parole che spiegano poeticamente e realisticamente come stanno le cose in Verità; che siano in Corano XXIV, 35 non le relega a un contesto culturale… appartengono alla profondità di ogni cuore umano non terrorizzato. Per il figlio di Dio sono un’evidenza.

Riflessi di uomini specchiati

Abbiamo detto: Nella Scienza dello Spirito, la Coscienza è il Tutto, ed essa quindi osserva sempre se stessa: non essendoci – a quel livello – un osservatore esterno, la profondità della conoscenza è relativa alla forza di penetrazione del desiderio appassionato (Amore) di rendersi totalmente conosciuta (posseduta) e disponibile a se stessa(1).
Questo è – a ben guardare – quanto di fatto racconta il mito di Narciso.

L’atto dell’osservare è un atto volontario ed ha per obiettivo focale un elemento esterno; l’atto del vedere non è volontario, è il frutto di un immediato disvelamento, oppure dell’epifania di qualcosa che si mostra o si rende visibile al vedente… è allora una visione.
Chi guarda, o osserva, lo fa con sforzo, perché, senza, non vede; chi vede, viceversa, non guarda più, non osserva nulla… nulla di particolare.
Narciso ha improvvisa visione della sua immagine nella forma di vibrazione di luce: è l’esperienza dunque di una visione immaginale, in senso stretto.
Questa rivelazione avviene grazie al mobile riflesso armonico di una polla d’acqua sorgiva, la Fonte; Narciso vede se stesso, che non conosceva prima, nella fonte.
Egli scopre che la propria materia corporea vivente, nella quale si percepisce, ha una sua verità recondita: il suo essere anche onda energetica (una rivelazione diremmo del sé quantistico). Questa immagine potrebbe avere – e Narciso sa che è così – una percezione di sé come “corpo di luce”, vibrante sull’onda leggera della superficie della fonte; quindi parte integrante della Fonte in quanto Sostanza, luce che emerge dalla profondità di quella Sostanza, e di tutte le materie che essa inabita(2): acqua sì, ma anche aria, cielo, terra, vento, vegetazione… e di nuovo, carne.
Quindi Narciso vede, di colpo e per un attimo, in quell’identità il proprio essere Tutto in sé, Tutto e Sé. Acquista una sovra-coscienza, quella che attiene alla sovrapposizione di stati.
A causa di questa visione, si lascia poi morire d’amore: per se stesso, dice il mito, perché l’immagine è priva di materialità, e il possesso amoroso di essa è quindi irrealizzabile. Ma in realtà, diciamo noi, di amore per la Fonte, perché capisce che solo essendo completamente vibrazione può connaturarsi con essa (come fa la sua immagine), e quindi realizzare il suo desiderio di unione, che è possibile!… Narciso deve diventare la sua forma vibrazionale pura, deve trasformarsi totalmente in quello che già è: nella sua espressione di onda: non si lascia morire, si lascia trasformare(4); è nell’immagine, che egli scopre l’essenza della propria vita reale, e in essa si identifica, mentre si estingue nella Fonte che gliela mostra e la sostiene.

Ciò che Narciso vede come fosse se stesso, l’imago desiderante di cui si innamora, è l’identità tutta di tutte le cose che solo si può cogliere se si accede alla dimensione universale dell’essere, anche se questa identità, ancora per il momento, non può che restare confinata all’interno della singola visione ipse-riflessiva. Il rispecchiamento è la borderline della coscienza, segnante il fallimento totale di tutti gli schemi e i parametri fondamentali di riferimento; destruttura un sistema per prepararne uno nuovo”.(5)

Si è detto altrove(6) che, se è corretto dire che Dio è Amore, è blasfemia affermare: Dio ti ama. Questo perché, se si attribuisse a Lui il ruolo dell’amante, e non solo dell’amato, Gli si dovrebbe riconoscere una qualche difettività, perché è questa mancanza, questo vuoto a determinare la necessità di completamento, e dunque l’attrazione verso l’amato.
Per l’uomo in condizione normali, non è possibile concepire l’Amore che come forza che lo sospinge o lo attrae; diventa possibile riconoscerne la reale sostanza “solo dopo che il suo essere umano prestatogli alla nascita viene cancellato da Dio e al suo posto viene messo un nuovo essere che riposa sull’amore. A questo stadio l’uomo può vivere attraverso l’amore.(7)
In altre parole, ciò che difetta all’uomo non è tanto l’amato (anche se così gli pare), quanto l’amore in sé (ma si ricordi: Dio è Amore!); non si tratta di completamento, ma piuttosto di trasformazione. Il nuovo essere che riposa sull’amore è l’immagine di Narciso che vibra sulla superficie della Fonte che lo rende vivo, e visibile a se stesso come vera essenza di lui e di Lui…


NOTE
(1) V.La non-psicologia dell’uomo e venire“, su questo stesso blog.
(2) “Quello Spirito, che per la grazia inabita nell’uomo, è Dio stesso.” (Rosmini).
(4) Non diversamente ha fatto la sua Eco… La riflessione su questo conduce lontano, perché, in quanto eco, ella è riverbero, quindi rispecchiamento sonoro di Narciso (quanto il riflesso lo è visuale) del quale ripete il nome fino alla propria dissoluzione; amante di lui quanto lui stesso, ma entrambi amanti piuttosto della loro forma vibratoria, dell’onda… Nella quale sono unificati (resi Uno).
(5) Baldo Lami, La redenzione di Narciso, 1988
(6) V. nota 2 all’articolo “Erotologia mistica” su questo stesso blog.
(7) Richard Gramlich, a commento di Ahmad Ghazali.

La non-psicologia dell’uomo a venire

0 – Premessa
Per quanto possa sembrare superfluo sottolinearlo, la distinzione tra “macroscopico” e “microscopico” che si fa in fisica e che determina la validità di leggi diverse e contraddittorie, non è nella dimensione dell’oggetto osservato, che è e resta il Tutto; ma nella profondità dell’osservazione, dovuta all’uso o meno di strumenti.
Nella stessa “cosa” sono presenti ed attive tutte le leggi, che si contraddicono; l’uso delle une o delle altre è scelta dell’osservatore. E le leggi stesse sono strumenti attraverso i quali l’osservatore cerca di spiegarsi il Tutto in maniera rassicurante, tale cioè da dargli l’illusione di poterlo conoscere o forse controllare.
Nella Scienza dello Spirito, la Coscienza è il Tutto, ed essa quindi osserva sempre se stessa: non essendoci – a quel livello – un osservatore esterno, la profondità della conoscenza è relativa alla forza di penetrazione del desiderio appassionato (Amore) di rendersi totalmente conosciuta (posseduta) e disponibile a se stessa.


1 – Una transizione perenne
Il passaggio repentino tra due stati di coscienza è sempre traumatico, produce uno shock la cui gravità è variabile: tutti conoscono la sensazione che si ha quando si viene svegliati improvvisamente e violentemente da un sonno profondo. Analoga sensazione è probabilmente quella che prova il bambino alla nascita, aggravata dal fatto che vi è in gioco la sopravvivenza, dato che deve passare repentinamente dalla respirazione acquatica a quella aerea.
Se si assimilano i due diversi stati di coscienza a due diversi mondi (in verità, un mondo è ciò di cui abbiamo coscienza, e dunque non si tratta proprio di una metafora), il passaggio tra di essi può essere più facilmente rappresentato come una strettoia, a causa dell’esperienza della nascita, e in genere è così.
Ma potrebbe anche essere percepita come una condizione provvisoria di sovrapposizione di stati (1)… Se la coscienza è uno stato quantistico, è un po’ quello che accade con il paradosso dl famoso gatto di Schrödinger, che è contemporaneamente vivo e morto, in attesa che un collasso della funzione d’onda ne determini la sorte (per l’osservatore).

Per la Coscienza questo stato di sovrapposizione è un’esperienza di permanenza e quindi di spazio/tempo; più esattamente è la coscienza di se stessi in questa condizione: è stata chiamata trans-coscienza, e nella scienza spirituale Sirr, segreto; noi la abbiamo chiamata sovra-coscienza.
Dunque permanenza (o sussistenza) in un “mondo” che è il luogo di mezzo per eccellenza, la confluenza dei due mari, la soglia… di cui l’esperienza mistica fornisce alcune testimonianze di grande intensità, perché se ne sente la veridicità testimoniale:

A volte la Terra diventa come il mare agitato, che ondeggia presso lui (il viandante), ed è come se egli fosse sulla superficie dell’acqua, senza annegare… (2)

Un luogo/attimo in cui si realizza nella coscienza l’equilibrio del tutto, inteso come coesistenza vera quanto impossibile degli opposti complementari, ma in cui “manca la terra sotto i piedi”… Di fatto l’equilibrio non si realizza nella coscienza, ma la coscienza è questo equilibrio! Tempo/spazio difficile da sostenere, ma il solo in cui la coscienza può essere insieme quel che era e quello che sarà, mentre sperimenta nel qui ed ora l’essere niente e tutto: uomo difettivo e uomo completo, umanimale e uomo di luce.

2 – Ordine e coscienza
Ora: è necessaria una psicologia di questo stato di coscienza? Se l’esperienza è della coscienza ed anzi realizza la coscienza della coscienza alla coscienza, è corretto supporre che questa coscienza sia frutto, o elemento, della psiche? Non ha viceversa realizzato la propria estraneità ad ogni psichismo, per il fatto che questo emerge dal biologico e la coscienza che si riconosce è un ente che si trova in procinto di nascere alla propria stessa luce?
Se è così, non occorre una scienza descrittiva, né un’ars therapeutica; se lo stato di sovrapposizione è una transizione, occorre forse un’ars maieutica, una ostetricia che faciliti il passaggio, la “venuta all’altro mondo”… la coscienza non affronta una patologia, ma un dolore semmai, una vertigine, una inquietudine da smarrimento dell’identità che è lungi dall’essere una psicosi, perché è una condizione quantistica, non psicologica; e mentre assapora il piacevole dolore di questo vertiginoso disordine, deve ammettere che, se può sentirlo, vuol dire che essa (la coscienza) è, e dunque ha già realizzato un nuovo ordineLa coscienza sa di essere un ordine! La trans (o sovra)-coscienza è ulteriormente un equilibrio tra due stati/mondi, un super-ordine: essere puro uomo (particella, materia…), o pura luce (onda, energia…) è la conseguenza di un collasso della funzione d’onda che solo l’osservazione di un estraneo (o una volontà propria espressa) può operare, tanto che l’una o l’altra cosa apparirà a questi; ma la coscienza si riconosce nel proprio super-ordine, e basta: è questo che l’ha affrancata da “questo basso mondo”.
Qui si ha bisogno di una precisazione: poiché la maieutica richiede che chi la eserciti si trovi sulla soglia tra i due mondi, questi deve partecipare di entrambi ogni volta che è chiamato a farlo; poi può oscurarsi nell’altro, o mostrarsi in questo, a sua scelta, anche in momenti diversi.

3 – La psicologia complicata
La complessità in senso quantistico è, paradossalmente, sorella della semplicità… risiede nel denudamento della realtà nei suoi costituenti radicali e nello svelamento delle infinite variazioni possibili di interazione tra questi elementi basilari e semplici: le sovrastrutture che diventano eccessivamente complicate, e che non trovano sostegno nei costituenti radicali, ma in qualche precedente sovrastruttura, crollano sotto il loro stesso peso, rivelandoli nella loro essenzialità.
Tra queste “complicazioni”, la più intimamente legata all’uomo è la sua psiche, che finisce per essere un intrigo inestricabile di pensieri pensati e di emozioni interpretate, che tutte emergono dal livello organico, sebbene questa evidenza non sembra risultare così chiara a molti. La psiche viene trattata come elemento a sé stante, e comunque costituente, essa sola, l’individuo in sé: io sono quel che sento, che penso, che ritengo, che sostengo… sono quel che socialmente mi viene riconosciuto psicologicamente: amico o nemico, generoso o avaro, gentile o severo, affidabile o no etc. Sono anche io in quanto bello o brutto (questo molto intensamente), ma perché l’esserlo produce una serie di possibilità di interazioni sociali ed affettive conseguenti all’essere desiderati o meno: cosa, questa, che riguarda comunque la sfera psicologica.
Ora, tutto questo può certamente evolvere, può raffinarsi, può correggersi nel senso (più volte tentato in passato) di restituire valore identitario al “corpo”, e all’individuo come unità olistica; ma – come è evidente – questo fatto sarebbe comunque una rivisitazione cultural-psicologica dello status quo, a partire da presupposti modificati; un punto di vista, se non una ideologia. La mente la fa da padrona, comunque.
Le relazioni tra corpo e mente sono state ampiamente studiate e svelate nella loro dinamica da illustri studiosi, che la hanno chiamata psicosomatica o somato-psico-dinamica, a seconda che valutassero l’influenza della psiche sul corpo, o viceversa (come sembra più saggio).
Lo studio profondo di questi legami, conduce alla conclusione che il complicato non può che complicarsi di più per il solo fatto che indaga se stesso: è un epifenomeno che pensa l’epifenomeno e non conosce, perché di altra sostanza, il noumeno che l’ha generato. Un effetto che non conosce la propria causa non può che avvilupparsi in un loop che lo imprigioni e si complichi fino a soffocarlo in un nodo gordiano.
Appare allora chiaro come un uomo a venire potrebbe emergere solo a patto che il suo psichismo sovrastrutturale implodesse, lasciando apparire il suo nucleo, ovvero ciò che è fonte, o causa, della sua entità; dunque una coscienza causante che si riconoscesse e bastasse a se stessa; un Ente/Coscienza non-causato… capace forse persino di produrre un corpo fisico, ma non prodotto di esso.
Il tema dello psichismo e dei suoi meandri oscuri diventa secondario, inutile per un’osservazione del reale “nudo e crudo” nella sua forma semplice; assume valore solo la coscienza di essere coscienza, dunque quella sovra-coscienza che è un Essere in sé.
Se si volesse indagare questa entità nelle sue dinamiche interne, si dovrebbe far ricorso non alla psicologia, ma forse alla biofisica quantistica… una Scienza dello Spirito appare però la più adatta, perché è meno generica: non si occupa della Natura, ma dell’Uomo; e non dell’uomo com’è, in natura, ma dell’Uomo in progresso verso la propria realizzazione; è quindi una sorta di biofisica umanistica, che studia la transizione dall’umano all’inumano. Ed è una scienza sperimentale, non speculativa, capace di cambiare oggetto di osservazione man mano che esso cambia(3): eternamente contemporanea.


NOTE
(1) Si veda a tale proposito, anche l’intervista a Sandro Donadi, in Media INAF, 7/9/20
(2) Najm al-Din Kubrà
(3) In verità, poiché come si è visto la coscienza osserva se stessa in transizione, oggetto e soggetto dell’osservazione coincidono… filosoficamente questo risolve il problema del collasso della funzione d’onda nella sovrapposizione di stati: non vi è mai alcun collasso, se alla coscienza la sovrapposizione di stati è possibile indefinitamente, ed è anzi uno stato che la caratterizza nel suo essere, proprio essa, l’esito del completamento dell’Uomo di Luce. Che Egli si mostri (o lasci che lo si veda) allora in una forma o nell’altra (onda o particella) è frutto di una scelta… etc.

Ignoranza accidiosa

Il Sapiente, a differenza dell’uomo di cultura, è un ignorante molto pigro.
Simile a un bibliotecario che abbia ottenuto quel posto grazie a una nepotistica raccomandazione, se ne sta al centro della Biblioteca Universale – quella che raccoglie tutte le conoscenze da che è l’uomo -, sonnecchiando, apatico, con la testa vuota di ricordi, di memoria, di reminiscenza di una sola delle nozioni contenute in quei volumi.
Vero è che ha dovuto lavorare non poco su di sé per raggiungere quello stato catatonico che, rendendolo disabile, gli ha dato diritto ad aspirare a quel posto di lavoro… ma questo è il suo unico merito.
A volte un lettore arriva e gli pone una domanda; lui consulta una scheda, individua la posizione dei volumi che danno risposta a quella domanda, accompagna colà il lettore e se occorre gli fornisce la scaletta per raggiungere gli scaffali più alti. Poi torna al suo torpore.
Dispone di ogni conoscenza, senza trattenerne alcuna. Non è interessato ad averne il possesso, e leggere un libro è una fatica alla quale si sottrae volentieri, dato che all’occorrenza li ha sotto mano, e d’altra parte dovrebbe poi sforzarsi di dimenticarne il contenuto.
Certo, l’enormità della biblioteca al centro della quale siede incombe sulla sua testa e a volte lo fa sentire oppresso… e poi, in quella vastità sconfinata, la sua misera scrivania consunta, dall’annoso piano verde che spolvera ogni mattina e alla quale siede poggiando i gomiti a sostegno della testa canuta, è talmente piccola cosa che gli propone continuamente il tema della solitudine; il che potrebbe essere una sofferenza, se egli non avesse la testa completamente vuota e non fosse eternamente assopito…