Inclinazione

Abbiate un attimo di pazienza finché si veda verso quale parte la [una goccia di rugiada su una foglia] attragga la sua inclinazione: perché ogni essere subisce l’attrazione dovuta alla propria radice ed ha l’anelito di ricongiungersi alla sua fonte primaria. Ogni cosa, in vero, è sotto l’attrazione della propria origine… e tutto ciò che trae dalla parte della pura tenebra, anche la sua origine è di là. Non vedete che una zolla di terra, che… sia lanciata… verso il cielo, dal momento che la sua origine è minerale e che l’affermazione “Ogni cosa fa ritorno alla propria radice” è ben fondata, alla fine si dirige verso il basso? Nel caso della luce della divinità, questa proposizione, riguardo alla mobilissima Essenza, è ancora più chiara, senza alcuna illusione di unione. Sì! Aspira alla Luce solo ciò che sia già, interamente, di Luce.1
“Dio guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore” [Cor. XXIV, 35]

Vi è poco da aggiungere. Non vi è dunque nessuna ragione di accarezzare la Speranza… si è di luce, o si è di terra.
Eppure, per altri, la desperatio è peggiore del peccato, come impedimento al raggiungimento del paradiso…
La felicità, in amore, è il raggiungimento dell’amato/a e la fusione con lui/lei. E qui, l’attrazione verso la propria origine è della stessa natura magnetica dell’amore fisico.
La felicità, nelle vie spirituali, è il raggiungimento della propria radice: che sia la Luce, o sia l’Ombra, che sia il Cielo o la Terra, non è così importante, per la scienza dello Spirito…
Invece è importante – e in questo consiste la funzione di una via spirituale vera – che chi la intraprende possa con certezza riconoscere la propria radice, e raggiunga una consapevolezza tale da perseguirla con dedizione fino a raggiungerla.
Poi, nel tempo, vi è una divaricazione naturale tra quelli che, riconosciutisi della stessa radice, vanno in una stessa direzione, e quelli che, insieme, vanno nell’altra… e naturalmente ogni gruppo troverà la guida che gli compete su quel cammino, se ne avrà bisogno.

Solo una nota circa “la pura tenebra”… non è il male, è la polarità (nel senso stretto di polo magnetico) opposta alla luce; e potrebbe (non è contemplato nel significato di questo testo, però) contenere una luce, come la luce contiene (questo è certo) la tenebra dalla quale scaturisce.
Certo, per chi è radicato nella luce (l’Alto), la tenebra è “il male”; ma la luce è “il male” per chi è radicato nella tenebra (il Basso). Si tratta di seguire la propria inclinazione o di opporvisi.
Un giorno sarà chiaro che le due cose sono (diventate) UNO. Lo sono già, ma la coscienza umana organica non può ancora verificarlo (renderlo vero). La Coscienza liberata lo vede con chiarezza.
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NOTE
(1) Shahab al-Din Yahya ibn Habash Suhrawardi, La lingua delle formiche.

All’inverso

Si è detto or non è guari dell’ineffabilità dell’esperienza contemplativa.
I percorsi mentali hanno bisogno di uno scenario spazio/temporale, ed è per questo che la parola “esperienza” ha connaturata la categoria mentale di durata; è dunque qui impropriamente usata, giacché lo stato contemplativo non la ha.
Per lo stato (di coscienza) contemplativo la vita stessa (che ha una durata come ogni evento essa contenga) è un episodio, o un’immagine transeunte, di passaggio…
Del resto è proprio dello stato contemplativo essere frutto del rovesciamento (inversione delle luci) per il quale il contenuto si fa contenitore di quanto lo conteneva; così che, se la vita contiene la coscienza, all’inversione accade che la coscienza, nel suo stato contemplativo, contenga la vita. Dunque lo stato è stabile, permanente1 (con ciò eterno) e privo di turbolenze, mentre la vita (nel senso di esperienza vissuta) vi scorre dentro formando immagini come in un caleidoscopio.
Per lo stato contemplativo il passaggio dalla vita alla morte è poco più dello stordimento di un mancamento, una breve sincope che si risolve in un risveglio un po’ soporoso, e stuporoso, in un altra vita; identica per riferimenti spaziali e temporali alla precedente, del tutto nuova per relazione dinamica, come è proprio dell’essersi risolto il contenuto nel contenitore di essa.
Questa è l’esperienza della morte in vita… espressione cara ai mistici e agli iniziati, ma che è pallida – sebbene drammatica – idea di quel che accade: nulla, se non alla Coscienza. E il Nulla è però cosa di cui appunto si prende Coscienza che sia il Tutto, così come, nel rovesciamento, appare chiaro come Tutto e Nulla, in unità (non in complementarietà!), siano al centro del proprio cuore… pozzo profondissimo dal quale si emerge precipitandovi.

NOTE
(1) Permanenza è la parola usata per definire la propria vita da certi gnostici, che non si considerano vivi nel senso usuale del termine, ma che, a volte, si chiamano tra loro Viventi.

Fiabe

Una visione veritiera è ineffabile. E tuttavia, la letteratura mistica è piena di descrizioni di esperienze estatiche, popolate di oggetti comuni a questo basso mondo, magari trasposti in una differente gestalt, travisati in contesti inusuali quasi come in un ready made duchampiano. Questi racconti risultano fiabeschi, colmi di presenze diafane, di troni magici fatti d’aria, acqua o fuoco, di pavimenti di diaspro, di volte immense, di piani vertiginosi, di animali mitologici volanti…
L’ascoltatore profano ne ricava lo stesso felice stupore del bambino cui si racconta una fiaba, e i mondi superiori sono per lui poco diversi dal paese delle meraviglie. Questo fa della religione il regno delle fiabe, che sostiene la necessità di magia di ciascun uomo, bisogno di nutrire in sé la creatura, il bambino, lasciandolo però tale… e bisogno di quell’ansiosa attesa dell’inatteso che egli chiama speranza… Speranza dell’irruzione inattesa del magico nel grigiore dell’esistenza.

Il fatto è che la visione mistica, estatica se si vuole, non può contenere oggetti, perché la Luce che li renderebbe visibili è luce nera; e perché l’occhio che li vedrebbe non è un organo fisico, quindi non risponde alle leggi fisiche dell’ottica.
La visione estatica è la visione di sé in quanto coscienza/ente, liberata dalla relazione con questo basso mondo che la definisce; così è contemplazione di sé come assoluto. Non vi sono cose, oggetti o eventi diversi dal Sé assoluto, e non vi è contestualizzazione, né spaziale né temporale.
Tuttavia essa è di fatto uno “stato”; e questo stato (di coscienza), se ha bisogno di essere raccontato, ha bisogno di usare gli strumenti dell’esperienza sensoriale di coloro cui è destinato il racconto… Forse è questa la ragione per la quale lo svelamento dei segreti mistici è chiamato ri-velazione: perché nel manifestarli li falsifica (svela e vela di nuovo).
L’ineffabilità dell’esperienza estatica è quindi data dal fatto che ogni tentativo di raccontarla è una mistificazione… il Vero non accetta di essere negato perché Lo si veda: è un’assurdità; tant’è che, in questo basso mondo, il Vero non c’è e non può esserci: ce n’è il racconto, tanto che forse questo basso mondo è proprio null’altro che il racconto fiabesco del Vero1.

NOTE
(1) G. Berkeley, 1710, diceva: “I corpi che compongono il mondo non hanno alcuna esistenza al di fuori di una mente. Dico che esiste questa tavola, la tavola su cui scrivo, nel senso che la vedo e la tocco e direi che esiste se pur fossi fuori dal mio studio intendendo con ciò che potrei percepirla se fossi nello studio o che un altro la percepisce. Quel che si dice dell’esistenza assoluta delle cose, senza relazione all’essere percepite, è per me perfettamente incomprensibile.”

Penna, o calamo

Quando si deve descrivere il mistico abbandono, riesce spontanea la metafora della foglia staccata dal ramo da un colpo di vento che si adagia sulla superficie di un placido fiume e ne viene trascinata con dolcezza verso il proprio esito. La simbologia è fin troppo esplicita: la vita di un’anima viene strappata alla sua origine (il ramo dell’albero) non per farla morire, ma perché sia sostenuta e portata dallo scorrere di una Vita ben più maestosa e potente. E la foglia, smarrita in un primo momento, è poi grata, quando si accorge che il vento che l’ha portata via è il soffio divino, che la brezza la sostiene fino a depositarla sulle acque, che le acque non la sommergono, ma la cullano dolcemente… etc.

Una metafora più complessa, ma più precisa simbolicamente, meno generica, sostituisce la foglia con una penna verde staccatasi da un uccello1 che abbia potentemente sbattuto le ali… non da un soffio dunque, ma dallo stesso battito d’ali divino che provoca quel colpo di vento.

A un certo livello, più elevato, l’abbandono richiede una simbologia ancora più complessa e precisa: non si tratta più né di una foglia, né di una penna d’uccello, ma di una roccia staccatasi per un tremito della Terra dalla montagna smeraldina Qaf, che circonda il Creato. Qaf è quindi forse una catena montuosa, più che un monte, ma forse – secondo la visione di altri – un solo gigantesco monte che nasconde una caverna all’interno della quale è contenuto l’Universo; è comunque di smeraldo, tanto che il riflesso della Luce (che si deve intendere interna alla caverna, come la bocca di un vulcano che la erutta) rende azzurro il cielo e il mare, mentre conserva il verde (altra componente del colore dello smeraldo) all’interno del monte, che così ne brilla nel nero dell’increato. Simbologia questa più difficile a decifrarsi, ma più vicina all’esperienza mistica, ché la luce verde all’interno della caverna è il cuore del cuore (qalb), ossia il segreto (sirr).

Ebbene, una roccia staccatasi dalla montagna a causa dell’eruzione del vulcano che l’ha generata, cade in quel fiume famoso; ma qui non può essere trascinata via, né sostenuta in superficie. Essa costituisce una stabile isola verde (di quel verde!) attorno alla quale il fiume è costretto a scorrere, lambendola, accarezzandola, ma senza poterla spostare; si può immaginare che il fiume, se ne tinga di verde le acque che scivolano a valle della roccia.
Questo abbandono, quello simboleggiato qui dalla roccia verde, è quello del servitore cui è data funzione di testimonianza profetica, e sta ad indicare una varietà complessa di esperienze dell’Essere:
– l’esercizio delle facoltà psichiche è, per l’Essere, puramente strumentale. È un mezzo per proiettare, strutturare e gestire un mondo, questo basso mondo, nel quale l’Essere si incarna, dando luogo allo psichismo come emanazione necessaria delle funzioni organiche (il verde che colora l’acqua che ha lambito la roccia);
– l’Essere al centro di questa irradiazione è stabile e contempla se stesso, conosce se stesso in una continuità stabile che non decorre;
– è dunque importante comprendere come lo psichismo non sia legato all’Essere, perché i legami sono sempre vicendevoli (l’acqua del fiume che scorre non può essere legata alla roccia verde, sebbene non cessi mai di essere a contatto con essa);
– lo psichismo una volta emanato vive intrappolato nel mondo che genera (quello alimentato dal fiume a valle della roccia), e indaga se stesso arricchendo con ciò la complessità di questo stesso mondo.
Mentre l’Essere non fa, né indaga: è e basta.

NOTE
(1) In certi casi alcuni maestri donano una penna verde smeraldo al discepolo che accolgono. Essa è tratta simbolicamente da un potente sbatter d’ali di Simorgh, l’uccello sacro. Lo sbatter d’ali è quello che si riferisce al sopraggiungere della grazia (baraka) attraverso il messaggero (di solito Gabriele): deve considerarsi come atto di investitura e consacrazione.
La penna è anche il calamo: la Sura LXVIII del Corano si intitola proprio così (al qalam), e – significativamente – i primi versetti sono questi:
Per il calamo e ciò che scrivono!
Per Grazia di Dio tu non sei un folle ,
e in verità ci sarà per te infinita ricompensa,
e in verità di un’immensa grandezza è il tuo carattere .
Vedrai, e pure loro vedranno
chi di voi ha perso la ragione.

Un mandorlo

Negli avvenimenti, nella dimensione del personale ma anche in quella collettiva, il ricercatore dello Spirito attiva la sua perspicacia: l’attenzione rivolta alla percezione (sia grossolana che sottile) del messaggio dell’Invisibile attraverso il visibile.


Geremia vide nel primo mandorlo (in ebraico šāqēḏ, “il vigilante”) in fiore il segno della vigilanza di Dio, laddove tutti gli altri non vedevano che il “fenomeno” della primavera incipiente: «Geremia, che cosa vedi?» Io risposi: «Vedo un ramo di mandorlo».  E il Signore mi disse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per mandarla ad effetto» (Geremia 1,11-12).
Questo tipo di “attenzione” è il segno di una vitalità partecipante, attiva e non passiva; significativa nella misura in cui essa identifica significati nei segni, e considera la propria stessa esistenza in vita un segno da interpretare.
Chi usa questa attitudine con costanza, attraversa significativamente ogni evento; si chiede che cosa significhi per sé, ad esempio, la recrudescenza della pandemia virale (attesa ma rimossa) all’interno del mutamento globale che essa impone… se si stia completando l’opera iniziata con la prima ondata, e quale sia quest’opera; se ha un intento, se è cosciente di sé o se non significa nulla, cieca e stupida pur nella sua micidiale nocività.
Non occorre essere diventati folli per attribuire una coscienza a una pandemia: un osservatore animato da spirito scientifico deve registrare i mutamenti che essa impone nell’individuale e nel sociale, deve vederne cause ed effetti; oppure – se si preferisce – origini e fine, che significa registrare le conseguenze come si fa con un tifone dopo che sia passato. Il che evidenzia sempre un processo che risponde alle leggi di causalità1 (checché ne dicano i filosofi) e quindi esprime una finalità inevitabile (una volontà?), sebbene constatabile solo a posteriori.
Certo, questo osservatore dovrebbe essere al riparo, ma stavolta non lo è: è uno che è costretto dalle circostanze ad osservare come parte in causa, ad osservare il “sistema” essendone un elemento attivo, e capace di modificare il contesto. Infatti è fortemente sottolineato dalle stesse circostanze, ad esempio, come il contenimento dei contagi sia effetto dei comportamenti individuali, e come questi debbano essere responsabili: l’osservatore dovrebbe essere costretto a riconoscere l’impatto della propria piccola esistenza sul sistema globale… e, se constatasse che in effetti è più potente di quanto credeva, potrebbe farne persino qualcosa di buono.
Ad esempio questa scoperta potrebbe essere un effetto della pandemia, ed essa un segno di questa necessità che si sta imponendo; o potrebbe essere un colpo di spada che separi nettamente quelli che vedono segni nella propria vita, da quelli che non li vedono…
Molti sono i segni che si possono cogliere, volendo, da quanto (ci) accade: l’importante sarebbe vederne, o sforzarsi di farlo. Sembra invece che tutti gli sforzi siano indirizzati alla difesa dagli eventi. Un uso riduttivo della catastrofe.

NOTE
(1) Una coscienza quantistica, mentre registra una causalità nel mondo macroscopico, contempla il movimento caotico sul piano microscopico sottostante; li percepisce come contemporanei e sovrapposti, e si percepisce allo stesso modo… Individualmente la paura, il panico caotico che risiede nell’interiorità, genera movimenti (atti) che sono causa di effetti nel mondo esteriore, ovvero di catene causali. L’interiorità del Creato agisce allo stesso modo. Tuttavia, la stato di caos ha una sua ratio, che consiste nel produrre equilibri nuovi (e diverse, nuove catene causali nel macroscopico) quando i vecchi diventano dis-funzionali.

Il linguaggio dello Stato

C’è una bella espressione, nella Tradizione, relativa alla comunicazione: “parlare con la lingua del proprio stato spirituale“, cioè esprimersi non mediante le parole, ma con la “disposizione interiore“: stare nel mondo, influenzarlo1, indirizzarlo con la propria presenza silenziosa.
È il linguaggio dei maestri veri; ma lo è perché è il linguaggio dei Netheru, delle emanazioni divine che vivono (realmente, “materialmente”) nelle funzioni organiche, sebbene non siano affatto organiche. Si tratta di Assoluti, e la poesia mistica tradizionale afferma che le prime tre emanazioni fossero Bellezza, Amore2 e Nostalgia. Non concetti astratti, quali sembrano all’uomo naturale, che li confonde con sentimenti o con “valori”, ma Esseri. Bellezza, Amore e Nostalgia scorrono nelle vene del figlio di Dio, ne sono in qualche misura il sangue stesso.
Ebbene, questi Esseri parlano con la lingua del loro stato spirituale; lingua che non può essere imparata, ma solo intesa quando si raggiunge lo stato spirituale dal quale sono state emesse queste “silenziose parole”.
Essi intervengono nel Creato con la modalità che è propria della funzione ed attitudine magistrali: il discepolo (in senso lato: il figlio di Dio che procede lungo il proprio risveglio) comprende la Bellezza quando il proprio stato spirituale raggiunge il piano ove Bellezza opera; e così anche per Amore e Nostalgia.
La lingua dello stato spirituale di Amore è difficile da intendere, perché gli effetti delle sua opera in campo organico sono tali da nascondere la loro origine; e tali da dovere essere attraversati, il che significa vissuti fino alla loro consunzione. Per questo l’emergere di Amore è inteso come necessità di uno strumento della conoscenza di sé: è il mezzo per realizzarla, ed impone questa realizzazione, ma solo in chi raggiunge il corrispondente stato spirituale.
Ma la lingua più sussurrata al cuore, più dolce e completa, perché contiene Bellezza e Amore, è Nostalgia.
Dicono i poeti che Nostalgia nasca dalla coscienza del non essere (stata) eppure di essere (qui ed ora): è la coscienza profonda dell’essere stati nel non-essere; dell’essere insieme vivi e morti, viventi e morenti: vivi nel non-essere, tuttavia, e morti nell’essere! E, morti essendo significa (nella lingua di quello stato spirituale) viventi contemporaneamente nel non-essere: luogo questo ove si può pensare che Nostalgia amerebbe ardentemente (‘ishq) tornare. Ma Nostalgia, come Amore, non è un sentimento: è una forza che, come Amore, attrae: essa, all’Origine.
Nostalgia è in sé uno stato spirituale, perché è la forza attiva della coscienza dell’unità dell’essere e del non-essere operante in sé, e non nella forma dualistica (cioè dell’essere i due termini alternativi o polari), ma in quella, misteriosissima, dell’Unità.
Nostalgia è una coscienza del mistero; dunque è, totalmente, la Conoscenza.

NOTE
(1) L’influenza spirituale è baraka: non “buon esempio”, ma dimensione di luce in atto. L’imitatio Christi non è una questione di comportamento…
(2) Amore in persiano è Mehr, come in egiziano antico è Mer: a testimonianza della continuità, anche radicale (qui in senso verbale), dei Viventi (Netheru).

Tommaso il disperato

Tommaso1 non si accontenta: mette il dito nella piaga, e constata. Gli altri apostoli credono.
Sebbene siano “beati coloro che credono senza aver visto“, la Conoscenza è di chi ha visto e toccato con mano l’impossibile.
Questo caratterizza lo gnostico, rispetto al credente. Ed è per questo che la via della conoscenza (mistica, noetica) è una via esperienziale; ed è una via sperimentale, per quanto attiene all’esperienza individuale: inutili le esperienze di altri, alle quali crede il credente.
Il credente ha fede in ciò che altri dicono, e speranza che ciò in cui ha fede sia il Vero; Tommaso sperimenta, non testimonia se non qualche sillaba della sua verifica sperimentale: “Mio Signore e mio Dio!“, e sa.
Tommaso testimonia di altro, scrive appunti, ma – senza nasconderli a nessuno – li scrive per sé; se qualcuno li legge, ne faccia l’uso che vuole: creda o no, che importa? Se non crede, affari suoi; se crede, non è altro che un credente.
Tommaso è un disperato: ha certezze e quindi non sa che farsene della speranza… è un sentimento per lui obsoleto, superato dai fatti; di conseguenza non aspira a un al di là, ma assapora il qui ed ora dell’impossibile realizzato.
Egli è Didimo, Δίδυμος, fratello gemello di Gesù, figlio di Dio, dunque; e gemello vuol dire “pari”, della stessa sostanza.
Didimo Tommaso sa che non vi è distanza o separazione tra lui stesso e il suo Signore, e non per aver guadagnato questa vicinanza, ma per averla scoperta ora come data ab initio. Didimo tocca con mano il suo Signore; chi crede è distante, tanto distante da non vedere il Padre, né il Fratello. Troppo distante per raggiungerli, persino nell’eternità del tempo.
L’impossibile è vero… meglio: è Vero solo l’impossibile.

NOTE
(1) Secondo la tradizione, Tommaso testimoniò in Persia e poi in India; il che non è insignificante per chi risalga le tracce e le basi profonde del sufismo (non tanto quelle storiche quanto quelle spirituali): in Iran ed India si sono realizzate le più profonde integrazioni delle culture religiose precedenti (mazdaismo e induismo) con le successive, senza strappi, con un quasi naturale riconoscimento intrinseco del valore unitario della spontanea religiosità umana (quella dei Figli di Dio), ed una spiccata predilezione per le vie mistiche. Il percorso di essi nei millenni è infatti un viaggio da considerare unitario, con tappe che corrispondono ai tempi e alle successive “dimensioni di luce” apportate dal succedersi dei Profeti e degli Inviati… La Tradizione è questa continuità, il letto del fiume carsico nel quale scorre la reale evoluzione (la liberazione!) dei Figli di Dio.

Simorgh

Ma è durante questo periodo che l’upupa diviene un Simorgh, l’uccello il cui richiamo ridesta coloro che dormono.
Il suo nido è sul monte Qaf, col suo canto si rivolge a tutti, ma pochi sono quelli che l’ascoltano. Tutti si ritrovano entro il suo ambito, anche se i più sono privi di lui.
Questo Simorgh si alza in volo senza movimento e, librandosi, non percorre spazi: si fa vicino, eppure non attraversa luoghi. Le tinte variate delle cose del mondo provengono da lui, che in sé non possiede colore.
Se è vero che il suo nido è a Oriente, l’Occidente non è privo della sua presenza. Gli esseri si interrogano su di lui, mentre lui è privo di preoccupazioni.
E tutto viene riempito da Simorgh, il quale è vuoto e privo di ogni cosa.
Anche i saperi dell’uomo si legano al suo richiamo, e ne vengono prodotti. E… i singoli strumenti di musica… derivano tutti dal suono del suo canto, e dalle sue vibrazioni.
Il suo pasto è la fiamma. Chi lega al proprio fianco destro una piuma delle sue ali viene protetto dalle ustioni, qualora passi attraverso il fuoco.
Del resto è opera del suo respiro anche la brezza che rinfresca il mattino, cui gli amanti gnostici affidano i segreti del cuore e gli aspetti celati dalla coscienza: è con lui che essi parlano.
Anche le cose che verranno qui dette sono frutto della sua ispirazione: tutto ciò è un sunto di quella voce e del suo richiamo.1

L’allegoria mistica identifica l’Oriente, ove il Sole nasce, con il mondo della luce, e l’Occidente, ove il Sole tramonta, con il mondo delle tenebre.
Quando il Sole è alto ogni cosa è illuminata, dunque resa visibile o rivelata; quindi una illuminazione è insieme una rivelazione e una creazione, dal momento che, quando una cosa non è visibile non se ne sa l’esistenza e non vi si entra in relazione in alcun modo.
Ma cosa illumina il Sole se non quanto è celato nelle tenebre? Nella notte nascostamente emergono “cose”.
Mentre lo scienziato, il sapiente, indaga in profondità il mondo rivelato, il mistico, lo gnostico è interessato a quanto avviene nel mondo delle tenebre, perché egli intuitivamente, noeticamente, sa che è quello il luogo ove effettivamente vengono creati gli “eventi”, che sembreranno creati quando rivelati dall’illuminazione del Sole, che li renderà manifesti.
Lo gnostico è interessato ad essere quello che partecipa come autore della creazione (ogni giorno il Sole rivela qualcosa di nuovo, la creazione è perenne) risiedendo nell’increato. Vuole essere sostanza della creazione.
Quando il Sole è alto, la luce è abbagliante; l’occhio umano non può più percepire la luce delle stelle, che solo nelle tenebre della notte si lasciano vedere: quella, è la luce dello gnostico, perché le stelle guidano ed orientano; le stelle si ammantano di nero per mostrarsi, si mostrano nascoste… Per questo lo gnostico accolto tra i co-creatori vive nell’ombra, sebbene sia costantemente illuminato: è reso invisibile alle creature deste nella rivelazione abbagliante, è reso invisibile alle creature dormienti dalla tenebra che lo ammanta…

Noi abbiamo un re senza rivali che vive oltre la montagna di Qaf. Il suo nome è Simorgh, ed è il sovrano di tutti gli uccelli2. Egli è vicino, ma noi siamo a una distanza infinita da lui. La sua dimora è protetta da gloria inviolata, il suo nome non è accessibile a ogni lingua! Più di centomila veli celano lui, che è oltre la luce e la tenebra. Non esiste nessuno nei due mondi che abbia l’ardire di contrastarlo; egli è, in eterno, assoluto sovrano e vive immerso nella pienezza della sua maestà… Quando mai scienza o ragione potranno giungere alla sua dimora? Non si conoscono vie che conducano a lui, eppure senza di lui non è possibile vivere!
Infinite creature si tormentano nel desiderio di lui, ma anche l’anima più pura è impotente a descriverlo e l’intelletto è incapace di percepirlo: per questo anima e intelletto annichilirono nello stupore, accecati dai suoi attributi. Non v’è saggio che abbia percepito la sua assoluta perfezione, né veggente che abbia contemplato la sua bellezza. Il creato non ebbe mai modo di penetrare una simile perfezione e la sapienza ne perse le tracce e la vista si confuse.
Ma se tu smettessi di delirare, capiresti che le creature del mondo partecipano della sua perfetta bellezza… Infinite teste rotolarono lungo la via come miserabili palle, e furono gemiti e sospiri! Terre e mari innumerevoli s’incontrano lungo la via, non pensare che il cammino sia breve! Per un viaggio così straordinario necessitano uomini dal cuore di leone, giacché lungo è il cammino e cosparso di abissi sconosciuti. Si procede nello stupore, continuamente cadendo e risorgendo.
Scoprire una traccia di lui costituisce un dono prezioso, giacché senza di lui la nostra vita si consuma vanamente. E se tu sei uomo non privare il tuo cuore della presenza dell’Amato! E poiché necessitano uomini veri lungo la via, uomini che non esitino a ripudiare la vita pur di giungere a quella corte, lava via l’esistenza dalla tue mani, se vuoi essere considerato uno di loro! […] Se tu saprai lasciarla con coraggio, l’amico ti farà dono della sua essenza.3

NOTE
(1) Shihāb al-Dīn Yaḥyā Sohravardī 
(2) Gli uccelli, nella loro enorme varietà, e nella loro fantasmagoria di colori, canti, espressioni rappresentano le manifestazioni di Simorgh, che tutte queste magnificenze contiene in sé.
(3) Farīd al-Dīn ʿAṭṭār

Di due, Uno

Bisogna affermare senza ipocrisie che la Scienza dello Spirito non è una scienza umanistica; è una scienza del divino. E non è una religione, né una teologia.
Perché bisogna affermare che lo Spirito di cui si occupa non è cosa che appartenga all’uomo come qualità connaturata, come si suppone: è cosa che può appartenergli, ma che, quando lo facesse, o quando gli si rivelasse, lo estrarrebbe dalla condizione umana.

Quando dunque qualcuno intraprende lo studio della Scienza dello Spirito, non ha libri da leggere; ha solo da iniziare ad osservare come lo Spirito che lo prende tra i suoi discepoli (cosa non dipendente dalla volontà del discente, ma dalla sua qualità) agisce su di lui. E la prima cosa che riceve come indicazione, come traccia della via da seguire è: “Tu sei uno, e non c’è socio in te. Sentiti Uno, se ci riesci.”
Nessun uomo può sentirsi Uno, perché non lo è; lo sforzo ingenuo del novizio, privo di risultati, gli dimostra che con la sola propria volontà, con la sforzo mentale, con la suggestione psicologica, l’Unità è irraggiungibile1. Tutto questo impegno è infatti attività della dualità.
Lo Spirito agisce fin da subito dimostrandosi irraggiungibile dall’uomo in condizioni naturali, ed in questo si rivela intrinsecamente meta-fisico. Attingere all’Unità significa trascendere l’umanità: così è, senza sconti.

La via spirituale è una via mistica, perché la conoscenza spirituale è diretta ed im-mediata, non raggiungibile dalle facoltà umane che hanno fallito il tentativo di “sentirsi Uno”. Per questo il primo insegnamento è un fallimento: per indicare che gli strumenti di cui si dispone per natura non servono, per quanti raffinati possano essere.

Nella cultura religiosa islamica, il primo insegnamento è “non c’é altra divinità al di fuori di Dio“; e ciò equivale a fornire, con molta forza, un punto di riferimento non ambiguo, non discutibile, cui ispirarsi per produrre – insh’Allah – la propria unità.
Non si tratta di affermare un Dio unico come contraltare ideologico di altre forme religiose: si tratta di trarre l’uomo fuori da se stesso; è un’affermazione che, ripetuta, forma l’interiorità nel senso che – progressivamente e vincendo la resistenza della materia organica – vi si rivela.
Il senso è che l’unico modo per sentirsi Uno è riconoscersi nell’Essere divino, indefettibilmente Uno, che si rivela nelle profondità dell’essere umano (se Egli vuole) e lo rende con ciò in-umano.

Il processo è lungo, e fatto necessariamente di delusioni dell’ego, perché la Verità si rivela falsificando l’apparente, frustrando l’orgoglio conoscitivo del discente: se Dio vuole mostrarsi come Tutto, lasciando lo gnostico incapace di vedere altro che Lui, gli dimostrerà che ciò che non è Lui, è nulla. E non lo farà dallo scranno di un’aula universitaria, lo farà dallo scranno del cuore2. L’umanità dell’insincero sarà disarticolata, dall’apparizione della Verità; quella del sincero sarà consumata e dissolta progressivamente, con dolcezza solenne.
Sicché, in lui, l’affermazione potrà diventare: “non c’è altro Lui che Lui”, e ciò segnerà un avvicinamento, una sorta di maggiore intimità: Lui è nel mio cuore, e non c’è altro che Lui (nel mio cuore). Maggiore intimità non esiste… e dunque si potrà, arditamente passare a considerare questa Presenza come stabile e ormai connaturata, nella misura in cui intanto la propria “natura” precedente ne è stata trasformata nella sostanza3: tanto da poter affermare, con qualche timore reverenziale: “non c’è altro Te che Te”. Il colloquio che ne segue è un colloquio intimo, che esclude l’orecchio indiscreto di chiunque altro.

Tuttavia, il discente avrà un crollo, una sorta di catàbasi, quando si renderà conto che sta trattando il proprio cuore come un interlocutore e che, con ciò, sta riaffermando la propria umana dualità! Questo è il fallimento dell’impresa! e induce, ragionevolmente, a pensare che tutto il percorso fatto sia stato illusorio, che la scintilla divina con la quale ha imparato a colloquiare possa essere una propria fantasia, una affabulazione, l’ennesima… potrà sentirsi ingannato, ma – se è sincero – non oserà dire che Dio l’ha ingannato: così dovrà riconoscere, pudicamente, di essersi ingannato circa il fatto che Dio abbia voluto, magari solo per un attimo, albergare nel suo cuore.

Questo stadio è molto avanzato, ed è il più pericoloso, sia perché la prova è particolarmente ardua, sia perché cadere (nello sconforto) da quell’altezza è devastante.

Oltre, non resta che una affermazione inaudita, un atto di coraggio disperato, che nasce dalla vergogna di aver potuto supporre che, se Dio è Tutto e nulla vi è di altro da Lui, Egli non sia, non debba essere, anche “me”: questa è la folgorazione, il lampo luminoso della gioia di affermare: “non c’è altro Me al di fuori di Me!”, o come Hallaj, “io sono il Vero!”.
Farlo è gettarsi, come la falena, nella fiamma di quella folgore.
Ed è allora che si afferma davvero l’Uno, ed è allora che l’umano si dissolve nel divino: Fanāʾ, l’estinzione… stato in cui i pronomi non esistono.

NOTE
(1) Si veda anche in merito “Affabulazioni“, su questo stesso blog.
(2) Poeticamente e misticamente colà si dice trovasi il trono di Dio.
(3) Si è sostenuto che il concetto di sostanza sia stato reso obsoleto dalla fisica quantistica; ma nella scienza dello Spirito è termine pregno di senso.

Affabulazioni

L’uomo è l’unico animale capace di raccontarsi, di affabulare se stesso a se stesso.
Questo gli permette di storicizzarsi come specie, di lasciare documenti ai posteri, di costruire i propri miti ed il proprio mito.
Capacità di specie che rende il genere umano il più resiliente tra tutti, usando qui il termine con valore ecologico (resilienza è “la velocità con cui una comunità biotica è in grado di ripristinare la sua stabilità se sottoposta a perturbazioni“), in modo di concepire l’umanità come “comunità biotica”, ed evidenziarne così l’aspetto più radicato nell’animalità.
Ma ogni comunità biotica, intesa come sistema, è costituita da individui la cui personale efficacia esistenziale è all’origine di quella del gruppo; e la capacità individuale umana di raccontarsi a se stesso affabulando è stupefacente: l’uomo è l’unico animale capace di raccontarsi bugie e di crederci fermamente. Di più, è l’unico capace di raccontarsi bugiardamente a se stesso. Il che gli impone di sostenere una duplicità (che vuol dire ambiguità ed ambivalenza) che è alla base del successo di specie: ogni individuo umano appare come uno, ma è due; il prevalere su tutte le altre specie è quindi un fatto di pura preponderanza numerica.
L’uomo vive nella duplicità quando guarda se stesso, quando si descrive agli altri e a se stesso, quando si riconosce un inconscio, quando si mette in cerca della sua “metà”, quando si dà obiettivi e si proietta in un futuro immaginandosi, quando – di conseguenza – ha speranza, quando coltiva il proprio ideale…

Questa caratteristica di duplicità è insita nella natura umana come la pelliccia è insita nella natura dell’orso, o la predazione in quella del lupo. Ed è quella che lo distingue da ogni altra forma vivente. Non può essere giudicata, quindi… non si imprigiona il lupo perché ha ucciso una pecora: è nella sua natura.

Questo ha delle conseguenze: ad esempio, un rapporto tra due umani e sempre un rapporto a quattro, e chiunque si occupi di comunicazione o di dinamica delle relazioni dovrebbe tenerne conto: è stupido dire a qualcuno “tu menti!” con tono accusatorio… che altro potrebbe fare? Qualsiasi relazione è fondata sulla menzogna, e solo chi lo sa può davvero “relazionarsi”. E chi lo sa, avendo dovuto dire la verità a se stesso, ha dovuto abbandonare la duplicità. Difficile dire se possa essere ancora considerato umano, quindi…

D’altra parte, il percepirsi come affabulabile e quindi come costruibile idealmente per incontrare il mondo, produce un concetto di se stesso che contiene una interiorità (che spesso l’uomo lamenta non venga colta dai suoi simili), ed una esteriorità che fa da interfaccia con ogni altra “cosa” costituisca il suo universo. Dunque l’uomo è l’unica specie vivente che si riconosca una interiorità e che dunque concepisca in sé l’esistenza di un mondo non agito, oscuro, nascosto e a volte incombente come una minaccia. Ecco perché l’uomo preferisce riconoscersi nella sua esteriorità(1).

Ciononostante l’interiorità ha una sua pregnanza, ha una gravità a volte enorme sia in quanto peso specifico, sia perché l’arginarla quando tenta di erompere è una fatica immane, logorante.
E a volte succedono cose strane. Affabuliamo: l’esteriorità sia dunque una capanna nel bosco, e l’interiorità sia il pavimento di questa capanna, niente più che qualche metro quadrato di terreno chiuso da pareti, invisibile dall’esterno; ed immaginiamo che qualcuno che vi sia entrato per un po’, di passaggio, abbia lasciato cadere inavvertitamente un seme su quel pavimento. Passerà del tempo, ma quel seme produrrà un alberello che crescendo metterà in pericolo la struttura della capanna, e crescendo ancora la farà crollare con la forza della propria vitalità e della propria inarrestabile aspirazione alla luce.
Se questo avviene, la capanna non potrà più riconoscersi nella propria esteriorità e dovrà accettare di essere stata spazzata via, a meno che non si riconosca nell’albero… e l’albero non è una capanna: è la forma viva di quel legno morto di cui la capanna era fatta.

L’uomo è l’unico animale a cui sia stata data la possibilità di una metamorfosi, purché nella sua interiorità sia stato posto il seme della Vita… perché questa, quella che egli conosce, non è la forma vivente dell’umanità, è il legno morto della capanna…
Per questo è bene guardare dentro, invece che fuori: magari si vede emergere un germoglio nelle profondità del proprio cuore.

NOTE
(1) E’ incredibile allora che l’uso della maschera antivirus possa essere intesa come negazione della propria libertà… però, a pensarci bene, Brighella odierebbe dover nascondere la maschera che lo identifica con una uguale per tutti.