Povera ricchezza

Dicono i maestri d’altri tempi (di eterni presenti di un millennio fa) che la povertà è un segreto che si condivide con Dio. Essendo poi essa un segreto di tal fatta, chi ne è a conoscenza ne è anche custode: custode del Segreto.
Lasciare che la propria povertà si veda è dunque, per chi ne è ricco, travalicare i limiti imposti dalla sua qualifica di custode, e mancare alla propria missione: “La povertà è un segreto che Dio ha dato al servitore; se egli la tace, è degno di fiducia; se la mostra perde il nome di povero.
Precisano, i maestri, che la povertà conosciuta da altri che Dio “uscirebbe dai limiti della povertà, entrando in quelli del bisogno: infatti i bisognosi sono molti e i (veri) poveri pochi“.
L’insegnamento è di fatto che l’ostentazione di un qualsiasi stato è cosa disdicevole, che si ostenti la ricchezza in sé, oppure la ricchezza che la povertà dona al servitore.
Si racconta di un servitore che, povero com’era, si vestiva di stracci in casa, ma quando usciva si metteva gli abiti vecchi ma buoni di tempi passati in cui era benestante, che conservava con grande attenzione a tale scopo, affinché la sua reale povertà fosse invisibile. Ammonivano infatti i saggi che “bisogna mostrare indipendenza nei giorni della tua vita, e quando muori la tua casa mostrerà la tua povertà“.
Tuttavia era tormentato dall’idea che questi abiti “buoni” col tempo si logorassero fino a stracciarsi, lasciandolo incapace ormai di nascondere la propria povertà… Allora sarebbe entrato nel bisogno, non tanto per l’aggravarsi della miseria, quanto perché la ricchezza che essa rappresentava dal momento che lo rendeva custode del Segreto, sarebbe stata perduta… persa la fiducia di Dio, che cosa rimane? Questo è il bisogno che affligge i molti.
Dunque questo servitore decise di lasciarsi vedere finché restasse la dignità dei suoi vecchi abiti, e di chiudersi in casa sparendo alla vista di tutti, quando questa dignità fosse perduta: avrebbe così mantenuta l’unica qualità che costituiva la ragione della propria vita: l’essere custode del Segreto; ed è in quel Segreto che finì per ritirarsi.

Logorrea

Quando la Visione scorre (visione! non pensiero) la si può lasciare andare oppure la si può de-scrivere al passaggio, come uno che su un ponte guardi la corrente e racconti metro per metro di ogni foglia galleggiante, pretendendo con ciò di raffigurare il fiume. Questo narrare dell’altro mondo è a propria volta uno scorrere che ha bisogno di altri osservatori sui ponti di questo mondo… Ma non si può pretendere che essi colgano altro che il moto delle acque, senza che neanche li sfiori l’idea che non ci sarebbero fiumi senza qualcuno che li de-scriva.

Diaballein

Com’è arcinoto, “diaballo”, διαβάλλω, il verbo greco antico da cui deriva la parola “diavolo”, significa “scindo, separo, divido” e, contrapposto a “simbolo” , (da συμβάλλω, “simballo”, unisco), si riferisce, nella terminologia della scienza spirituale, alla rottura interna di unità/unicità: quella che dà inizio alla “manifestazione” o “creazione”, e insieme, potentemente, al desiderio ardente di riunificazione, che è la radice della naturale religiosità umana, e della tensione sessuale che, arricchita di pathos, è chiamata “amore”.
Ogni unione tra umani è così un simulacro di riunificazione, ne è… simbolo.
Triste, spesso, nell’intrinseca impotenza di unificazione (al) Reale.
Nella manifestazione l’uomo è infatti intrappolato sebbene nuoti nell’infinita e complessa sua molteplicità… Ciò implica che quanto più egli tenti di affermare la propria libertà sperimentando le più diverse opportunità, tanto più percepisca la frustrazione di non poter superare i limiti del Creato, pur se arrivasse a saggiarne i confini. Così che liberazione diventa dis-incarnazione, e pacificazione è riunificazione.
Al ritorno nel mondo del manifesto ogni cosa, vivente e no, ogni evento diventa allora simbolo della Oneness, non più particolare particella di essa, ma essa stessa, in tutto e per tutto; ogni cosa ha una sua verità ontologica che è la Oneness, ed è visibile a chi è di ritorno. Ciò perché anche egli è ormai interamente (epperò esclusivamente!) la propria verità ontologica, e quindi vi risuona per un fenomeno di affinità.
Si sa di uno di questi “ritornati” che avesse una farfalla domestica dotata di una straordinaria longevità che gli volava d’attorno e gli si posava a volte accanto, ovunque andasse in casa. Egli diceva che si trattava di quella “farfalla” che, nella Tradizione, si dice descriva il movimento energetico al centro del cervello dell’uomo compiuto, un doppio otto vibrante a captare ogni fremito proveniente dall’Unità. Non dunque – diceva- un simbolo di essa, ma quella vibrazione stessa in sé che gli si palesava come vivente, perché tale era. Infatti il doppio otto, la farfalla, oltre a descrivere sul piano sottile ogni interazione maschio/femmina, descrive ogni interazione tra polarità complementari, e soprattutto quella tra Creato ed Increato; quindi è una legge che si incarna…

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Esperimenti 2

Nulla, proprio nulla cambia se non attraverso l’uomo. Egli è l’ingrediente necessario per innescare ogni processo di verifica (di attuazione del vero). La qualità di questo ingrediente è dunque fondamentale per gli esiti della costruzione della realtà. Le scuole che operano per la trasformazione dell’uomo hanno l’uomo come “materia vile” e l’Uomo come obiettivo, o oro alchemico… L’antica alchimia diventa fisica quantistica, ma l’oro è (o dovrebbe essere) ancora l’Uomo Universale. Il vero scienziato è colui che si usa come “materia vile”, cambia il reale, e lo fa di nascosto, in silenzio…

Esperimenti

La differenza sostanziale tra la scienza naturale e la scienza spirituale è nella sperimentazione. Lo scienziato naturale mette insieme degli elementi e ne osserva le interazioni, che poi registra e che – nella ripetizione dei risultati – può definire certi.
Il praticante della scienza spirituale fa la stessa cosa, ma l’elemento principale di cui registra le interazioni è se stesso, e teme persino la ripetizione dei risultati che testimonierebbe la propria stasi sulla Via della trasformazione.
Chi ha sviluppato una forma mentis del primo tipo, si aspetta che un certo gesto o un certo elemento, se ripetuti, diano sempre il risultato voluto, e se ciò non avviene (non avviene mai!) dicono che gesto ed elemento sono falsi.
La scienza naturale, e la mentalità che la sostiene, indaga ciò che è esterno all’uomo, l’exoterico; quella spirituale solo quello che è interiore, l’esoterico.
In attesa che ci si renda conto che l’exoterico è la manifestazione dell’esoterico, come vorrebbe una Scienza dell’Uomo Universale, o del Vero.

Indovinala grillo

Venne alla comunità di Serse un tale, che voleva incontrare il maestro. Appena fu introdotto, il maestro lo guardò e disse:
– “Sei venuto perché tua moglie sta male e vuoi aiuto da me?”
– “Come fai a saperlo?”, domandò il tale, pieno di stupore. “Tu sei davvero una grande indovino e un sapiente!”
– “E però speri tanto che io non possa aiutarti perché non ami tua moglie e vorresti che morisse.”
– “Ah no! questo poi no! Ti sbagli completamente e sei davvero spregevole se dici questo!”
Il maestro prese un attimo di tempo, poi aggiunse:
– “Se ti dico quello che sai già di te, mi lodi, ma non ti serve a niente, visto che lo sapevi già; se ti dico quello che non sai ancora di te perché non vuoi saperlo, mi insulti e dici che non è vero, e non ti serve lo stesso… Come osi allora venire qui a farmi perdere del tempo prezioso?”

Il lavoro e il Lavoro

Si racconta che un aspirante che faceva il mercante, avesse confidato al proprio maestro il suo disagio nel dover vendere e comprare tra la folla, che pure era il suo lavoro… gli sembrava di sporcare in qualche modo la nettezza della sua aspirazione spirituale, chè riguardava cose che non si comprano né si vendono.
Disse il maestro:
– “Lavorare e guadagnarsi da vivere è indispensabile. Ma tu fai così: tutto quello che guadagni dallo in elemosina, e per vivere chiedi l’elemosina a tua volta.”
L’allievo eseguì, obbediente. Ma dopo qualche giorno tornò e disse:
– “La gente mi ha dato dell’ingordo perché a quanto guadagnavo pretendevo di aggiungere quanto chiedevo in elemosina, e mi ha disprezzato; finché qualcuno non ha saputo che facevo quello che tu mi avevi ordinato; e solo allora hanno ripreso a darmi di che nutrirmi.”
– “Allora puoi smettere sia di lavorare che di chiedere l’elemosina.”

Perché lo scambio di cose che non si comprano né si vendono avviene così… Doni scambiati e mai richiesti, nè mai trattenuti…

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