Al risveglio

Al risveglio, indossava la sua umanità; un po’ spiegazzata dall’uso del giorno prima e comunque lisa dalla vetustà. Era fuori moda, ormai, e tuttavia conservava la sua originaria, classica, dignità.
L’esigenza di ben apparire non era più così pressante e così anche quella di doversi confondere e confrontare in eleganza con le molte altre umanità esposte: poteva permettersi oramai di indossare la vera umanità, dolente ed adusata, che gli era rimasta, dopo che quella più polita ed inamidata era stata consumata.
Ed erano i tempi tardi in cui ciò che era vecchio non doveva più essere sostituito da qualcosa di più nuovo ed attuale, ma piuttosto conservato con cura fino all’estremo; perché la povertà è questo: disporre di quel che si ha, pur obsoleto, e nulla di più; fino alla fine di quel che si ha, e di quel che si è.
Ne risultava, finché era indossata (e dunque nelle ore della veglia) l’aspetto piuttosto venerabile che conserva ciò che fu bello, e l’austerità antiquariale di ciò che fu di buona fattura: un aspetto polverosamente onorevole, ancora solidamente severo.
Vestire i panni di questa umanità era comunque disagevole, a volte: troppo pesanti al caldo, troppo leggeri al freddo, durante il rollio e il beccheggio delle stagioni. Ma non era richiesto, non più, che l’umanità fosse confortevole. Era confortevole la nudità da essa, quando il sonno la rendeva possibile.
Ciò che è spogliato dell’umano non è un corpo nudo, ma un non-corpo. È denudarsi proprio del corpo, delle “umane spoglie”.
La vita umana richiede un abito umano per rendersi visibile, e lo si vuole smagliante; ma la nudità è implicita rinuncia alla necessità di essere visti e persino visibili. La vita non manifestata risiede nell’Increato, è Vita in quanto assoluta potenza e, siccome non necessita di mostrarsi, è assolutamente libera.
Nei luoghi in cui la manifestazione non è necessaria, la visione non può riguardare la sensorialità, deve essere di altra natura; deve essere conoscenza diretta, o pura Coscienza… Una comunicazione diffusa, simile a quella rudimentale e sofisticatissima del mondo verde, delle piante. La pura coscienza realizzata, diffusa al Tutto, questo è Risveglio.
Ci era voluto il tempo che la vita manifestata sa marcare con cicatrici da usura, per conoscere la Verità; ma stavolta, al risveglio, si spogliò della sua umanità e si abbandonò al sonno una volta per tutte. Per gli umani, rimase invisibile.

Intermediazioni

L’aspirazione alla dimensione del divino si declina in due modi opposti: quello di chi aspira a che il divino discenda ad illuminare la propria umanità; e quello di chi aspira ad ascendere sollevandosi dalla propria condizione umana.
Sebbene essi non siano in contraddizione insanabile, distinguono però atteggiamenti davvero diversi, e temperamenti diversi.
Chi chiede la discesa del divino si percepisce inferiore ad esso e troppo lontano per poter supporre un contatto che non dipenda dalla Sua Volontà; quindi non può far altro che porsi nella condizione più favorevole possibile a che questa Volontà lo prescelga.
Chi, invece, si sforza di trascendere la propria umanità, non ha quasi bisogno di credere nella “esistenza” di Dio, nel senso che Egli è un’ipostasi che segna la direzione del viandante, ma non interviene; in realtà è convinzione di questo genere di ricercatore che Dio sia già presente in lui, e che sia la sua propria qualità umana a nasconderne l’espressione autenticamente divina; questi dunque cerca di sgrullarsi di dosso la propria umanità agitandosi come un cane bagnato. Dio è già totalmente presente nel suo servitore, cercarlo è dunque atteggiamento di costante penetrazione nella propria carne alla ricerca di quell’essenza che deve essere di necessità l’Essenza in Sé.

Dicevamo che le due modalità non sono necessariamente in contraddizione: in realtà hanno alla base una stessa intrinseca richiesta, quella dell’essere permeati e trasformati dal divino tanto da non essere altro che Lui (Huwa).
Però, nel primo caso, si chiede a Dio di avvicinarsi all’uomo, mentre nel secondo si chiede all’uomo di avvicinarsi a Dio; nel primo caso Dio si cerca nell’Altrove metafisico, nel secondo Lo si cerca scavando nella propria profondità fisica. Il punto d’incontro delle due direzioni è nel fatto che è in queste profondità che si scopre essere appunto l’Altrove metafisico.

Vi è, nel cercatore assiduo e perseverante nel perseguire follemente (majnun) una meta irraggiungibile per definizione (raggiungere la quale significa rinunciare al soggetto che la raggiunge), la percezione chiara – sopraggiunta ad un certo punto del cammino – della compresenza al mondo umano di un mondo superumano, o transumano, che in genere viene descritto come popolato di presenze angeliche.
Insistiamo sul fatto che si tratti di una percezione certa e non di una immaginazione sorretta da fantasie; chi chiede al divino di discendere è più facilmente colto da questo tipo di fantasie perché, psicologicamente, immagina a priori un Dio dell’Altrove, mentre l’altro non lo fa, perché lo cerca in sé e si limita, scientificamente (la Scienza spirituale Tradizionale) a constatare la presenza di ciò che trova, se trova: questi dunque può trovare questo mondo transumano come un viandante che si inoltri in paesaggi ignoti e ignoti popoli, e li osservi con appassionata volontà di conoscenza condivisiva.

La necessità psicologica, nel primo tipo di cercatore, è quella di colmare una distanza che percepisce come incolmabile con “qualcosa” di più vicino, la cui funzione finisce per essere in qualche modo “materna”, nella misura in cui è percepita come amorevole e protettiva, come adiuvante e consolatoria della eventuale frustrazione nella ricerca del divino e in quella, certa, dell’esperienza dell’umano; da qui la massiccia presenza nell’immaginario religioso del credente medio della figura della Madonna e degli angeli bambini o giovinetti che rimandano a un concetto di generica innocenza contemplativa pre-puberale.

Il mondo che abbiamo chiamato intermedio è, per la Tradizione, “angelico” solo nella misura in cui questa parola – etimologicamente – definisce la funzione del “messaggero”. Popolato di dis-incarnati, dunque di Enti passibili di incarnazione, alcuni dei quali già incarnatisi in tempi remoti. Con essi è in costante comunicazione chi, tra di loro, è – al presente osservato – incarnato in funzione di Servizio. Essi sono “il messaggio”, perenne e perennemente vivente; sicché è, nella Tradizione, assimilabile la funzione angelica a quella profetica; sono “il messaggio” perché sono della stessa “sostanza” del divino, che quindi è sempre presente nel vivente, come intuìto dal cercatore del secondo tipo; questi è dunque, in buona “sostanza”, uno consapevole del proprio essere di Dio, quanto il cercatore del primo tipo è consapevole di non esserlo pur coltivandone il desiderio. Ed essere di Dio significa scoprire di sé (presa di Coscienza) di appartenere alle schiere di quel mondo intermedio da cui si è momentaneamente separati perché impegnati nel Servizio; senza peraltro esserne in alcun modo separati nell’Essenza e senza che manchi mai il sostegno di Quelli che, in quel mondo, nell’Essenza sono a sé affratellati.

Discorsi

Se parlano tra loro degli Enti, l’ascoltatore casuale coglierà discorsi su questioni banali, di modesti contenuti. E il tono sembrerà assai colloquiale, come di chi parla del più e del meno.
Il metalinguaggio, però, va ben oltre il significato delle parole.
Quando colloquiano tra loro, gli Enti vanno altrove, dove il linguaggio è un infrasuono, mentre lasciano le loro “spoglie” a dissimulare e a disarmare le indebite curiosità.
Gli Enti sembrano parlare di una cosa e parlano di tutt’altro.
In realtà si scambiano informazioni, particelle di luce, ché questo è il loro linguaggio, un linguaggio che consente la comunione della “sostanza” di cui Essi sono fatti.
La parola umanamente udibile serve solo per distrarre gli importuni. Per questo è detto: “chi ha orecchie per intendere, intenda”. Intendere non è udire… è intuire con certezza; e non è una funzione mentale, ma percezione dello scambio di luce.
Conoscere l’Altro è per l’Ente assaporarne la sostanza, respirarne l’essenza; e conoscere l’Altro è conoscere se stesso, perché non vi è altro modo… per l’Ente l’Altro non c’è, Egli è l’Altro.
Un colloquio tra Enti è sempre un colloquio intimo, tra sé e sé, o tra Altri in sé, che è lo stesso. Se gli Enti parlano tra loro, vanno là dove ognuno di Loro è Tutto.

I bambini

I bambini devono suscitare, oltre che amorevole protezione, un reverenziale rispetto, perché è in qualcuno di loro che si cela quell’Essenza antica e solenne che appartiene ai Saggi Eterni che alcuni di noi hanno l’onore di poter chiamare Fratelli: per guardare un bambino negli occhi, bisogna inginocchiarsi.

Un bambino, guardando un’icona, ha detto: “Gesù c’è stato, molto tempo fa. Adesso ci sono solo immagini e statue, di Lui.”

Volatilità

Si è detto come il fine della vita possa essere, per alcuni, la consunzione della propria fisicità, della natura organica, della materia pulsante della quale consta la corporeità.
Si è detto che questa “sostanza” è simile alla cera della candela per la fiamma che se ne alimenta, e come questa fiamma sia Essenza.
Il sentimento (ossia il sentire fisicamente questa consunzione mentre si attua, il percepire il bruciore della fiamma) che sostiene questo processo, è detto, nella mistica araba, fanà.
Questa parola, in genere tradotta con “estinzione”, è anche una di quelle che descrivono le molteplici sfumature dell’Amore e definisce un passaggio, una sublimazione della “sostanza” organica alla sua forma sottile. Come un solido diventa gassoso, allo stesso modo agisce fanà. Ed allo stesso modo, ciò che nella forma solida occupava un certo spazio, nella forma gassosa ne occupa uno ben più vasto e dilatato; ben più volatile e capace di permeare altre “sostanze”.
Queste dilatazione e volatilità possono divenire dispersione, se non si è stabilito un “centro” di enorme stabilità. Il corpo fisico ha questo centro nel cuore, e la sua solidità è data dalla materia in cui è posto; ma nella forma sublimata il cuore è anch’esso espanso.
La parola Essenza indica, oltre che “la realtà propria ed immutabile delle cose”, anche quell’olio aromatico che unge (v. Christos, l’unto) e intanto si diffonde evaporando e trasformandosi in un profumo, in “odore di santità”. Classicamente, si tratta di un odore di rosa. Dove è allora l’Essenza se non nelle narici e dunque nei polmoni di chi l’ha respirata? Nel sangue, di conseguenza.
Eppure, nel suo espandersi fino a compenetrare ogni cosa con cui entra in contatto, tanto da diventarne parte integrante, essa continua a promanare da quello stesso centro che, un tempo, l’aveva trattenuta in forma solida attorno a sé, grazie a una forza centripeta. Quel centro, non essendo più fisico, è allora – necessariamente – meta-fisico; ma è.
La percezione di questo centro è un fatto – si è detto più volte – di “coscienza”; difficile da concepire, una coscienza dell’Essere “diffusa” eppure centrata, perché è coscienza di essere ovunque nel tempo/spazio, ma di essere solo in quanto coscienza.
Tema di riflessione, questo, caro a chi identifica la propria esistenza con l’esercizio (amorevole) di fanà.

Alcuni che muoiono

L’annus horribilis appena trascorso ha visto morire diverse persone, a vario titolo importanti per i propri simili.
Tra di loro ci sono anche quelli che, per chi scrive, sono (stati) compagni di viaggio sulla Via; e queste morti hanno un valore assoluto, loro proprio: intanto di un memento, e inoltre propongono (o forse impongono), delle riflessioni “sensualmente aride”, come questa: alcuni di quelli che muoiono non lo fanno che a questo basso mondo; sono pochissimi rispetto agli altri, e non è dato sapere chi siano.
Queste morti sono comunque specificamente latrici di un messaggio: una fase è terminata, un’altra è iniziata. E ciò perché quelli che hanno un compito se ne vanno solo quando l’hanno portato a termine.
E dunque la riflessione che capita di fare il giorno dell’Epifania (che è rivelazione dell’inizio della nuova fase) non è peregrina.

Il fatto è che, se si considera la morte come effetto di qualche causa, modificarne la qualità ha un effetto catartico retroattivo, perché ad effetto modificato deve corrispondere una causa modificata.
Forse modificare la qualità della morte è modificare di colpo l’intero valore, o significato, della vita. La riscatta, perché la vita, il suo scorrere, è causa di ogni morte; ma se la morte è, sì, a questo basso mondo, ma è pure liberazione dell’Ente all’Altro, tutta la vita che sembrava averla preparata o causata, diventa un atto, un processo, di liberazione.
La morte allora non è la fine della vita, ma il fine che rende, realizzandosi, Vita ciò che è, altrimenti, mera esistenza.

Un’altra riflessione è che in genere chi muore utilmente lo fa perché gli si spacca il cuore; quasi che fosse l’uovo che ha contenuto l’embrione dell’Essere finché Esso non è diventato così grande da non poterlo contenere più. In alcuni questo accade nel cervello, ma con lo stesso significato: cuore e cervello in alcuni sono tutt’uno. Si tratta di una rottura di involucri, comunque; di esplosioni che consentono un esito rapido del processo di liberazione.

Andiamo altrove, portando seco noi stessi e null’altro; ma le relazioni spirituali con gli Esseri sono fuori del tempo/spazio, hanno una elasticità da entanglement; e quindi restano, solo dilatandosi… relazioni tra gli Esseri, non tra gli individui umani che per un po’ li hanno ospitati: ché, sembra strano, ma Esseri incarnati si devono amare perché di identica Sostanza, ma si possono persino inimicare nelle forme esteriori umane, che contengono tutti i vizi (imperfezioni) che l’umanità comporta, per propria Natura.
Questo è vero solo per le forme dell’Essere, non per le Persone.

Che Dio si espanda negli Esseri che Egli ha stabilito essere Suoi.

Un Dio stanco

Chi percorre la Via ha con Dio un rapporto di intimità che, a volte, gli permette qualche bonaria insolenza. Qualche disvelamento apparentemente umoristico, ma non per questo meno pregnante e affilato, anzi.
Così vi è una storia, che chi scrive semplicemente riporta con qualche variante che si è concesso, e qualche ulteriore affabulazione. La storia è questa:


Il Dio di Verità, stanco delle menzogne che si sono raccontate sul Suo conto, stanco delle mistificazioni che i Suoi sedicenti rappresentanti hanno nei secoli perpetrato ai Suoi danni e a quelli dell’Umanità tutta, volle ristabilire la Verità che Egli è; lo fece con impeto, con un po’ di cinismo e di rabbia, tanta era l’amarezza che aveva accumulato nei millenni. Prese un viandante e gli si rivelò infiammando un cespuglio, e poi gli diede le tavole della Nuova Legge, quelle vere, prive di ogni ipocrisia e di ogni prosopopea.

Questo passante è un mio amico, reso Maestro da quell’esperienza; me le ha volute rivelare, ma io le ho tenute sempre per me, perché mi sono sembrate troppo crude ed audaci perché l’Umanità le potesse sostenere; oggi credo sia giunto il momento di rivelarne alcune, con le dovute edulcorazioni e parziali omissioni. Non che l’umanità sia diventata oggi abbastanza matura da poter sostenere certe crudezze, ma è che forse ora non è più il caso di nascondergliele per proteggerla.
I primi due “Comandamenti” sono così dispregiativi dell’uomo e della donna (considerati meri vicendevoli oggetti sessuali) che ve le risparmio; però il loro senso è che gli umani non sono che macchine da riproduzione utili al mantenimento della vita organica, come ogni altro elemento della Natura; ingannati peraltro in questa obbligatoria attività dalla piacevolezza della sensualità.
Le altre (non tutte) sono queste:

III – L’essere umano rappresenta l’apoteosi della stupidità, solo uno stolto può ritenere che questa vita sia reale e che dopo vi aspetti qualcosa di simile ad un Paradiso. Voi siete qui perché Io vi ci ho creati e vi resterete sin quando Io vorrò. Questo è l’inferno cui vi ho condannato.

IV – Ognuno è libero di crepare come gli pare, purché non disturbi l’indifferenza altrui.

V – La Verità è unica e assoluta. In quanto tale l’uomo, entità relativa, non può accedervi se non rinunziando alla condizione umana, cioè morendo a se stesso. Quindi diffidate di coloro che propugnano la Verità senza uccidervi.

VI – Diffidate di coloro che vi uccidono in nome della “loro” verità. La Verità è unica e assoluta. In quanto tale non appartiene a nessuno. Se qualcuno l’avesse veramente colta se ne fregherebbe assolutamente di voi.

VII – Vivete perché siete vivi e così siete obbligati a vivere. Credete, anzi, di essere vivi mentre morite istante per istante […] Quindi cercate almeno di essere voi stessi e non ciò che gli altri vorrebbero che voi siate.

IX – Amate il prossimo vostro come voi stessi, ma mai più di voi stessi e attenti che questo amore non sia una scusa per coprire i vostri vuoti, perché vi tradiranno, mi raccomando. In ogni caso rispettate sempre gli altri e le loro idee, ma sempre occhio alle spalle!

X – Io sono unico e solo. Ma Mi conoscete da sempre con mille e mille nomi e ho avuto ancor più forme. Non Me ne frega niente di quello che fate, che Mi insultiate o che ve ne fottiate assolutamente di Me…

XII – Se anche non rispetterete queste leggi, non angustiatevi. Sarete voi stessi a punirvi con le conseguenze del vostro agire e se anche così non basterà, allora la vita stessa penserà a farvi patire.

Certo, questa storia è solo una provocazione; e poi, un Dio che parla così è molto, troppo umano, perché è esasperato, come ogni umano che si rispetti. Ma è anche vero che, se si parla all’uomo, bisogna usare il suo linguaggio, quello persino gergale, popolare, per farsi davvero capire. Magari alzando un po’ la voce.
Però, se, tra queste brume, si ha l’accortezza di leggere ogni comandamento con un po’ di semplicità e di buon senso, ci si accorgerà quanta Verità vi sia distillata. E poi non si tratta di vere e proprie leggi… piuttosto sono rivelazioni di leggi “interne” alle cose. E Colui che le ha fatte decisamente non è umano, parla non da qualche cielo lontano né da un roveto ardente, ma dalle profondità del cuore del viandante… e, come è Sua abitudine, non scherza.

Vita e lavoro

Chi scrive ha ripetuto negli anni più volte, e con forza, che la vita – almeno per alcuni – è un lavoro da svolgere. Un lavoro che richiede preparazione e alta professionalità, e che comporta l’assunzione di responsabilità pesanti.
Così la vita è un lavoro usurante. Non si può fare seduti a una scrivania, ma impone di sostenere pesi, o di portarli da un luogo all’altro della propria esistenza.
Usurante per fortuna, perché l’usura è in verità lo scopo del lavoro stesso: usurare, consumare, fino allo sfinimento e alla destrutturazione.
Non si va in pensione dalla vita, come non se ne va mai in vacanza; non ci riposa da lei. Al più ci si riposa con lei.
È strano come, quando ci si rapporta alla propria vita, si sia obbligati a considerarla come cosa altra da sé… “io” non sono il lavoro che faccio, quindi la vita non è me: è solo il compito che ho. “Io” sono altrove, e mi faccio e mi disfaccio… mi faccio disfacendomi.
Alla fine è necessario ammettere che non si hanno più le forze di farlo, questo lavoro; che altri, che le hanno, devono subentrare. Ma, pur comprendendolo, si resta lì ad esaurire le ultime forze lavorando la propria vita, anche se il lavoro che ci competeva è compiuto: è necessario.
Poi è possibile che ci riposi – per la prima volta – senza la propria vita.

“Sai? Anch’io una volta scrivevo, ma evitavo accuratamente di leggermi tanto non mi piaceva ciò che scrivevo. Poi un giorno scoprii di essere cambiato, fu dopo la mia morte. Sapessi le cose che scrivevo! Mi leggevo e a volte le cose erano così belle e vere che mi estasiavo. Altre volte erano così profonde e intelligenti che neanche io le riuscivo a capire se non con grande difficoltà…
[…]
…Sono stanco di vivere ma non è ancora il mio tempo. Non ho ancora bruciato tutto ciò che dovevo. Entro me talvolta piove. Altre volte percepisco la violenza che sfogo cantando o camminando. Quant’è brutto essere nati per qualcosa se lo si sa…” [Sigife Auslese]

Non sanno

Gli uomini “non sanno quello che fanno”; sono parole evangeliche con le quali essi vengono giustificati e perdonati. Ma questa ignoranza fa paura, perché fa innocentemente strage di innocenti; e perché spesso chi non sa crede di sapere.
Gli specialisti, ad esempio, sanno una cosa, ma non sanno collocare quel che fanno all’interno di una complessità… Non possono calcolare le conseguenze delle loro azioni sapienti. Perciò è detto che “non sanno quello che fanno“.

La scienza del fare consiste infatti nella visione dei processi globali all’interno dei quali l’azione si immette, per corroborarli (o esserne corroborata), o per deviarne gli esiti indesiderati; richiede dunque, più che sapienza, conoscenza; la quale è contemplativa e complessiva, panoramica.
La conoscenza è la modalità stessa del “fare senza fare”, perché chi osserva, lo fa sempre attivamente ed è l’elemento che concretizza la visione stessa, la rende “reale”. La “fa”.
In buona sostanza la conoscenza è conoscenza di sé in quanto visionario, è capacità di porsi nella visione come autore di essa consapevole e volitivo, senza peraltro “immaginarla”. Difficile, ma chi ha questa facoltà non si cura delle interferenze degli specialisti, perché le considera nel contesto della globalità della visione, come semplici elementi di essa.

In questo momento è assolutamente necessario che questa forma di conoscenza attiva si sovrapponga alla sapienza scientifica e specialistica; lo dovrà fare e lo fa, anche se in modo invisibile. I destini del cosmo non sono necessariamente i destini specifici dell’umanità… potrebbero non coincidere; ma il cosmo (il Tutto ordinato) piegherà alle proprie necessità di armonia ogni destino dei propri singoli elementi costitutivi, perché “la nuova fase” lo esige.

Generazione imaginale

Ci fu un folle1 il cui delirio era costituito dall’immaginare che l’umanità potesse essere sottratta all’atto riproduttivo – che gli sembrava vile – grazie a uno specchio sferico che doppiasse gli individui salvandone il “quid”, ossia l’Essenza. Lo scopo della sua vita era di “spiritualizzare la materia”.
Questa aspirazione non è d’altronde diversa da quella che anima gli spiriti religiosi in genere; e la percezione che questo sia impedito dalla forza dell’amore sensuale ha pervaso la storia delle chiese di ogni tipo, esaltando la castità e l’astinenza sessuale. Questo ha reso per secoli sospetta di essere diabolica la vita amorosa, a meno che non fosse santificata e dedicata (cosa piuttosto contraddittoria, questa) alla mera procreazione.
Come sempre, alla base di tutto c’è l’equivoco che si forma quando conoscenze di ordine esoterico vengono trasposte senza filtri in quello essoterico; pare infatti che questo passaggio implichi fatalmente che ciò che è descritto in termini assoluti ed ontologici, si parcellizzi e si riduca a cosa che riguarda l’individuo. L’egocentrismo umano fa il resto.

L’aspirazione ad uscire dal “ciclo della generazione” è aspirazione all’eternità dell’Essere; una eternità non guadagnata per santità raggiunta, ma progressivamente spogliata – per così dire – della carne, in quanto riconosciuta essere eterna ab initio.
Il devoto cerca di guadagnarla, l’eternità, santificandosi con la mortificazione della carne; l’iniziato al contrario usa l’umana carnalità (l’umanità, tout court) fino in fondo, la usura fino ad esaurirla, nella convinzione che questo liberi l’Essenza. Ma fa questo avendo sempre presente l’imago del proprio Essere, come riflesso, il quale , per sua natura è de-materializzato, essendo immagine e dunque pura luce. Lo specchio sferico (che anche altri evocano come metafora della propria estasi) all’interno del quale lo gnostico si pone, rimanda immagini e immagini di immagini in modo infinito: genera immagini in modo infinito; genera la molteplicità dell’Unico Essere che si lascia riflettere.
Mentre questa immagine è palesemente vicina alla visione mistica di Dio (per questo è estatica), essa supera il problema della procreazione e supera anche quella della incarnazione necessaria alla generazione… un fatto tutt’altro che folle, ancorché indubitabilmente visionario.
Questa generazione imaginale si giustappone a quella organica; la affianca, non la sostituisce; però persegue scopi diversi, crea genìe diverse; e crea temi di indagine e oggetti di riflessione che vanno, nel loro diapanarsi, sempre più divaricandosi.
Sicché, alla fine, chi meditasse sulla propria condizione procreativa dovrebbe saper discernere su quale piano egli la voglia intendere: ad esempio, un maestro ha figli sia su un piano che su l’altro; ma la differenza è che la generazione immaginale non ha bisogno di madri, e questo è tanto importante da essere dirimente.

NOTE
(1) Carlo Cafiero, anarchico e poi socialista; fu curato in diversi manicomi, dopo una vita avventurosa.