Proselitismo

Convertire è atto che non modifica la qualità delle persone, ma solo il loro atteggiamento. È dunque cosa che riguarda l’esteriorità e la cultura, o al più la modalità espressiva di un sentimento religioso o di una ideologia.
In campo esoterico può essere dunque, e al limite, intento di un indirizzo mistico, ma certamente mai di una autentica via iniziatica, alla quale va stretto persino l’appellativo di “religiosa”.
La conversione di sostanza, o di materia prima (spirituale) è operazione alchemica: l’alchimista cerca di mutare il proprio rame in oro, ma deve possedere la qualità del rame per tentare l’opera: si tratta di cosa concreta. E non si tratta che di un tentativo, giacché ad alcuni, che sono rame, resta pur interdetta la trasmutazione.
Si è rame però per natura, non per convincimento o adesione a riti, o per fede religiosa o speranzoso anelito.
Che senso ha fare proseliti, allora, quando anche scoprire in loro l’argento non sarebbe utile all’opera che ci si propone? Perché una via iniziatica dovrebbe cercare accoliti?
Una autentica via iniziatica è una via che, all’inverso, deve essere essa voluta, cercata e trovata da chi ne ha l’esigenza e non solo il desiderio; e l’esigenza si ha quando l’essenza (l’essere rame) si è rivelato all’interno dell’involucro umano ed ha chiesto di essere liberato in modo imperativo, senza alternative. La richiesta implicita in questa rivelazione trova allora ascolto, gli eventi si concatenano in modo che la via si renda visibile e si apra davanti all’essere. Non davanti all’uomo!
Ma questa via invisibile ha il dovere di mostrarsi perché il cercatore la veda: come può una cosa invisibile farsi vedere? La risposta è semplice: essa è visibile solo a chi ha occhi per vederla e non ha altra scelta che vedere essa sola. Chiunque la percorra, a chi gli domandasse perché lo fa, non avrebbe altra risposta che questa: “Perché non ho scelta!”.

Il volo dell’anima

Felice colui che sempre si muove, lasciando da parte il bene e il male del mondo.
In ogni circostanza, apprende una nuova lezione, e lascia ciò che ha superato.
La sua anima è in viaggio perenne, vola come gli uccelli nel cielo dell’Amore.

[Walad]

La personalità definisce la persona. Ciò che forma quel complesso di peculiarità che consente a un uomo di dichiarare “questo sono io” è definito, e ciò significa limitato.
Questo stesso limite che distingue l’ego dal resto, è un confine.
Rispetto all’ego, ciò che è dentro questo confine e che è coerente con esso risulta “buono”, mentre ciò che ne è fuori è “cattivo”. Valori, questi, non assoluti, ma relativi dunque alla composizione del proprio ego; il quale è collocato poi all’interno del complesso degli ego altrui: gli elementi comuni delle singole composizioni, sono i valori sociali, e i valori morali, la cui sola caratteristica oggettiva è la loro larga condivisione. Il bene e il male assoluti non esistono, e ogni cosa che possa essere stata giudicata dall’ego buona o cattiva, non ha alcun valore degno di essere conservato.
Superare l’egoità comporta necessariamente il superamento dei suoi confini e, con ogni probabilità, la realizzazione di espressioni ed atti poco o nulla condivisi. Non vi è alcuna possibilità di uscire fuori se stessi e conoscere così la propria dimensione cosmica, se non rompendo i propri limiti. Psicologicamente ciò equivale a mettersi a rischio; se lo sconfinamento è espisodico e presto se ne rientra, ciò è tollerabile; ma esiste la possibilità – e insieme il terrore – che, una volta fuori, non si possa rientrare e che questo determini la perdita dell’ego, con la conseguenza della rottura di tutti i legami che – tenendo insieme i componenti di esso – ne garantivano la costanza. Per l’ego sarebbe la morte, e per chi si identifica con l’ego, la distruzione.
Questo aspetto delle cose è forse quello più difficile da affrontare per chi si ponga sulla Via. L’uomo ha infatti tali preconcetti sul superamento dei propri argini, da ritenere che esso possa essere ottenuto solo con atti illeciti, con comportamenti estremi, con ausili esterni quali droghe o alcol. I prigionieri di sé stessi adottano infatti questi mezzi per dimenticare la loro prigione per qualche attimo, scoprendo l’attimo seguente che essa si è fatta più angusta e soffocante.
Chi è sulla Via deve occuparsi di espandersi al di là dell’ego; ma la sua espansione è un dilatamento dei confini senza rottura dell’identità; però questo è difficile da comprendere per il neofita la cui mente sia formata sulla ribellione al proprio limite sociale. Per poterlo comprendere, bisogna che egli prenda contatto con la propria essenza, che gli si deve rivelare (miracolosamente! e se c’è!) dopo essergli stata segreta per la parte precedente della sua vita. Così solo egli potrà constatare che l’essere non è umano, e vuole volare, diventando uccello; mentre la parte umana vuole solo illudersi di essere onnipotente e digrigna i denti nella prigione che è a sé stessa. L’uccello vola di male in bene come di ramo in ramo, ma esso esprime la sua essenza quando è in volo, e non quando si posa.
Per chi è essenza, il superamento dell’egoità in termini inziatici consiste in una espansione della coscienza fino al riconoscimento della propria illimitatezza (giacché ogni espansione ne mostra una ulteriore possibile), e dunque alla propria appartenenza al Tutt’Uno. Il che comporta la conoscenza di non essere nulla se non il Tutt’Uno, e la reminescenza di essere tale fin dall’inizio, in un tempo che alcuni maestri chiamano pre-eternità. Così si rivela come l’egoità sia connaturata alla forma umana, e che lo stato di umanità sia solo una forma transeunte di quell’individuo: individualità dell’Essere (Unicità/Unità), che non necessita di alcuna distinzione, né limite, né confine da “altro”, dato che non vi è altro al di fuori di Lui.

Chiedersi che fare

È detto come, nella difficoltà, il devoto si chieda: cosa devo fare? E come l’iniziato si chieda: che farà Dio?
Poi entrambi fanno. Ma mentre lo sguardo del devoto è focalizzato sulla propria azione, quello dell’iniziato contempla il proprio annientamento.
Il fatto è che, se il devoto vede due fiamme, pensa a due candele; l’iniziato vede un unico stoppino acceso alle due estremità. Bruciando, le fiamme si avvicinano fino a fondersi in una sola. La sua coscienza accesa è a una delle due estremità, essa avanza verso l’Altra, che avanza verso di lui: questo è il segreto (Sirr) che lega il Tutt’Uno alla illimitata molteplicità della propria manifestazione, e che egli, l’iniziato, può chiamare il suo segreto.

Di fronte alla difficoltà il ben orientato esalta il suo ardore; tutti gli altri si spengono e vengono deviati. Per questo l’iniziato benedice la difficoltà.

L’astronomia si occupa dei corpi celesti e delle loro peculiarità e relazioni nell’Universo, e lo fa osservando; non si occupa delle influenze che essi esercitano sugli uomini; di questo si occupa l’astrologia.
La Scienza Spirituale si occupa degli Assoluti, manifestati e non, che costituiscono il Tutt’Uno, e delle loro relazioni, e lo fa vivendo gli Assoluti in partecipazione; non si occupa dell’influenza dello Spirito sugli uomini; di questo si occupa la religione.
L’esercizio della religione forma il devoto; l’esercizio della Scienza Spirituale forma l’iniziato. Per questo il primo è attento alle sue azioni verso lo Spirito, mentre il secondo è, semplicemente è, l’azione dello Spirito sulla sua essenza.

È detto anche che al devoto appare in sogno ciò che occupa la sua mente in stato di veglia; e che l’iniziato vede vegliando sogni che si riferiscono agli Assoluti.
I mondi sono paralleli, le realtà si sovrappongono; quella relativa è chiusa in sé stessa e vede null’altro che sé stessa; quella assoluta, l’unica davvero Reale, si nasconde agli occhi del devoto, e si rivela alla visione dell’iniziato; egli la vede costantemente davanti a sé, e il suo bagliore gli impedisce di vedere altro. Dunque per lui, il mondo si offusca e precipita in una specie di nebbia. Ma quando un iniziato assume la responsabilità di qualcuno, lo porta con sé e gli apre le porte del mondo Reale; allora questi prende a vedere in sogno quel che l’altro vede vegliando. Questo è l’insegnamento, nella Scienza Spirituale…
Ti sei mai saziato pronunciando la parola pane? Non cercare la Conoscenza nelle parole, i maestri la comunicano senza parole“.

Ecologia ed animalismo umano: l’Era Verde.

Dice Sulṭān Walad. figlio anche spirituale e continuatore di Jalāl ad-Dīn Rūmī: “…per i profeti e i santi, gli uomini carnali sono nemici, poiché appartengono a un’altra specie.” “Le creature del mondo non si elevano ai santi, appartengono alla terra e non giungono al cielo. Il cammino dei santi è oltre l’anima e il corpo, nell’oceano dell’amore dove non v’è né io né noi.

L’improvviso interesse dell’animale umano per la Terra che lo ospita non è dissimile da quello di un tumore che, ridotto il proprio organismo ospite allo stremo, si occupi di protrarne la vita per salvaguardare la propria.
Un tumore è un organismo che ha il diritto di sentirsi sano, anche se è letale per l’ospite; e dunque, dal suo punto di vista, questo comportamento è corretto e coerente, tanto che la salvazione dell’ospite non è altro che uno sfruttamento diverso, quello delle risorse non ancora saccheggiate, per ottenere un vantaggio economico. Salvare il pianeta dall’animale umano è, per l’animale umano, un modo nuovo di far soldi quando nel modo antico non ci si riesce più.
Ma, ripetiamo, ogni organismo parassita ha il diritto di percepirsi sano e di fare del tutto per sopravvivere nell’ambiente ospite. Un tumore, o un virus, per conservarsi in vita non può che continuare ad essere fatto di cellule tumorali, o virali, ed espandersi; trasformare le sue cellule in altro equivale a morire in quanto tumore o virus; così per l’animale umano trasformarsi in Uomo equivale a morire.
Qualcuno ha detto che la Terra, per fortuna, è resiliente. Ciò in realtà significa che la Terra vivrà sotto qualsiasi forma essa dovesse assumere per garantirselo: se diverrà un deserto, continuerà a vivere in quella forma, che le consentirà di liberarsi dei parassiti come quando a un bambino si rasa la testa perché ha i pidocchi: è l’animale umano che non avrebbe modo di sopravvivere, ed è solo per questo che esso vuole, ora, salvare la Terra.

Se l’animale umano potesse, invece, interrogarsi sulla qualità della propria natura, potrebbe forse decidere di trasformarsi, cioè di morire a sé stesso per vivere; e questo è il senso trasformativo reale di ogni via iniziatica, e il fine della scienza spirituale. La quale sa benissimo che questo sforzo di uscire da sé stesso non può riuscire all’uomo senza un aiuto, e sa che questo aiuto è una ars maieutica vera e propria. Sa anche che esso non può essere portato a chiunque, perché si estrae e si trae a sé colui che è simile, e l’animale umano è di altra specie rispetto all’ostetrico: non si può chiedere a una scimmia di partorire un uomo, né di trasformarsi in esso, se non uscendo dalla rete di concatenazione organica che ottusamente riproduce sé stessa.
Morire per vivere sarebbe allora liberarsi dal bisogno e dalla dipendenza dalla Terra Madre nutrice, e anche per la madre sarebbe una liberazione. Ma non è possibile, in condizioni naturali.

I santi e i profeti non sono uomini particolarmente dotati; non sono uomini, punto. Anche se vengono a volte chiamati, erroneamente, Uomini Perfetti… l’Uomo perfetto è Uno e loro, in molti, non sono che Uno: “Se ne consideri la forma, ti appaiono molteplici; se cogli il senso vero, sono Uno, tutti il bagliore di una stessa luna“. Sono gli ostetrici che gli uomini percepiscono oscuramente come estranei perché di un’altra specie. E quando è detto “ama il prossimo tuo“, ci si riferisce ai propri simili, coloro che “assieme si riuniscono, e il loro affetto è infinito“; dunque ci si chieda a chi si è simili, e a chi si è prossimi.
Basta ipocrisie, non è più il tempo.

La cosa singolare è che, quando ci si richiama al verde, il Green, come elemento caratterizzante di molte cose alle quali dover mettere mano per il futuro dell’umanità, ci si rivolge, ignorandolo, a quel Verde, in arabo al-Khidr, che è l’appellativo che la Tradizione associa al Maestro dei maestri, archetipo del Maestro Invisibile, ossia a quell’Uno che ogni maestro incarna al suo tempo e di cui si è appena detto.
In realtà (in quella realtà parallela alla visibile) questo richiamo planetario è un’invocazione. Invocare il Verde è sì invocare la vita, ma non quella organica, che risponde ai suoi automatismi… È invocare, senza esserne coscienti, la Vita, (il Vivente, al-Hayy), quella appunto che si guadagnerebbe morendo alla condizione di umana animalità, per guadagnare proprio la qualità di quell’Uno.
Come spesso accade, l’uomo fa qualcosa credendo di sapere che fa, ma fa altro da quello che crede di fare e fa quello che è stato costretto a fare: questa invocazione così planetaria emerge tanto potente dalla crisi pandemica – anch’essa sfuggita di mano alla volontà umana – e dal tentativo di risolverne le conseguenze. Potrebbe, chissà, essere ascoltata e potrebbe generare effetti su quel piano che l’uomo non vede, ma che è matrice di quello che deve vedere per forza.
Chi può comprenderlo, lo farà, e sarà tra coloro che “assieme si riuniscono, e il loro affetto è infinito“.

Così gli atomi della Terra e del Cielo, il Sole e la Luna, la montagna e l’oceano
un’anima li unisce, li muove e li fa vivere.
L’Universo è un individuo: esiste e si regge grazie a un’anima [1].
Quando la sua anima risorgerà, Cielo e Terra scompariranno [2].
La Luna e le Stelle cadranno, alto e basso saranno rimescolati [3].
Non resterà Mondo, né Terra né Cielo. Tutto diventerà “la” salvo “illa” [4].
(Walad)

NOTE
[1] – L’Universo è una molteplicità la cui radice è l’Unità.
[2] – Quando l’essenza del Vivente sarà liberata dagli aspetti pesanti che costituiscono la Creazione, la molteplicità sarà annullata (fana’) nell’Unità.
[3] – Ci si riferisce allo stato di coscienza determinato dall’inversione delle luci.
[4] – Ci si riferisce all’affermazione “la ilaha illa Allah” e si intende dire che non vi sarà nulla tranne Dio.

“Diaballein” rivisitato

Con meraviglia di chi scrive, tra i circa cinquecento articoli di questo blog, soltanto uno trova lettori quasi ogni giorno dal momento in cui è stato scritto; a volte, in certi giorni, persino numerosi. Questo articolo è “Diaballein“.
Vi si dicono alcune cose che – visto l’interesse che, inopinatamente, esso suscita – hanno bisogno di precisazioni, giacché non vi è nella Tradizione (e in chi ne dichiara di volta in volta i contenuti) nulla che non scorra nell’ambito del divenire, sebbene questo divenire si compia in seno alla Manifestazione di ciò che per sua natura è immutabile.
Il concetto stesso di Manifestazione implica quello di Rivelazione (a chi ha occhi per vedere, certo), e ciò che si palesa alla coscienza liberata è passibile di approfondimenti, che sono infiniti. Infatti chi osserva la Realtà che ha ragione di definirsi cosmica nella sua globalità, corre costantemente il rischio di lasciarsi attrarre da uno spiraglio di luce, ficcarsi nel quale significa inseguirne le infinite profondità e far così prevalere quella visione particolaristica su quella globale. C’è di buono che questi cunicoli (wormholes) mentali non possono che terminare in una nuova uscita a riveder le stelle cosmiche; ma il più delle volte una vita non basta per percorrerli interamente, e vi si rimane intrappolati [1].

Ma torniamo al nostro articolo. Vi si dice ad esempio:
Nella manifestazione l’uomo è … intrappolato sebbene nuoti nell’infinita e complessa sua molteplicità… Ciò implica che quanto più egli tenti di affermare la propria libertà sperimentando le più diverse opportunità, tanto più percepisca la frustrazione di non poter superare i limiti del Creato, pur se arrivasse a saggiarne i confini“. 
In questa frase si usano i termini “manifestazione” e “Creato” come sinonimi. In Verità, l’uomo è intrappolato nella sua umanità, che è intrappolata nel Creato, il quale è una bolla (similmente alla descrizione degli universi a bolle) all’interno della Manifestazione.

Si prosegue dicendo:
“Al ritorno nel mondo del manifesto ogni cosa, vivente e no, ogni evento diventa allora simbolo della Oneness, non più particolare particella di essa, ma essa stessa, in tutto e per tutto; ogni cosa ha una sua verità ontologica che è la Oneness, ed è visibile a chi è di ritorno”.
Qui si parla della Oneness, termine usato in fisica quantistica per indicare quello che altrove è detto (più precisamente, rispetto alla Scienza Spirituale) “Tutt’Uno”, ovvero l’unica Unità che comprende ogni cosa, e che è perciò necessariamente presente in ogni cosa, sebbene “ogni cosa” non ne sia affatto cosciente. Chi ha tale pre-coscienza ha in realtà un “ricordo” (perché di ritorno), e un’urgenza di recuperarlo interamente alla sovra-coscienza. Con ciò si afferma come la reale differenza tra esseri è data dalla coscienza, la quale ha facoltà di identificarsi – al termine di un processo iniziatico che la riaccende sfruttando la reminescenza – con l’essenza stessa.

Infine, si conclude dicendo:
“… la farfalla, oltre a descrivere sul piano sottile ogni interazione maschio/femmina, descrive ogni interazione tra polarità complementari, e soprattutto quella tra Creato ed Increato; quindi è una legge che si incarna…”
Qui si parla di Creato ed Increato come polarità complementari; l’Increato corrisponde al Manifestato che non ha determinato una reificazione (una cristallizzazione) e continua a scorrere: è dal punto di vista del Creato (dunque dell’umanità pure) che il Manifestato è Increato. Tuttavia vi è un non-manifestato, che del Manifestato è la scaturigine, sebbene non vi possa essere dualità nell’Unità: “Ero un tesoro nascosto e volli essere conosciuto. Ho creato tutta questa creazione affinché mi conosca”, ovvero: è la conquista o meno della Conoscenza (o Coscienza accesa) a fare la differenza tra ciò che è manifestato (l’Evidente) e ciò che è Nascosto.

NOTE
[1] – Queste “specializzazioni”, comunque, sono spesso rappresentate dal pensiero di alcuni studiosi che, illuminati nel momento in cui declarano le loro formulazioni, sono poi ripetuti e re-citati pedissequamente dai loro epigoni, evidentemente incapaci di leggere autonomamente la Realtà e di renderla (o trasporla, o dedurla) nella attualità del loro esistere. Quel che ne deriva è un inutile ribadire concetti che o sono eterni, oppure non hanno senso in ognuno dei presenti possibili. Anche i veggenti, difatti, vedono quel che si lascia da loro vedere in un dato momento, e che un momento dopo scompare, sicché descriverlo come (ancora) presente è falsificare.

Sostiene Shabestari

A chi scrive è stato chiesto di spiegare la seguente frase di Shabestari: Il non essere è uno specchio, il mondo è l’immagine e l’uomo è l’occhio dell’immagine, nel quale si nasconde la persona.

Se uno si mette davanti a uno specchio, vi guarda la propria figura riflessa; la quale non può vedere a sua volta chi vi si riflette. Tuttavia questa immagine ha una sua forma, che non è sua propria ma è quella di chi si riflette.
Lo specchio è la superficie invisibile che permette questa duplicazione di “cose”, una delle quali concreta e l’altra inconsistente come una fatamorgana; sicchè il mondo (ovvero la Creazione) non è che l’immagine di Qualcosa di Reale che è altrove. Questa immagine, in Realtà, non è (risiede nel non-essere, lo specchio); ma esiste.
In questa apparente realtà (questo basso mondo e il suo universo) ogni immagine (umana) ha la sua identificazione nella forma che assume (persona), e che scambia con sé (l’Ego, o personalità) non potendo vedere la Realtà che lo produce (l’Essenza). L’Essenza Reale dell’uomo corrisponde all’Uomo Universale, o Uomo Perfetto (al-Insan al-Kamil).

Una nota: Shabestari è un mistico che si esprime in forma poetica [1] perché – come altrove abbiamo detto – alcune visioni non possono essere rese diversamente, non corrispondendo a cose di questo mondo; spiegare in forma prosaica e quindi logica il significato (o il simbolismo) di queste visioni sarebbe impossibile; vi è un solo modo, e lo raccomandiamo a quanti, leggendo qualcosa dei maestri antichi, si fanno delle domande: bisogna andare alla fonte.
Di fronte alla descrizione di un paesaggio mai visto si può andare in cineteca e, con l’aiuto del cinetecario, chiedere di vedere tutti i documentari naturalistici presenti finche non si ritrovi quel paesaggio; fermarsi sul fotogramma, immergersi in esso, e poi descrivere la propria percezione con la sensibilità e le parole comprensibili ai contemporanei. Certo occorre sviluppare uno sguardo che consenta di vedere quei films, ovvero – ritornando a Shabestari – occorre che l’occhio dell’immagine riflessa attraversi la superficie dello specchio del non-essere e veda la propria Reale Essenza. Può essere faticoso, ma gli antichi maestri si conoscono solo così: non “comprendendo” quello che dicono, ma diventando il Maestro che hanno incarnato ai loro tempi.

NOTE
[1] – Occorre dire che i traduttori e gli esegeti interpolano spesso le parole originali con le loro personali interpretazioni, nell’intento di rendere il testo più chiaro, ottenendo l’effetto di distorsione dei significati e il peggioramento della loro oscurità. Ad esempio, il traduttore di questa frase di Shabestari ha introdotto tra parentesi : “il mondo è l’immagine (dell’Uomo Universale)…” che deforma il senso della frase rendendola incomprensibile.

Essiccazioni

Che l’umanità sia intrappolata nella sua umanità, è affermato da tutti i maestri della Tradizione.
Altrettanto affermato è che vi sia nell’uomo una scintilla divina, particelle infinitesimali di ognuno degli attributi divini, che è possibile riconoscere e attraverso le quali risalire alla propria fonte. Si lascia intendere con chiarezza che queste scintille non sono in ogni essere umano, e che, in chi ne dispone in quanto potenzialità, resta la disposizione a non usarle per incapacità di riconoscerle. In questi, e in chi non ne dispone, prevale l’animalità umana che governa l’interezza della vita, al servizio della quale è posta anche la mente, che è la facoltà peculiare che contraddistingue l’animale umano.
L’intelligenza diventa uno strumento che rende più sofisticata la capacità di dare risposta alle esigenze istintive di base, che devono soddisfare i bisogni primari. A questo livello, l’uomo è un predatore e si comporta (innocentemente, persino) come tale: è nella sua natura.
La mente genera, a partire dai bisogni di base, infiniti e complessi modelli relazionali e socioeconomici per dar loro la risposta che gli altri animali danno in modo semplice e diretto, basandosi sulla legge economica basilare del maggior vantaggio con il minor dispendio d’energia possibile.
L’uomo è viceversa un sistema massimamente dissipativo, perché ottiene (e non sempre) risultati minimi con enorme dispendio energetico, generando falsi e inutili bisogni ai quali dar soddisfazione sempre insufficiente, chiamando vita questa complicata rete di superfluità, ed attribuendole senza ragione un valore superiore, specificamente umano.

La ricerca della povertà comune alle forme mistiche ed iniziatiche di ogni religione, consiste nell’eliminazione non tanto dei beni che costituiscono ricchezza nel mondo, quanto piuttosto nell’eliminazione di quell’uso delle facoltà superiori dell’uomo che è teso a produrli avendoli come fine. È un processo simile all’essiccazione al sole di certi prodotti agricoli: la luce, e il suo calore, ne lascia l’essenza concentrata, come accade al pesce secco di Mosè capace di riprendere vita se bagnato alla fonte giusta, che non è il mare dal quale proviene. Così l’uomo illuminato trova la sua essenza perdendo ogni altro aspetto superfluo, in particolare quel vapore inconsistente che chiama, con prosopopea, personalità, quando si espone alla Luce in nudità.

Dunque Dio non partecipa della vita umana, questa vita umana, che va da sé dove le pare, inutilmente; per i pochi che aspirano ad altro, lo fa attraverso i Suoi, quelli che, dispersi in mezzo agli uomini, partecipano della vita di Dio.
Loro caratteristica è l’invisibilità che appartiene alle cose evidenti: chi guarda il mondo vede le cose che la luce illumina, ma non può vedere la luce in sé. La luce si deve dedurre dalla visibilità delle cose, ma poiché è delle cose che ci si occupa, non si guarda oltre. Ebbene, quando sono le cose ad emanare luce, esse non si vedono, e l’attenzione si sposta su ciò che si vede grazie a loro. E una fonte di luce illumina porzioni di mondo tanto più estese quanto più è elevata, e quanto più in alto è, tanto meno è visibile. Chi ha uno sguardo orizzontale vede ciò che è al suo livello, e chi è in alto vede solo chi è in alto.
Comprendere gli uomini è facile: li si riconosce dalle cose che vedono.

Oneness e altro

Un antico maestro fu rimproverato, con qualche malevolo sarcasmo, perché ogni volta che citava un altro maestro, o un santo, o un profeta, lo definiva “unico e senza eguali”, cadendo, forse per piaggeria – secondo la critica -, in evidente contraddizione. Rispose allora che quella critica rivelava la completa ignoranza delle cose della Scienza Spirituale. “Se un uomo esce ogni volta di casa indossando un abito diverso, diresti ogni volta che è un uomo diverso?” Il maestro (e il santo e il profeta) è per sua natura, un(ic)o; e se fai che lui sia te, sei unico a tua volta. “Unico e senza eguali” non significa migliore di tutti gli altri, ma “privo di alterità in sé”.

L’identità dell’uno e del molteplice appare con chiarezza solo se si è superata la limitatezza dell’io e del concetto di “altro”. Ma troppe volte, negli empiti mistici, si scambia questo con la morale del prossimo da amare come se stessi, perché io e l’altro siamo la stessa cosa. In verità, più ami l’altro e più affermi l’alterità. D’altronde il mondo altro è sempre qui ma non lo vedi, e se riesci a vederlo vuol dire che non sei più altro rispetto ad esso. Il mondo altro appartiene a una interezza che la tua coscienza percepisce solo in piccola parte: ma non è affatto altro. Per cui alla mente minore si presenta un paradosso: devo essere altro per vedere che non vi è altro (che l’uno). Amare ed odiare hanno bisogno di alterità finché hanno bisogno di un oggetto, ma chi è nell’Unità non ha bisogni, perché nulla è fuori di lui. Questo è il senso dell’apatheia, che è passione ardente per l’Uno, perciò senza oggetto.

Troppo bello per essere chiaro

L’eccessivamente esplicito non contiene profondità, ha troppo poche possibilità di comprensione alternative per essere ricco di informazione. È piatto, bidimensionale, non esprime alcuna ricchezza semantica, che è tutta nelle potenzialità di significato, e non nella nettezza di un significato univoco.
Ogni ricchezza di significato, ogni sfumatura di senso è infatti contenuta nello spazio delimitato dai due complementari l’Evidente e il Nascosto.
Per questo motivo chi fa della sua vita la Via, e deve raccontare cosa incontra, finisce per essere obbligato ad esprimersi in poesia o in musica, o in altre forme che per loro natura fanno dell’indefinita suggestione il loro messaggio.
Deve esprimersi artisticamente, perché l’unica opera d’arte che si può fare davvero è vivere, il resto è inutile estetica.
Nel cercatore è lo spirito ad esprimersi nell’arte, ché l’arte non produce lo spirito; ma lo può attrarre così come un tempio accoglie, a causa della sua forma, la teofania.

Tu, se avrai fatto questo: un’opera d’arte della tua vita, usati allora come medium (di comunicazione). D’altronde sarai mezzo in quanto servitore.

La scala che sale all’essenza del proprio essere, è una scala armonica. Non è fatta di significati ma di significanti. Se puoi emettere una vibrazione pura, subito ne apparirà, per risonanza, l’armonica di frequenza più alta; allora come se fosse un gradino, innalzati su di essa, e prendi a risonarne. Apparirà l’armonica ancora più elevata e sottile, e tu fanne un altro gradino… e intanto incontrerai quelli che condividono con te quella vibrazione, che è il vero stato spirituale.

Sul valore dei simboli veduti

Chiede il neofita a cui arride la fortuna di avere visioni di forme, fotismi o scene oniriche, quale ne sia il significato; e intende, con significato, secondo il comune e corretto uso della ragione mentale, che “cosa” sia in essi “simboleggiato”. Il simbolo rimanda ad altro per definizione, ma la visione a volte viene scambiata per un simbolo, perché quel che si è visto non lo si conosce.
La ragione vuole infatti, per suo proprio mestiere, che l’incompreso diventi compreso, ma è comune che con questo si voglia far scendere sul piano del comprensibile ciò che non lo è, e non – come invece la pratica della scienza spirituale consente – far salire la ragione al livello dell’incompreso.
In verità, l’incompreso è spesso incomprensibile, per la ragione; e così è necessario uno sforzo letteralmente sovrumano per andare oltre la ragione, sviluppando quella che – con espressione troppo limitativa – viene detta “intelligenza del cuore”. Meglio intuizione, o piuttosto, platonicamente, noesis. O, magari, gnosi.

Sebbene i “simboli” veduti in stato di coscienza spirituale accesa, come accade durante la pratica, siano universalmente ed eternamente gli stessi (che magia!) in tutti i visionari, essi non possono essere spiegati in termini tanto riduttivi da riferirli a cose di questo mondo; la loro è un’epifania che ha uno scopo, anzi due in uno solo: quello di essere seguiti come una guida, come una cometa sulla via della natività; e poi raggiunti nella loro purezza in uno stato di coscienza spirituale che avrà di molto travalicato quello della conoscenza razionale e la realizzazione del quale è la vera ragione del loro apparire.
In quello stato guadagnato rincorrendo e lavorando si apprenderà come un vortice di luce, una piramide nera in luce verde, un poligono rotante, un diamante che emette arcobaleni, croci ed incroci, uno smeraldo circonfuso di azzurrità…, non sono simboli di qualcosa, ma vere porte sull’eterno, identità essenziali, radici della materia: sono la Realtà di cui è questo basso mondo ad essere simbolo; sono luci della Manifestazione, e questo mondo è la loro concretizzazione in “creato”.
Questa illuminazione – se avviene nel visionario – corrisponde a quell’avvenimento ampio e complesso che riguarda la Coscienza accesa e che è detto “inversione delle luci”.

Il simbolo si mostra al neofita fortunato come guida, ma sfortunato il neofita che non ne afferra la coda al suo svanire e non ne insegue la scia fino allo svelamento, ma si occupa di capire a cosa “corrisponde”.
L’errore è ritenere che la visione debba significare qualcosa oltre sé stessa, oppure – meno ingenuamente – che aver visto significhi possedere (aver fatto proprio) il veduto (magari supponendo che la visione corrisponda al raggiungimento di una condizione o di uno stato spirituale) senza sapere cos’è.
Il “simbolo” è l’essenziale di quanto si mostra complesso, tanto che, nel cercatore avanzato, esso non ha più ragione di mostrarsi, ché questi vede ormai ogni singolarità di questo basso mondo come simbolo dell’assoluto e dunque di fatto non vede altro che l’assoluto. Non c’è altro, oltre l’assoluto; e se il simbolo rimanda ad altro non ha ragione di essere, nell’assoluto. La visione di esso è Tantalo che, alla fine, afferra i rami carichi di frutti, dopo esserseli visti allontanare ogni volta dal vento, che glieli manteneva tuttavia visibili.