Meglio di così si muore

La legge evolutiva darwiniana della natura consiste nel cambiamento. Non nel miglioramento, che si verifica solo casualmente quando il cambiamento avvenuto si mostra adatto a facilitare le cose. È importante saperlo, perché cambiare è necessario per vivere, ma basta… Se si vuole sopravvivere il peggioramento è anzi quasi sempre la strategia conservativa migliore.

Conditio sine qua sic

Vi è una condizione di coscienza, o si direbbe uno stato dello Spirito che annulla la linearità progressiva degli eventi e la sostituisce con una sovrapposizione di tutti gli eventi possibili. Questa qualità conoscitiva che nell’uomo segna un passaggio, è quella che rende inutile l’atto di volontà. La volontà è infatti espressione di una precedente progettualità o necessità e di una successiva attuazione, il che appunto richiede una diluizione degli eventi lungo un dipanamento temporale di essi.

Chi sperimenti questo stato, sa che, in esso, egli non ha volontà, ma piuttosto è volontà. Infatti lo stato in questione consente anche di percepire se stessi come atto e non come agente più o meno libero. Essere “atto” è appunto un prendere atto di sé totale, unitario e nel qui e ora, come Ente; come manifestazione espressa… L’Ente si rende manifesto a se stesso e lo fa perché Luce e vedente si identificano nell’unità: infatti nell’assenza del tempo, il manifestato non può che coincidere con il progetto stesso, che – nel tempo – lo avrebbe preceduto.

Minestrine

Portare all’umanità la parola di Dio è un po’ come portare una minestra a uno allettato in ospedale; è attestarne lo status di malato bisognoso di pietose attenzioni.

Portare l’umanità a Dio è simile a porre quel malato su una sedia a rotelle e condurlo in sala operatoria per un intervento delicato e rischioso che, se riesce, rimette il malato “in piedi”, dritto e sano. Se non riesce, certo, lo può condannare a uno stato vegetativo o peggio…

Qual è la malattia? La condizione di animalità originaria, in cui la parte divina dell’uomo (quando c’è) è contenuta e forse protetta; nascosta certamente.

I latori di Dio percorrono la via discendente, che viene intesa dal sentimento popolare come ambasciata divina, e poi quella ascendente, portando con sé quelli che hanno potuto riconoscere ed adunare tra i Figli di Dio. Funzionano come una calamita immersa in un contenitore in cui vi sono degli elementi metallici in mezzo a terra, acqua, legno e carne… una volta estratta, attaccate vi si troveranno le cose che sono della sua stessa natura metallica e magnetica. Estratta, appunto, che è l’aspetto della risalita, della via ascendente… “sacro” questo vuole dire: “estratto”.

Ma questo aspetto è poco noto e poco interessa: moltissimo interessa quello della discesa della pietà sulle umane disgrazie, tanto che continuamente la si invoca, con riti, preghiere e sacrifici… nella maggioranza degli umani la parte divina è assente o troppo distante dalle calamite in azione al momento, e non chiede che qualche minestrina e il riconoscimento ufficiale della propria umana sofferenza. “Umano” è uno status molto apprezzato, inspiegabilmente… e spesso, perciò, perfino usurpato.

L’Invasato innamorato della Notte Oscura

Majnun il folle posseduto dal dáimōn dell’amore per Leylà (la notte oscura), le cui dolorose vicende furono narrate dai poeti persiani di un millennio fa, rimanda per assonanza dei concetti e dei termini al mistico Giovanni della Croce la cui passione sofferente è appunto descritta nel suo “La notte oscura“, quella in cui il Dio agognato, la Bella, ha nascosto il proprio volto.
Dio è bellezza e luce, a volte nera, e il Suo ritiro nell’oscurità della propria potenza, è ritiro della luce della notte dalla notte nella notte. Resta un nero che è cecità:  qualcuno diceva dell’amata: “luce dei miei occhi“… Il ritiro di Dio dall’oggettivo, è percepito dal mistico come perdita della facoltà della visione, e quindi produce quel terrore devastante del cuore in cui della perdita della Luce egli si fa colpevole per aver perduto la corretta direzione dello sguardo.
Ma il ritiro di Dio è un mistero che il visionario scopre essere un attestato di presenza ben più impositiva, totalizzante, definitiva… Dio la cui visione è sempre per il rêveur un sottile disegno in filigrana, è dunque quella “tenue sostanza” (al-Ghazali) che anima il cuore (qalb) e la cui difficile riconoscibilità è possibile cogliere solo in trasparenza… non tanto attraverso il velo, quanto impressa in quel velo come in una lastra… ma in trasparenza si vede solo contro-luce… e il visionario apprende che il suo compito è appunto l’attraverso, il proiettare lo sguardo, la passione, il desiderio ardente verso la Luce che consente la visione in trasparenza; oltre il velo, dunque, sul quale l’immagine è impressa come nella sindone… L’immagine di Dio impressa sul velo, oggetto della visione fino a quel momento, è trascesa nella ricerca della Luce che la renda visibile, e il mistico scopre come il Vero (al-Haqq) sia la Luce dei propri occhi. La quale illumina ogni notte, che così non è più temuta ma anzi agognata, come sfondo sul quale la Luce, l’Unica cosa che c’è, possa rivelare se stessa senza veli, senza immagini, senza manifestazioni… la notte oscura avvolge tutto quello che non è la Luce, e quella Luce è nei propri occhi.
Questo vede il visionario accecato dalla Luce.

I venti ed i Vi-venti

A uno che chiedeva cosa fosse il vento, un grande Maestro rispose:
“Se vuoi te lo dico, ma non so se mi capirai… è il riflesso elementale di un movimento sostanziale dettato dall’incarnazione di fronte a Dio. Tu mi hai fatto una domanda, io ti rispondo…”
Quando Elia (o Al-Khidr) sul monte Oreb, ritiratosi nella grotta, riceve l’ordine di uscirne alla presenza di Dio, fuori soffia un vento tanto impetuoso da spaccare i monti; lì – dice il racconto biblico – non era il Signore; né nel successivo terremoto, e neanche nel fuoco… ma poi giunse “il fruscìo di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna, ed ecco che giunse una voce che gli diceva: che fai qui, Elia?
Il mantello di Elia è il velo sulla soglia della caverna, l’imene sottile che cela la rivelazione di Dio al volto di Elia, e che separa la notte dell’increato – il buio della caverna, utero – dalla potenza della manifestazione. Una potenza insopportabile, distruttiva nel suo attuarsi, ma capace di attenuarsi e trasformarsi nella carezza di un soffio; e in un mormorìo. La dolcezza del “tenue” è creativa… la potenza domata dall’Amore.
Il mormorio, o fruscio, può essere udito dall’orecchio sottile e attento ai segni di chi, ubriaco della potenza, sente il cuore alleato piuttosto dell’impeto, del terremoto, del fuoco… e grato che a lui tutto ciò si mostri come dolce carezza, che imparerà ad usare, se Dio vuole.
Il vento è un movimento dell’elemento aria, e l’aria in quanto soffio è lo Spirito divino insufflato nella materia, tanto da animarla; e tutta la materia è – come qualcuno ha detto – carne, dopo l’avvento del Figlio di Dio. E di fronte a Dio si mostra, col volto velato, Elìa, colui che siede sulla soglia tra i due mondi, e alla confluenza dei due mari.
I venti sottili e tiepidi sono dunque lo Spirito dei Viventi… quelli che, se si manifestano agli umani, non possono farlo che soffiando se stessi. Colui che sa, si fa animare, colmo di gratitudine, e si rende responsabile del soffio che trasporta.

Giochetti

Una relazione sessuo-affettiva che funziona è simile a una partita a scacchi, proposta da uno/a e accettata dall’altra/o. Il vincitore è sempre chi l’ha proposta… Nessuno propone un gioco in cui sa di perdere.

Una relazione che non funziona è simile a una tenzone in cui i giocatori fanno ognuno giochi diversi credendo che l’altro/a faccia quello che fa lei/lui. Questa configurazione è la più durevole nel tempo perché non si trova mai un vincitore, e la partita non finisce mai.

Il prezzo della stabilità è la sconfitta di qualcuno, oppure il conflitto permanente ed infelice. Deve essere così perché la vita è, per definizione, uno stato di equilibrio perennemente instabile, e la stabilità ne è la naturale negazione.

Radici

Alla radice delle cose piú complesse c’è sempre una meravigliosa disarmante semplicità, stupefacente… Tra le cose complesse, la più complessa è l’uomo e nulla vi è di più magico ed inaspettato della scoperta, che ad alcuni è concessa, della propria semplice assolutezza.

Alla radice delle cose più complicate c’è un groviglio confuso quanto un nodo gordiano dal quale non può mai generarsi qualcosa che sia degna di essere chiamata “uomo”.

Conquiste

Un grande Maestro contemporaneo ha detto :

“Solo la conquista ha gusto, solo la vittoria ha gusto”.

Conquista di se stessi grazie alla vittoria su se stessi… La vita in questo basso mondo, (dove il solo gusto che si trova è quello cattivo), è la guerra da combattere. Il che le dà un senso.

La realtà di lego

Uno dei giochi didattici più usati dai bambini consiste nel costruire fantasticamente simulacri di oggetti di varie specie assemblando mattoncini elementari in modi diversi. Questa attività deve essere così formativa da indurre gli individui diventati adulti a costruire simulacri di realtà, tra i quali quello che si chiama “Io”, corrispondenti alla propria fantasia… Naturalmente le automobiline fatte di mattoncini non sono vere automobili, ma solo una specie di simboli somiglianti; così la realtà felice dell’adulto, e il suo stesso “Io” è un simbolo rozzo e lontano di una vera realtà… Forse è per questo che la vera realtà, pur avendo una consistenza assai solida, viene traviata in una realtà fantastica fatta di mattoncini assemblati ad arte che le viene sovrapposta tanto da nasconderla. L’adulto bambino se la costruisce e la anima come in quei giochi in cui dei pupazzetti di plastica impersonano il bambino giocatore… L’adulto impersona quel pupazzetto e vede gli altri, persone vere, come pupazzetti… I giochi divertono di solito, ma questo è un gioco tragico… Perché ogni vita vera è una realtà che resta non vissuta, mentre quella che si ritiene di star vivendo è una finzione priva di vita.