Più vite

Il Maestro gli diceva spesso: “Ti ricordi quante volte abbiamo passeggiato insieme qui?” mentre si trovavano in qualche luogo ameno ove lui non era mai stato prima. Non ricordava, e il Maestro, sornione, sorrideva.
Poi incontrò una persona che gli disse: “Hai fatto poi quello di cui mi hai parlato la settimana scorsa, quando ci siamo incontrati per caso a….?” ed era una città molto lontana da cui mancava da anni. Non ricordava, e il suo interlocutore descrisse particolari e circostanze che lo identificavano senza dubbio. Il maestro disse: “Si tratta di bilocazione.”
Più tardi, molto tempo dopo, una persona gli chiese se si ricordava del loro incontro di cinquant’anni prima in un luogo ove egli certamente non era; descrisse fatti per cui non poteva trattarsi che di lui, e disse che accompagnava sempre una figura cui si rivolgeva con la deferenza dovuta a un maestro spirituale, la descrizione del quale tuttavia non corrispondeva a nessuno che egli conoscesse.
Disse che non ricordava, negò decisamente di essere lui, che era altrove anche se in quei luoghi capitò, ma solo quindici anni dopo; e gli fu risposto: “Non fa nulla, sono certo di quel che dico e so che è la verità: eri tu.”
E allora gli parve di iniziare a ricordare la vita di un altro sé stesso…

Il figlio di Dio non vive una sola vita, ma contemporaneamente una vita (o presenza o permanenza) in ogni universo (tempo/spazio) parallelo che gli compete.
Come accade per gli Universi, che comunicano attraverso porte, le vite condividono elementi di vissuto, fatti o esperienze che appartengono a più mondi e che sono apparentemente banali: un luogo frequentato o l’incontro con una certa persona; eventi che appartengono a più vite e sono dunque incroci e confluenze, scambi in cui è possibile il passaggio da un mondo a un altro o l’incontro di esperienze in atto.
In ogni mondo, infatti, la presenza del figlio di Dio è costituita da un livello di coscienza (o spirituale), e le diverse coscienze si ricongiungono e si riconoscono come unità incontrandosi alle “porte”. Il figlio di Dio scopre con grande evidenza come l’incontro con i propri fratelli agenti altrove si risolve in un incontro con sé stesso: nella forma unitaria del Maestro tutti i figli di Dio sono Uno. Vi è un solo Maestro e vi è un solo figlio di Dio, ma vi sono diverse forme, azioni, presenze di Lui in tutte le dimensioni spirituali in cui si sostanziano i diversi mondi. Difficile da comprendere, ma vero.
Ogni individualità spirituale, ogni Ente/Coscienza, sente la limitatezza in cui, individuandosi, può esprimere questa Unicità e completezza e si conforta incontrando le altre forme di Lui/Sé. Essere Uno e insieme ogni forma dell’Uno è cosa esclusivamente divina, e dunque ogni forma cosciente dell’Uno è interamente divina.

Ad ogni incontro con sé stesso, nel figlio di Dio emerge il ricordo di quanto ha vissuto l’altra forma di sé, ed è sempre un ricordo tenero e struggente. Difficile però da recuperare perché si tratta di storie vissute in altre dimensioni anche se nello stesso spazio e nello stesso tempo. Per farlo occorre fondere le forme e le rispettive coscienze, aggiungendo esperienza ad esperienza, sovrapponendole anche quando non sembrano compatibili.
Nel Tutt’Uno deve essere compresa la negazione di sé stessi, la propria antitesi, il proprio calco negativo; sé e la propria matrice eterna; sé e tutte le altre infinite possibilità di essere sé. E le molte, infinite “vite” corrispondenti, che insieme costituiscono la propria eternità, diversa tuttavia dalla propria immortalità, ché anzi l’eternità è fatta di molte morti, possibili e attuate.

Simmetria o della bellezza dell’Assoluto

La necessità di equilibrio armonico imposta dalla bellezza, richiede simmetria e la simmetria impone duplicità e specularità. La bellezza è per questo possibile solo nel Creato, ove il due esiste. La simmetria ne è la regola fondamentale che ne determina la formazione, ossia la forma/matrice. La superficie dello specchio immaginale, duplicatore di immagini virtuali ed inverse, è l’asse di simmetria di ogni cosa, appiglio increato, o nucleo cristallino, per l’agglomerarsi della materia.
Simmetria è anche invarianza, nel mondo fisico; legge che garantisce che, date le cause, gli effetti siano gli stessi sia nel tempo che nello spazio, sempre e ovunque.
La simmetria di scala caratterizza i frattali che rappresentano la modalità geometrica di accrescimento della materia organica in natura. Simmetria è dunque ritmo, occupazione dello spazio secondo tempi ciclici; in altre parole musica della materia creata.
Sono simmetriche tutte le coppie di complementari, – intendendo le bipolarità come unità funzionali tali per cui al crescere dell’una polarità decresce l’altra restando invariato l’intero -, quali giorno e notte, bene e male, o l’Evidente e il Nascosto, senza che sia possibile l’estinzione dell’una a favore dell’altra che realizzerebbe una totale asimmetria e dunque un Assoluto.
Ogni cosa esistente nel Creato è simmetrica, e il Creato consiste e vive della dinamica relazionale delle polarità nei loro infiniti gradi di reciprocità. Gli Assoluti invece sono privi di contraltare, sono quindi “unici”, non relazionati e quindi increati. Rispetto al mondo fisico essi risultano metafisici e principiali. Gli Assoluti metafisici nel loro complesso realizzano nel pensiero ingenuo quel politeismo che si attribuisce agli Antichi, i quali li chiamavano gli Elhoim, cioè “tutto quello che Dio è”, a testimonianza del fatto che l’uomo autenticamente religioso non ha mai creduto che nel Dio Unico. Gli Assoluti sono gli strumenti del Dio creatore, la Sua azione che sottende ai fenomeni naturali e che li genera nel momento in cui li costringe ad entrare in relazione.

Qual è dunque la bellezza degli Assoluti se essa non può risiedere nell’armonia dei rapporti e nella simmetria? Agli occhi del figlio di Dio la bellezza dell’Assoluto degli assoluti, cioè del Principio Ultimo che li annulla tutti come alterità assorbendoli nella Sua Essenza, è il Tutto/Nulla, ovvero la Potenza Assoluta. Infatti a ben guardare la bellezza nella natura appare nell’attimo magico in cui si forma l’equilibrio fra gli elementi polari in gioco, cioè quando ogni elemento annulla compensandolo il suo reciproco; l’attimo della coerenza quantistica da cui a emergere è la coscienza. La bellezza risulta dunque essere uno stato di Coscienza unificata ed intera in cui appare l’Assoluto sotteso alla Sua manifestazione, che, annullata dalla neutralizzazione degli opposti, da acqua turbolenta e torbida, si trasforma come in acqua limpida e ferma che Lo lascia trasparire.
Bellezza è coscienza che contempla sé stessa come Assoluto, attraverso la trasparenza del Creato cessato per un attimo nel suo ribollire apparentemente caotico; dunque non si forma bellezza nell’armonia degli elementi discreti della manifestazione, ma piuttosto, quando si forma armonia, il Creato, che adombra il Nascosto (al-Bāṭin) si placa e si annulla, cosicché l’Assoluta Bellezza appare come Manifesto (aẓ-Ẓāhir).

Sonno

“Si dice che Ali Sahl una volta scrisse una lettera a Junayd (d. 910 CE) in cui dichiarava che il sonno è una forma di negligenza. La lettera continuava per dichiarare che se un amante (di Dio) dorme è ostacolato nel suo obiettivo, e diventerà negligente su se stesso. In risposta, Junayd ha scritto: “Il nostro sforzo consapevole di rimanere svegli è una transazione commerciale sulla strada verso Dio, mentre il nostro sonno è la volontà attiva di Dio su di noi. Pertanto, si può dire che qualsiasi cosa accada da Dio in assenza della nostra scelta consapevole è migliore di ciò che noi stessi scegliamo per raggiungerlo.”

Se si può essere vivi e morti insieme, si può essere svegli e dormienti insieme. Lo stato di coscienza, per entrambe le situazioni, è lo stesso: vigile consapevolezza, ma nell’altro mondo; e sonno in questo.

Il figlio di Dio risvegliato è, per questo motivo, sempre sveglio, ma presente in consapevolezza ora nel basso mondo, ora nel mondo del Padre, a seconda della necessità. Ciò che appare come sonno è dunque assenza da un mondo che ne testimonia la presenza all’altro. Questo è ciò che appare, dal momento che egli è il collo della clessidra di cui i due mondi sono i bulbi, essendo la clessidra un’unica cosa; la verità è che la sua presenza stessa è un’attività, e prescinde dal suo stato di coscienza. Egli è coscienza, non altro.

Azioni efficaci

Essere tutto e niente, vivo e morto, senza essere due ma indissolubilmente uno, annulla ogni dialogo interiore e rende quello esteriore privo di utilità perché nulla è fuori dall’uno, sicchè ogni dialogo non è che con sé stessi, e non è dunque un διάλογος, un colloquio, ma è pensiero ruminato. Se nulla, e nessuno, è fuori di sé, anche ogni atto è puramente fine a sé stesso, non ha più alcun obiettivo che non sia esoterico; non si agisce sul mondo, ma solo su sé stessi, e si fa, o si modifica il mondo attraverso questa azione intima. Il proprio mondo è la manifestazione di sé a sé, non in quanto logos, ma in quanto emanazione; un mondo trasudato ed evaporato dal proprio sé. E se si è il (proprio) cosmo ogni movimento è un turbamento di equilibri, e ogni movimento si riduce all’intenzione, è l’intenzione del movimento. Ma nell’Uno non vi è alcun mutamento reale perché dire Uno è dire Verità, e dirlo in termini di assoluto. La Verità è una ed assoluta, quindi ogni intenzione di moto non può essere che intenzione di realizzazione della Verità, che è data già a priori, come il Tutt’Uno. Non vi può essere dunque, nell’intenzione, pretesa di compimento empirico, quasi che la Verità abbia bisogno di essere comprovata da un “fatto”; ma essa si configura come slancio e questo slancio, che si esaurisce nel proprio stesso moto, costituisce la vita spirituale, non più come contraltare della vita organica, ma semplicemente come vita vissuta.

Domandarsi

“Son’io parte dell’Essere o parte della Sua manifestazione?” è la domanda che, se il figlio di Dio finisce per farsi, il figlio dell’uomo non ha alcuna ragione per porsi. “Dove trovo la mia radice? Dove risiede la mia essenza?” è domanda che si presenta alla ragione quando si ha bisogno di definirsi, quando cioè ci si sente diluiti nel Tutt’Uno e la ragione non trova ancoraggi in nessuna mente possibile. Non si riescono a processare le relazioni perché il Tutto le include ma non è fatto di esse; e ciò che è in relazione (dunque nella realtà del basso mondo) non si sa che cosa sia, ma lo si sa reso impalpabile e rarefatto, in rapida transizione metamorfica. La parte rivelata di sé è di questa natura rarefatta, e la sua ragione, che è analitica, non riesce a soffermarsi sugli elementi discreti… Dunque la domanda: “Donde traggo la mia vita?” perché la vita non riesce a consistere in una forma organica e definita, dispersa com’è; la mente lo è altrettanto, con lei; eppure si è potentemente vivi. Cosa è questa vita? Cosa la alimenta? La risposta è: la parte essenziale di me, la quale non pensa, non argomenta, non si serve di alcuna ragione. È e basta, in assolutezza. Sono disperso e radicato insieme, fluttuante ed immobile, fluido nella parte materiale e solido nella parte spirituale, e sono però tutt’uno, concreto nella mia vacuità. Ente, non più esistente.

Questo mondo non contiene una metafora adatta a rappresentare la stabilità mobile dell’essere, perché l’uno non può essere rappresentato; la visione dell’Uno in sé (stessi) non è esprimibile, perchè è visione dell’invisibile e dell’inconcepibile. Si è dunque invisibili e inconcepibili a sé stessi.

Fare una bella differenza

Ogni “cosa” A è definita nella sua specificità da ciò che è non-A. Ogni Io è definito dal non-Io. E ogni (apparente) realtà è costituita dalla relazione tra Io e non-Io, che è determinata dalla “differenza”.
Il “mondo” è il non-Io con cui l’Io entra in relazione, nella misura parziale, inoltre, in cui lo fa e in cui interpreta soggettivamente l’altro da sé; è limitato perché l’Io entra in relazione solo con quella minuscola parte dell’Altro di cui ha una percezione, la quale inoltre distorce e “manipola” il mondo che gli risulta.

Se Io e non-Io fossero identici non vi sarebbe differenza né relazione né dunque realtà; e ciò spiega perché la creazione debba procedere dalla distinzione separativa, preveda polarità complementari in modo necessario, e sia possibile solo fuori dell’Unità.
Il mondo creato è emanazione dell’Uno, è quindi fuori della Oneness; ma la Oneness non ammette alcuna cosa fuori di sé, sicché un’entità è dentro e fuori dalla Oneness contemporaneamente. Ciò è possibile solo se si concepisce di essa una parte radicale assoluta, eterna, occulta perché increata, ed una manifesta e creata. Manifesta all’altro che appare tale, ma non in essenza. L’assoluto di ogni cosa non può essere colto perché l’assolutezza esclude l’altro e la relazione conseguente, sicchè la conoscenza (razionale) del Manifestato è conoscenza dei nessi (causali) tra gli elementi discreti, come la Conoscenza (noetica) dell’Assoluto è (non può essere altro) visione e contemplazione.

Conoscere…significa cogliere nessi nonché esplicitare i nessi con discorsi o con altre forme espressive. In questo senso è lecito affermare che ratio e relatio tendono a coincidere. A rigore, ratio è da reor, là dove relatio è da referre. Tuttavia, reor indica il “pensare connettendo”, così che l’idea di relatio è presente innegabilmente in esso. Ne consegue che la ragione viene a configurarsi come il processo in forza del quale si colgono i rapporti che sussistono tra le cose.” (Aldo Stella)

La realtà, intesa come esperienza del “mondo” e dell’altro, esiste per l’Io e solo per esso.
Ogni Io ha il proprio mondo e costituisce parte del mondo di quell’altro che gli risulta come non-Io. Vi è una realtà, un mondo, solo nella coscienza egoica.

Il mondo è governato dalla bellezza, che è un’armonia di rapporti e quindi di relazioni tra diversità, un equilibrio magico di vibrazioni che ha la caratteristica di essere funzionalmente fragile, perché ogni divenire è rottura continua di equilibri e di simmetrie. La bellezza, come la vita stessa, va colta al passaggio, ed è come una schiuma che appare per un attimo sulla massa ribollente del brutto, asimmetrico e disordinato… Il brutto coincide con l’ingiusto, come la giustizia coincide con l’equilibrio del bilanciamento. Non può esistere una bellezza, né una giustizia, se non nella diversità, nella molteplicità e nella complessità. Ma la bellezza è una transitoria composizione di ogni elemento della complessità in una apparizione dell’Unità del Tutto, ovvero in una teofania; sicché si può dire che Dio è la bellezza e che ovunque questa appaia come un lampo, è Dio che si manifesta alludendo a Sé stesso presso le creature, cui la comprensione dell’Unità è negata per esserne infinitesima parte, spesso inconsapevole.
La bellezza è immateriale sebbene appaia nelle cose; è metafisica sebbene sia percepibile solo fisicamente: in altre parole, Dio appare nella Sua creazione sebbene la trascenda, oppure Dio è immanente alla creazione solo nella forma perfetta della bellezza, armonia e giustizia.

La bellezza, quando si impone manifestandosi, è di una meravigliosa estatica dolcezza; ma per imporsi ha bisogno di decise azioni armonizzanti sul brutto, che richiedono un freddo pragmatismo che risulta come una crudeltà, quando è invece, propriamente, misericordia. Così la predazione animale, spietata e cruenta, è tuttavia elemento equilibrante, tanto che ne risulta la bellezza complessiva del mondo naturale.
L’orrore è la base della bellezza, ne è l’altro che l’afferma senza poterne star fuori, è la massa ribollente che la fa emergere. Ma l’elemento ordinatore che permette l’apparire effimero del bagliore di Dio nella Sua creazione, è Suo figlio. Ognuno intenda ciò come è in grado di farlo.

Conversazione

In quale fase del progresso dell’Umanità ci troviamo?

L’Umanità si trova a un bivio. Sta terminando una fase e ne sta iniziando un’altra, ma le due fasi sono attualmente compresenti e, come è nella natura delle cose, confliggono tra di loro.

È per questo che si fa quasi palpabile un generale senso di smarrimento?

In verità, lo smarrimento lo avverte solo chi ha la percezione delle due fasi contemporanee in atto, perché ha la coscienza di quanto sta avvenendo, e quindi la coscienza di sé nel conflitto. Il conflitto è infatti principalmente all’interno della stessa natura umana, è la jihad vera; solo poi, riguardando una grossa parte dell’Umanità, esso si manifesta sul piano sociale. In questo momento, le due nature umane che ne costituiscono la dualità fondamentale e che finora hanno mantenuto un equilibrio dinamico fondato proprio sul conflitto, si stanno separando, come farebbe una coppia di coniugi che dopo anni litigiosi insieme, alla fine decidono di divorziare. In realtà, il conflitto è un potente aggregante, come lo è l’amore… tanto che – come si vede con chiarezza in questi tempi – si finisce per confondere l’uno con l’altro. Ma in questa fase, viviamo il tempo tempestoso della separazione. Non si vede ancora con chiarezza come, superato questo momento, il collante delle cose, di tutte le cose, (il gluone direbbero i fisici), sarà l’Amore. In verità, dell’Amore si sa ben poco, perché finora l’Umanità ha sperimentato il suo effetto sulla propria natura organica e l’ha dunque percepito come attrazione sessuale o sentimento, ma non ha mai avuto veramente l’opportunità di vederlo come Forza, nel senso che non si è mai manifestato come ipostasi.

Chi però allora non si sente smarrito?

Quelli che non hanno coscienza della lacerazione che avviene dentro di loro perché in loro non avviene… La separazione di cui si parla procede dal processo di individuazione e di conseguente presa di coscienza delle due nature, umana e divina, dell’essere umano. L’Essere allora appare come l’individualità vera che abita l’organico, che lo investe e lo vivifica. La coscienza di essere, dopo aver risieduto nell’unità somato-psico-energetica che è l’individuo umano, si sposta allora sulla sua natura divina e solo lì si riconosce come Viv-Ente. Ma ciò presuppone che in quell’individuo le due nature siano abbastanza individuate e forti da poter confliggere paritariamente, e questo non è scontato. In molta parte dell’umanità, l’aspetto dell’animalità umana che R. A. Schwaller de Lubicz aveva così bene individuato e il dominio della quale egli affidava ai Maestri che lodava, risulta tanto preponderante da oscurare la natura divina e, in molti casi, da soffocarla e ucciderla. Se dunque non vi è conflitto tra le due nature, perché una sola è presente ed attiva, non vi può esserne coscienza.

Quelli che questo conflitto lo vivono, come possono restare in equilibrio?

Quando si parla di essere in equilibrio ci si riferisce in genere ad un equilibrio da trovare tra istanze contrapposte, tra emozioni inconciliabili, tra paura e necessità di farle fronte. Ci si riferisce a quella zona del sistema biologico umano che si chiama Psiche. Ora, spesso si confonde la psiche con la mente, e quindi si confonde la propria identità con il pensiero che si produce. Quando questo pensiero cessa di essere lineare, sembra che fluisca incontrollato e genera confusione; a volte questa confusione cresce tanto da gettare le persone nel panico perché nulla fa più paura che perdere il controllo della propria vita.
Ma bisogna dire che la psiche appartiene appunto a quanto viene generato dall’animalità umana, attraverso la sensazione e l’emozione; non dall’Essenza. L’Essenza è in equilibrio sempre, e se è l’Essenza ad aver preso il sopravvento sull’animalità, essa risulta perfettamente stabile e la coscienza che le appartiene osserva lo smarrimento dell’altra parte come positiva, perché indicativa di qualcosa che, precipitata in un processo entropico, si sta esaurendo. Il che risulta liberatorio.

Spesso la nostra mente è fuorviante e non aiuta a cogliere l’insieme, in tutto questo… è un nostro limite…

Come si diceva, ciò è vero solo se ci si identifica con la propria mente. L’animale umano usa la mente proattivamente, ma per l’Essenza essa è semplicemente uno strumento di indagine della realtà percepita. Non ha una sua vita se non quella strumentale. Bisogna dire che questo strumento è utile e necessario per indagare quello che la Tradizione chiama a volte “questo basso mondo” e che l’uomo in genere chiama (ingannato dalla mente) realtà; per indagare l’Altro, quello che si suppone essere il “mondo alto”, occorre la Coscienza, che è altra cosa, e che si articola in diversi stati. Ora, per quanto concerne l’esperienza umana individuale, in condizioni normali non viene esperito che “questo basso mondo”, e in esso non si può trovare equilibrio perché, strutturalmente, esso non c’è… si parla infatti di sistema complesso lontano dall’equilibrio, quando questo mondo vivente viene interpretato dalla bio-fisica. Dunque, per liberare l’Essenza (che a volte è chiamata “Corpo di Luce”) occorre un Lavoro specifico, altamente “professionale”, che culmina con lo stabilirsi della Coscienza in essa. Quando questo è stato fatto si coglie l’insieme, si può utilizzare la mente solo quando serve, e non si può più essere fuorviati.

Quello di cui parliamo è dunque un percorso, un insegnamento, una… Via; ma non vi è il pericolo che le vicende, i sentimenti, le dipendenze che quotidianamente si vivono possano distrarre se non addirittura allontanare dal Percorso?

Esistono diversi percorsi, pur essendo unica la Via. E ciò perché, a seconda della condizione iniziale e soprattutto “reale” dell’aspirante, è necessario affidarlo a cure specialistiche. Vi sono alcuni ai quali è consigliato trovare forme di compensazione dei propri vuoti, o conflitti, o dis-equilibri; ed altri la cui “natura” vede prevalere costituzionalmente gli elementi che ne fanno un potenziale “operatore”… un guerriero della luce, si potrebbe dire, se questo termine non fosse abusato ed eccessivamente letterario. In questo caso, il “percorso” diventa un vero e proprio addestramento, che comporta lo sforzo assistito di uscire dalle dipendenze spostando il focus della propria coscienza dalla natura di figlio dell’uomo a quella di Figlio di Dio, di assumere la coscienza della propria funzione e di identificarsi con essa.
Nella fase attuale, questa funzione è quella di “stare in mezzo”. Ci si riconosce quindi come elemento funzionale del cambiamento e si è posti sulla soglia come elemento facilitatore della transizione. Si capisce così che la parte umana della vita è semplicemente una conseguenza dell’”essersi incarnato come funzione”. Se si riesce a riconoscere la scintilla iniziale che ha portato ad essere questa funzione, si accoglie la condizione umana come un fatto inevitabile e tutte le conseguenze che questo comporta sono interpretate dando loro il giusto peso… Insomma, il focus spostato sulla funzione cambia totalmente la prospettiva: ciò non significa smettere di soffrire a causa delle vicende quotidiane, ma che esse vengono interpretate come inevitabile “danno collaterale”.

Uno dei grandi misteri è la differenza tra gli esseri umani: sembra esserci una minoranza di persone sulla soglia, mentre è evidente che la grande massa sembra concentrata ad alimentare questo mondo morente.

La visione deve essere complessiva. Tutto ciò che è Mondo è contemporaneamente un Universo sistemico e caotico. Non siamo gli unici a fare un percorso spirituale riconducibile alla Tradizione, e il nostro è un percorso specialistico. Bisogna capire che all’interno del Sistema, che è uno, agiscono però diversi elementi discreti che sono in relazione tra di loro. La specificità di ciascuno di questi elementi determina la qualità complessiva del Sistema. Quindi non si può chiedere (né è auspicabile) che gli elementi siano tutti uguali o omogenei: devono essere diversi. Prendiamo il Sistema “Umanità”, che a sua volta fa parte di un Sistema più vasto: cosmico, universale, multiversale, etc. Ognuno di noi esplica con la sua vita una funzione specifica all’interno del Sistema, e ciò basta. C’è qualcuno che può fare certi passaggi, mentre altri non possono farlo. E ci sono tutti i prodotti delle interazioni tra questi esseri, secondo quanto troviamo spiegato in Genesi, o,  per esempio,  nel Libro di Enoch etiopico: ci sono quelli che scendono dall’alto verso il basso, che sono i figli di Dio; ci sono i figli degli uomini, e poi gli incontri tra i figli degli uomini ed i figli di Dio e tutti gli ibridi variamente costituiti perché prodotti da queste interazioni forti. Fondamentalmente, ma con molte sfumature, vi sono dunque le seguenti tre categorie: quelli che sono scesi dall’Alto e che non hanno scelta; quelli che sono i figli degli uomini e che a loro volta non hanno scelta perché stanno all’interno di un processo che serve semplicemente a mantenere costante la generazione umana, la quale tende a riprodursi e basta; e gli ibridi (dei quali si illustrava poco fa il conflitto) che possono decidere se dare forza alla loro natura di animale umano o a quella di Figlio potenziale di Dio, chiedendoGli di essere riconosciuto attraverso il proprio Lavoro. Questa è una loro libertà. Però, si badi bene, non è una questione di gradi di nobiltà: ognuno ha la propria funzione in questo sistema unico in evoluzione nel quale tutti sono partecipi, e dunque ognuna delle due scelte possibili ha pari dignità, se consapevole e libera, e non subìta.

Qual è la specificità del nostro percorso?

Di essere una sorta di scuola di gladiatori, se vogliamo usare una metafora. Per essere gladiatori occorrono alcune caratteristiche: bisogna saper combattere e sapere anche che quando scendi nell’arena puoi vivere o morire, fa parte del gioco. Naturalmente, qui per morire si intende “spiritualmente”. L’addestramento del gladiatore è durissimo e necessario, perché è questione di vita o di morte e se non ci si addestra bene si rischia, appunto, di morire. Così come i gladiatori, si proviene da una condizione di schiavitù e, attraverso le vittorie nell’arena, si può aspirare ad ottenere la libertà. I gladiatori combattono contro la propria condizione e per farlo devono combattere con altri della stessa specie per affinare reciprocamente le proprie capacità. Ma i combattenti sono amici fraterni, e sono consapevoli dell’utilità del loro combattere fraterno: è un concetto insomma molto cavalleresco… il  percorso spirituale necessita di una qualità guerriera vicina a quella di un cavaliere medioevale. Molte altre strade sono di altra natura, con le proprie caratteristiche e le proprie responsabilità. Ci sono Scuole che hanno come fine il portare gli uomini verso una condizione di vita migliore all’interno della propria umanità, altre scuole che servono per portare fuori dalla propria umanità, altre che riguardano coloro che nella propria umanità ci sono caduti per necessità, i Maestri… Esistono Scuole per Maestri. Quello che è che anomalo è che molte di queste scuole spesso risultino a volte in conflitto tra di loro, anziché essere unite nel rispetto delle proprie diversità, e questo è molto…umano, troppo umano, e spinge a chiedersi se queste scuole siano effettivamente Tradizionali, o se lo siano formalmente ma non funzionalmente.

Come può essere spiegato questo percorso, visto che non è riconducibile a nessuna religione specifica conosciuta? Che significa appartenere alla Tradizione?

Appartenere alla Tradizione non è una scelta culturale, ma il  riconoscimento della propria natura. È difficile parlare del nostro percorso perché tutti chiedono “da dove vieni?”, ti chiedono un curriculum… “A quale filone culturale ti riferisci?”  Ma tutto ciò che è culturale è umano, perché è il prodotto di ciò che l’uomo ha imparato di se stesso attraverso i millenni. Quello che è Divino non è culturale, quindi in realtà non è nemmeno descrivibile, perché la Verità non è una opinione, ma una Visione. Il problema di chi fa il nostro Lavoro è quello di descrivere la Visione con grande sincerità e semplicità, senza l’interferenza dell’interpretazione. Difficile far capire che quello che si fa e si dice non è l’espressione di una propria opinione, ma è la descrizione della propria Visione. Quest’ultima è sì la capacità di vedere, ma la Visione è un assoluto e basta. A volte capita di esprimere la propria Visione a qualcuno che magari ha fatto lunghi percorsi, ma l’interlocutore la interpreta come una opinione e risponde “sì, ma io invece penso che…”. A quel punto chi parla preferisce rinunciare alla conversazione perché è molto doloroso, perché sembra di aver recato una grande offesa alla Verità descrivendola, perché si è permesso che venisse ridotta a opinione… Le persone si confrontano a suon d’opinioni, ed è chiaro che queste non hanno nulla a che vedere con la Verità.

La Tradizione è precedente a tutte le religioni rivelate…

La Tradizione – si dice – è un fiume carsico che alimenta la vita in generale, in senso complessivo, emergendo qua e là quando serve in situazioni adeguate e particolari, in luoghi e tempi diversi, assumendo ogni volta nel luogo e nel tempo in cui si manifesta la forma necessaria a quel tipo di umanità. C’è quindi una continuità tra tutto ciò che appare nel corso della storia dell’Umanità e che appare invece discontinua, perché è difficile per la nostra mentalità mettere insieme culture come l’Antico Egitto, o l’Antica Persia, ad esempio con Gesù Cristo. In realtà c’è continuità, anche tra cose e religioni che appaiono come opposte.
La Tradizione non è un fatto culturale, antico e appartenente dunque a un passato da ricordare o celebrare con qualche rito, ma è eternamente viva. Ci si deve riferire allora alla Tradizione per come è viva oggi. E la Tradizione è fatta di esseri concreti, non è un accumulo di conoscenze, ma è una persistenza di esseri Viventi che sono in parte incarnati ed in parte no. 

In un mondo di cultura relativista come è l’attuale, dove il caos e la moltitudine di informazioni tendono a confondere, è difficile veicolare un messaggio come questo, che sottintende una fede assoluta.

No, non un fede assoluta, ma una fede nell’Assoluto. Se ci si riesce si va oltre il conflitto, e si vedono le cose sotto un altro punto di vista: c’è un Progetto Divino ed il Multiverso, il complesso di tutte le cose che ci sono sia all’interno del Creato che all’interno dell’Increato, che procede verso una direzione prestabilita, e quindi tutto ciò che ci sta dentro non può non andare che in quella direzione… Si può solo concorrere alla riuscita del progetto, volontariamente o meno.  In questo quadro, prendere una posizione piuttosto che un’altra è insignificante ai fini del Progetto in sé, ma decisivo rispetto al destino della propria Essenza. Bisogna trasformarsi in co-cretaori, ma per farlo bisogna essere consapevoli di dove si sta andando. Infatti, si può intervenire ed essere utili ai processi solo se li si conosce. Vedere, riconoscere ed in piena libertà aderire al Progetto… ed è in questo modo che ci si rende parte attiva.

C’è un processo evidente degli ultimi anni, quello delle migrazioni, che è un tema caldo… Lo si può collocare su un piano che vada oltre il semplice approccio sicurezza/insicurezza, accoglienza/respingimento?

Sì, è qualcosa che fa confusione e insieme ne è espressione… ma con-fusione è “fusione insieme”. La migrazione come è percepita è un esempio della miopia di coloro i quali osservano analiticamente alcuni processi estrapolandoli da una visione globale. Il fenomeno della migrazione finché è interpretato sul piano dei confini nazionali o della sicurezza, non è collocato nella giusta dimensione. Il movimento di tutta l’Umanità verso il nord rappresenta il richiamo dell’Uomo verso l’alto, e una delle fasi in cui si dà risposta a questo richiamo è la riunificazione delle varie qualità umane, rappresentate dalle diverse razze attualmente presenti. In altre parole: l’umanità deve diventare Una e devono cominciare ad emergere Esseri Umani in cui geneticamente siano presenti in sintesi le caratteristiche di tutte le razze, perché è questo completamento organico dell’animale umano che può consentire l’innesto dell’ultima qualità che noi chiamiamo “dimensione di luce”, che trasformi questo essere in qualcosa di in-umano e quindi diventi il seme della nuova razza che nella Tradizione  negli ultimi trent’anni è nota come “razza trasparente” e che, precedentemente era detta dell’”uomo perfetto” o dell’”uomo di Luce”.
Insomma, deve nascere una Umanità fatta di Luce. Quando si parla di “Luce” non si fa riferimento a qualcosa di poco concreto, ma a qualcosa che ha a che fare con la fisica quantistica. Gli scienziati stanno riscontrando la concretezza dei cambiamenti in atto con le loro scoperte ed intuizioni… per esempio, in questo periodo assistiamo a forti emissioni di raggi gamma provenienti dalle profondità del cosmo che, per loro natura, sono capaci di modificare il DNA dell’essere umano, cambiando la vibrazione delle cellule, e producendo mutamenti genetici.

(Raccolta da Giuseppe D’Andrea, 20/12/2019)

Due masse

Finché un maestro è vivo, la sua essenza e la sua forma umana coincidono.
I suoi discepoli appaiono come una massa compatta perché essi sono tutti orientati verso lo stesso polo, secondo le leggi fisiche del magnetismo.
Quand’egli muore, la forma si separa dall’essenza e, se non vi è un successore formalmente designato (un polo “magnetizzato”), i discepoli si scindono inevitabilmente in due masse, una delle quali resta fedele alla forma estinta e l’altra alla essenza immortale ed assoluta. Numerosi gli appartenenti alla prima e scarsissimi gli altri.
Vi sono dunque due tipi di discepoli fin dall’inizio quando la diversità non è evidente. E la maestria, che è in sé unica, si applica agli uni e agli altri in modo diverso, quasi che il maestro utilizzi la sua forma umana per addestrare alcuni e la propria essenza per addestrare gli altri. Quando egli lascia il piano dell’esistenza, questi diversi addestramenti si rivelano e le due masse, cieche entrambe all’aspetto del Maestro che non le ha nutrite, si trovano ad essere tanto diverse per formazione da rischiare il conflitto.
Nei tempi terminali di un ciclo, in cui la continuità formale del Manifestato si rompe per far apparire gli Assoluti, la morte di un maestro si fa rivelatrice di questa diversità, e l’assoluto che si rivela, incurante degli aspetti umani, non ha più bisogno di comporre il conflitto: figli dell’uomo e figli di Dio si separano e si allontanano reciprocamente.

Vi è un insegnamento a stare al mondo ed uno a uscirne.
Il primo è impartito anche con l’uso del meraviglioso e del miracoloso, che agiscono sulla psiche, sul sentimento e sull’emozione e li legano all’imago del “santo” o del “mago”, ma anche, indissolubilmente, alla terra.
Il secondo è asciutto, scarno, quasi del tutto silenzioso, fermo e severissimo, duro, a volte quasi crudele perché impietoso è incurante dell’umano, dal quale libera.
Il cibo spirituale di cui le due masse vengono nutrite è diverso perché sono diverse le nature e le specificità rispetto alla finalità dell’addestramento: l’essenza del Maestro nutre coloro che Egli vuole portare con sé fuori dal mondo, esseri di luce; la sua forma quelli che devono rimanere nel mondo ad operarvi, uomini di carne.

Il Sé occulto

Vi è, nella scienza spirituale applicata e avanzata, l’opera di un Sé oggettivo su un sé soggettivo che ha dell’altro una esperienza assai parziale e limitata.
Il Sé oggettivo è il Maestro la cui grandezza spazio-temporale si manifesta come una vastità luminosamente nera che è nota come “il mantello di al-Khidr”. Il sé soggettivo ne è avvolto: non sa l’opera del Maestro anche se Egli la fa attraverso di lui, ma ha esperienza e consapevolezza di quel che fa nel momento in cui la fa e a posteriori. Tuttavia vi è una gran parte dell’opera che risulta indicibile.
L’indicibile è tale perché la cosa rivelata contiene un sigillo che non permette alla mente di attivare il processo logico che trasforma il pensiero in linguaggio. È indicibile perché è incomprensibile pur nella sua evidenza abbagliante, grazie alla quale il sé inferiore ne ha comunque conoscenza.

Fare cose lasciandosi fare da una dimensione di sé infinitamente più grande e potente richiede l’aver raggiunta una fiducia totale, un abbandono perfetto e l’aver dismesso l’Io come si fa di un abito. Quando si fa (senza fare) ci si denuda, quindi, e ci si abbandona fiduciosi: poi ci si osserva fare, con intuizione noetica della coscienza del Sé superiore che agisce in piena consapevolezza. È esperienza che le parole umane potrebbero esprimere con una amorosa potenza orgogliosa ed onorata di servire, un grato essere un nulla utile, lasciando tuttavia ampio spazio all’indicibile.

Per il resto il sé inferiore è quiescente. La sua attività è limitata ai piccoli gesti quotidiani che estinguono la loro azione in sé stessi. È ben povera cosa, ben insignificante esistenza, che si aggira nel mondo, invisibile ai più come un fantasma. Abitata però quando necessario dalla Potenza, che emerge dall’oscurità luminosa dell’Increato è vi si ritira, poi, lasciando palpabile nel sé inferiore la propria costante Presenza.

Dentro di Sé

Quando il corpo subisce un trauma, la coscienza organica si spegne; accade perché essa è prodotta da quel corpo che, colpito, non può più produrla. Se così non fosse essa assisterebbe lucidamente all’evento e ne vedrebbe le conseguenze, e questo assomiglia a quelle esperienze liminali attingibili mediante certe forme di meditazione o di premorte (autoscopia o esperienza extracorporea).
Un concetto non misterioso ma inconcepibile alla mente organica è quello di poter essere immersi in una infinita immensità che è dentro di sé, essere contenuti nel cosmo che si contiene.
Chi indaga le proprie profondità, scopre alla fine che il segreto del cuore è una porta verso il cosmo; varcata quella porta interiore, superato l’orizzonte degli eventi del proprio cuore, se Dio vuole, si accede al Cosmo ed esso, nella sua illimitata eternità e totalità, deve contenere il cercatore.
Questa percezione disorienta e diventa plausibile solo quando essa porta alla conclusione necessaria di essere il Cosmo, sola condizione in cui non può più esservi un dentro e un fuori. Allora il Cosmo coincide con la propria coscienza di essere sé interamente. Coscienza che si dovrà riconoscere come assottigliata, rarefatta ed espansa e di più fine ed ampia qualità conoscitiva: una sovra-coscienza nella quale, soltanto, ci si può percepire come presenti a sé stessi: coscienza cosmica dell’Uomo Universale.
Percezione non solo spaziale ma anche temporale ora che l’astrofisica insegna che fotografare Universi lontani significa fotografare il remoto passato; e che, d’altra parte, all’interno del buco nero che è al centro di ogni galassia (e di sé) “non appena superato l’orizzonte degli eventi, qualsiasi direzione nello spazio è anche il futuro. Non c’è passato perché non si può mai uscirne” (Dr. Becky Smethurst).
Se si è il Cosmo se ne possiede anche l’antichità primordiale, e alla coscienza diviene ammissibile che ogni futuro, intanto, sia già contenuto nell’Unità cosmica che si è e che si vive nel qui ed ora. Si vive in modo lucido, vedendosi come altro da sé, perché la coscienza cosmica non è del corpo, e neanche la morte del corpo può spegnerla. Essa vede l’entità individuata nel corpo come esterna, sa che essa è “io”, ma sa che essa non è Sé. L’Essenza, che è Sé in Verità, è anche la Totalità.