Tarzan

In natura, che una scimmia, nel corso della sua vita, possa diventare un uomo, è impossibile; ma è possibile che la scimmietà si trasformi in umanità nel corso degli eoni.

Tarzan è un figlio dell’uomo che vive tra i figli delle scimmie, e si adegua alla loro struttura sociale e ai loro codici relazionali; lo può fare perché non è cosciente di essere un uomo, e si crede una scimmia.
Però Tarzan, uomo che vive da scimmia, può diventare, nel corso della sua vita, quello che è: un uomo. Ciò a patto che i suoi simili lo individuino, lo riconoscano e lo estraggano dalla giungla, rivelandogli la sua vera natura; e che egli, riconosciutala, desideri impegnarsi appassionatamente alla realizzazione della sua verità. Oppure che egli, sentendosi troppo a disagio come scimmia, si interroghi se per caso non sia altro, e cerchi febbrilmente eventuali fratelli tra gli altri branchi.

Allo stesso modo, e per questi motivi intrinseci, non ci si può ragionevolmente aspettare che un figlio dell’uomo diventi un Figlio di Dio se non lo è già, sebbene possa essere sconosciuto a se stesso; ma non si deve escludere che l’umanità possa forse, nel corso degli eoni, diventare divinità.

Ed ecco perché interventi che producano forti e vere spinte evolutive riguardano non mai il singolo, ma l’umanità nel suo complesso, tanto che ognuna di queste spinte è dichiaratamente per l’umanità tutta: perché non può essere intrinsecamente per uno solo.

Ma dunque vanno distinti gli interventi che hanno la finalità di introdurre nei sistemi elementi evolutivi – che possono essere anche sostanziati in Presenze -, da quelli destinati all’estrapolazione dal contesto dei “dispersi immemori” e al loro “risveglio”: sebbene le due intenzioni possano convivere, sono distinte; e distinte assai sono le “cose” destinate alle due diverse tipologie di fruitori. Ad esempio, chi opera per questa seconda intenzione, ha il compito di riconoscere e rivelare a se stessi i figli degli uomini che sono Figli di Dio; poi di aiutarli a realizzare le loro potenze, in modo che, nel tessuto umano in cui sono immersi, possano appunto risultare come Presenze operative ulteriori.

Agli Operatori fa d’uopo evitare confusioni, ed Essi sono ben addestrati a non farne; altra è invece la posizione di chi li vede (sempre per caso) operare, che è facilmente, fors’anche inevitabilmente, di incomprensione. Come lo è il comportamento di Al-Khidr agli occhi di Mosè.

Questioni irrisolte

Chi scrive assiste a una disputa d’altri tempi fra filosofi della scienza (quantistica!) sul tema: “Il seme è causa della pianta?”.
Il fatto è che alcuni ritengono che una causa sia effettivamente tale solo se produce di necessità un effetto; e, dato il seme, non necessariamente se ne genera una pianta, visto che sono molte le condizioni al contorno perché ciò avvenga. Tuttavia, si risponde, è innegabile che una pianta sia generata da un seme.
Ecco dunque che si deve distinguere tra causa e origine. In senso stretto, il seme non è causa della pianta, ma ne è certamente origine.

Sta di fatto che, data una pianta, un osservatore deve dedurne che all’origine di essa vi sia stato un seme; così come, dato un qualsiasi altro “oggetto” complesso (o evento quantistico, che è lo stesso), finanche l’universo stesso, deve pur essercene un’origine.
L’uomo osserva qualcosa che forse non è effetto (di una causa), ma certamente è atto (di una potenza). Osserva una manifestazione(1).

Per attenerci alla misera esperienza umana, che è immersa nel mondo delle manifestazioni e che non vede altro, quel che è difficile, nell’osservare una pianta (atto), è vederne il seme (potenza); a una osservazione non riflessiva, il seme risulta perduto nel passato, ormai dissolto in un concetto astratto; ma, riflettendo, il seme potrebbe essere sviluppato ed attivo qui ed ora, trasformato in pianta, la quale ne è l’attuazione, la manifestazione… il seme potrebbe essere un principio sempre vivo in continua trasformazione, forse ciclica (seme, pianta, fiore, frutto, seme, pianta, fiore, frutto, seme…). Un ciclo comunque disteso lungo una linearità temporale.
Se l’osservatore concludesse che, ove c’è una manifestazione oggettiva (oggettuale), c’è la potenza in atto (e in trasformazione), qui ed ora; e se, guardando a se stesso, si riconoscesse come una di queste manifestazioni (un evento), dovrebbe dedurne che in se stesso è attiva una potenza (invisibile come lo è il seme nella pianta) che potrebbe chiamare “essenza”(2). Potrebbe allora desiderare di rinunciare alla manifestazione che ha creduto fino a quel momento essere “sé”, per cercare di identificarsi con la propria Essenza, in quanto è in essa che risiede la Potenza.
E questo è Tutto, davvero. Basta rifletterci su, anche se il farlo produce conseguenze che non sono puramente speculative e quindi, a chi ama gli status quo, è sconsigliato… questa riflessione è una pozione da maneggiare con cura, come un veleno: poco, cura e salva; troppo uccide… ed è forse per questo che l’osservatore preferisce pensare ad una causa (od origine, che conta?) lontana nel tempo, e forse nello spazio, fisica o metafisica non ha troppa importanza… Tutto, purché non la si percepisca attiva nelle profondità di sé nel qui ed ora; perché se è così “uccide”! Cosa? Quello che si crede di essere; e destabilizza ogni ritualità e ogni credenza, sgretola ogni solidità, ogni certezza.
Un conto è studiare gli tsunami in laboratorio, un altro è vedersene uno abbattere addosso… figurarsi rendersi conto di essere quel mare di cui lo tsunami è fatto, mentre si forma!

NOTE
(1) Certo, risalendo di origine in origine, si arriva a domandarsi se esista un’origine prima, e se essa sia o no una causa, cioè se sia o meno necessitata a produrre effetti… ma lasciamo aperta la questione, che è puramente accademica e speculativa, e riempie da millenni i pensieri dei teologi.
(2) Inesatto sarebbe aggiungere l’aggettivo “propria”: al contrario, secondo il ragionamento, ogni “evento” deve essere la manifestazione transeunte e in atto di una potenza eterna cui, in quanto manifestazione, esso appartiene radicalmente. Al solito, la differenza la fa l’esserne o no coscienti.

Figlio dell’uomo

…mi fu rivolta questa parola del Signore: «Figlio dell’uomo… quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: Tu morirai! e tu non lo avverti e non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta perversa e viva, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te… (Ez 3,16)

Si racconta di un maestro che si allontanò bruscamente dal discepolo di cui aveva avuto cura assidua fino a quel momento, perché questi aveva letto a voce alta una comunicazione personale (un “segreto”) che gli era riservata, alla presenza di un “profano” che, non comprendendola, ne aveva riso. Il profano – si dice – è come una candela il cui stoppino sia intriso d’acqua: la fiamma che gli si avvicina non lo accende… Le parole dell’iniziato lo irritano, e basta.
Questa storia, narrata da Suhrawardi, è in contraddizione con la prescrizione veterotestamentaria di “avvertire il malvagio”.
Il fatto è che, mentre è sempre più profondo il fosso che separa il profano dall’iniziato, è ormai inesistente quello tra buono e malvagio. E il malvagio (indistinguibile dal buono) è anche profondamente profano, cosicché un avvertimento ne susciterebbe l’irritata risatina di compatimento. Non certamente il “ravvedimento”.
In tutto questo, come si colloca, e chi è, l’iniziato? è solo uno che ha Coscienza; e che, avendola, osserva ogni cosa con un distacco che non è tanto frutto di un suo arrogante atteggiamento aristocratico, quanto di una estraneità dovuta all’espulsione sociale di cui è – gloriosamente – oggetto. È il deriso e l’irritante, ma non il predicatore, ché ha ben compreso come sia follemente inutile “avvertire”. Perché farlo?
L’iniziato è un figlio di Dio, non il figlio dell’uomo cui si chiede di “avvertire”.
Anche se l’esegesi biblica attribuisce all’appellativo “figlio dell’uomo” un valore di riconoscimento divino della qualità umana come elevata e privilegiata(1), forse una sensibilità più vicina a quella di Suhrawardi vi vedrebbe, al contrario, l’attestazione di una condizione di inferiorità: un po’ come se il direttore di una prigione incaricasse un prigioniero (minacciandolo peraltro) di evitare la sedizione dei suoi colleghi facendosi latore delle minacce dell’autorità… è l’attestazione dello stato di prigionia e di inferiorità, e contiene un certo disprezzo. Né il prigioniero scelto come messaggero è migliore degli altri… anzi forse, se possiede qualche autorità, è perché tra tutti è il peggiore. Il direttore lo sa, e per questo lo sceglie.
Altra è la strada del Figlio di Dio, che possiamo identificare qui – tanto per capirci – con l’iniziato di cui si parlava. Non gli viene chiesto di educare o indottrinare i suoi, né di predicare loro la bontà o il rispetto delle regole… per un motivo assai semplice: che è un “alieno”, i “suoi” sono altri e le sue parole non avrebbero eco… il direttore del carcere incarica un carcerato, non un uomo libero che non è mai entrato nel carcere: chi lo starebbe a sentire? Quale credibilità avrebbe?
Se questo “iniziato”, che è piuttosto uno straniero in terra d’altri, ha qualche credibilità, l’ha dunque con i realmente suoi, quelli stranieri come lui; forse, ché non è neanche certo. Ma ai Figli di Dio che senso ha predicare ciò che è destinato agli uomini?
Un prete che va in visita a un carcere predica: siate buoni, così uscirete dal carcere a fine pena e poi sarete liberi. Ma questo può predicarlo ai carcerati. Che senso ha far sperare la libertà a chi è libero? Che senso ha – fuor di metafora – minacciare di morte un immortale?
Di questi tempi riflettere su questi argomenti è cosa saggia.

NOTE
(1) Il che probabilmente dipende dal fatto che Gesù è considerato figlio dell’uomo come Figlio di Dio… ma forse ciò significa solo che il Figlio di Dio ha dovuto incarnarsi nella condizione umana, non che questa sia divina: all’opposto!

Probabili certezze

Se avesse ancora un senso tentare di descrivere lo stato dell’arte di questo basso mondo, si dovrebbe registrare come le “coscienze” vadano adattandosi, costrette dalle circostanze, a una mentalità quantistica.

Le “certezze” sono gli elementi attorno ai quali l’uomo costruisce il proprio mondo. Sono certezze cognitive, sulla quali si regge l’impianto “logico” con il quale si descrive il mondo che si è percepito, e lo si organizza per potersi orientare e sentirsene padroni: sono verità apodittiche.
Cosa si può obiettare al fatto che spingendo un interruttore si farà luce in una stanza?
Cosa al fatto che se apro la mano e lascio cadere un oggetto, esso precipiterà sul pavimento e non si solleverà al soffitto?(1)
Soltanto una cosa: che, quantisticamente, questi effetti non sono certi (pur data la loro causa certa), ma solo altissimamente probabili. Tanto probabili da essere considerati certi dalla coscienza dell’osservatore, data la insignificante probabilità dell’alea, che ne ha resa assente l’esperienza (che potrebbe tuttavia verificarsi!).

Questo fatto, che è stato finora oggetto di speculazioni scientifiche o filosofiche, entra nella pratica quotidiana perché uno che esce di casa, fa di questo gesto una causa il cui effetto è impredicibile, nella misura in cui la precarietà dell’esistenza (drammaticamente evidenziata dalla pandemia virale e dalle sue conseguenze socio-economiche) è entrata ormai stabilmente nell’universo cognitivo, fino ad essere considerata parte integrata del vivere… accade l’improbabile sempre più spesso, e alla coscienza ciò risulta come la realizzazione dell’impossibile.
Sebbene vi sia una forte resistenza (anzi il terrore!) ad accettare di essere non cause ma effetti (forse casuali) degli eventi, di esserne trascinati via come dalla piena dei tanti fiumi straripanti; pure, pian piano, penetra nella coscienza l’idea di alea come idea del fantasioso improbabile, ci si abitua a vivere in un mondo fiabesco, sebbene la favola sia popolata di orchi, streghe e incantesimi maligni, sebbene impauriti come bambini nel buio di una notte di temporale. Ma intanto questo mundus horribilis denuncia se stesso come “non reale”.

È auspicabile che questa coscienza che si sta formando forzatamente, a partire dalla certezza dell’incertezza, (unica verità apodittica alla quale – oggi – è ragionevole aggrapparsi), in alcuni possa affermarsi, e costruisca un mondo veritiero, inaccessibile a quelli che non la possiederanno: una “coscienza quantistica” che non fosse così sommaria come quella macroscopica di cui si dispone attualmente, costruirebbe un mondo (anche interiore) del tutto diverso(2), un Uomo del tutto diverso(3).

NOTE
(1) A meno che non si tratti di un palloncino, di quelli che sfuggono di mano ai bambini. La qualità di ciò che si ha in mano quando la si apre – a dare magari ciò che si ha – non è insignificante.
(2) Se la certezza non esiste più c’è spazio per la Conoscenza che non ha certezze, ma visioni veritiere.
(3) La Coscienza ha cambiato sostanza: non è più un prodotto delle funzioni organiche, un loro contenuto, ma ne è divenuto il contenitore, il plasmatore.

Valori

Bisognerebbe cominciare a stabilire il valore di ogni cosa in modo inversamente proporzionale al costo di acquisto: quanto più costa tanto meno vale, e così il valore massimo è quello di ciò che non costa niente…

Provate a “impadronirvi” di ciò che non costa niente, e capirete che è praticamente impossibile… per questo vale tanto.

Elogio della noia

Due sono i concetti (collegati) che – a chi scrive – sono sempre risultati ostici a una piena comprensione: quello di “vacanza” e quello di “divertimento“.
La vacanza rimanda, anche etimologicamente, a un concetto di assenza (posto vacante), di vuoto… come sia possibile essere assenti a se stessi, o vuoti di se stessi è – per chi scrive – un mistero, se non in senso metafisico… ma chi va in vacanza è ben lungi da aspirazioni mistiche.
Il divertimento ha invece a che vedere con il divergere, con il deviare da una direzione intrapresa e, se la vacanza è realmente impossibile, il divertimento è un atto volontario che – a chi scrive – risulta imperdonabile.
Gioia e gioco sono concetti invece pregni di positività, ma – a parere di chi scrive – del tutto inapplicabili al divertimento inteso come deviazione: anzi, gioia e gioco dovrebbero essere le condizioni, gli stati d’animo, del vivere perseguendo “virtute e canoscenza“, e senza alcuna deviazione.

Torna in mente – a chi scrive – la risposta (già altrove citata) che un grande Maestro diede a chi gli chiedeva cosa si provasse nella sua eccelsa condizione spirituale: fu “Una grande noia“.
Una buona interpretazione di questa caustica risposta è: “una assenza sia di vacanza che di divertimento“, giacché nella “sua eccelsa condizione spirituale” non era possibile in alcun modo né l’assenza né la deviazione dal compito assunto.
Ma certamente, in Lui, doveva esserci quella “presenza nel vuoto di se stessi” che contraddistingue lo stato di contemplazione.
La contemplazione è un’osservazione del mutarsi delle manifestazioni attorno (è un po’ come osservare l’aurora boreale), fatta da un luogo elevato; è uno star fermi ed attenti, immobili rispetto al mutare circostante e quindi un porsi come punto di riferimento centrale di esso. Essere quel buco nero attorno a cui l’universo ruota come la materia/energia attorno all’orizzonte degli eventi. Causa del movimento, senza influire sulla sua dinamica interna.
Sebbene questa immobilità presente (o presenza immobile) possa essere soggettivamente molto noiosa, dona però la quiete appunto del vuoto al centro del ciclone… un vuoto profondo e insondabile, il vuoto del possibile, quindi del potenziale: il vuoto ove risiede la Potenza.
Aspirare ad annoiarsi è una buona motivazione del procedere senza deviazioni sulla Via, con gioia e giocosamente: è un punto d’arrivo.

La parola amore

Esiste in arabo una parola molto amata dai poeti mistici che è: al-‘ishq, عشق, ed è, tra i tanti modi di quella lingua di dire “amore”, quello che identifica il desiderio appassionato.
A volte lo si avvicina, come forma augurale tra “fratelli” alla parola baraka, بركة‎, che significa grazia o benedizione, o stato spirituale emanato, dal quale si augura all’amico di essere avvolto, tanto da essere travolto e catturato da al-‘Ishq. L’augurio è infatti ‘Ishq baraka.
La comprensione del senso della parola passa per la sua radice, che si riferisce al convolvolo, una pianta comune rampicante ed infestante, perché tenace e vorace di spazio.
Come ogni cosa da un po’ di tempo a questa parte(1), è difficile stabilire se, essendosi realizzato l’augurio, si sia soggetto o oggetto di ‘ishq; se si sia l’amante ashiq, o l’amato ma’shuq.
Invaso da ‘Ishq, dunque posseduto come amato, quest’ultimo diventa amante perché è costretto ad agire ciò che lo possiede. Amato ed Amante sono la stessa cosa, oppure l’amante possiede l’amato che è se stesso, trasformandolo in amante e trasformando se stesso in amato.
Trionfo del narcisismo, si direbbe. Sì, all’interno di una visione miope della realtà come Natura; no, se – dentro un Reale metafisico – è l’Amore ad amarti e ad essere amato, ché questo libera dal bisogno dell'”Altro”, poiché è rivelazione che non vi è “Altro”.
L’incontro tra due invasi (teurgicamente) da ‘Ishq è l’incontro di due innamorati, sì, ma non uno dell’altro, allora! Sono due innamorati dell’Amore che dall’Amore si lasciano coinvolgere (avvolgere insieme).
E questo è l’amore dell’Uomo a venire.

NOTE
(1) Da quando si è rivelata alle coscienze preparate a tanto, che il Reale genera se stesso e che ogni se stesso è il Reale.

Derivazioni causali

Sebbene sia necessario che dalla Conoscenza derivi una cultura, è assolutamente impossibile che dalla cultura derivi la Conoscenza.(1)

Chi scrive, chiamato indegnamente a discutere con una quarantina di accademici di diverse discipline (fisica, neuroscienza, psichiatria, filosofia etc.) su una questione epistemologica(2), ha osservato che ciascuno degli intervenuti faceva seguire o precedere ad ogni affermazione una citazione, quasi a suffragare il valore probatorio dell’idea (altrui!) citata.
Chi scrive ritiene che una conversazione tra sapienti dovrebbe essere sostenuta dal rispetto reciproco e dalla curiosità di conoscere cose nuove rispetto a quelle dette nei millenni e che dovrebbero essere note a priori a tutti: ritiene quindi che la citazione sia un atto di vigliaccheria, non di modestia né di accuratezza accademica.
La conversazione si risolve altrimenti nello sfoggio narcisistico di cultura (ma sfoggiare qualcosa che tutti hanno ha ben miseri risultati, ed è rischioso), o di se stessi – più probabilmente – vestiti dei panni della cultura come una soubrette.
La cultura sostiene se stessa come fa la natura: non la travalica, non la penetra, non ne varca i limiti: li afferma e li consolida perché la descrive e la interpreta.
La Conoscenza è sempre “nuova”, nel senso che illumina il contemporaneo, il qui ed ora; ed il fatto che quanto accade qui ed ora sia già accaduto magari migliaia di anni fa come testimoniato da chissà quale pensatore dell’epoca, non costituisce altro che un dato di cronaca… come chi, essendo scivolato su una buccia di banana, sentisse dirsi da un amico: “è successo anche a me tempo fa”. Cosa aggiunge questo all’esperienza malaugurata della dolorosa caduta del primo, se non la conferma della verità fenomenologica delle banane?
Sarebbe molto bello, molto “super-umano”, se ognuno descrivesse la propria caduta a chi non ne ha mai avuta esperienza, con spirito di servizio, senza citare altri incidentati per giustificarla, ed accettando con coraggio di sentirsi dire: “Che coglione che sei!”. Questo è lo stigma della Conoscenza ignorante, traguardo assai arduo da raggiungere.

NOTE
(1) Non è una citazione.
(2) Sul rapporto causa effetto di cui altrove si è già parlato qui.

Ambienti

Per quanto attiene alla costruzione del proprio mondo privato, la mente umana tiene conto degli stessi elementi basici della drammaturgia classica: unità di luogo, tempo e azione.
Il luogo è quel mondo fisico che viene usualmente assimilato alla natura; il tempo è quello della propria vita in termini di durata; l’azione è quella della propria vita in termini di vissuto emotivo.
Non esiste d’altronde altro vissuto che quello emotivo, e in questo consiste l’intera rappresentazione: tempo e luogo sono meri contenitori, necessari però, nei quali agire la drammaturgia. Gli eventi non hanno alcun valore assoluto (di per sé), tanto che non vengono inseriti nel contesto quelli che non hanno impatto diretto sulla percezione emotiva, la quale è necessariamente associata alla relazione significativa, che sia con cose, o con persone “prossime”. Queste relazioni infatti producono eventi emotivamente significativi, ed è il tessuto che essi intrecciano a costituire quella “storia” personale che erroneamente viene chiamata Realtà.

Si discute su quanto l’avvento del pensiero quantistico abbia demolito gli impianti teorici fondati sul determinismo: l’idea di un mondo causato e agente secondo la concatenazione di causa/effetto si ritiene debba essere sostituita da una concezione probabilistica e casuale della realtà. Qualcuno sostiene radicalmente che “il concetto di causa non va “ridimensionato” ma va messo in valigia e buttato al fiume come tutte le nostre invenzioni. Con ciò si apre il campo a una lettura fenomenista e probabilista [del mondo]…” (Dr. G. Roncoroni).
Si fa notare con ciò come il mondo descritto dalla scienza sia una falsificazione derivante da alcuni assunti di base che successivi studi hanno demolito.
E tuttavia appare evidente come la coscienza umana non sia in grado di attingere a questo livello della realtà: essa è fondata sulla causalità, è profondamente deterministica; lo è anche emotivamente. Fuori da questo contesto essa si smarrisce e cade nella follia delirante.
Ciò che accade sempre più frequentemente è che, data una causa, non si verifichi alcun effetto, lasciando così alla coscienza uno spazio vuoto in cui essa cade, incapace di colmarlo; o che l’effetto atteso come deterministicamente inevitabile, sia sostituito da un altro tanto inatteso da non poter essere considerato conseguenza della causa osservata. La coscienza deterministica non è allora sostituita da una coscienza quantistica (che è banalmente la coscienza di essere fatti di quanti e di sottostare alle leggi corrispondenti), ma si disperde, non riesce più a com-prendere la realtà (la drammaturgia), e cerca una causa per ricompattarsi, con disperazione di trovarla, e quindi (drammaturgicamente quanto drammaticamente) di inventarla quale deus ex machina. Da qui, ad esempio, la sempre più presente (e contagiosa) spiegazione “complottista” di un mondo altrimenti inspiegabile.

In verità quel che accade è che si assiste alla demolizione dell realtà artefatta o “falsificata” (è un collasso anche delle menti che l’hanno prodotta), e all’emergere (si ricorda che “apocalisse” significa “rivelazione”) della sottostante realtà “verificata”.
La quale c’è sempre stata, ma era stata coperta da uno spesso strato di artefatto costituito dalla sua interpretazione, all’interno della quale l’attuale coscienza umana cercava e trovava una collocazione adattiva, dando luogo a una “realtà condivisa” sebbene ipotetica, rappresentata e dunque meramente convenzionale.

Se il Reale (chiameremo ora così la “realtà verificata”) sia o meno causa della realtà convenzionale e della coscienza relativa è questione che può essere risolta pacificamente: il Reale dice: “Io sono quel che sono, le idee che gli altri hanno su di me sono parziali, inesatte, probabilmente errate, ma servono loro per rapportarsi in qualche modo a me. Io resto quel che sono, da sempre“. Dunque: “Determino la realtà artefatta, ma non ne sono causa; oppure ne sono [creduto] causa perché l’uomo ha bisogno di trovarne una, disponendo di una coscienza deterministica che glielo impone“.
L’emergere (o il discendere) di questa Realtà (sottostante e sovrastante, insieme), non può lasciare spazio all’interpretazione, dunque alla seppur involontaria falsificazione: è, e basta. Ciò però non significa che sia visibile “a tutti”, perché la cosa dipende dalla “vista” di ognuno: vede il mare colui che vi è sommerso? si può sostenere sia che lo veda, sia che no.
Quello che sta avvenendo è appunto questo: apparentemente i problemi consistono nella pandemia, o nelle conseguenti difficoltà economiche… ma effettivamente è “il crollo della mente bicamerale e la nascita della coscienza(1)” a prodursi, mentre chi non può disfarsi della “bicameralità” cade nella follia, vera pandemia incalzante e non riconosciuta.

NOTE
(1) Titolo di un famoso libro di J. Jaynes. Ci si riferisce qui alla nascita di una sovra-coscienza, nuova, salendo un successivo gradino evolutivo rispetto al primo descritto dal libro costituito dalla connessione dei due emisferi cerebrali, prima separati Nonostante questa connessione, la mente ha continuato a costruirsi e svilupparsi sulla dualità e sul confronto di elementi; ora si tratta di trovare un’Unità.