Mondi su mondi

Nella Tradizione è nota la presenza, tra gli uomini, di quelli che – si dice – “hanno Dio negli occhi”… una sorta di patrimonio genetico speciale, qualità diversificante che richiede di affermarsi.
Essi sono potenziali “figli di Dio”, dunque potenziali “cristi”, nella misura in cui il seme divino germogli e fiorisca in loro. Meno noto è che vi siano state (e forse vi siano tuttora) Scuole apposite per questi esseri (non per questi uomini), al fine di aiutarli nella loro realizzazione, la quale non potrebbe avvenire senza adeguati aiuti magistrali specialistici. [1]

In questi esseri si produce una tensione che deriva dalla lotta tra seme divino e natura umana organica, e che è concreta interazione tra forze reali, fisiche e metafisiche, asciutta emotivamente. Tensione del tutto diversa da quella che agita i “figli dell’uomo”, nei quali le dinamiche e i conflitti si svolgono all’interno dell’apparato psichico, sono emotivamente assai carichi e forieri, per questo, quasi sempre di dolore. Per questa ragione, l’elaborazione dei conflitti interiori tra divino ed umano, non può essere aiutata dalla psicologia, che è scienza dello psichismo, e deve essere invece sostenuta ed indirizzata al suo fine dalla Scienza Spirituale, e da una branca specialistica di essa. [2]

Similmente a quanto accade tra i Regni Naturali, il mondo dei figli di Dio e quello dei figli dell’uomo sono coesistenti e fortemente interagenti, ma costituzionalmente e dinamicamente diversi.
Nella fase in cui nel potenziale figlio di Dio è in atto la lotta tra le sue due nature, l’interazione con il figlio dell’uomo è della stessa qualità conflittuale che egli ha con la parte umana di sé stesso; ma il figlio di Dio in cui il sé divino abbia preso piena coscienza è tecnicamente un alieno, anche nel senso etimologico di cosa “che appartiene ad altri” mondi (e qui ad Altri Enti), e rispetto al mondo umano egli ha realizzato quel distacco funzionale che la Tradizione definisce “essere nel mondo senza essere del mondo”. 
Mondi lontanissimi e vicinissimi, appartenenti a dimensioni della coscienza diverse, che condividono solo uno spazio di apparenti interazioni. Apparenti perché agenti su piani, o mondi, diversi e paralleli, sebbene il più sottile sia così trasparente da non essere visibile: l’azione del figlio di Dio si svolge su questo piano, ma si mimetizza apparendo come interazione nel mondo più denso. La realtà risulta dunque tale a seconda di quale mondo si abiti; quello che non si abita appare irreale, o non appare affatto.
È notevole ed utile sapere che la realtà in cui ci si muove possa avere anche una sua stratificazione, e che vi possa essere un multiverso esteso su una dimensione verticale; e, sul piano temporale, però, una contemporaneità perenne; e che questi livelli spazio/temporali siano attingibili non con spostamenti fisici (come si è ingenuamente portati a ritenere), ma attraverso modificazioni degli stati di coscienza (spirituale) disponibili, che equivalgono a spostamenti metafisici. [3]
E notevole appare pure come questa convivenza tra esseri umani ed esseri divini (alieni!) sia permanente ed esistente da che esiste il Manifestato (nelle pre-eternità, dunque, che precede il Creato). Da che esiste l’uomo, poi, esiste come Tradizione.

NOTE
[1] – Circa il particolare magistero di cui si parla, la Tradizione ne indica il responsabile in una figura eccelsa in quella funzione: il “Maestro dei maestri”. Il Maestro di questi esseri è “invisibile” nella Sua essenza, risiede nel mondo che Gli compete, ma si può mostrare in questo, ed è noto come al-Khidr; questi Suoi “discepoli” sono detti, a loro volta, “i Solitari” (Afrad), sia perché l’insegnamento viene loro impartito individualmente (anche se sono insieme), sia perché prima di essere trovati erano dispersi e ignoti a sé stessi, sia infine perché la loro condizione li rende “distaccati” rispetto a “questo basso mondo” ed orientati unicamente al loro fine che poi coincide con il loro vero inizio.
Il Maestro invisibile opera attraverso chi lo rappresenti (nel senso che lo incarni sul piano visibile), allo stesso modo in cui l’essere del figlio di Dio è invisibile, ma rappresenta la Verità dell’entità organica che incarna, la quale è insignificante, se non per costituire il supporto dell’essere.
[2] – Nelle fasi iniziali di questo Lavoro specifico, le dinamiche interiori possono essere comunque scambiate per dinamiche psichiche, e ciò perché l’individualità è ancora incapsulata nella sua originaria forma organica, e risulta come Io biologico. Solo il setaccio di un’attenta lettura di queste dinamiche, fatta da chi può separare i diversi aspetti di ciò che appare come una sola complessità difficile da sbrogliare, accompagnata da costante iniezione nel sistema di quella sostanza spirituale che viene chiamata grazia o baraka, conduce progressivamente alla condizione di asciuttezza e pulizia del seme divino, e al suo successivo sviluppo fino a occupare interamente l’essere. E tutto questo si fa al di là della mente, del pensiero e della parola.
[3] – La condizione del figlio dell’uomo sembra non possedere, nella propria gamma di coscienza spirituale, gli stati che permettano di conoscere altri mondi, mentre quella del figlio di Dio permetta di modularsi sulle diverse stratificazioni. Non si tratta di intelligenza, sapienza o cultura… elevati stati di coscienza spirituale si legano spesso a quella forma di perfetta ignoranza che si chiama Conoscenza.

Sottigliezza

Gli fu detto: «Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore». Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco, sentì una voce che gli diceva: «Che fai qui, Elia?»

Dio è nella leggerezza e nella sottigliezza (al-Latif, il sottile, l’amabile).
È un soffio. Vive nella fragilità e nella debolezza, che sono Potenza.
Si manifesta nella tenerezza che piange in noi, quando siamo chiamati a rispondere alla Sua domanda: che fai qui? Perché se questa domanda ci viene rivolta, vuol dire che siamo al Suo cospetto. “Sono qui perché sono in me. Che ci faccio, in me, se sono in Te?
Siamo al cospetto di Lui in noi e questo ci toglie ogni forza e ci fa piegare le ginocchia, ci moriamo addosso.
Ci siamo arrivati affrontando in noi vènti impetuosi che ci hanno spostati dalle nostre posizioni, terremoti che ci hanno scossi facendo crollare certezze e presunzioni di forza, fuochi divoranti dai quali la carne è stata consunta… Siamo usciti da noi e abbiamo dovuto fermarci in cima al monte in piena solitudine, sospesi sul vuoto. Ma ora, di fronte al soffio che ci anima, ove è Lui, ci copriamo il volto per oscurare la nostra individualità inutile, per non essere riconosciuti; per celarci alla nostra divinità, pudichi di una umanità in cui da ora non ci riconosciamo.

Pittura cinese

Nell’antica Cina si dice che un pittore non si permettesse di ritrarre qualcosa – poniamo un albero -, se non dopo averlo osservato per giorni senza distogliere lo sguardo fino a diventare quell’albero. Si trattava di trasferire la propria coscienza di essere nell’altro: allora ciò che dipingeva era un autoritratto.
Al contrario, nella nostra cultura si introietta e soggettivizza ogni cosa, e quando ci si esprime, anche artisticamente, non si fa altro che parlare di sé.
Comunque la dinamica sé-altro da sé è alla base della formazione di ogni psichismo e di ogni forma di religiosità che – molto erroneamente ma comunemente – si ritenga farne parte. Il processo dinamico che porta alla formazione dell’Io si basa sulla progressiva uscita dal campo energetico materno, simbiotico nell’intrauterino, per addivenire alla constatazione di essere individuo; la relazione si rende possibile solo a partire dal riconoscere l’altro come non-sé.
Tanto è importante questo fatto in psicologia che spesso l’esperienza religiosa di fusione col Tutto viene interpretata come regressione allo stato fusionale intrauterino e giudicata pertanto possibile sintomo di psicosi. Si guarda dunque al “misticismo” con qualche sospetto.
Sicché una religiosità “sana” (quella che viene così ridotta a regola di condotta morale) deve riconoscere il divino come “altro” e allontanarlo da sé abbastanza da rendere la distanza incolmabile (ché, breve, renderebbe la pericolosa fusione possibile). Così il rapporto con il divino, nell’ambito dello psichismo, poco si discosta, nella percezione comune, da quello con lo straordinario o il magico, con quell’inconsueto che viene chiamato “soprannaturale”. È quindi un rapporto che contiene la paura dello sconosciuto (“paura dell’estraneo” in psicologia) e insieme il desiderio di conoscerlo, forse al fine di addomesticarne l’imprevedibilità. Paura poi supportata dal moralismo che induce a considerare il soprannaturale divino come giudicante e quindi a antropomorfizzarne l’immagine; a farne comunque, come direbbe qualcuno, un potente Super-Io, rispetto al quale porre in atto a scelta quasi tutti i meccanismi di difesa che sono alla base delle nevrosi e della paranoia.
Una religiosità intesa come elemento di uno psichismo complesso è egocentrica ed eteroriferita, moralistica e perfezionistica, sostanzialmente ipocrita.

Diverso è se si considera la religiosità come un complesso parallelo allo psichismo, non in tutti presente, e che – quando lo è – entra in dinamica forte con lo psichismo perché nega sostanzialmente l’individualità umana, e la trasferisce nel divino in quanto Uno-Unico.
Questo tipo di religiosità avulsa si avvale della Scienza Spirituale la quale potrebbe essere definita come la scienza dell’Essere divino calato nell’umano e delle forze che gli impongono di rivelarsi ed affermarsi in esso fino a trasfigurarlo. Scienza cristica, dunque, più che genericamente religiosa; spirituale perché studia l’essenza come la fisiologia studia l’uomo organico nelle sue funzioni: com’essa da applicarsi esclusivamente sul vivente, però un vivente atemporale, permanente.
Non è scienza umanistica, quella spirituale. Non studia l’uomo, ma l’Essere, e sarebbe in questo senso un’ontologia se lo facesse in astratto, in modo speculativo: lo fa invece in concreto, in vivo appunto, nell’osservare (o meglio nel vivere) il divenire dell’essere.
È scienza esperienziale e sperimentale il cui oggetto è la relazione tra l’Uno eterno vivente e il Tutto perenne all’interno della singolarità incarnata, il principio cristico vivente nell’attualità della sua azione.
Il suo strumento è la vita, tutta la vita, nell’eterno presente di chi la vive, e dunque la coscienza del sé divino vivente. Non studia l’uomo ma alcuni aspetti dell’interazione dell’essenza con l’umano.

Come l’albero del pittore cinese l’essere incarnato avoca a sé la coscienza di essere dell’ospite. Una volta raggiuntane la coscienza di essere, l’albero non è più un albero, ma l’albero archetipico, l’Essenza di tutti gli alberi. Ma a quel punto il pittore ha spostato la sua coscienza di essere nell’essenza di tutti gli alberi, che diventa l’essenza cosciente totale e perciò assoluta di tutte le essenze. Il pittore non sarà mai più un uomo che dipinge, ma l’Essere che è, il cui fare (che sia dipingere o altro) consiste nell’aver coscienza costante di essere (di sé, quindi), e basta.

La dialettica o la dinamica tra il divino e l’umano, vista in questi termini, non è più simile a quella psichica sé-altro da sé, che descrive una spazio relazionale, vitale per l’uomo; ma è piuttosto una lotta interiore (una jihad) dalla quale è richiesto che emerga un vincitore.
Essa si svolge in un campo di battaglia che non è un luogo (né un tempo) esterno, delimitato da un orizzonte, una circonferenza il cui centro è l’individuo [1], ma in un luogo metafisico interiore (esoterico) che occorre ri-conoscere, un non-luogo che assomiglia piuttosto a un vuoto.
Il combattente non ha, di fatto, parti di sé in conflitto (come può essere tra istanze psichiche umane) ma è un’entità inumana che vuole denudarsi della propria forma, la quale resiste perché si ritiene detentrice dell’individualità, la perdita della quale è la morte.
La sopravvivenza della forma umana tiene costretto il seme divino che anela alla liberazione, e la liberazione del seme divino determina la morte dell’individualità (dell’umanità).

NOTE
[1] – J. Krishnamurti dice: “Fino a che ci sarà un centro che crea uno spazio intorno a sé non ci sarà né amore né bellezza. Quando non c’è un centro né circonferenza allora c’è amore. E quando amate voi siete la bellezza”. L’amore non è (nel)la relazione, ma deve prescinderne, altrimenti è potere o possesso. E la bellezza (dunque l’arte, anche quella del… pittore) è puramente nell’essere.

Spirito umoristico

Vi è un lato umoristico nelle vicende umane, quando esse si trovano a confrontarsi con l’Assoluto e vi entrano inevitabilmente in conflitto. Finiscono infatti, quasi teneramente, per mostrare la loro piccolezza che però appare sul piano umano tanto grande da nascondere alla vista l’Assoluto.
Il mondo dell’uomo è piccolo, e piccolo è l’uomo rispetto al suo stesso mondo.
Il sentimento di qualsiasi natura, compreso ciò che egli chiama amore, è un potentissimo fluido che offusca la visione come fa la nebbia, sicché è visibile solo ciò che è molto, troppo, vicino. Una rabbia, un dolore, una preoccupazione, una delusione bastano ad occupare interamente lo spazio cognitivo.
I sentimenti forti sono posti però nella stessa categoria cognitiva dell’esperienza spirituale, cioè quella umana affettiva, sentimentale, emotiva, morale… La spiritualità è considerata un accessorio nobile di quel complesso sistema psicologico che chiamiamo “umanità”, ma è di tutt’altra natura: l’amore inumano non è un sentimento, è assenza dell’altro e attrazione all’Uno.

L’esperienza spirituale eradica l’umanità, ne secca le radici e ne asciuga, fino a seccarla, la feconda, femminina, materna e mariana umidità. È totalmente ignea: è la luce a risvegliare il seme e ad attrarre a sé il germoglio. E ciò per un motivo intrinseco che appartiene alla sua assolutezza: essa non è umana.
La scienza spirituale non è indirizzata all’uomo, e questo non è compreso; è riservata all’essere che, eventualmente, lo incarni.
I buoni maestri hanno parlato agli uomini, ma i grandi maestri parlano alle essenze, e in modo che l’uomo, persino quello che esse inabitano, non possa comprendere.
È questo ad essere teneramente umoristico: il serio e sussiegoso atteggiamento di comprensione di chi non può capire, simile a quello di una bambina che giochi con la bambola a farle da mamma visto dalla donna che conosce l’amore sessuale, concepisce, partorisce con dolore… la simulazione presa sul serio ma immaginata, rispetto alla verità e realtà dell’esperienza, magnifica ma cruenta, quanto lo è una vera esperienza spirituale.

Assoluto (essere e conoscere)

Gli Assoluti Realtà e Verità, che costituiscono Unità e Unicità, vanno estratti dalla infinita congerie dei loro sviluppi.
Il che significa che essi si declinano in modi affatto diversi nelle situazioni spazio/temporali in cui si applicano. Sono come la Tradizione, in questo senso, perché ne sono la fonte archetipale.
Gli Assoluti sono essenziali e veritieri perché non interpretabili ma solo constatabili; non sono modificabili ma costituiscono, nella loro stabile permanenza, riscontro per ogni valutazione degli affini; sono infatti perfetti.
Non sono concetti, frutto di pensiero umano, ma elementi ontologici fattuali, princìpi e colonne di fondazione di ogni costrutto della Creazione, sebbene essi appartengano all’Essenza.
La Creazione è la realtà umana, così come il pensiero è la verità umana; entrambi per loro natura dubitabili e perciò fonti di interpretazione, opinione, ideologia, ricerca, filosofia, scienza, arte… in sostanza di umanità.
Il dubbio però relativizza, allontana dunque dalla visione degli Assoluti Realtà e Verità e ciò è particolarmente rilevante perché esso è alla base della conoscenza umana, attraverso la quale, quindi, non si può mai pervenire all’Assoluto.

La conoscenza dell’Assoluto (Verità/Realtà) non può essere mai un processo graduale esteso nel tempo, come è la sapienza: è immediata e completa, subitanea e totale. La gradualità è necessaria però all’acquisizione, nell’umano, della condizione (si intenda: stato spirituale) nella quale è possibile ricevere la conoscenza dell’Assoluto; che assolutizza colui che la riceve, sottraendolo alla relatività dubitabile della condizione umana.
Il tempo, è stato detto, è ciò che separa il pensiero dall’azione, e, in senso più dilatato, ciò che separa il pensiero dall’esito di esso ottenuto mediante le diverse successive azioni.
Dire che la conoscenza assolutizza chi la riceve, a causa della sua subitaneità, equivale perciò a dire che questi viene sottratto al tempo: la sua realtà/verità rivelata non ha durata, ma solo presenza attuale nell’eterno presente. L’eternità è questo, perenne subitaneità… e tale è l’Assoluto.
Ma se così è, bisogna ammettere che la conoscenza, in chi si rivela, deve esserci sempre stata, deve essere perennemente contemporanea a quell’Essere, sebbene non necessariamente alla sua persona umana; la conoscenza dell’Assoluto finisce dunque per coincidere con l’Essere stesso: essere è conoscere e viceversa.

Vita sacra

Si dice che la vita sia cosa sacra, e particolarmente lo sia quella umana. Tanto sacra da non poterne disporre e da dover essere sopportata anche quando fosse insopportabilmente dolorosa.
Il caso di persone immobilizzate che chiedono di essere liberate dal peso della vita del loro corpo e dal suo dolore, con chiarezza pone una domanda: “chi”, quale entità sia quella che ne sopporta il peso, e se essa, desiderando e chiedendo di essere separata dalla vita, ne abbia mai così bisogno.
Ugualmente vien da chiedersi quale entità in un uomo lo induca a rischiare la propria vita in guerra e lo disponga a perderla… In entrambi i casi, non si tratta di una reale aspirazione alla morte, ma della disposizione all’uso di una vita strumentale, usabile fino a consumarla, – «non c’è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13) -, oppure scartabile se diventata dannosa, sapendone un’altra, più radicalmente profonda, permanente, e reale, di cui quella biologica è un’ombra.
Non si tratta di credere nella vita dopo la vita o nella resurrezione dei morti, ma di sapere profondamente che il proprio sé ha una vita in prestito, ma non è affatto coincidente con quella vita… di riconoscersi dunque altra entità rispetto al proprio corpo animato e di stabilire un qualche rapporto con lui, il che propone il quesito: chi sfrutta (o si serve di) chi?

La vita è sacra – e di fatto intrinsecamente inalienabile ed eterna -, in quanto principio assoluto; ma nelle sue declinazioni correnti essa si frammenta in particelle di “vita organica”, presente in ogni vivente, da venerare e proteggere in quanto espressione parziale del suo valore assoluto; è vita del corpo di quel dato vivente, il quale ordinariamente esaurisce la propria individualità nel lasciarsi vivere. Nell’uomo vi è tuttavia, a volte, un’istanza che gli impone di usare la vita, e non di farsene usare.
Questi casi identificano una parte dell’umanità – ridotta, rispetto alla generalità – e  richiedono un discorso a parte.
La vita si trova, in questi casi, in simbiosi mutualistica con l’istanza nella quale risiede l’individualità di quel vivente; le due entità possono certo trarre reciproci vantaggi da questo, in particolare la possibilità di coevoluzione, ma restano distinte, sebbene inscindibili se non interviene un fatto esterno, potente e numinoso: una redenzione, a liberare l’essenza divina dalla sua incarnazione.
Nell’antichità queste due entità furono chiamate “uomo esteriore” la titolare della vita corporea, “uomo interiore” l’altra: propriamente umana la prima, propriamente divina la seconda, e descritte come in perenne conflitto. Più tardi questa dinamica, o piuttosto attrito, ebbe diverse ipotesi di soluzione. Ignazio di Loyola, interpretando una fase ancora di ricerca della redenzione, suggeriva di educare severamente il corpo vivente nella speranza di sottometterlo; Giovanni della Croce, riferendosi all’esperienza di una redenzione raggiunta, proponeva di abbandonarlo a sé stesso come indifferente e non curarsene; in età moderna lo si è reso oggetto di cura sacrale in quanto rispondente all’affermazione “il corpo è un tempio” (il che presuppone un’ente divino che lo abiti); o infine, all’opposto, è stato dichiarato, semplicemente e laicamente, tutto quello che un individuo è: “io sono il mio corpo”, il che nega l’Ente stesso (l’uomo interiore o divino) e afferma l’assolutezza dell’Io biologico, che è solo un corpo animato; il che spiega l’originario significato del termine “anima”, principio basico di animazione prima, psichismo nell’uomo poi. Quest’ultimo concetto dichiara dunque che tutto ciò che attiene all’anima, afferma il corpo e nega di fatto lo spirito; valorizza la vita organica e non suppone una possibile vita spirituale la quale abbia caratteristiche del tutto diverse e peculiari, da conquistare,  morendo esotericamente all’altra. 
In realtà queste due ultime posizioni hanno trovato una conciliazione nella scoperta della fisica che materia ed energia sono forme della stessa sostanza, sicché il corpo è la forma materiale dell’anima/psiche; in termini metafisici lo Spirito Divino increato vive come spirito individuale all’interno della forma creata di sé stesso. La rivelazione è manifestazione del seme divino all’umano (in realtà in questo caso all’incarnato) che lo ospita. L’Essenza dell’uomo interiore si lascia scorgere dall’uomo esteriore. [1]
Finché questa parte divina non prende totale autonomia dalla parte organica, lo psichismo che appartiene esclusivamente a quest’ultima rimane lo strumento di questa rivelazione, e la sua immagine si imprime su di esso.
Ma quando la coscienza si emancipa dall’organo cervello/mente e assume la propria libera individualità, non vi è più rivelazione ma solo essenza (presenza cosciente alla propria divinità con la quale ci si identifica).

A uno fu chiesto quale fosse lo scopo della sua vita e quello rispose: “La mia vita ha lo stesso scopo della vita in genere, quello di riprodursi in eterno e non morire mai, e sfrutta me per farsi traghettare da mio padre a mio figlio. Il mio scopo, invece, è di fare un’esperienza umana attraverso la vita.”
In ogni percorso iniziatico è centrale il tema della morte in vita e quello del corpo, cioè della vita organica che solo in esso si realizza; ed è così centrale perché il fine di quel percorso è di trasportare la vita dal piano organico a quello spirituale, facendo vivere non più il corpo, ma quel sé che lo abita, rendendolo padrone della sua vita invece di farsene sfruttare. Quel sé è un’entità, un Ente, che in quel corpo si è incarnato, il seme divino che, se c’è, deve di necessità prendere coscienza piena di sé. Altrimenti il corpo e l’intera psiche che ne emerge è vissuto ed usato dalla sua vita come un mezzo di trasporto per il suo viaggio nel tempo.
“Io sono la Vita”, ha detto il Cristo; ed intendeva che la sua condizione era di essere la sua vita, essersene appropriato per farne ciò che doveva, avendo saldato in identità i tre elementi che appaiono nella frase: io, essere, vita, ossia avendo acquisito la vita eterna (come la vita è per sua natura) nell’Essere individuato, e non più nel corpo. In altre parole, se la coscienza di essere individuo si sposta dall’io biologico residente nel corpo organico a quel seme o frammento dell’Essere divino che nel corpo si è prima incarnato e poi sviluppato, la vita da frammento particolare dell’assoluto si trasferisce alla sua radice, alla sua assolutezza stessa, ove essa – come si è detto – è “intrinsecamente inalienabile ed eterna”. È allora Vita, Via e Verità, realizzazione della “cristità” e dell’attributo divino “il Vivente (eternamente)” (al Hayy), indissolubilmente legato all’altro, “Colui che sussiste da sé” (al Qayyum), che afferma, di quella vita, l’autonomia spirituale assoluta (“in paradiso ci si va da soli”, è stato detto).

Ora, chi abbia realizzato questa condizione durante la vita biologica del proprio corpo, trasformandola in strumento della propria realizzazione (secondo la metafora del cavaliere spirituale e della sua cavalcatura), fin dove estende il suo diritto (e capacità) di disporne? Può togliersela per aver essa esaurita la propria funzione? E costituire ormai un inutile peso?
È una domanda che nel mistico compiuto, dunque nell’iniziato, trova la migliore risposta nell’atteggiamento di Giovanni della Croce di cui si è detto; e ciò perché egli ha raggiunto il “distacco” dal falso sé e dalla sua natura ed ascendenza umane (“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo”, Lc 14,26), e rispetto a questo ha perso ogni interesse. Di fatto egli ha lasciato la sua vita (se l’è tolta) ben prima di esserne lasciato e ha fatto del suo corpo una spoglia animata; è un Vivente, morto per esserlo (senso esoterico della “mortificazione”).

NOTE
[1] – Circa la relazione tra l’uomo esteriore (l’Io biologico) e l’uomo interiore (il Sé, o meglio il seme, divino rivelato), si veda anche la nota a “Durata e permanenza“.

Inaspettata meraviglia

Si è sostenuto che l’uomo abbia una necessità naturale di meravigliarsi e che essa sia alla radice del suo anelito al soprannaturale e dunque della sua religiosità; e comunque del suo stimolo alla riflessione e dunque alla filosofia, nella misura in cui il meraviglioso, pur nella sua bellezza e splendore, insinua dubbi [1], dato che appare inaspettato e sfugge alla previsione della logica.
Anche chi scrive, ammise: “io sto aspettando un fatto inaspettato!”, scoprendosi una volta in un desiderio di meravigliarsi così impellente da diventare ansioso e rendendosi insieme conto che spesso, di fronte ad eventi inattesi, si è costretti a dire:  “c’era da aspettarselo”.
Meravigliarsi significa che la ragione e il controllo sul mondo sono venuti meno, che un fatto nuovo e sconosciuto ha fatto irruzione nel proprio ordine e lo ha sconvolto; e dunque che occorre conoscere e riorganizzare coerentemente il proprio campo, o universo, di coscienza, il che costituisce un entusiasmante motivo di vivere. La meraviglia, portento ed enigma insieme, è vivificante.
Non è detto però che quel che è in grado di meravigliare sia meraviglioso… tra le cose che lo sanno fare, spesso, vi è l’eccesso di stupidità che produce certi eventi (come la guerra); e sono questi che – osservando le ragioni che solitamente muovono l’umano agire – fanno dire che bisognava aspettarselo: non contengono nulla di nuovo, infatti, se non la loro crescente insensatezza ogni volta che si ripresentano identici a sé stessi.
Ma vi sono meraviglie autentiche, e a queste si può attribuire il valore di rivelazioni a causa del loro contenuto numinoso ed intimo: ci si può stupefare facendo esperienza del sé divino sconosciuto… meraviglioso e stupefacente è l’inspiegabile; e l’inspiegabile, poiché sfugge alla comprensione razionale positiva, si presenta allora come segno del sovrannaturale che allude a sé stesso. Sorprendente è avere sentore della propria divinità… non quella che genericamente alcuni attribuiscono ad ogni umano, ma la propria, quella che nessun’altro possiede; e vederla con chiarezza indubitabile, con evidenza inoppugnabile quanto impossibile a credersi… in verità, la Verità è incredibile: il credente non la vedrà mai.

NOTE
[1]
– “Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia… chi prova un senso di dubbio o di meraviglia riconosce di non sapere, ed è per questo che anche colui che ama il mito è filosofo: il mito infatti è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia…” [Aristotele, Metafisica]

Durata e permanenza

Dio è.
Affermarlo non è una professione di fede, ma piuttosto un moto di stupore quando si realizza che Dio non fu, non è stato, e non sarà: in ogni istante Egli semplicemente è. La Sua eternità non si realizza in una durata indefinibile, ma nell’eterno presente, la cui durata è istantanea. Si dice perciò che “Dio vive al passaggio”.
Ugualmente, Egli non si trova in un altrove da cui ci si è allontanati, né verso il quale ci si muove. “È” significa dire che è qui, ed ora.
Dal momento che per la coscienza non è concepibile un mio qui ed ora che non si identifichi con “me”, Dio è nel sé che il cercatore è in ogni attimo presente: la coscienza “di esserci qui ed ora”, se attivata, diventa “coscienza di (avere) Dio in sé”.
Quando questa Verità emerge come rivelazione (e lo fa dall’interno [1]) non può lasciare intatta la percezione di quello che si considera “realtà”; la quale si chiama così solo perché ha una estensione dal passato al futuro, una “durata”.
Abbiamo altrove rimarcato come nulla possa avere consistenza se non occupa uno spazio per un tempo, cioè non abbia durata; ed abbiamo appena detto che Dio, anche se lo si concepisca come omnipervadente (il che non significa occupare spazi, ma essere lo spazio), non ha durata… ha permanenza; ciò che Lo sottrae alla percezione dei sensi umani ordinari, pur affermandone la presenza.
La differenza è che ha durata qualcosa che esiste cognitivamente anche se esce dal mio campo di coscienza, mentre ha permanenza quel che vivo come coscienza… ha durata l’altro da me, ha permanenza quel che io sono pur nel mio divenire, che mi rende mai identico a ciò che ero un attimo fa e che sarò tra un attimo. Io, come Dio, permango; il mondo esiste per sé, fuori di me, ed ha un decorso; ha permanenza, infine, ciò di cui ho coscienza qui ed ora, cioè il me senziente, stavolta con i sensi sottili.
Mentre il mondo contiene nascita e morte come punti estremi della durata, Dio, come me e in me, è eternamente vivo. Dunque io lo sono altrettanto nella mia parte essenziale che col divino coincide: il “mio Dio”, che è quel che Dio, in me, ha lasciato che cogliessi di Lui. Per questo motivo il problema dell’iniziato, in cui si sintetizza l’intera sua ricerca, è la Presenza, ossia la coscienza costante del proprio sé divino, dato che esso cessa di essere nel momento in cui se ne perde coscienza, per lasciar apparire il mondo “durevole”; il Sé divino, in estrema sintesi, è dunque la Coscienza di Essere quel che si è, Sovra-coscienza individuata.

NOTE
[1] – Dio, come fa il campo magnetico della Terra, emerge scaturendo dal nucleo (il “cuore”, qalb) di colui in cui alberga per poi generare un campo spirituale col quale avvolgerlo completamente, sicché da contenuto se ne fa contenitore, protettore ed abito invisibile, come direbbe Eckhart. Il segreto si rivela solo al suo ospite.
Però questa effusione di divinità – essa sì – “occupa” o piuttosto costituisce invisibilmente uno spazio, produce un’atmosfera entro la quale può essere immersa la “realtà durevole”, il creato, compreso l’uomo organico. Se questi contiene il seme del divino, bagnato da questa effusione esso germoglia e si effonde a sua volta: nella Tradizione questa “effusione spirituale” si chiama “baraka” e costituisce (ed in sostanza esaurisce) l’insegnamento impartito dal maestro ed il frutto delle pratiche.

Voluntas Dei

Ci vuole una volontà ferrea e costante per riuscire a liberarsi della propria volontà e dire: sia fatta la Tua! nel senso particolare che equivale a dire: kun faya kun, sia ed è! passando dalla passività alla consapevolezza di essere semplice attività, ossia movimento dell’Essere.
Ci vuole una volontà attiva (che per alcuni corrisponde all’avere fede) per ottenere l’abbandono dell’essere nell’Essere e con ciò la potenza, in quanto potenzialità espressa guidata dall’intenzione. E questo abbandono si ottiene quando la propria volontà coincide con ciò che sarebbe stato comunque, e che chiamiamo “volontà di Dio”.
Se questa propria volontà è espressa prima che l’evento voluto si realizzi, viene chiamata profezia; se contemporaneamente, magia o miracolo.
Ma si  raggiunge la saggezza quando non si esprime più alcuna volontà, dato che è inutile, una volta che si sappia che essa è la stessa “volontà di Dio” e che essa si compie nel momento stesso in cui se ne sente sopraggiunta l’intenzione: pensiero ed azione diretta [1]. Inoltre la volontà è indirizzata sul mondo esterno, determinato ed “altro” rispetto al volente, il quale, una volta estinto l’io psichico ed essendosi immerso nell’assoluto, non ha alterità sulle quali desideri o possa agire: egli fa quello che è lui stesso, nello spazio/tempo assoluto.
Ciò si traduce nell’essere sostanzialmente tramite degli avvenimenti e dunque realizzatori della “volontà di Dio” senza interferenze, e si realizza nella mera presenza, per cui al figlio di Dio realizzato non resta che vivere, pienamente ma semplicemente ed anzi essenzialmente, tuttavia essendo, questa sua vita anonima ed invisibile, preziosa per la manifestazione del divino. Ciò perché vivere non è più fare consumando un tempo, ma è soltanto essere nel qui e ora perenne.

NOTE
[1]“Quando io mi spoglio della mia volontà… senza volere più nulla per me stesso, bisogna che Dio voglia per me: se mi trascura, egli trascura se stesso. Così è sempre: quando io non voglio nulla per me, Dio vuole al mio posto. Ma… che cosa vuole Dio per me, quando io non voglio nulla per me? Se io ho rinunciato a me stesso, bisogna necessariamente che egli voglia per me ciò che vuole per Se stesso, nel preciso identico modo e né più né meno di ciò che vuole per Se stesso“.
[Eckhart]

Fame d’odio

È stato detto che chi nutre odio, beve un veleno nell’assurda speranza che ne muoia il proprio avversario.
In effetti gli odiati, viceversa, se ne nutrono; perchè alcuni sono siffatti che della negatività fanno alimento di cui prosperano, come si dice facciano i gatti. Forse inconsciamente, essi allora suscitano quell’odio per sopravvivere e a volte ne diventano famelici.
A questo genere di persone appartengono certo i tiranni, che attraverso l’odio conquistano posizioni eminenti dalle quali possono suscitare l’odio di interi popoli, nel quale prosperano e ingrassano.
Chissà se esiste il modo di difendersene senza odiarli, in modo di sfinirli affamandoli… forse non è cosa umana, perché le loro provocazioni sono spesso mortali. Però si può riflettere, inumanamente, di come essi siano operatori inconsapevoli, schiavi, di certa necessità di veleno di cui abbisogna il mondo per produrre anticorpi utili all’attraversamento  di luoghi, cosmici ed intimi, perigliosi, oscurità dell’anima i cui miasmi sarebbero altrimenti letali. L’odio non è che l’emergere di questi miasmi ctonii; il che può essere sanificante perché rivela nei singoli il tiranno interiore, nutritore e provocatore d’odio: ognuno beve il veleno che produce per ucciderlo uccidendosi.
Le guerre esterne manifestano le guerre interiori e ne sono insieme il prodotto e la possibile catarsi. Certo è che – comunque si riesca a risolvere quelle esterne – quelle interiori sono guerre che vanno combattute e dalle quali deve uscire un vincitore. Le pacificazioni interiori sono spesso compromessi con il proprio tiranno e il risultato è una vita fatta di ipocrisia e di paura, che forse, in questa fase di fino ciclo, non è più consentito sostenere… e se così fosse, ciò potrebbe drammaticamente, ma ragionevolmente, valere anche per le esterne.
E infine quel che succede fuori è il prodotto di quel che succede dentro, sicchè guardar fuori deve servire a vedersi dentro; e a guardare ciò che è l’uomo e inorridirne, a volte, è la Necessità (o la Nemesi!) a imporlo.