Ancora sull’invisibile

All’interno del mondo manifestato esistono cose invisibili perché nascoste alla vista da altre cose: queste cose costituiscono l’occulto.
Ed esistono cose visibili anche se non hanno consistenza materica: queste cose costituiscono il sogno, o a volte l’allucinazione o l’inganno ottico, l’illusione.
È molto umano confondere il sogno con la realtà, come scambiare l’occulto con l’invisibile. Capita persino che si nasconda qualcosa alla vista (e alla conoscenza) e la si dichiari poi “segreta”, ignorando (a volte dolosamente) che il Segreto (Sirr) risiede nell’Invisibile.
Succede che entrambi questi aspetti del mondo costituiscano un impedimento severo all’accesso all’Invisibile, che è un diverso livello di manifestazione. Hanno infatti la facoltà di occultarlo, fingendosene espressioni.
L’attività onirica non è l’attività visionaria capace di accedere all’Invisibile, anzi la impedisce. L’immagine del sogno si frappone tra lo sguardo visionario e il suo oggetto, gli ruba l’attenzione e lo sposta dal suo obiettivo, che è propriamente il Segreto.
Il sogno risponde all’esigenza psichica di elaborare i vissuti; in quanto attività psichica è legato all’organico, in quanto elaborato del vissuto è legato a questo mondo. Quindi permette l’accesso all’occulto somato/psichico. La sua interpretazione psicologica insiste su questo mondo, lega a questo mondo, lo rende centrale e indispensabile esaltando la relazione egoica con esso.
Qualcuno insegnava ad acchiappare il sogno per la coda quando sta per dileguarsi, per farsi portare nei mondi in cui esso origina; luoghi pericolosi, in cui è facile perdersi, che sono però nient’altro che luoghi della mente.
A volte lo spazio mentale che in genere il sogno occupa può essergli strappato dalla visione, ma ciò accade quando lo sguardo visionario riesce a penetrare i veli. Il velo più pesante è il sognatore stesso, il suo psichismo organico, il suo pesante Ego che pretende ogni attenzione e non tollera che gli sia rubata dal Vero.
Il Segreto si protegge con la manifestazione: abbaglia la visione con la vista delle fantasmagorie del suo mostrarsi. Il mondo manifestato è il sogno che Dio fa, secondo alcuni… L’uomo è fatto della materia di questo sogno, e se ne inganna perché si vede “reale”. Vedersi reale e “formato”, delimitato, è la qualità che definisce l’Ego, ed è cosa alla quale – si è detto più volte – rinunciare equivale concettualmente a morire. L’uomo è un’illusione a se stesso che gli impedisce la visione del Vero.
Il Segreto è oltre questo; lo sguardo visionario che non si lascia ingannare perché non se ne distoglie, alla fine lo penetra. E – anche questo si è detto – il Segreto è Altrove, ma Altrove è nelle profondità del Cuore (Qalb). Cercare se stessi non è cercare l’occulto nel proprio inconscio, è cercare il Segreto della propria Verità (Haqq).

Il tema della visione dell’invisibile

Non si può vedere l’invisibile, così come non si può dire l’ineffabile.
È una questione non filosofica, ma fisica: una questione di frequenze e di capacità sensoriale di cogliere solo porzioni di “possibile”. Dunque ciò che alla coscienza sensoriale non risulta, di fatto potrebbe essere, ma non essere colto.
Altra cosa è però confrontarsi con il non-essere, che non è colto perché non è.
Come si può esprimere ciò che risulta come la rivelazione che il solo unico vero Essere è il Non-essere?
Non si può prendere l’invisibile e calarlo nel visibile per renderlo tale… Cambierebbe stato di manifestazione, diverrebbe altro, diverrebbe manifestato e la sua essenza di invisibile rimarrebbe comunque tale perché inafferrata.

Tutti gli esseri appartenenti al medesimo stato di manifestazione sono reciprocamente visibili, o altrimenti percepibili. Non così avviene tra diversi stati e livelli. Allo stesso modo, all’interno dello stato di non-manifestazione tutti gli esseri (a rigore: non-esseri) si percepiscono tra loro e possono rendersi visibili, immergendosi negli stati inferiori, agli esseri che partecipano della sostanza di quegli stati. Allo stesso modo l’Essere che appartenga allo stato di manifestazione che chiamiamo mondo può vedere l’invisibile solo accedendo egli stesso allo stato di invisibilità, che non è una caratterstica in sé, ma è la pecularietà di chi appartenga a stati di manifestazione superiori a quello da cui si osserva. Dunque non si tratta di diventare invisibili, ma di assumere (o meglio: essere investiti da) uno stato più elevato, la cui vibrazione è superiore a quella percepibile dallo stato sensoriale umano ordinario.
Il non-manifestato, sebbene sia lo stato originario passibile di manifestazione, è a causa della pienezza delle possibilità (Potenze) di cui dispone, per questo tuttavia lo stato più elevato che costituisce anche l’obbiettivo dell’ascesa. Si tratta di un ritorno all’origine.

Quella che chiamiamo visione, ed ogni percezione in generale, presuppongono l’alterità tra vedente e veduto, percipiente e percepito. Ma nei mondi sottili ove la limitazione degli aspetti formali organici è trapassata, la percezione è identificazione, perché nel Tutt’Uno non vi è alterità possibile.
Così se un essere appartenente all’invisibile si rende visibile, non può che farlo incarnandosi, cioè inabitando la forma di colui al quale si rende visibile, sicché questi non è più distinguibile da chi lo inabita, sebbene la sua forma resti invariata. L’invisibile rimane perciò tale perché nascosto nelle profondità (Sirr) di colui nel quale si cala e che, solo, lo “vede”. La visione del fotismo corrispondente è quella del colore verde.
Questo è il meccanismo che lega l’Afrad al proprio maestro Al-Khidr a livello sottile, e che gli consente la transizione tra stati, trasportatovi dallo Spirito del Maestro (è il senso del miʿrāj ), finché l’identificazione non si stabilizzi in modo permanente. Il nero, colore esterno (il verde è all’interno) del mantello di Al-Khidr, corrisponde all’invisibile, o al non-manifestato, ciò di cui, appunto, Egli si ammanta.

Per il Figlio di Dio che si trova nello stato di umanità, il guadagno di uno stato spirituale (o livello di manifestazione) diverso dall’usuale, corrisponde – lo si intuisce – a un ampliamento, a una dilatazione dei limiti formali dell’individualità, per il fatto che l’inabitazione in lui dei mondi superiori lo richiede. In questo caso si tratta di una questione puramente spaziale, come d’altronde appare logico all’interno dello stato di manifestazione che chiamiamo mondo, in cui impera la dimensione spazio/temporale.

Si consideri che nel Tutt’Uno gli stati di manifestazione e di non-manifestazione sono in numero indefinito e tutti simultaneamente presenti, come gli Enti che ne sono parte costituiva ed espressione. Ancora una volta si vede come essi possano essere attraversati, conosciuti ed interpretati in termini di Servizio solo da quella entità che qui chiamiamo Coscienza/Ente, la quale non ha bisogno di essere manifestata per vivere e alla quale è perciò attribuibile veritieramente il titolo di Vivente.

Nei non-luoghi

La coscienza liberata è coscienza di essere nel non-essere. La chiamiamo Coscienza/Ente per questo: una definizione nell’indefinibile.
Se è consentito l’accesso dell’essere individuato (in quanto manifestato in una “forma”) al non-essere, questo Ente ritrova la sua originaria essenza di “possibilità”, ovvero torna ad essere Potenza non-manifestata. Ma vi torna con la coscienza di questa appartenenza, senza la de-limitazione che l’individuazione impone.
Coscienza del Tutt’Uno, contenente l’interezza delle possibilità, tra le quali quella di manifestarsi di nuovo, non necessariamente nel precedente stato di manifestazione (intendiamo qui nel luogo fisico “mondo”).
Ogni Figlio di Dio deve assomigliare al Padre, per propria natura di discendenza; quindi possiede indefiniti stati di manifestazione potenziale, alcuni dei quali egli ha scelto (o ha dovuto accettare) di realizzare, lasciando tutti gli altri allo stato di potenza.
Quindi ogni Figlio di Dio partecipa del mondo visibile con la propria manifestazione individuale e materica, “formale”, mentre partecipa del mondo invisibile (non-manifestato o increato) ove è a contatto sostanziale con altri Enti.
Intendiamo con “contatto sostanziale” la compartecipazione alla sostanza (l’esser costituito di essa) di quei non-luoghi con chi vi abita in stato di Potenza; contatto è parola che presuppone individualità definite, quindi formali, ed è inesatta, usata solo per intenderci: questi Enti sono infatti Coscienze disincarnate, ma capaci di rendersi “atto”, per volontà o servizio.
Il prototipo di Esse è il “Maestro Invisibile”, ovvero Al-Khidr/Elia, al quale è infatti attribuita la capacità di mostrarsi (manifestarsi) nelle più diverse forme, ogni qual volta ciò sia necessario.
Rispetto al Figlio di Dio di cui si diceva, Al-Khidr rappresenta quella parte che non-manifestata nella dimensione organica di lui, resta allo stato di Potenza. Al-Khidr è la Potenza (e la Potenza può essere percepita umanamente come potere), ed è Lui sempre nelle varie forme di messaggero che assume, tramite tra il creato e l’increato; ma non perché questi mondi siano realmente separati e bisognosi di trait d’union, ma perché la Coscienza/Ente che Egli è inabita il Figli di Dio nell’unione nel Tutt’Uno. Tutti i Figli di Dio sono dunque, insieme, quel Tutt’Uno nel complesso, ovvero nella Sua Totalità indefinitamente graduata. Perciò ad essi solo Egli risulta (se vuole) visibile (non alla vista ma alla visione), o più esattamente presente: “risulta” è infatti un termine usato per significare: “è presente, e come tale è evidente e reale“, che sia visibile o no. Questa Presenza si fa a volte tanto costante da non poter essere definita “altro da sé” da chi la ospita.

L’inabitazione delle Presenze invisibili, che corrisponde nell’Afrad[1] alla condivisione di stato spirituale del Maestro archetipico, deve avvenire nella “forma” corporea, quindi coinvolge il piano organico e in particolare il sistema cardio-circolatorio; come afferma Kubrà – “il sangue è il trono dello spirito“, per cui “le vene si aprono, si gonfiano di sangue e si spaccano, perché non resta loro più posto per contenere lo stato spirituale“; ciò mentre chi è oggetto di questa manifestazione invisibile, o Presenza, resta “inerte come un essere inanimato immobile[2].

NOTE
[1] Afrad è un nome coranico che significa “unico”, “ineguagliabile”, “senza pari”. Deriva dalla radice F-R-D (“singolo”, “solo”, contrario di “plurale”) che è usata in un certo numero di passi nel Corano. Nella Tradizione indica quelli che non hanno altro Maestro che Al-Khidr, i Solitari.
[2] – Da “Fawatih al-Jamal wa Fawa’ih al-Jalal“.

L’invisibile

All’interno del Non-visibile, che è uno dei mondi del Non-, stati di Non-manifestazione, la visione avviene nel Sirr, il Segreto, che ne è l’organo sottile, collocato nelle profondità del cuore, qalb; quindi piuttosto nel Segreto più intimo. Sottile perché invisibile e tale perché appartenente al mondo non-manifestato, ove esso si trova “in Potenza”.
Mentre nel mondo manifestato la trasmissione della luce avviene attraverso quella vibrazione che assume la forma fisica dell’onda e che colpisce l’occhio, qui si tratta di immediata appercezione dello stato spirituale che costituisce l’Essere del (e nel) Non-essere, il Tutt’Uno, a testimoniare come il Sirr sia di quella medesima sostanza[1].
A proposito della “trasmissione degli stati spirituali” nella relazione (del tutto intima anch’essa) tra maestro e discepolo, dire che si tratti di una trasmissione anche qui, è dunque inesatto, nella misura in cui il Non-essere non può manifestarsi (né dunque trasmettersi) senza rinunciare al proprio stato; sicché è il percipiente ad accedere allo stato di Non-essere, e questo spiega l’insistenza, nella Tradizione, sul concetto di fana’. Solo che qui si vede come l’estinzione dell’Ego sia la realizzazione (non manifestata, dunque segreta) dell’Essere del Non-essere; e come questa realizzazione sia nello stato di possibilità nel Segreto del servitore fin dall’inizio.
Il Sirr è mistero più di quanto sia segreto, in quanto varco sul Non-essere, il quale è invisibile agli occhi di chi si trovi nello stato di manifestazione che chiamiamo umanità. Ma più che porta d’ingresso esso deve essere concepito come “luogo dell’Unione”, o forse più esattamente Non-luogo. Questo Non-luogo, ove è il Non-essere, è dunque – lo ripetiamo – nella potenzialità del Figlio di Dio fin dall’inizio; anzi è l’elemento qualificante a dichiararlo Figlio[2].
Sicché la trasmissione è più esattamente condivisione dello stato spirituale, ma è una condivisione del Non-essere, ove in Verità il maestro risiede; e allora il maestro è il Non-essere stesso.

NOTE
[1] – Si intende qui: nello stesso stato tra i molteplici e indefiniti stati possibili della Totalità.
[2] – Nello “stato di manifestazione umana”, questo Non-luogo è percepito dal viandante come “vuoto”, e – come altre volte si è rilevato – può essere fonte di angoscia sinché non venga magistralmente rivelato per quello che è (metafisicamente ed esotericamente).

Concretezza

Chiunque cerchi sé stesso guardi altrove; guardi l’altrove che è dentro di sé e che non è.
L’Essere è nel Non-essere, ne è un contenuto.
La Potenza è la pienezza delle possibilità: di Essere e di Non-Essere. Senza il non-Essere, l’Essere è mutilato. Solo l’Unità è nella piena disponibilità della Potenza, cioè nella Libertà.
L’uomo vive quel che è, ossia quella parte dell’Essere che si manifesta in lui, e considera realtà il Manifestato; ma la sincera aspirazione del viandante è di accedere al Non-essere, la parte non-manifestata in lui dell’Essere. Nell’accesso al non-manifestato il viandante intuisce di poter conquistare l’interezza del Tutt’Uno; egli si percepisce come porta sulla Totalità.
Il Non-essere non è negazione dell’Essere; né il Non-manifestato è negazione del manifestato… Ove appare il NON- è la Verità, il Reale che completa e ingloba il visibile.
Il viandante cerca l’Invisibile. Cerca principalmente il NON- in sé, e lo cerca non per vederlo – che è impossibile per definizione – ma per esserne visto.
Nulla è più concreto di ciò che è nel non essere.

Oppure

Il Vero ti possiede. Oppure ti ignora“, si è detto qui.
Se ti possiede riempie il tuo cuore di servitore, che hai potuto e saputo innalzare al centro del cervello.
Colà Lui si impone, non puoi non pensarLo, e, di più, non puoi evitare che ti pensi… Lui è la tua mente.
Non puoi evitare che palpiti in te, è il tuo cuore: “La tua Vita sono Io“, afferma con l’esserlo, con imperiosa dolcezza.
Ti scoppia il cuore in testa e ti travolge un’onda di pace… sperimenti la morte che dona la Vita, e sai, apprendi, conosci! che è questo ciò che accade in ogni attimo della tua permanenza eterna: l’Essere Vivi mette a repentaglio la vita.
Oppure” non c’è più, non ci sono opzioni: al Vero nulla è alternativo.

Ogni sistema frutto del pensiero umano, che sia filosofico, o psico-analitico, o sociologico, o antropologico; o che sia piuttosto una sintesi come lo è un’opera d’arte, è sempre opera di un individuo.
Nella Scienza Spirituale gli individui non contano, sono accessori interferenti; per questo nessun sistema frutto del pensiero umano può pretendere o tentare di accedere all’oggetto di indagine della Scienza Spirituale, che è il Vero.
Il Vero è per definizione infinito, illimitato e totale e dunque non può essere indagato, né osservato dal di fuori: non ha un “di fuori“. Può essere visto solo dal di dentro. Anche dal di dentro si hanno però punti di osservazione diversi e parziali, che i diversi osservatori (visionari) integrano per ampliare al massimo la loro visione.
Ciò accade tra i maestri veri, la cui fratellanza è espressa dalla condivisione non già del pensiero, ma della visione, sulla quale tacciono mentre la condividono, donandosela reciprocamente per ampliarla. Tra i maestri veri non ci sono dispute.
Ogni maestro vero vede l’altro maestro vero e questo basta: essi donano al fratello la visione della propria visione… e poiché ognuno di essi è la visione che ha, ognuno dona al fratello la visione di sé.
I maestri – è stato detto – non ci sono.

Pesanti frammenti

Ogni frammento di Verità colto o rivelato, è un peso che diventa presto insostenibile per chi lo porta; impone perciò di liberarsene. Non può essere trattenuto, deve essere ceduto e – se chi lo ha ricevuto è in grado di farlo – essere dichiarato (reso chiaro).
Possedere la Verità è un’illusione: se si riesce a sostenerne anche un atomo per più di un minuto, non è Verità.
Il Vero ti possiede. Oppure ti ignora.
Il Figlio del Vero è come una bottiglia piena di acqua di mare: se la si considera come oggetto individuato, essa è qualificata dall’acqua che contiene; se viene immersa nel mare, contenuto e contenitore sono della stessa sostanza, separati dal vetro della bottiglia. Quel vetro è allora il solo elemento che individua perché confina una parte dal Tutto… ma che senso ha?
Così chi possiede una scheggia di Verità (l’acqua nella bottiglia) deve prendere atto dell’inutilità dell’involucro (il vetro) che la propria individualità è, e il desiderio di immergersi nell’interezza del Vero corrisponde al volere il Tutto rinunciando a una parte inutile. Perciò un Maestro diceva ai Suoi: “Dovete volere Tutto!”, e nessuno capiva che intendeva dire: “Dovete volere di essere niente!”. Perché volere qualcosa è, nel lessico umano, voler possedere…
Essere niente è l’esatto opposto di “non essere”, perché l’infinito non ha confini, non ha vetri di bottiglia a delimitarlo per renderlo individuo, e parziale. Il niente è non individuabile.
L’individuo totale è al Insan al Kamil. Niente e Tutto. L’individuo totale si mostra come niente, e dunque non si vede.

Sui processi di trasformazione

Lo stato umano è uno tra i molteplici stati dell’Essere. Non è di per sé privilegiato: è uno “stato di manifestazione”, accanto a innumerevoli altri, che possiede sue prerogative e suoi confini, che non lo rendono superiore agli altri, ma semplicemente coesistente.
Che questo stato sia al centro dell’umana attenzione dipende dal fatto che è la condizione nella quale l’uomo si trova, e all’interno dei confini della quale sviluppa la sua coscienza naturale.
Detto questo, l’idea che il coronamento di un percorso spirituale riuscito sia la trasmutazione del viandante all’interno di questo stato, quasi a guisa di un processo alchemico, per il quale la natura plumbea debba mutarsi in natura aurea, è alla base di molte delusioni tra quelli che lo intraprendono.
La ragione è nel fatto che questo tipo di mutamenti avvengono nell’ambito naturale e il fatto che un “metallo” si muti in un altro, non toglie il metallo dalla sua condizione che è pur sempre di appartenere al regno minerale, a quello stato dell’Essere.
Non diversamente è per l’uomo, che pur mutandosi nell’esistenza, resterebbe imprigionato nel regno umano. L’equivoco di fondo, in molti, è che si possa cambiare senza cambiare nulla di sostanziale.
La questione è diversa e richiede, per essere spiegata, un artificio mentale che consiste nell’analizzare (cioè fare a pezzi) ciò che è totale ed unitario.
L’uomo naturale possiede una coscienza, la quale si modula anch’essa in diversi stati, come si è detto qui più volte; potremmo chiamarla “coscienza dell’esistere”. L’uomo “figlio di Dio”, possiede anche un’ulteriore coscienza, che potremmo chiamare “coscienza dell’essere” che in condizioni normali è offuscata, o relegata nell’ambito non dell’incosciente quanto del sovracosciente: comunque inattingibile senza un’attivazione. Si tratta non di una coscienza dello stato umano, ma di una coscienza dello stato complessivo dell’Essere nella Sua globalità cosmica, di cui lo stato umano è – come si è detto – un livello di manifestazione.
I processi spirituali veri accendono questa coscienza (quando c’è) e la sviluppano fino a renderla, prima, totalmente attiva, e poi sovrana rispetto all’altra, quella dell’esistere, realizzando nel servitore la Realtà (o Verità).
Si tratta allora di una realizzazione che avviene nella Coscienza dell’Essere, e non muta la sostanza naturale umana, ma se ne svincola, liberandosi.

Chi scrive ebbe modo di affermare, molti anni fa, che “La conoscenza consiste nello scoprire da sé e per sé quello che tutti sanno.” Con la parola “tutti” si alludeva ai maestri della Tradizione, quelli “eterni”, o più correttamente “permanenti”.
Chi realizzasse la Coscienza piena dell’Essere scoprirebbe che prima di lui questo stato era stato descritto da alcuni di loro. Dice, ad esempio Ibn ‘Arabi: “La realizzazione è un mutamento d’attributi, non già d’essenza“, e ciò per dire che essa è già piena nel Figlio di Dio fin dall’origine nella sua essenza, ma egli ne diviene consapevole pienamente solo alla propria realizzazione, la quale consiste nella liberazione della propria Coscienza di Essere (Coscienza/Ente); in altre parole la coscienza dell’essere, sviluppa la sua potenza nell’affermarsi quale Coscienza di Essere, che non esclude l’umano ma lo supera inglobandolo.
Si tratta dell’acquisizione degli attributi dell’Essere (che è Uno e quindi è anche in Suo figlio), che si traduce nella piena presa di possesso di quest’ultimo da parte di Lui (Huwa), che diviene “l’Agente che opera per te, in te e con te“; ciò mentre gli attributi di natura (e di stato umano) che costituiscono la personalità (lo psichismo che emerge dall’organico) vengono soppiantati. Lo stato umano resta così uno stato di coscienza.
L’individualità non viene persa, ma anzi si afferma nella sua trasformazione: nell’Uno non c’è che individualità, infatti, ma pure nell’Unico non c”è altro che Lui (Huwa).

Dispute

È detto nella Tradizione che quando il servitore che abbia Conoscenza parla in virtù di Essa, non sono ammessi contraddittori. Se tuttavia qualcuno che non ammette questa regola obietta, massime se utilizza argomenti filosofici oppure logico-razionali, il Conoscente tace e potendo si allontana. Lo fa per due motivi: l’inutilità della discussione in sé e, soprattutto il fatto che il suo parlare è solo un mezzo per diffondere baraka, quella specie di grazia che è effluvio ed influenza spirituale; baraka infatti emana solo in particolari “stati” (spirituali e di coscienza) che non possono essere conservati se si scende sul piano della disputa e dell’uso logico della “mente minore”. Per chi non vuole convincere nessuno né informare, ma solo emanare un’influenza come mediatore, discutere è impedirsi il servizio cui è chiamato, è siccome egli non ha altro scopo nella propria permanenza che questo, si ritira per riservatezza e pudore, e per assoluto disinteresse. Così faceva un tale che portava una protesi acustica perché era sordo: al minimo accenno di discussione tra i presenti, se la toglieva per non udire e si chiudeva in assoluto silenzio.

In questa epoca di comunicazione compulsiva e altrettanto compulsivamente demo-populista, la rinuncia alla discussione è considerata ammissione di sconfitta dialettica, in piena ignoranza dei motivi di autorevolezza spirituale di colui che parlasse, dato che i parametri di attenzione sono modulati non sull’ascolto (men che meno interiore) ma sull’obiezione successiva da farsi. Sicché quel Conoscente tacerebbe a priori, affidando il diffondersi della “emanazione spirituale” a qualche scritto dentro il quale chi lo ricercasse possa trovarla.

Per impazienza

Forse è il tempo del venir meno del caduco e dell’effimero: una specie di autunno che lasci spogli fusto e rami, il permanente, il necessario, l’assoluto; quello da cui il futuro contingente relativo tornerà a germogliare, quando sarà il tempo.
Questo accadimento è, nella Tradizione, da sempre il coronamento di percorsi spirituali del tutto individuali e particolarmente intensi, speciali in quanto ad “assistenza” ricevuta; ma si dice che un tal fatto riguarderà l’intera umanità. In verità è stato detto per il tempo attuale, e pare che alcuni segni lo confermino.
Privare però l’umanità del superfluo a favore dell’assoluto non comporta di necessità che essa, tutta, raggiunga la realizzazione, quello stato di “sussistenza immutabile” o “permanenza” nel quale l’occhio del cuore possa acquietarsi immerso nella visione della Realtà Essenziale… perché per la gran parte dell’umanità è essenziale il superfluo, e dunque venirne privata equivale a morire. Forse perché quell’umanità è fatta di quella stessa sostanza, superflua essa stessa a se stessa… Ma Lui sa meglio.
Viceversa, l’apparire dell’assoluto nella sua imperiosa ineluttabilità impone che solo l’assoluto sussista e permanga, di modo che saranno realizzati (completati), tra gli umani, solo quelli che appartengono all’assoluto per loro natura e sostanza; la loro realizzazione sarà compiuta nell’apparire proprio di questo “loro” assoluto. La Verità rivelerà la loro natura essenziale, semplicemente, e si mostrerà loro come tale nell’occhio del cuore.
Tornerà a germogliare il nuovo “relativo” quando, al solstizio della primavera spirituale, il Sole nuovo (un nuovo Cristo incorporeo, impersonale e senza necessità d’incarnazione, il “Vero senza creatura”) prenderà ad illuminare la così detta Nuova Creazione.
Siamo a questo, secondo quanto è stato detto nei millenni. Non è necessario però che qualcuno se ne accorga, anzi… l’apparire della notte rende invisibile ogni cosa, ma ogni cosa continua a scorrere secondo la propria legge interna senza essere vista. Una transizione di tale portata sarebbe certamente invisibile, alla stessa stregua… nella notte ognuno accende la lampadina che vuole e vede quello che vuole vedere; l’assoluto, da sempre, intanto si muove nel nero dell’increato.
Quelli che attendevano questo momento (pur se inconsapevolmente), intuiscono però muoversi nelle zone d’ombra le presenze attuatrici di questi eventi. Se ne inquietano, anche fisicamente, ma non per paura, quanto per impazienza, per voglia di partecipare attivamente… È un’inquietudine simile a un brivido o a un fremito che ricorda quello che agita la farfalla che si va liberando dal bozzolo. Un fremito leggero ma capace di squassare ogni solida apparenza, ogni materiale vacuità.