La leggerezza dell’Amore

La parola “Amore” dovrebbe essere usata con meno leggerezza.
Dovrebbe stare a indicare esclusivamente quel desiderio appassionato di fusione con l’Essere che è la sua ragione ontologica di attrarre, e che, sul piano umano si manifesta come desiderio sessuale, di unione fisica.
Gli appassionati sanno che, mentre questo desiderio deve essere soddisfatto, se la soddisfazione consiste nel raggiungere l’Essere dell’altro, risulterà frustrata (ché l’Essere non è di nessuno): la sessualità è cosa legata alla Natura e si traduce in una funzione conservativa e riproduttiva che essa impone, utilizzando al proprio fine l’anelito alla trascendenza. Però agli amanti resta un’illusione di fusione durata un attimo, che – se davvero prodotta dall’Amore – calmerà la fame per qualche tempo, e poi si riproporrà prepotente. E ai più fortunati si svelerà la ragione vera della loro bruciante attrazione… la fusione (e l’annullamento conseguente) superano il piano sessuale perché superano quello meramente umano.
Tutto ciò che non può essere descritto in questo modo, dovrebbe essere descritto usando locuzioni diverse che escludano la parola “amore”. E questo produrrebbe forse un cambio nella percezione dei propri sentimenti, un panorama cognitivo più dettagliato e definito, senza sfocature.
Anche le azioni dettate da questi sentimenti potrebbero essere distinte da quelle provocate dall’Amore. Perché le prime risultano fine a se stesse, le seconde sono un mezzo per raggiungerlo, quel fine: chi “ama” la buona cucina va al ristorante per mangiare bene, mentre chi ama il suo (o la sua) commensale lo fa come viatico per un incontro che vuole più intimo…
L’Amore per l’Essere è, nella condizione umana, sensuale; e resta tale anche quando si scopre che non è la sessualità il mezzo giusto per soddisfarne la passione ardente.

piastrella
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Smagliature

Per chi è “in cammino”, ed è attento, ogni evento è un segno, ed ha un suo significato recondito che non sempre si riesce a trovare.
Tra quelli in cammino, ci sono certi il cui cammino richiede frequenti visite al mondo contiguo che chiamiamo Altro Mondo e che altri chiamano mundus imaginalis. Immaginale non è, non ci stanchiamo di ripeterlo, immaginario, anzi il contrario.
Tuttavia, pronti che si sia a farci un salto seppure in veste turistica, non è facile passare il confine. Il confine dei due mondi è infatti segnato da una membrana che è il limite delle coscienze, quella di qui e quella di lì, che si toccano.
Usualmente, utilizziamo la coscienza di qui, che è rassicurante e grazie alla quale abbiamo costruito il mondo che più ci aggrada (a volte è un inferno, ma ci aggrada!); come convincerci ad abbandonarla per andare “altrove”? E’ un po’ come uno che conosca una lingua e stenti a produrre la stessa fluidità di pensiero in una lingua diversa, quella del paese in cui si sta recando e che non conosce granché.
Ma supponiamo che, in “quel” mondo vi sia qualcuno che ha proprio bisogno di incontrarci, intanto per dirci delle cose, e poi – forse – per rassicurarci sul fatto che ci conosce… c’è una storia a riguardo che si racconta nella Tradizione, quella dell’isola verde in mezzo al mare bianco… Ebbene, per vincere la nostra ritrosia a rinunciare a una forma mentis e accedere a un nuovo stato di coscienza, ha bisogno di aprire una “porta” nella membrana che separa i due mondi.
Occorre allora creare uno shock, una rottura del tessuto della coscienza – una smagliatura –  molto simile a quello strappo nella struttura dello spazio/tempo descritto dalla fisica e che si chiama ponte di Enstein-Rosen. Perché ogni coscienza è un mondo, e ogni mondo una coscienza.
Per l’uomo in cammino, attento, questo shock può essere determinato da un fatto inaspettato, a volte un vulnus, che rompa l’equilibrio psichico fondato sulla stabilità degli elementi attorno a sé… ad esempio, che meglio dell’inaspettata rivelazione del tradimento del partner, o ancor di più un furto del denaro e dei documenti di identità? Chiunque ne abbia subìti sa dello smarrimento che questo crea per un periodo di tempo variabile… sembra di essere piombati in un sogno. Ed è appunto così: quel sogno è il mundus imaginalis. Che cosa vi accada, in quel periodo, è esperienza individuale, spesso di un incontro: fondante, trasformativa, decisiva a volte.
Ora, l’uomo in cammino, di questi eventi si rallegra più di quanto se ne rammarichi, proprio perché aprono le porte… gli altri, gli uomini… fermi, chiedono la pena di morte per i ladri e i fedifraghi.

Sapienze

Nell’ambito delle scienze spirituali (o studi interiori) esistono due tipi di conoscenza perseguibili, l’uno consistente negli esiti di uno studio appassionato e intelligente dei testi sacri e degli antichi sapienti; l’altro ottenuto come dono in base al raggiungimento di un certo “stato spirituale” in modo diretto, una scienza infusa.
La differenza tra i due è principalmente nel fatto che lo studioso impara e poi applica, e l’esito positivo di questa applicazione testimonia della veridicità dell’insegnamento ricevuto; mentre il sapiente sa mediante l’applicazione (fa senza sapere e dal suo fare impara). Se poi studia gli antichi, scopre che anch’essi dicono di aver visto farsi le stesse cose, e così si rafforza nella convinzione che ciò che fa (e sa) è la Verità, che nella Sua immutabilità, si rivela nei tempi.
Questi saggi (antichi e contemporanei), solo raramente speculano; e se lo fanno, lo fanno a posteriori. Più spesso registrano e documentano il loro stato, man mano che esso muta sotto la spinta dell’energia spirituale che in loro progressivamente si incarna, lasciandone testimonianza.

Il colto sa e poi sapientemente fa; il sapiente fa e poi veridicamente sa. Il primo guida sule vie essoteriche, ai Piccoli Misteri; il secondo al Segreto dei Grandi Misteri.

 

 

Chiasso 2 o del dire

È ormai così utilitaristica la comunicazione che, tutta, può essere definita pubblicitaria.
Si tratta sempre di qualcosa da vendere… Non sempre per denaro soltanto, ma comunque per un qualche beneficio. Al di là di questo, dire è inutile; o si ritiene che lo sia… tanto inutile da non richiedere l’attenzione di un ascolto pur distratto.
Ma non è inutile perché il dire, ancorché inascoltato (però non lo si dica in giro), produce vibrazioni, che da sonore possono diventare persino luminose per quella proprietà di risonanza armonica che hanno le frequenze.
Si dice, allora, a volte non per essere ascoltati (né certo compresi), ma per far luce.
E così il sordo che non vuol sentire, però si trova davanti qualcosa che, illuminato, ora si vede quanto fosse nascosto.
E con questo “qualcosa”, le cui dimensioni possono essere davvero imponenti (sono proprio le cose piú grandi ad essere invisibili) bisogna fare i conti…

I segni dell’Apocalisse

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Tra i tanti segni dell’Apocalisse imminente (si ricorda che “apocalisse” significa “rivelazione“, magari mediante catastrofe, che significa rovesciamento), che i diversi profeti succedutisi nei millenni ci hanno consegnato, e che sembrano tragicamente realizzarsi proprio ora, quali:

“frequenti terremoti, montagne che franano, piogge acide, estati aride, periodi di abbondanti piogge e di assenza di raccolti; degenerazione dei costumi e corruzione degli animi, ampio consumo di sostanze inebrianti, adulterio e fornicazione diffusi e
compiuti alla luce del sole, donne che appaiono nude nonostante siano vestite, cantanti e strumenti musicali divenuti popolari, gli uomini che prenderanno il loro piacere con gli uomini e le donne con le donne, i vincoli familiari che saranno spezzati, il dilagare della pedofilia, i ragazzini che saranno pieni di rabbia, una gran quantità di assassinî, i leader della popolazione che saranno i peggiori tra quelli del loro popolo… Dunque, secondo San Nilo: Concupiscenza, lussuria, adulterio, omosessualità, calunnie, omicidi e loschi traffici domineranno nella società… falsi miracoli e fantastici portenti.…cosicché questi uomini infelici scopriranno il modo di fare una conversazione con altri uomini da un capo all’altro della terra.
In quei tempi (1950!) gli uomini voleranno nell’aria come gli uccelli e discenderanno nel fondo del mare come i pesci…”

ve n’è uno, l’ultimo, che merita una più attenta riflessione: la contrazione del tempo. La sensazione che il tempo non basti mai dipende dalla velocità con cui l’immediatezza della comunicazione rende possibile riempire gli attimi (momenti di vita discreti) di contenuti densi, cosa che rende necessario riempire di tante più informazioni (fini a se stesse, però) quello spazio/tempo che si sarebbe dedicato a portare il contenuto a destinazione. 
Immaginiamo un tale che debba portare una plico da una città all’altra perché il mittente possa comunicare qualcosa al destinatario… e che debba farlo a piedi, come avveniva un tempo. Quanti incontri farà? Quante riflessioni potrà fare, quali dialoghi con se stesso? Quante preghiere come il pellegrino che pratica l’esicasmo? Insomma quanta vita ci cade in quello spazio/tempo?
Ma se la consegna dell’informazione è immediata, tutto quel tempo/spazio come potrà essere riempito? Nell’immediatezza, di fatto ogni cosa è contemporaneamente presente, davvero o potenzialmente, e questo accade nel vuoto, che è assenza/presenza di spazio.
E quando tutto è contemporaneamente presente, lo è anche eternamente perché cessa lo sviluppo lineare del tempo… non c’è più un domani, nelle coscienze. Ecco, è la fine dei… tempi! E perché ciò sarebbe un’apocalisse? Ma perché è la rivelazione che il tempo non esiste se non nelle coscienze, e che, mutando le coscienze, l’annullamento del tempo rivela l’eternità.
La fine dei tempi non una punizione per l’empietà umana, ma la fine di qualche funzione, l’estinzione di alcuni elementi del “sistema” cosmico che hanno terminano di essere utili, per consunzione dovuta all’uso protratto e conclusione del loro servizio; che poi tra essi ci possa essere l’umanità (intesa come qualità operante) è questione di secondaria importanza. Invece è di importanza primaria la coltivazione dei germogli di ciò che, in questo, nasce… ma non sono i giovani umani, sono gli inumani, non definibili “giovani” perché… senza tempo. Ci potrebbero ad esempio essere degli umani maturi, o anche dei vecchi umani, che sono “giovani” inumani… chissà.

 

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“Dio conosce quelli che sono Suoi”

Fine e principio

La vecchiaia dell’essere umano, è la fanciullezza dell’essere inumano, l’uomo a venire. Dunque è ricolma di energia vitale, è verdeggiante e rigogliosa, piena di stupore ed ardore… Ogni passo la ricolma della gioia dell’amante che si avvicina al l’amata. Una vecchiaia che avvicina alla Vita. Kun!

Conversazione 1

“Stiamo andando in un posto bellissimo facendo un viaggio terribile”

In quale fase del progresso dell’Umanità ci troviamo?

L’Umanità si trova a un bivio. Sta terminando una fase e ne sta iniziando un’altra, ma le due fasi sono attualmente compresenti e, come è nella natura delle cose, confliggono tra di loro.

È per questo che si fa quasi palpabile un generale senso di smarrimento?

In verità, lo smarrimento lo avverte solo chi ha la percezione delle due fasi contemporanee in atto, perché ha la coscienza di quanto sta avvenendo, e quindi la coscienza di sé nel conflitto. Il conflitto è infatti principalmente all’interno della stessa natura umana, è la jihad vera; solo poi, riguardando una grossa parte dell’Umanità, esso si manifesta sul piano sociale. In questo momento, le due nature umane che ne costituiscono la dualità fondamentale e che finora hanno mantenuto un equilibrio dinamico fondato proprio sul conflitto, si stanno separando, come farebbe una coppia di coniugi che dopo anni litigiosi insieme, alla fine decidono di divorziare. In realtà, il conflitto è un potente aggregante, come lo è l’amore… tanto che – come si vede con chiarezza in questi tempi – si finisce per confondere l’uno con l’altro. Ma in questa fase, viviamo il tempo tempestoso della separazione. Non si vede ancora con chiarezza come, superato questo momento, il collante delle cose, di tutte le cose, (il gluone direbbero i fisici), sarà l’Amore. In verità, dell’Amore si sa ben poco, perché finora l’Umanità ha sperimentato il suo effetto sulla propria natura organica e l’ha dunque percepito come attrazione sessuale o sentimento, ma non ha mai avuto veramente l’opportunità di vederlo come Forza, nel senso che non si è mai manifestato come ipostasi.


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