Il germe della personalità

Se si immerge un cristallo di sale in una soluzione salina, molto presto attorno ad esso si aggregheranno altri cristalli dello stesso tipo (natura chimica e struttura) e il cristallo originario crescerà rapidamente in dimensioni in modo frattalico. Nulla avviene nella soluzione se non vi si immerge quel “germe cristallino”.
Allo stesso modo l’esperienza di vita si stratifica attorno al nucleo organico costitutivo originario, aggregandosi per affinità. Quel che ne risulta è l’ego, o personalità. La quale agirà nel mondo in funzione della reazione che la personalità avrà con gli eventi e con gli elementi di esso, con l’esperienza che ne avrà fatta, continuando a prediligere quanto è affine al germe cristallino, così da attrarre avvenimenti tendenzialmente della stessa natura.
In psicologia questa è chiamata “coazione a ripetere”, e così si spiega come alcuni sembrino condannati a un destino avverso, e inanellino sventure tutte dello stesso genere.
La somma complessa di queste re-azioni (sostanzialmente di ordine emotivo) e la loro valutazione all’interno dell’esperienza complessiva, che determina azioni conseguenti, è chiamata “psichismo”. E tutto ciò entra a far parte della personalità ed è riconosciuto come “Io”.

Si vede bene come l’abbandono della personalità che è espressione della fase finale di un percorso spirituale coronato da successo, sia cosa che non può che essere il prodotto della modificazione sostanziale del germe cristallino.
La personalità si oppone al rigore di un percorso spirituale autentico perché esso propone quanto la personalità non può e non sa aggregare, essendo di natura diversa. Ogni sostanza spirituale viene dunque respinta.
Allora una via spirituale autentica non può lavorare né con, né su la personalità. Questo è lasciato alla psicologia, o alla psicologia religiosa.

Il dissolvimento della personalità è la trasformazione in luce di quanto è materia, seppure vivente. E questo è possibile solo grazie alla progressiva sostituzione della prima alla seconda (si parla infatti esplicitamente di “corpo di luce”), a partire da quel nucleo originario che abbiamo equiparato al germe cristallino. Se ne deduce che all’interno di quel nucleo organico debba esservi un nucleo di luce, altrimenti non vi si potrà aggregare altra luce e l’impresa fallirà.

Molti fallimenti sono dovuti all’assenza di questo nucleo di luce che chiamiamo essenza, oppure all’applicazione del lavoro che si fa (pur se spirituale) alla personalità e non all’essenza. Altri al prevalere in corso d’opera della coscienza organica legata alla personalità (psichismo) su una sovra-coscienza (coscienza dell’essenza) che non ha ancora fatto in tempo a prendere il controllo dell’essere.
Il richiamo alla necessità di una guida sul cammino spirituale deriva dal fatto che durante il periodo di latenza, la sovra-coscienza dell’adepto, ancora debole, debba essere sostituita da quella del maestro con piena fiducia, pena il prevalere della personalità e l’abbandono del cammino. Ed è solo in questo che consiste l’immane sforzo dell’aspirante: nell’aver fiducia e rinunciare alla volontà della propria personalità seguendo quelle della propria sovra-coscienza, interpretata ad interim dal maestro. E la fiducia è, sì, figlia dell’amore; ma molto di più della certezza interiore di aver trovato la propria vita vera.

Rigore e meraviglia

Per farsi scivolare senza sforzo lungo una via spirituale, come una foglia sulla corrente del fiume, occorre trovarne l’onda portante e modulare la propria frequenza in maniera armonica ad essa, in abbandono. Ogni deviazione, ogni emissione di frequenza dissonante, estrae dalla portante e rende il cammino difficoltoso perché ne aumenta la fatica fino all’insostenibilità. Questa tensione al mantenimento dell’assonanza, attenti ad ogni variazione, si chiama Rigore; nello stesso modo in cui i rapporti tra suoni sono stabiliti da rigorose relazioni matematiche; esso si sostanzia nel dar seguito ai propri intenti dichiarati senza defezioni e nei tempi necessari, nella modalità richiesta e senza concedersi attenuanti per le eventuali mancanze. Il Rigore richiede autodisciplina ed è l’unica garanzia della perseveranza nell’atteggiamento corretto, e della certezza del ricevere costante sostegno.
La naturale resistenza umana, in parte meramente ponderale, deve essere combattuta, o costituirà un impedimento, come se invece di guidare una macchina per andare lontano, ci si trovi ad andarci a piedi spingendola.
Una via spirituale non si occupa dei fattori umani se non in quanto l’umanità debba costituire uno strumento dell’essere e debba perciò venire educata al servizio ad esso. Senza Rigore ciò non è possibile.
Il Rigore risponde alle leggi eterne, è rigorosa adesione ad esse, e in questa adesione è messa in forma ovvero informazione. E l’informazione è conoscenza, e, nel caso specifico, conoscenza della propria umanità in quanto esteriorità ed alterità rispetto alla propria essenza. Nulla dunque di più efficace per incontrare correttamente le prime fasi del proprio percorso spirituale. Più avanti il rigore è l’abito che si indossa per recarsi all’incontro con Dio: Rigore è stare dritti di fronte a Lui, morbidamente, senza alcuna rigidità; Rigore è bellezza, perché è rispetto delle leggi armoniche in ogni loro espressione.

Non vi è nulla di meraviglioso in questo mondo che non lo sia in quanto segno delle meraviglie dell’altro.
È bello infatti ciò che raggiunge una armonia perfetta tra gli elementi che lo compongono, e quando questo è raggiunto entra in immediata risonanza con la propria essenza assoluta. La bellezza è un accordo.
È brutto ciò che non trova accordo con il proprio assoluto, e ciò non avviene quando, tra gli elementi che compongono l’armonia, se ne insinuano altri che per loro natura non possono concorrere a comporla.
L’essenza calata in un corpo organico trova questo come oggetto con il quale essere in armonia e sebbene un corpo possa essere bellissimo, esso non risuona con la bellezza se non risuona con la sua essenza. L’essenza, in questo senso, funziona come il ‘La‘ di un diapason. L’essenza è la legge cui si riferisce il Rigore, e alla quale ogni cosa deve essere accordata. Brutta è ogni cosa che non trovi il proprio allineamento, ossia la propria essenza.

Su come si conosca

Si è sentito affermare, con accademica sicumera, che un percorso iniziatico sia nient’affatto un percorso religioso, ma piuttosto un percorso francamente filosofico. Errore molto diffuso tra quanti studiano moltissimo qualcosa che non praticano mai: il praticante affermerebbe che certo non si tratta di un percorso exoterico, ma neanche di uno filosofico, se – come si vuol far intendere – esso consistesse nella ricerca di una conoscenza speculativa.
Ma la parola “filosofia” è usata anche per riferirsi ai percorsi alchemici che certo sono iniziatici; e la parola “conoscenza” è usata per riferirsi anche alla gnosi, particolare conoscenza “che si realizza come accesso diretto al divino, mediante una sorta di illuminazione interiore, al termine di un cammino, spesso misterico“. Se quindi l’affermazione volesse dir questo potrebbe essere accettata, sul piano dialettico. Però vi sono delle precisazioni da fare.

Il fine di un percorso iniziatico non è la gnosi in sé, ma la trasformazione che la rende possibile. Non è percorso adatto ai “curiosi della conoscenza dei mondi sovrasensibili“, come si è sentito dire, ma agli “assetati di acqua di vita“.
Questo percorso, poi, è religioso (esotericamente) almeno nella misura in cui esso intende realizzare l’identità del cercatore con il suo Dio interiore, il che lascia intendere come le iniziazioni che lo costellano siano tappe, forme di illuminazione (ovvero di ampliamento della coscienza organica in direzione della sovra-coscienza e dunque dello Spirito) e non semplici rituali, sebbene questi possano essere adottati per marcare un gradino sul quale ci si sia sollevati. Il rito in sé non conferisce alcuno stato spirituale (altro errore diffuso!), ma è lo stato spirituale conseguito che può essere riconosciuto ritualmente. Non vi sono oscurità inconscie da penetrare per riemergerne, ma morte in vita di aspetti di sé e nascita di nuovi aspetti. La penetrazione delle oscurità è simbolo dell’inoltrarsi in mondi sconosciuti che, al sopraggiungere dell’adepto, gli si rivelano luminosamente.
Il tema della conoscenza di tale mondi e delle loro leggi è del tutto secondario, perché – contrariamente all’atteggiamento accademico – sui percorsi iniziatici non si conosce nulla che sia fuori oggettivamente da sé; quei mondi sono mondi interiori ancorché li si sia ritenuti erroneamente esteriori, ma ciò nell’ambito della comprensione che quel che è dentro è fuori, quanto quel che è in alto è in basso. E che mondi superiori e mondi interiori coincidono in chi abbia svelato nella propria coscienza accesa ciò che appare misteroso alla ragione.
Ogni conoscenza, in senso esoterico, è data dall’identificazione di conoscente e conosciuto e implica dunque una trasformazione sostanziale. Il fallimento dei tentativi degli alchimisti, quando vi era, dipendeva sempre dal fatto che essi avessero cercato di fare oro, non di farsi oro; condizione, quest’ultima, raggiunta la quale l’oro (come la conoscenza) non avrebbe alcun senso o valore.
La grande arroganza umana porta a considerare sé come perno centrale di un mondo esteso che si desidera conoscere (il che vuol dire appropriarsene per manipolarlo) e che si percepisce come altro da sé, sebbene vi si viva dentro: è chiaro che si tratta di un inganno percettivo, ma sembra che la mente non sappia accorgersene.

Altro aspetto è quello della “chiamata”. L’ingresso su una via iniziatica è una folgorazione, non una scelta ponderata. Chi vi pone piede sa, ipso facto, che quella è la sua via, che non poteva che fare questa via; scoppia di gratitudine e mai è sfiorato dal dubbio che possa ritrarsene se non la trovasse di suo gradimento con il passare del tempo: la via è la vita, non si decide di vivere la vita di un altro se la propria risulta difficile o dolorosa; e dalla propria vita non ci si ritrae che uccidendosi.
Trovare la via è trovare la propria vita, la sola vita cui si era destinati, e non v’è spazio per inutili tentennamenti. E questa, spiritualmente, è una vera nascita. Uno che nasce non si pone come obiettivo di conoscere il mondo, ma solo di vivere; ed è vivendo che conosce il mondo, come conseguenza inevitabile ma del tutto secondaria.
Per i curiosi di conoscere, vi sono i libri; la vita è per i vivi.

Sulla caduta dei veli

Il profano agli occhi del quale una donna decida di svelarsi, giudicherà bello (o no) il corpo nudo di lei. L’iniziato giudicherà bello il gesto del disvelamento davanti ai propri occhi, e tale bellezza ricoprirà, abbagliante, quel corpo mostrato nella sua essenziale verità.

La funzione dei veli è nascondere, ma lasciando intravedere la presenza pulsante di qualcosa di indefinibile dietro di loro. Il velo invita ad essere lacerato, come un imene che preservi la qualità profonda e recondita delle essenze. La loro caduta svela questo qualcosa, e questo qualcosa è, comunque, la verità.
Il Vero è bellezza in sé, per il solo fatto che è verità, dunque essenziale purezza, o pura essenza, che appare. Tale apparizione, che è travaso rivelatorio dallo stato di interiorità a quello di esteriorità (manifestazione teofanica) all’occhio trasformato dell’iniziato, appartiene alla Generosità di Lui (Huwa): Dhuʼl-Jalāli waʼl-ʼIkrām. Egli che era nell’interiorità segreta del servitore, gli si rende manifesto (aẓ-Ẓāhir), rimanendo nascosto (al-Bāṭin) a ogni altro. È il servitore recipiente di quel travaso.

A volte i veli sono belletti, bellezza falsa, artificiale, di natura del tutto opposta a quella cristallina della verità. I belletti non sono mai trasparenti, sono pesanti ceroni, e non lasciano intuire niente dietro di loro; sono fatti per mistificare e nascondere: vogliono apparire belle realtà per occultare bruttezze inutili e insignificanti, oppure vuote nullità. Eppure anch’essi possono cadere, e se lo fanno, strappati via dalla Necessità, l’apparire della brutta verità che essi volevano alterare, è comunque bello: la bellezza trionfa nello svelamento della bruttezza.

Bellezza e verità coincidono, e sono assoluti, non qualità delle cose… Non vi sono cose belle, ma vi è la bellezza della loro verità. E non vi sono cose vere, ma vi è la verità delle cose. Non bisogna cercare cose belle e vere, ma la bella verità in sé, ché essa è capace di rivestire della sua essenza ogni essere cui si sveli. Fortunato quello che può svelarsi a sé stesso.

Proselitismo

Convertire è atto che non modifica la qualità delle persone, ma solo il loro atteggiamento. È dunque cosa che riguarda l’esteriorità e la cultura, o al più la modalità espressiva di un sentimento religioso o di una ideologia.
In campo esoterico può essere dunque, e al limite, intento di un indirizzo mistico, ma certamente mai di una autentica via iniziatica, alla quale va stretto persino l’appellativo di “religiosa”.
La conversione di sostanza, o di materia prima (spirituale) è operazione alchemica: l’alchimista cerca di mutare il proprio rame in oro, ma deve possedere la qualità del rame per tentare l’opera: si tratta di cosa concreta. E non si tratta che di un tentativo, giacché ad alcuni, che sono rame, resta pur interdetta la trasmutazione.
Si è rame però per natura, non per convincimento o adesione a riti, o per fede religiosa o speranzoso anelito.
Che senso ha fare proseliti, allora, quando anche scoprire in loro l’argento non sarebbe utile all’opera che ci si propone? Perché una via iniziatica dovrebbe cercare accoliti?
Una autentica via iniziatica è una via che, all’inverso, deve essere essa voluta, cercata e trovata da chi ne ha l’esigenza e non solo il desiderio; e l’esigenza si ha quando l’essenza (l’essere rame) si è rivelato all’interno dell’involucro umano ed ha chiesto di essere liberato in modo imperativo, senza alternative. La richiesta implicita in questa rivelazione trova allora ascolto, gli eventi si concatenano in modo che la via si renda visibile e si apra davanti all’essere. Non davanti all’uomo!
Ma questa via invisibile ha il dovere di mostrarsi perché il cercatore la veda: come può una cosa invisibile farsi vedere? La risposta è semplice: essa è visibile solo a chi ha occhi per vederla e non ha altra scelta che vedere essa sola. Chiunque la percorra, a chi gli domandasse perché lo fa, non avrebbe altra risposta che questa: “Perché non ho scelta!”.

Il volo dell’anima

Felice colui che sempre si muove, lasciando da parte il bene e il male del mondo.
In ogni circostanza, apprende una nuova lezione, e lascia ciò che ha superato.
La sua anima è in viaggio perenne, vola come gli uccelli nel cielo dell’Amore.

[Walad]

La personalità definisce la persona. Ciò che forma quel complesso di peculiarità che consente a un uomo di dichiarare “questo sono io” è definito, e ciò significa limitato.
Questo stesso limite che distingue l’ego dal resto, è un confine.
Rispetto all’ego, ciò che è dentro questo confine e che è coerente con esso risulta “buono”, mentre ciò che ne è fuori è “cattivo”. Valori, questi, non assoluti, ma relativi dunque alla composizione del proprio ego; il quale è collocato poi all’interno del complesso degli ego altrui: gli elementi comuni delle singole composizioni, sono i valori sociali, e i valori morali, la cui sola caratteristica oggettiva è la loro larga condivisione. Il bene e il male assoluti non esistono, e ogni cosa che possa essere stata giudicata dall’ego buona o cattiva, non ha alcun valore degno di essere conservato.
Superare l’egoità comporta necessariamente il superamento dei suoi confini e, con ogni probabilità, la realizzazione di espressioni ed atti poco o nulla condivisi. Non vi è alcuna possibilità di uscire fuori se stessi e conoscere così la propria dimensione cosmica, se non rompendo i propri limiti. Psicologicamente ciò equivale a mettersi a rischio; se lo sconfinamento è espisodico e presto se ne rientra, ciò è tollerabile; ma esiste la possibilità – e insieme il terrore – che, una volta fuori, non si possa rientrare e che questo determini la perdita dell’ego, con la conseguenza della rottura di tutti i legami che – tenendo insieme i componenti di esso – ne garantivano la costanza. Per l’ego sarebbe la morte, e per chi si identifica con l’ego, la distruzione.
Questo aspetto delle cose è forse quello più difficile da affrontare per chi si ponga sulla Via. L’uomo ha infatti tali preconcetti sul superamento dei propri argini, da ritenere che esso possa essere ottenuto solo con atti illeciti, con comportamenti estremi, con ausili esterni quali droghe o alcol. I prigionieri di sé stessi adottano infatti questi mezzi per dimenticare la loro prigione per qualche attimo, scoprendo l’attimo seguente che essa si è fatta più angusta e soffocante.
Chi è sulla Via deve occuparsi di espandersi al di là dell’ego; ma la sua espansione è un dilatamento dei confini senza rottura dell’identità; però questo è difficile da comprendere per il neofita la cui mente sia formata sulla ribellione al proprio limite sociale. Per poterlo comprendere, bisogna che egli prenda contatto con la propria essenza, che gli si deve rivelare (miracolosamente! e se c’è!) dopo essergli stata segreta per la parte precedente della sua vita. Così solo egli potrà constatare che l’essere non è umano, e vuole volare, diventando uccello; mentre la parte umana vuole solo illudersi di essere onnipotente e digrigna i denti nella prigione che è a sé stessa. L’uccello vola di male in bene come di ramo in ramo, ma esso esprime la sua essenza quando è in volo, e non quando si posa.
Per chi è essenza, il superamento dell’egoità in termini inziatici consiste in una espansione della coscienza fino al riconoscimento della propria illimitatezza (giacché ogni espansione ne mostra una ulteriore possibile), e dunque alla propria appartenenza al Tutt’Uno. Il che comporta la conoscenza di non essere nulla se non il Tutt’Uno, e la reminescenza di essere tale fin dall’inizio, in un tempo che alcuni maestri chiamano pre-eternità. Così si rivela come l’egoità sia connaturata alla forma umana, e che lo stato di umanità sia solo una forma transeunte di quell’individuo: individualità dell’Essere (Unicità/Unità), che non necessita di alcuna distinzione, né limite, né confine da “altro”, dato che non vi è altro al di fuori di Lui.

Chiedersi che fare

È detto come, nella difficoltà, il devoto si chieda: cosa devo fare? E come l’iniziato si chieda: che farà Dio?
Poi entrambi fanno. Ma mentre lo sguardo del devoto è focalizzato sulla propria azione, quello dell’iniziato contempla il proprio annientamento.
Il fatto è che, se il devoto vede due fiamme, pensa a due candele; l’iniziato vede un unico stoppino acceso alle due estremità. Bruciando, le fiamme si avvicinano fino a fondersi in una sola. La sua coscienza accesa è a una delle due estremità, essa avanza verso l’Altra, che avanza verso di lui: questo è il segreto (Sirr) che lega il Tutt’Uno alla illimitata molteplicità della propria manifestazione, e che egli, l’iniziato, può chiamare il suo segreto.

Di fronte alla difficoltà il ben orientato esalta il suo ardore; tutti gli altri si spengono e vengono deviati. Per questo l’iniziato benedice la difficoltà.

L’astronomia si occupa dei corpi celesti e delle loro peculiarità e relazioni nell’Universo, e lo fa osservando; non si occupa delle influenze che essi esercitano sugli uomini; di questo si occupa l’astrologia.
La Scienza Spirituale si occupa degli Assoluti, manifestati e non, che costituiscono il Tutt’Uno, e delle loro relazioni, e lo fa vivendo gli Assoluti in partecipazione; non si occupa dell’influenza dello Spirito sugli uomini; di questo si occupa la religione.
L’esercizio della religione forma il devoto; l’esercizio della Scienza Spirituale forma l’iniziato. Per questo il primo è attento alle sue azioni verso lo Spirito, mentre il secondo è, semplicemente è, l’azione dello Spirito sulla sua essenza.

È detto anche che al devoto appare in sogno ciò che occupa la sua mente in stato di veglia; e che l’iniziato vede vegliando sogni che si riferiscono agli Assoluti.
I mondi sono paralleli, le realtà si sovrappongono; quella relativa è chiusa in sé stessa e vede null’altro che sé stessa; quella assoluta, l’unica davvero Reale, si nasconde agli occhi del devoto, e si rivela alla visione dell’iniziato; egli la vede costantemente davanti a sé, e il suo bagliore gli impedisce di vedere altro. Dunque per lui, il mondo si offusca e precipita in una specie di nebbia. Ma quando un iniziato assume la responsabilità di qualcuno, lo porta con sé e gli apre le porte del mondo Reale; allora questi prende a vedere in sogno quel che l’altro vede vegliando. Questo è l’insegnamento, nella Scienza Spirituale…
Ti sei mai saziato pronunciando la parola pane? Non cercare la Conoscenza nelle parole, i maestri la comunicano senza parole“.

Ecologia ed animalismo umano: l’Era Verde.

Dice Sulṭān Walad. figlio anche spirituale e continuatore di Jalāl ad-Dīn Rūmī: “…per i profeti e i santi, gli uomini carnali sono nemici, poiché appartengono a un’altra specie.” “Le creature del mondo non si elevano ai santi, appartengono alla terra e non giungono al cielo. Il cammino dei santi è oltre l’anima e il corpo, nell’oceano dell’amore dove non v’è né io né noi.

L’improvviso interesse dell’animale umano per la Terra che lo ospita non è dissimile da quello di un tumore che, ridotto il proprio organismo ospite allo stremo, si occupi di protrarne la vita per salvaguardare la propria.
Un tumore è un organismo che ha il diritto di sentirsi sano, anche se è letale per l’ospite; e dunque, dal suo punto di vista, questo comportamento è corretto e coerente, tanto che la salvazione dell’ospite non è altro che uno sfruttamento diverso, quello delle risorse non ancora saccheggiate, per ottenere un vantaggio economico. Salvare il pianeta dall’animale umano è, per l’animale umano, un modo nuovo di far soldi quando nel modo antico non ci si riesce più.
Ma, ripetiamo, ogni organismo parassita ha il diritto di percepirsi sano e di fare del tutto per sopravvivere nell’ambiente ospite. Un tumore, o un virus, per conservarsi in vita non può che continuare ad essere fatto di cellule tumorali, o virali, ed espandersi; trasformare le sue cellule in altro equivale a morire in quanto tumore o virus; così per l’animale umano trasformarsi in Uomo equivale a morire.
Qualcuno ha detto che la Terra, per fortuna, è resiliente. Ciò in realtà significa che la Terra vivrà sotto qualsiasi forma essa dovesse assumere per garantirselo: se diverrà un deserto, continuerà a vivere in quella forma, che le consentirà di liberarsi dei parassiti come quando a un bambino si rasa la testa perché ha i pidocchi: è l’animale umano che non avrebbe modo di sopravvivere, ed è solo per questo che esso vuole, ora, salvare la Terra.

Se l’animale umano potesse, invece, interrogarsi sulla qualità della propria natura, potrebbe forse decidere di trasformarsi, cioè di morire a sé stesso per vivere; e questo è il senso trasformativo reale di ogni via iniziatica, e il fine della scienza spirituale. La quale sa benissimo che questo sforzo di uscire da sé stesso non può riuscire all’uomo senza un aiuto, e sa che questo aiuto è una ars maieutica vera e propria. Sa anche che esso non può essere portato a chiunque, perché si estrae e si trae a sé colui che è simile, e l’animale umano è di altra specie rispetto all’ostetrico: non si può chiedere a una scimmia di partorire un uomo, né di trasformarsi in esso, se non uscendo dalla rete di concatenazione organica che ottusamente riproduce sé stessa.
Morire per vivere sarebbe allora liberarsi dal bisogno e dalla dipendenza dalla Terra Madre nutrice, e anche per la madre sarebbe una liberazione. Ma non è possibile, in condizioni naturali.

I santi e i profeti non sono uomini particolarmente dotati; non sono uomini, punto. Anche se vengono a volte chiamati, erroneamente, Uomini Perfetti… l’Uomo perfetto è Uno e loro, in molti, non sono che Uno: “Se ne consideri la forma, ti appaiono molteplici; se cogli il senso vero, sono Uno, tutti il bagliore di una stessa luna“. Sono gli ostetrici che gli uomini percepiscono oscuramente come estranei perché di un’altra specie. E quando è detto “ama il prossimo tuo“, ci si riferisce ai propri simili, coloro che “assieme si riuniscono, e il loro affetto è infinito“; dunque ci si chieda a chi si è simili, e a chi si è prossimi.
Basta ipocrisie, non è più il tempo.

La cosa singolare è che, quando ci si richiama al verde, il Green, come elemento caratterizzante di molte cose alle quali dover mettere mano per il futuro dell’umanità, ci si rivolge, ignorandolo, a quel Verde, in arabo al-Khidr, che è l’appellativo che la Tradizione associa al Maestro dei maestri, archetipo del Maestro Invisibile, ossia a quell’Uno che ogni maestro incarna al suo tempo e di cui si è appena detto.
In realtà (in quella realtà parallela alla visibile) questo richiamo planetario è un’invocazione. Invocare il Verde è sì invocare la vita, ma non quella organica, che risponde ai suoi automatismi… È invocare, senza esserne coscienti, la Vita, (il Vivente, al-Hayy), quella appunto che si guadagnerebbe morendo alla condizione di umana animalità, per guadagnare proprio la qualità di quell’Uno.
Come spesso accade, l’uomo fa qualcosa credendo di sapere che fa, ma fa altro da quello che crede di fare e fa quello che è stato costretto a fare: questa invocazione così planetaria emerge tanto potente dalla crisi pandemica – anch’essa sfuggita di mano alla volontà umana – e dal tentativo di risolverne le conseguenze. Potrebbe, chissà, essere ascoltata e potrebbe generare effetti su quel piano che l’uomo non vede, ma che è matrice di quello che deve vedere per forza.
Chi può comprenderlo, lo farà, e sarà tra coloro che “assieme si riuniscono, e il loro affetto è infinito“.

Così gli atomi della Terra e del Cielo, il Sole e la Luna, la montagna e l’oceano
un’anima li unisce, li muove e li fa vivere.
L’Universo è un individuo: esiste e si regge grazie a un’anima [1].
Quando la sua anima risorgerà, Cielo e Terra scompariranno [2].
La Luna e le Stelle cadranno, alto e basso saranno rimescolati [3].
Non resterà Mondo, né Terra né Cielo. Tutto diventerà “la” salvo “illa” [4].
(Walad)

NOTE
[1] – L’Universo è una molteplicità la cui radice è l’Unità.
[2] – Quando l’essenza del Vivente sarà liberata dagli aspetti pesanti che costituiscono la Creazione, la molteplicità sarà annullata (fana’) nell’Unità.
[3] – Ci si riferisce allo stato di coscienza determinato dall’inversione delle luci.
[4] – Ci si riferisce all’affermazione “la ilaha illa Allah” e si intende dire che non vi sarà nulla tranne Dio.

“Diaballein” rivisitato

Con meraviglia di chi scrive, tra i circa cinquecento articoli di questo blog, soltanto uno trova lettori quasi ogni giorno dal momento in cui è stato scritto; a volte, in certi giorni, persino numerosi. Questo articolo è “Diaballein“.
Vi si dicono alcune cose che – visto l’interesse che, inopinatamente, esso suscita – hanno bisogno di precisazioni, giacché non vi è nella Tradizione (e in chi ne dichiara di volta in volta i contenuti) nulla che non scorra nell’ambito del divenire, sebbene questo divenire si compia in seno alla Manifestazione di ciò che per sua natura è immutabile.
Il concetto stesso di Manifestazione implica quello di Rivelazione (a chi ha occhi per vedere, certo), e ciò che si palesa alla coscienza liberata è passibile di approfondimenti, che sono infiniti. Infatti chi osserva la Realtà che ha ragione di definirsi cosmica nella sua globalità, corre costantemente il rischio di lasciarsi attrarre da uno spiraglio di luce, ficcarsi nel quale significa inseguirne le infinite profondità e far così prevalere quella visione particolaristica su quella globale. C’è di buono che questi cunicoli (wormholes) mentali non possono che terminare in una nuova uscita a riveder le stelle cosmiche; ma il più delle volte una vita non basta per percorrerli interamente, e vi si rimane intrappolati [1].

Ma torniamo al nostro articolo. Vi si dice ad esempio:
Nella manifestazione l’uomo è … intrappolato sebbene nuoti nell’infinita e complessa sua molteplicità… Ciò implica che quanto più egli tenti di affermare la propria libertà sperimentando le più diverse opportunità, tanto più percepisca la frustrazione di non poter superare i limiti del Creato, pur se arrivasse a saggiarne i confini“. 
In questa frase si usano i termini “manifestazione” e “Creato” come sinonimi. In Verità, l’uomo è intrappolato nella sua umanità, che è intrappolata nel Creato, il quale è una bolla (similmente alla descrizione degli universi a bolle) all’interno della Manifestazione.

Si prosegue dicendo:
“Al ritorno nel mondo del manifesto ogni cosa, vivente e no, ogni evento diventa allora simbolo della Oneness, non più particolare particella di essa, ma essa stessa, in tutto e per tutto; ogni cosa ha una sua verità ontologica che è la Oneness, ed è visibile a chi è di ritorno”.
Qui si parla della Oneness, termine usato in fisica quantistica per indicare quello che altrove è detto (più precisamente, rispetto alla Scienza Spirituale) “Tutt’Uno”, ovvero l’unica Unità che comprende ogni cosa, e che è perciò necessariamente presente in ogni cosa, sebbene “ogni cosa” non ne sia affatto cosciente. Chi ha tale pre-coscienza ha in realtà un “ricordo” (perché di ritorno), e un’urgenza di recuperarlo interamente alla sovra-coscienza. Con ciò si afferma come la reale differenza tra esseri è data dalla coscienza, la quale ha facoltà di identificarsi – al termine di un processo iniziatico che la riaccende sfruttando la reminescenza – con l’essenza stessa.

Infine, si conclude dicendo:
“… la farfalla, oltre a descrivere sul piano sottile ogni interazione maschio/femmina, descrive ogni interazione tra polarità complementari, e soprattutto quella tra Creato ed Increato; quindi è una legge che si incarna…”
Qui si parla di Creato ed Increato come polarità complementari; l’Increato corrisponde al Manifestato che non ha determinato una reificazione (una cristallizzazione) e continua a scorrere: è dal punto di vista del Creato (dunque dell’umanità pure) che il Manifestato è Increato. Tuttavia vi è un non-manifestato, che del Manifestato è la scaturigine, sebbene non vi possa essere dualità nell’Unità: “Ero un tesoro nascosto e volli essere conosciuto. Ho creato tutta questa creazione affinché mi conosca”, ovvero: è la conquista o meno della Conoscenza (o Coscienza accesa) a fare la differenza tra ciò che è manifestato (l’Evidente) e ciò che è Nascosto.

NOTE
[1] – Queste “specializzazioni”, comunque, sono spesso rappresentate dal pensiero di alcuni studiosi che, illuminati nel momento in cui declarano le loro formulazioni, sono poi ripetuti e re-citati pedissequamente dai loro epigoni, evidentemente incapaci di leggere autonomamente la Realtà e di renderla (o trasporla, o dedurla) nella attualità del loro esistere. Quel che ne deriva è un inutile ribadire concetti che o sono eterni, oppure non hanno senso in ognuno dei presenti possibili. Anche i veggenti, difatti, vedono quel che si lascia da loro vedere in un dato momento, e che un momento dopo scompare, sicché descriverlo come (ancora) presente è falsificare.

Sostiene Shabestari

A chi scrive è stato chiesto di spiegare la seguente frase di Shabestari: Il non essere è uno specchio, il mondo è l’immagine e l’uomo è l’occhio dell’immagine, nel quale si nasconde la persona.

Se uno si mette davanti a uno specchio, vi guarda la propria figura riflessa; la quale non può vedere a sua volta chi vi si riflette. Tuttavia questa immagine ha una sua forma, che non è sua propria ma è quella di chi si riflette.
Lo specchio è la superficie invisibile che permette questa duplicazione di “cose”, una delle quali concreta e l’altra inconsistente come una fatamorgana; sicchè il mondo (ovvero la Creazione) non è che l’immagine di Qualcosa di Reale che è altrove. Questa immagine, in Realtà, non è (risiede nel non-essere, lo specchio); ma esiste.
In questa apparente realtà (questo basso mondo e il suo universo) ogni immagine (umana) ha la sua identificazione nella forma che assume (persona), e che scambia con sé (l’Ego, o personalità) non potendo vedere la Realtà che lo produce (l’Essenza). L’Essenza Reale dell’uomo corrisponde all’Uomo Universale, o Uomo Perfetto (al-Insan al-Kamil).

Una nota: Shabestari è un mistico che si esprime in forma poetica [1] perché – come altrove abbiamo detto – alcune visioni non possono essere rese diversamente, non corrispondendo a cose di questo mondo; spiegare in forma prosaica e quindi logica il significato (o il simbolismo) di queste visioni sarebbe impossibile; vi è un solo modo, e lo raccomandiamo a quanti, leggendo qualcosa dei maestri antichi, si fanno delle domande: bisogna andare alla fonte.
Di fronte alla descrizione di un paesaggio mai visto si può andare in cineteca e, con l’aiuto del cinetecario, chiedere di vedere tutti i documentari naturalistici presenti finche non si ritrovi quel paesaggio; fermarsi sul fotogramma, immergersi in esso, e poi descrivere la propria percezione con la sensibilità e le parole comprensibili ai contemporanei. Certo occorre sviluppare uno sguardo che consenta di vedere quei films, ovvero – ritornando a Shabestari – occorre che l’occhio dell’immagine riflessa attraversi la superficie dello specchio del non-essere e veda la propria Reale Essenza. Può essere faticoso, ma gli antichi maestri si conoscono solo così: non “comprendendo” quello che dicono, ma diventando il Maestro che hanno incarnato ai loro tempi.

NOTE
[1] – Occorre dire che i traduttori e gli esegeti interpolano spesso le parole originali con le loro personali interpretazioni, nell’intento di rendere il testo più chiaro, ottenendo l’effetto di distorsione dei significati e il peggioramento della loro oscurità. Ad esempio, il traduttore di questa frase di Shabestari ha introdotto tra parentesi : “il mondo è l’immagine (dell’Uomo Universale)…” che deforma il senso della frase rendendola incomprensibile.