La misura dell’esistenza

Il primo movimento della vita è la morte“, è stato affermato da un Maestro.
Oscure parole, il tentativo di interpretare le quali è un atto di arroganza; le parole dei veri maestri sono semi che cadono nel terreno del cuore e vi germogliano: il modo corretto di accoglierle è di coltivarle e farle crescere finché l’evidenza del loro frutto interiore non ne costituisca la spiegazione.


Ma se, nel corso di una conversazione, uno facesse questa affermazione, chi scrive risponderebbe: 
“Certo, risulta anche a me. La chiave della frase è nella parola “movimento”. Ogni causa ha immanente in sé un fine e una fine. La cosa creata è una reificazione della manifestazione che è pura emanazione dell’Essere (o Coscienza, o Principio, o Causa Prima, o Verbo…). Ora, perché una “cosa” sia tale (si reifichi), c’è bisogno che essa occupi uno spazio e abbia una durata, ovvero occupi uno spazio per un certo tempo (occupi uno spazio/tempo), il che equivale a dire che una “cosa”, per essere tale, deve muoversi da un luogo/tempo iniziale a uno finale, che corrisponde al proprio (e alla propria) fine. Gli Egizi chiamavano questo movimento “misura”, attribuendo al termine un valore multidimensionale, temporale e dinamico oltre che spaziale.
Una “cosa” viva, la prima cosa viva e ogni altra poi da quel momento, ha una sua misura, farà dunque un movimento verso la morte, perché ciò è indispensabile alla sua esistenza, ne è la condicio sine qua non
L’esistenza è l’occupazione dinamica del tempo/spazio; l’Essenza attraversa tutte le esistenze, perché ne è la causa.

Al seme (condensazione dell’essenza) è immanente ogni fase di sviluppo del suo movimento e della sua fine; contiene dunque in sé in potenza la propria dissoluzione e putrefazione finale, come quella iniziale, grazie alla quale esso ha dato luogo alla propria attuazione: nella dissoluzione si realizza dunque la conclusione del ciclo, fine e inizio coincidono ed esauriscono la misura del vivente, che in questo modo denuncia di essere semplice forma, segnatura della Causa che non può essere che metafisica.
La realtà naturale essendo la tessitura sottile dei rapporti tra le “cose” e tra le loro misure, non è dunque che forma. È incessante Genesi, assunzione di forme metamorfiche da parte dello Spirito, ma ciò che è eterno non ha misura, è dunque incommensurabile nello spazio e nel tempo, e non ha forma. Non si muove verso la propria morte, né verso altro. E poiché non occupa dunque alcuno spazio/tempo, non esiste, ma è. “Egli è per Sua stessa Essenza e non ha assolutamente bisogno dell’esistenza per essere.” (Sirhindi).

Chi scrive osserva, in base a quanto detto, che è in questo senso, come affermato da molti, che la vita è movimento, e ogni vivente si muove; e che si raggiunge lo scopo della propria essenza quando il movimento cessa, il che comporta l’estinzione (fana’) della “cosa” in quanto forma e la conseguente mera espressione emanante dell’essenza (il “fare senza fare” del “ritorno” del Sufismo), eguale all’atto creativo originario.
L’Essenza ritorna alla (propria) Causa Essenziale e vi si annulla. Secondo quanto è stato rivelato a questo servitore“.

“La vita è una malattia incurabile; tant’è vero che al termine del suo decorso si muore.”

Un pensiero riguardo “La misura dell’esistenza

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