Coscienza cosmica e dove trovarla

Non appena la divinità si lascia intravedere nel figlio di Dio, si verifica nella coscienza un paradosso: mentre da una parte si intuisce la maestà dell’interezza dell’Uno, dall’altra ci si sente scossi e separati dall’umanità, anche dalla propria. L’esperienza dell’Unità è un’esperienza separativa: comprendere che non esiste l’altro, rende altri. È come se l’Unità fosse una unità separata, e questo è paradossale e logicamente insostenibile.

In realtà è un gioco che la coscienza fa con sé stessa: è la coscienza spirituale che si distingue, per poi separarsene, dalla coscienza organica e si osserva da fuori di sé, senza avvertire che essere fuori di sé equivale ad essere dentro l’Unità.
Ci si sente separati dal sé che era separato, ma questo non è subito chiaro.
Ci si allontana da sé all’interno di un sé più vasto, come un astronauta che si allontani dalla Terra sentendosi con ciò parte di quell’Universo che contiene anche la Terra. Ed in effetti, quello della coscienza, è un viaggio cosmico, nella misura in cui la Coscienza Spirituale, liberata dalla materia ed identificata, è essa il Cosmo… né micro– né macro-, ma il Cosmo.

La coscienza organica si smarrisce, perché l’interiore e l’esteriore sembrano invertire le rispettive polarità, e il pensiero logico che usa scegliere tra opposte ragioni, deve accettare che queste coincidano e che in verità non vi sia scelta.
E se non c’è scelta non c’è libertà, e la volontà deve essere unicamente applicata a percorrere la via che si è intrapresa perché non v’era altra scelta.
La volontà propria coincide per forza di cose con una volontà superiore, che si intuisce non essere di qualcuno, ma essere pura, essere la Volontà, aderire alla quale è la sola opportunità possibile di esprimere la propria libertà.
Ma anche questa libertà assume allora un valore non relativo e personale, ma di assolutezza; e questo fatto – con altri simili e concomitanti – rivela alla Coscienza Spirituale di essere penetrata nel mondo degli Assoluti, e di dover essere dunque un Assoluto essa stessa. Ciò vuol dire che nessuno possiede quella coscienza, essa non è più la propria coscienza, ed anzi si sente di appartenerle. Chi è – ci si domanda allora – colui che le appartiene?
Ci si cerca e non ci si trova, perché ci si vede troppo lontani; ma poi si realizza che, se ci si vede lontani, si è in una posizione diversa, distante molto da quella in cui si era abituati ad essere: ci si vede lontani dal punto di osservazione della Coscienza liberata alla quale si appartiene. Sicché si osa concludere di essere non “in” quella coscienza, ma di essere quella Coscienza… quel Cosmo, quella Volontà, quella Libertà Assoluti… di essere infine l’Assoluto Sé.
Si vede allora come si possa realizzare un’esperienza spirituale, divina, senza bisogno di immaginare Dio, perché Egli da sempre è quello che Suo figlio non sapeva di Essere.

Durata e permanenza

Dio è.
Affermarlo non è una professione di fede, ma piuttosto un moto di stupore quando si realizza che Dio non fu, non è stato, e non sarà: in ogni istante Egli semplicemente è. La Sua eternità non si realizza in una durata indefinibile, ma nell’eterno presente, la cui durata è istantanea. Si dice perciò che “Dio vive al passaggio”.
Ugualmente, Egli non si trova in un altrove da cui ci si è allontanati, né verso il quale ci si muove. “È” significa dire che è qui, ed ora.
Dal momento che per la coscienza non è concepibile un mio qui ed ora che non si identifichi con “me”, Dio è nel sé che il cercatore è in ogni attimo presente: la coscienza “di esserci qui ed ora”, se attivata, diventa “coscienza di (avere) Dio in sé”.
Quando questa Verità emerge come rivelazione (e lo fa dall’interno [1]) non può lasciare intatta la percezione di quello che si considera “realtà”; la quale si chiama così solo perché ha una estensione dal passato al futuro, una “durata”.
Abbiamo altrove rimarcato come nulla possa avere consistenza se non occupa uno spazio per un tempo, cioè non abbia durata; ed abbiamo appena detto che Dio, anche se lo si concepisca come omnipervadente (il che non significa occupare spazi, ma essere lo spazio), non ha durata… ha permanenza; ciò che Lo sottrae alla percezione dei sensi umani ordinari, pur affermandone la presenza.
La differenza è che ha durata qualcosa che esiste cognitivamente anche se esce dal mio campo di coscienza, mentre ha permanenza quel che vivo come coscienza… ha durata l’altro da me, ha permanenza quel che io sono pur nel mio divenire, che mi rende mai identico a ciò che ero un attimo fa e che sarò tra un attimo. Io, come Dio, permango; il mondo esiste per sé, fuori di me, ed ha un decorso; ha permanenza, infine, ciò di cui ho coscienza qui ed ora, cioè il me senziente, stavolta con i sensi sottili.
Mentre il mondo contiene nascita e morte come punti estremi della durata, Dio, come me e in me, è eternamente vivo. Dunque io lo sono altrettanto nella mia parte essenziale che col divino coincide: il “mio Dio”, che è quel che Dio, in me, ha lasciato che cogliessi di Lui. Per questo motivo il problema dell’iniziato, in cui si sintetizza l’intera sua ricerca, è la Presenza, ossia la coscienza costante del proprio sé divino, dato che esso cessa di essere nel momento in cui se ne perde coscienza, per lasciar apparire il mondo “durevole”; il Sé divino, in estrema sintesi, è dunque la Coscienza di Essere quel che si è, Sovra-coscienza individuata.

NOTE
[1] – Dio, come fa il campo magnetico della Terra, emerge scaturendo dal nucleo (il “cuore”, qalb) di colui in cui alberga per poi generare un campo spirituale col quale avvolgerlo completamente, sicché da contenuto se ne fa contenitore, protettore ed abito invisibile, come direbbe Eckhart. Il segreto si rivela solo al suo ospite.
Però questa effusione di divinità – essa sì – “occupa” o piuttosto costituisce invisibilmente uno spazio, produce un’atmosfera entro la quale può essere immersa la “realtà durevole”, il creato, compreso l’uomo organico. Se questi contiene il seme del divino, bagnato da questa effusione esso germoglia e si effonde a sua volta: nella Tradizione questa “effusione spirituale” si chiama “baraka” e costituisce (ed in sostanza esaurisce) l’insegnamento impartito dal maestro ed il frutto delle pratiche.

Che luce?

“Che luce c’è nei figli degli uomini?” è stato chiesto.

L’esistente è un aggregato di elementi semplici che tendono a conservare il legame che li tiene insieme. E questo legame è amore.
Ogni aggregato acquista una identità, che consiste nella percezione dei propri confini.
Questa percezione è una forma primaria, basilare, di coscienza.
Poiché un composto [l’aggregato] diventa una cosa sola, [in esso non sussistono più] proprietà [dei componenti] e distinzioni. Esso diventa simile a una sostanza semplice… Quando le porzioni degli elementi trovano compenso“, ossia una coerenza, un equilibrio che le aggreghi, inizia un irraggiamento dal proprio interno che è simile “a quello del sole verso la terra(1).
Questi aggregati hanno tra loro relazioni dello stesso tipo, e così via… fino a riempire la Totalità dell’esistente.
L’Essere è “eccedente” rispetto a questa Totalità, che è apparente… è totalità sì, ma del Creato, o del Manifestato; l’Essere risiede nell’Increato da dove, come il Sole, irraggia il Creato (lo crea perennemente come Sua emanazione); quindi, sebbene l’Essere formi il manifestato come il Sole forma i colori della sua luce, e quindi ne sia parte integrante (in quanto della Sua medesima sostanza), pure Egli lo contiene(2): “ciò che è creato possiede molteplicità [complessità] all’esterno, e partecipa dell’Unità solo all’interno. L’intero Essere s’è manifestato attraverso la molteplicità, perché essa è una parte che fluisce all’interno dell’Unità.(3)
Il Manifestato è all’interno dell’Unità. Il vibrare di ogni cosa, il costituirsi di queste vibrazioni in “oggetti” organizzati, essi pure parte della vibrazione, è l’espressione della “vita” dell’Unità Vivente(4), come la circolazione del sangue è l’espressione della pulsazione del cuore: il movimento che ne è la potenzialità espressa in azione.
La totalità non possiede esistenza assoluta, in verità“, o meglio la Totalità del Manifestato è esistente, ma non è (non Ente).
Dunque, tutto ciò che attiene al movimento all’interno della Totalità del Manifestato (l’interezza della creazione), compresa la propria conservazione in esistenza, anche attraverso la riproduzione, è intrinseco alle leggi di aggregazione interne, in base alla sola esistenza della forza d’attrazione reciproca (Amore).
Il figlio dell’uomo è prodotto interno della Totalità del Manifestato: la luce che c’è in lui è la porzione che gli compete della luce che costituisce questo Manifestato.

***********

La capacità di valutazione di questo movimento interno al manifestato, è quanto serve al figlio dell’uomo per orientarsi, ed è un più elevato livello di coscienza rispetto a quello identitario. Per molti basta.
Ma a qualcuno può manifestarsi la visione dell’Unità, dell’Essere eccedente… e questo destabilizza e disorienta.
La mente è confronto, per funzionare ha bisogno di almeno due elementi da confrontare. Quando non vi è che un solo elemento, la mente si smarrisce. Presa dal panico, allora divide quell’elemento attraverso l’analisi, riduce l’unità di quel “composto” a quelle che le appaiono allora come parti costituenti; e per ogni unità elementare che gli appare, fa la stessa cosa. Così la mente ha affrontato il mondo complesso riducendolo in molecole, poi in atomi, poi in particelle, poi in pura vibrazione… trovando che la vibrazione è il Tutto Vivente, è l’Unità sottostante, infinitamente più complessa nelle sue relazioni interne di quella che appariva all’inizio dell’osservazione, ma implacabilmente unitaria: Tutto è Uno, Tutto è vibrazione: una meravigliosa profondità pulsante.
Fin qui lo stupore sorridente, quello che produce la bellezza; poi quello angosciato, quando si rivela che anche “Io” non sono che vibrazione. Che cosa mi tiene insieme? Quale forza? Angoscia poi che questa forza possa cessare, e venga la disgregazione… morte? No, estinzione dell’Io, per perdita di confini, che, a veder bene con stupore angosciato, sono solo fittizi, convenzionali… e quindi in ogni momento abbattibili. L’invasione dei confini dell’Io è sempre possibile; in certi momenti si fa probabile; in altri gli eventi precipitano e l’irruzione si realizza. La voce dell’Io si diluisce allontanandosi nell’infinito Uno, come la voce di Eco, e come il suo Narciso, che nell’infinito si è sciolto.
Ciò che teneva insieme era amore; ciò che resta al suo ritiro è terrore; inutile e residuale come un riverbero, perché quando appare il terrore, la dissoluzione dell’Io è già avvenuta, e si ascolta la sua eco ripetere, sempre più tenuamente: Io, io, io… mentre si perde.
Si vedono ormai molti vagare ripetendo: io, io, io … senza che dentro di loro vi sia altro che terrore… cosa li tiene ancora insieme? Cosa tiene insieme la loro corporeità? Un residuo d’amore, quel che resta della dotazione iniziale che permette l’esistenza organica, e che – erroneamente – viene chiamata “vita”. Quel residuo si esaurirà pian piano, perché non ha più la fonte da cui trarre rinnovate energie, nuovo amore.
Eppure vi è stato un momento in cui quell’aggregato umano provvisorio che indagava il proprio mondo ha trovato il Tutt’Uno, e si è riconosciuto come vibrazione nella vibrazione, si è visto come figlio di quella vibrazione, ha intuito la propria particolare vibrazione… se avesse detto: Io!(5) in quel momento, avrebbe fissato la propria permanenza in quello stato… una sorta di collasso della funzione d’onda spirituale; avrebbe varcato il confine di sé, e avrebbe raggiunto il sé dell’Altrove, quello veramente (nella Verità) Vivente.
Non lo ha fatto, ha spento la sua luce, l’origine della propria vita che risiedeva Altrove per non averla riconosciuta e anzi per averne avuto paura:

“Dio è la luce dei cieli e della terra. La Sua luce è come quella di una nicchia in cui si trova una lampada, la lampada è in un cristallo, il cristallo è come un astro brillante; il suo combustibile viene da un albero benedetto, un olivo né orientale né occidentale, il cui olio sembra illuminare senza neppure essere toccato dal fuoco. Luce su luce. Dio guida verso la Sua luce chi vuole Lui e propone agli uomini metafore…”(6)

Che luce c’è nei figli degli uomini? Come rispondere… quella che si sono potuti permettere di sostenere… o quella che la loro interpretazione delle “metafore” ha loro consentito di comprendere… Quale, nei Figli di Dio? quella nella quale si sono dissolti senza disperdersi.


NOTE
(1) Shabestari, (1288/1320), Il Giardino dei Misteri
(2) Secondo questa visione, contiene tutti gli “esistenti”.
(3) Shabestari, op. cit.
(4) L’Unico e il Vivente sono due degli attributi (o Nomi) divini.
(5) O meglio “Kun! anā ‘l Haqq!”, se avesse avuto la lucidità sufficiente a una sacra improntitudine…
(6) Sono parole che spiegano poeticamente e realisticamente come stanno le cose in Verità; che siano in Corano XXIV, 35 non le relega a un contesto culturale… appartengono alla profondità di ogni cuore umano non terrorizzato. Per il figlio di Dio sono un’evidenza.