Antiche storie di donne

La storia narrata dall’apocrifo dell’Antico Testamento noto come “Enoch Etiopico“, narra di una razza umana terrestre fatta di maschi e femmine (Genesi 1, 27), e della discesa presso di essa di una razza angelica (aliena, in senso etimologico) fatta di soli maschi, attratti dalla bellezza delle femmine umane. Questi “angeli”, per amore, insegnarono alle (loro) donne arti, scienza e tecnologie che consentirono alla razza umana l’avvio di quel progresso di cui beneficia trionfalmente ora (?). Vennero dei figli, detti i Giganti, però che divorarono ogni risorsa terrestre, finché la giustizia divina non fu costretta ad intervenire con il diluvio per distruggerli, etc.
Qui però vorremmo solo sottolineare come il ruolo della donna fosse e sia da sempre dirimente circa i destini della razza umana tutta. Nella storia che Enoch racconta, ci si trova in una situazione in cui la Terra è abitata da uomini umani, donne umane, uomini alieni; in questa situazione la donna decide se unirsi a un maschio umano, contribuendo alla conservazione e propagazione della razza umana, o a un maschio alieno dando luogo a una progenie ibrida, che si potrebbe considerare come una nuova umanità (di cui tralasciamo qui la potenziale distruttività perché non inerisce al tema che intendiamo svolgere).
In base alla scelta che solo la donna può fare, allora, si dà origine alle due “stirpi” che qualcuno ha chiamato rispettivamente con il nome di “figli degli uomini” e di “figli degli uomini che sono figli di Dio”, considerando la razza angelica come vicina alla natura divina e da essa discendente per generazione diretta (non mediata da una matrix femminile, per cui li si definisce “Figli del Padre” in senso stretto).
È ovvio che nel corso delle generazioni le due stirpi si siano mescolate tra loro, anche perché tra i “figli degli uomini che sono figli di Dio” vi saranno state delle femmine, a loro volta madri, che a loro volta avranno scelto il padre dei loro figli tra i membri di una delle due stirpi originarie… e così via. Ma in questa sede intendiamo solo recuperare il valore originario delle scelte femminili, sia in termini di generazione di figli che in termini di apprendimento e successivo insegnamento di tutti i valori culturali umani che hanno un senso conservativo, protettivo, di cura vissuta come amorevole.
All’origine, al netto delle successive mescolanze, la scelta di una femmina umana di unirsi con un uomo o con un angelo ha dato luogo a due stirpi, i cui destini sono opposti, perché sono opposte le funzioni e i percorsi… i percorsi “vitali” sono sempre circolari, per cui sono determinati dalle origini, dato che ad esse le vie percorse riconducono irresistibilmente. Il figlio dell’uomo potenzia, fortifica e accresce le qualità della specie umane, sforzandosi di farla evolvere; il figlio dell’uomo che è figlio di Dio tende al ritorno alle proprie origini divine, e tenta – viceversa – di liberarsi della condizione umana per ripristinare quella angelica precedente all’incarnazione che ha avuto come tramite la femmina umana. Il fulcro di tutto questo movimento (molto più attivo di quanto si può pensare, soprattutto in questa fase) è nella scelta originaria della donna… tutta l’umanità, variamente contenente i semi delle due stirpi, è d’altra parte riconducibile a una sola madre originaria, l’Eva mitocondriale: una sola donna. La libertà della quale le consentiva di unirsi a un uomo e a un angelo, e partorire i figli dell’uno e dell’altro, di entrambi…
Il potere della scelta femminile è totale, da sempre; è relativo ai destini di questo mondo, anzi li determina, può essere costruttivo e distruttivo a sua scelta, è l’antico potere di Sekhmet… è una enorme responsabilità, e si esercita comunque, anche nell’umiliazione del genere femminile cui disgraziatamente si assiste nello stesso mondo che ella ha prodotto, perché è insito nella Natura, è un potere in sé che si attua nelle donne e in esse si incarna e si realizza: si possono distruggere e umiliare le donne, ma non il potere che incarnano, la cui natura è tale che si esercita sulle donne stesse, che se ne sentono a volte soffocare. È un potere della Natura, dunque una Legge, di cui il maschio vorrebbe impadronirsi ma senza alcuna possibilità di riuscita: soggiogare stupidamente una donna, non è soggiogarne il potere, anzi è dimostrare quanto lo si subisca.

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La stirpe che viaggia verso la propria origine divina, proprio a causa di questo viaggio, tende progressivamente a sottrarsi a questo potere, o meglio: è questo potere a disinteressarsi di questa stirpe perché non è funzionale a proteggere l’umanità (la qualità umana “organica”, si intende), dal momento che intende trascenderla… è una storia molto attuale, se si ha voglia di osservare bene gli eventi… il divaricarsi di questi percorsi non ha bisogno di manifestarsi oltre lo stretto necessario; anzi…

“Riflessioni sul rovesciamento”, ovvero “Della καταστροϕή”

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Se si immagina uno schermo che intercetti la proiezione della luce filtrante attraverso una pellicola, è possibile ipotizzare che esso sia traslucido e che quindi l’immagine proiettata sia visibile dallo spettatore posto davanti allo schermo, come pure da un ipotetico tecnico di sala che si trovasse dietro di esso; si tratta, per lui, della così detta “retroproiezione”. Ora, questo sistema produce, nel tecnico una visione più luminosa, perché la luce ne colpisce direttamente l’occhio, sebbene filtrata dalla diapositiva e dallo schermo; mentre l’occhio dello spettatore è colpito dalla luce prima filtrata e poi riflessa, quindi indebolita. Inoltre il tecnico vede un’immagine rovesciata rispetto allo spettatore.
La platea è molto più numerosa e gode di quella che si potrebbe definire “proiezione principale”; il tecnico è uno solo, vede una proiezione secondaria, e lo fa non per godere dello spettacolo, ma per motivi professionali, per garantire alla platea una visione di qualità.
Il tecnico è uno che lavora dietro le quinte, e tuttavia è al servizio dello spettatore, ma anche dell’autore del film che richiede una riproduzione di alto valore che esalti il contenuto artistico dell’opera; anzi, questo secondo aspetto è forse preponderante, perché richiede cura e lavoro anche se – per ipotesi – la sala fosse vuota, per rispetto dell’opera in sé e del suo autore.

Ora, se l’opera adagiata mobilmente sullo schermo fosse la “vita”, come somma di eventi concatenati che raccontano una storia, che hanno una trama, si capirebbe come la visione del tecnico di questi eventi che si manifestano sarebbe rovesciata rispetto agli spettatori che ne sono in qualche modo, anche emotivamente, avvolti e che – assecondando la metafora – potremmo chiamare “i viventi”, nel senso (limitato) che sono partecipi delle vicende che lo schermo rimanda e che abbiamo assimilato alla “vita”. E la visione del tecnico sarebbe su un altro piano di interesse ed osservazione, perché volta alla continuità e alla resa perfetta della proiezione, non agli effetti emotivi dell’arte che essa veicola.
Al tecnico occorre che la proiezione si svolga e termini nel migliore dei modi, ne è personalmente responsabile, ma non lo riguardano gli effetti dell’opera sullo spettatore… atteggiamento del tutto dissimile da quello di quest’ultimo, e davvero distante dalle aspettative di lui nel momento in cui si siede in poltrona e si chiede “come andrà a finire”; il tecnico lo sa benissimo come finirà, conosce bene il film che proietta, lo ha visto prima, cioè lo ha pre-visto.
Ebbene, questo suo rovesciamento di prospettive, di intenti, di aspettative, di conoscenza è in senso stretto, rispetto alla visione dello spettatore, una “catastrofe”, (καταστροϕή).
La metafora cinematografica è giustificata dal fatto che la parola “catastrofe” è molto legata agli esiti finali delle tragedie greche: “La catastrofe è quella vicenda conclusiva che chiude la peripezia del personaggio principale, scioglie i nodi, i conflitti e gli equivoci creati dalla trama, spesso con la rivelazione di un fatto ignoto ai personaggi o al pubblico, e termina con la catarsi“. (Wikipedia)
Quindi al concetto di “catastrofe” è etimologicamente e storicamente connesso il concetto di “rivelazione” (apocalisse, ἀποκάλυψις) di fatti ignoti, di soluzione di nodi (di legami) e conflitti (interiori ed esteriori). Produce, si dice, la “purificazione” (catarsi, κάθαρσις), che è termine usato anche in psicoanalisi per definire la liberazione dal conflitto mediante abreazione, ovvero emersione (anche drammatica, o esplosiva) dell’energia contenuta nel blocco traumatico (energia psichica la cui reale qualità biologica fu svelata da W. Reich), con conseguente presa di coscienza (biologica)… presa di nuova coscienza, quella non impedita e limitata dagli oscuramenti di una parte di essa… ora, questo fatto, in psicoanalisi, è legato alla sub-coscienza e al rimosso doloroso che emerga; ma – straordinariamente – è possibile che la coscienza ordinaria si riveli oscurata per propria natura biologica, impedita ad andare oltre la propria qualità di “coscienza dello spettatore”, perché è così data ab origine mundi; e si riveli – quasi per abreazione inversa – una coscienza del tutto nuova conquistata per apocalisse e conseguente catarsi; una coscienza che non apparteneva precedentemente all’uomo in natura, dunque non biologica, non emergente dall’organico ma discendente, fatta di una sostanza sottile, imaginale, e che si manifesta ora come sovra-coscienza: una forma di coscienza identificata e consapevole di sé, liberata dall’unità, oscurante e abreagita però nella catastrofe.

La creazione è perenne, ma non si deve intendere con ciò che un creatore sia continuamente all’opera; piuttosto il Creatore ha impresso una forza che ha generato un’avvio iniziale, il quale ha costituito la causa di effetti, ognuno dei quali è stato poi causa degli effetti successivi. Di modo che vi è insito nella natura creata (si intende semplicemente “realizzata” o “attuata”) un automatismo a generare se stessa e tale che ogni parte nuovamente generata si adatti all’ambiente in cui viene espressa, cioè al complesso delle parti permanenti del ciclo creativo precedente. Questo giustifica la capacità adattiva della materia vivente (organica e no) che chiamiamo impropriamente evoluzione.
Ebbene, la coscienza organica è la capacità dello spettatore di essere presente al creato facendone parte integrante; se vi è un rimosso inconscio, esso è una limitazione all’uso di questa potenziale coscienza integrale. Ma, appunto, parliamo della coscienza emergente dal creato come fatto che le appartiene per effetto della concatenazione causale, e quindi chiusa – insieme con la creazione intera – all’interno di se stessa, generante se stessa, bastante a se stessa – come si diceva – ab origine mundi. Le possibilità di affinamento di questa coscienza sono limitate agli adattamenti a una crescente complessità del creato, ma non oltre.
Ad altro ci riferiamo parlando di coscienza imaginale, o sovra-coscienza: non emergente dal ribollire del vivente, ma discesa in esso e poi liberata attraverso presa d’atto di sé, auto-riconoscimento abreattivo. La presa d’atto di sé equivale a una identificazione, a un “Io sono” che la definisce come estranea al creato organico sul quale era impiantata prima di questa rivelazione (apocalisse); ed è per questo che ne abbiamo parlato come di Ente/Coscienza. Esso deve essere inteso e percepito come totalmente compiuto pur nell’assenza di corporeità, intero e perciò perfetto; non organico e quindi totalmente fatto della materia di cui è fatta la coscienza… Sappiamo che quella organica è uno stato di coerenza quantistica, e quindi possiamo ritenere che la sovra-coscienza sia uno stato di coerenza stabilizzato (non frutto di continue fluttuazioni che trovano equilibri instabili), un equilibrio fragile nella sua sottigliezza di relazioni immateriali ma imperturbabili, e quindi ben più solido strutturalmente che nella coscienza organica… Una luce coerente, in perenne interferenza costruttiva con se stessa… Un Ente/Coscienza che è Uomo di Luce.

Le cose viste dal punto di osservazione del tecnico di sala sono diverse. La sua è una visione – come si è detto – catastrofica nella misura in cui è rovesciata, è più luminosa, è una pre-visione. Il rovesciamento qui è simile a quello di un cliché tipografico, che, impresso, restituisce una immagine speculare rispetto a sé; cosicché chi volesse conoscere l’origine e la matrice dello stampato ed eventualmente correggerne gli errori, deve agire sul cliché.
Occuparsi dello svolgersi ordinato dei processi creativi rimanendo nascosto, non significa perciò affatto tramare nell’oscurità o fare il burattinaio. Non si tratta di complotti, ma di servizio. Ogni opera rappresentata ha gli interpreti che la agiscono, ma gli autori, e anche i tecnici che la rendono perfetta alla fruizione, non sono mai “esposti”; questo dovrebbe far pensare quanto ciò che lo spettatore (l’uomo naturale, intendiamo), vede è prodotto, generato, pensato con la funzione imaginale della sovra-coscienza in luoghi invisibili, ma non per questo oscuri nel senso di segreti o celati subdolamente… è che è proprio così, necessario perché non potrebbe essere diversamente. Il luogo da cui la proiezione avviene è buio, come la camera oscura in cui si sviluppa un cliché…
L’osservazione del tecnico, il cui mondo coscienziale è caratterizzato dall’inversione delle luci, avviene nello stato di coscienza che gli è proprio, quello della sovra-coscienza. Esso può essere descritto come simile a quello che nella coscienza organica corrisponde alla predominanza del cervello destro, o allo stato di sospensione che coglie l’artista in preda all’ispirazione.
Vi è una tecnica suggerita a chi vuole imparare a disegnare: dal momento che il disegno corrisponde al tracciamento delle linee che contengono una certa forma, in genere lo “spettatore” osserva – poniamo – un pesce nel mare e tratteggia la linea esterna che ne separa la sagoma dal contesto, il mare; e ciò è disegnare il pesce. Ma si suggerisce: non disegnare il pesce, disegna il mare! ovvero traccia la linea che separa il mare dal pesce… è vero che la linea è la stessa, ma l’intento descrittivo si allarga di molto e costringe a una visione d’insieme, una visione sintetica e complessiva, quanto la prima era analitica e selettiva. Questo cambia lo stato di coscienza, e questo stato è quello visionario proprio della sovra-coscienza.

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Ebbene, il tecnico di sala deve adottare questa modalità di osservazione, in cui in effetti osservazione non c’è (egli, in verità, più che adottare questa coscienza, è sovra-coscienza pura). C’è attenzione al grado di variazione della coerenza generale, dell’equilibrio tra opera, proiettore, pellicola, luce, schermo, immagine, buio in sala, spettatori, se stesso… Nulla è visto in particolare, ma è visto il sistema (il creato in atto): e se uno degli elementi cessa di contribuire al suo equilibrio, è la mancanza di quest’ultimo che ne denuncia la defezione all’attenzione del tecnico. Poiché la sua funzione è quella di riordinare e di produrre un nuovo equilibrio, egli deve intervenire, ma ristabilire un equilibrio non è necessariamente ricondurre a coerenza l’elemento che se ne è astratto; più efficacemente l’elemento può essere sostituito da un altro, affatto diverso se del caso, e l’equilibrio potrà essere del tutto diverso, potrà disegnare un mondo del tutto nuovo e inusitato, purché equilibrio vi sia. L’equilibrio degli elementi è il mondo, è il “film rappresentato” nella sua completezza di sistema complesso, e che non ha termine, sebbene gli spettatori possano a turno abbandonare la sala, sostituiti da altri. Di questo sistema complesso in equilibrio, il “tecnico” (l’Ente/Coscienza) fa parte integrante, ne è il pantocratore, l’elemento ordinatore.
Un salto evolutivo reale – a livello umano –  sarebbe quello da spettatore a tecnico di sala. Si tratta di passare dall’altra parte dello schermo, e lo si fa solo se la sovra-coscienza si impone, si libera e si individua. Si libera però solo chi c’è, sebbene prigioniero…

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Future risposte

Si comincia a sentir evocare, da qualche parte, la possibilità che la pandemia possa dar luogo a una nuova “umanità”, o almeno a un nuovo umanesimo; alla base di questo cambiamento – imposto dalle circostanze – ci sarebbe la riscoperta di valori fondamentali, o almeno la riscoperta dell’esistenza di valori in genere, cui riferirsi nel modulare i venturi rapporti tra umani. Si cercano risposte a domande fondamentali poste dall’esigenza di scoprire i valori sepolti, dar loro una rispolverata e porli di nuovo all’attenzione pubblica. L’amor di patria (e di solidale cameratismo?) sembra essere tra questi il più rivitalizzato, in base al numero di spot pubblicitari che lo affermano in funzione del profitto che può produrre al momento della “ripresa economica”. Questo atteggiamento svela l’ipocrisia che contiene: non l’esigenza di cambiare, ma l’esigenza di tornare all’antico, mantenendo tutto com’è, e riscoprendo magari altre motivazioni a consumare (l’uomo è una struttura dissipativa, dice Prigogine), dato che non sembravano essercene più.

Una nuova umanità e un nuovo umanesimo saranno necessariamente fondati; ma su valori nuovi, ancora sconosciuti e forse non adeguati a far nuovo profitto né a rilanciare l’economia… tra quelli che auspicano questo cambiamento e quelli che ne sono terrorizzati si potrà forse porre una linea di separazione e si individueranno sistemi ideologici sui quali fondare il futuro dibattito socio/politico. Ma tutto questo riguarderà l’umanità, la quale ha lo scopo fondamentale di sostenersi e di auto-alimentarsi, sostanzialmente di sopravvivere, e non mai (presa nel suo complesso, certo) di superarsi, di trascendersi.
Chi avesse scoperto in questi giorni epagomeni di aver invece proprio questo desiderio, questa aspirazione, e piuttosto questa imperativa necessità, si troverà estraneo al “cambiamento” in senso umanitario ed umanistico, e dovrà porsi delle domande ben più radicali, ben più “valoriali”, che riguardano proprio, e strettamente, “l’essere uomo”, o per meglio scrivere, “l’Essere uomo”… domande inerenti all’Essere, che – si sa – non è l’esistere, tema del quale il nuovo umanesimo si andrà forse occupando nella prima fase dissolutiva del vecchio sistema, riallacciandosi probabilmente a filosofie post-surrealiste.

Queste domande, si scoprirà, avranno una caratteristica fondamentale: non potranno trovare risposte in alcuno. Le risposte che qualcuno può dare alle nostre domande – d’altra parte – non cambiano quel che siamo, ma solo quel che sappiamo. Se il “sapiente” , l’esperto di turno, è un filosofo impegnato nel nuovo umanesimo, darà risposte vecchie, inutili, sapute; e gli altri, quelli fuori da questo “giro” non hanno altro che domande, sono gloriosamente e socraticamente ignoranti.
Il tema è l’Essere, e modificano l’Essere solo le risposte che riusciamo a dare a noi stessi perché nessun altro le conosce… Trovarle, è il solo Lavoro che modifica l’Essere.
Questo però richiede una consapevolezza nuova (che si troverà solo dopo un po’ di vani tentativi, secondo la regola del trial and error), che sarà quella di possedere ogni conoscenza in sé, ed anzi – meglio – non tanto di possederla (che l’idea di possesso potrebbe essere obsoleta) quanto di – appunto – esserlo, ovvero di incarnarla. Quindi ogni risposta “vera” e “veritiera” potrebbe essere trovata solo tra gli elementi che costituiscono “l’Essere (umano)” – che sono la totalità degli elementi prima di diventare cose -, e il trovarla apporterebbe beneficio non alla conoscenza (che è già totalmente data a priori), ma all’Essere in sé…; nel senso che il cieco che brancolasse nel buio dell’Universo e vedesse all’improvviso il bagliore di una stella, non aggiungerebbe inutilmente questo al proprio bagaglio culturale, ma dovrebbe constatare di aver trovato la vista che non aveva ancora attivata. La stella allora non è una cosa la realtà fisica della quale abbia senso, ma il segno probante della realtà del cambiamento impressosi e realizzatosi nell’Essere.

Certo, questa sembra quasi presentarsi come una nuova stirpe di Esseri, che finirebbe per divaricare le proprie sorti da quelle della neo-umanità… Quindi chiedersi se se ne fosse potenzialmente parte è bene, ricordandosi che la domanda che fa la differenza è quella alla quale nessuno può dare risposta…

Scarabeo

Impotenza amorosa

Chi è tormentato da una impotenza rabbiosa a disporre persino della propria vita, prova rabbia impotente verso ogni cosa o evento più grande e più forte di lui, che sente come nemico… Così gli è nemico anche l’amore, e provarlo lo rende furioso. L’amore invade, ed essere invasi terrorizza…
D’altronde, allearsi con ciò che è più grande di lui, vorrebbe dire lasciarsene assorbire fino al punto di annullarsi, e questo richiede coraggio… e la rabbia impotente è paurosa tanto da essere vigliacca. Il che non è un giudizio morale, ma la descrizione dei sintomi di una sindrome. Chi ne è affetto è preda involontaria di qualcosa più grande di lui, proprio ciò che teme di più e di cui è paradossale autore e alleato.

Aliquid

Da che è l’uomo, vi sono individui che si interrogano sulla propria natura e sulla propria origine, e che lo fanno utilizzando tutte le capacità date loro dalla Natura e disponibili nel momento in cui vivono. Fondamentalmente si interrogano sulla vita e sulla morte, e sulla differenza che vi è tra questi due eventi; si domandano quale sia il quid che costituisce questa differenza.
Questa ricerca millenaria ha condotto a un vasto sistema di credenze articolate tra loro, alcune comprovabili con esperimenti, altre no; nessuna risolutiva. Ma questo complesso, di enorme vastità, sedimentatosi nel tempo, è la cultura umana.
La Conoscenza umana, invece, è un’esperienza del qui ed ora, e non è cumulabile; non appartiene all’umanità tutta, quale eredità delle generazioni precedenti, ma all’individuo umano, e si esaurisce, come un lampo al magnesio, nel momento stesso in cui si realizza. L’individuo ne serba un ricordo limitato al tempo della propria vita, e non sempre; tuttavia, questo lampo, non è la Conoscenza in sé, ma uno squarcio nelle tenebre che la avvolgono e la proteggono, subito riparato.
Ma in questi tempi si impone una considerazione molto basica: “vi sono individui che si interrogano sulla propria natura e sulla propria origine” – come si diceva – e molti altri che non lo fanno, non lo hanno mai fatto, non sono interessati a farlo, non capiscono perché mai dovrebbero farlo; e tra questi ultimi ve ne sono alcuni dotati di grande cultura umana, che utilizzano per risolvere i problemi della natura umana, individuale e sociale; ed altri, dotati di cultura inferiore, o meno specialistica, o di cultura pratica, che vivono la propria vita cercando di renderla più gradevole possibile, o meno difficile possibile, facendosi aiutare o guidare se serve, affidandosi e delegando.
Questa davvero grossolana e rozza classificazione, serve qui solo a semplificare un concetto: che “gli individui che si interrogano” e che, grazie a questo, possono ricevere lampi di Conoscenza, sono una categoria non interamente comprimibile all’interno di quelle che costituiscono la società umana; ne sono dentro per contingenza, ne sono fuori per specificità… chi coltiva la cultura, non ha mai ricevuto lampi di Conoscenza, perché se no coltiverebbe la ricerca della Conoscenza abbandonando ogni cultura (sappiamo – nel dirlo – quanto questo possa suscitare indignazione), anche se fosse essa ad averlo avvicinato alla Conoscenza.
Se dunque essi cercano il quid (dato il quale è la vita, tolto il quale la vita non è), è la ricerca del quid a identificarne la caratteristica umana; e in qualche modo, è proprio questo stesso quid, in sé, a farlo. Certo è ardito dirlo, ma ciò che distingue la vita dalla morte, distingue pure un gruppo umano da un altro… però così si va lontano.
Una certa “Vita”, quella che è ontologicamente, cioè è e basta, e si cala nell’organico o se ne ritrae, è l’oggetto della ricerca di questo genere di umani, e poiché essi sono vivi, sentono con chiarezza che il modo migliore di cercarla è in se stessi. Questo non li relega al ruolo di pseudo-psicologi introspettivi, ma piuttosto consegna loro quello di scienziati che usano se stessi come “preparato sperimentale”. Non indagano la psiche, ma la vita che ne è la condicio sine qua non.
Andando lontano come si temeva di dover fare, la logica aristotelica impone di dedurre che hanno questa Vita come propria origine coloro che la ricercano, mentre quelli che non ne sentono l’esigenza la hanno in prestito, non la hanno nel proprio seme genetico originario; e che – in senso strettissimo e riferito solo a queste considerazioni -, i primi sono realmente vivi, gli altri sono… morti viventi.
Che cosa distingue questi due gruppi, è – lo abbiamo visto – il quid che chiamiamo Vita… ma come riconoscerli e distinguerli, dato che l’apparenza di vitalità è comune? Non è necessario farlo, in fondo; se qualcuno lo fa, è solo come effetto secondario dell’avere stabilito in sé e per sé di appartenere con certezza ad una delle due categorie. Chi lo ha stabilito ha la forte tendenza a disinteressarsi delle vicende dell’altro gruppo… la presente fase storico/evolutiva segna questa divaricazione di intenti e di direzioni, ma la cosa non può apparire con nettezza a chi non abbia riconosciuto se stesso come membro di uno dei due gruppi, e quindi a chi non avrà avuto mai lo stimolo ad indagare la propria origine…

Normale

Stiamo tornando a una “normalità”, ma una normalità alterata… È normale tutto ciò che è ripetitivo in modo rassicurante, rituale e ciclico. Non è invece importante quali siano i gesti che si ripetono e il senso che hanno. È normale tutto ciò che resta uguale a se stesso per un tempo possibilmente eterno… Così è normale la povertà, la diseguaglianza, l’ingiustizia, la sopraffazione, la superficialità ignorante e vanitosa, la falsa gioia di vivere, l’ipocrisia e l’insensatezza di esistere per sopravvivere.

C’è stata la buona occasione di assaporare l’anormale, l’assenza di certezze e sicurezze, la riflessione coattiva sul senso della propria vita… Qualcuno l’avrà certo colta, molti altri sono ancora frastornati e impauriti… Chiedono sicurezza, e troveranno chi sarà disposto a garantigliela… È normale.

Mistica sessualità

Alla psicoanalisi è noto il fenomeno della sublimazione (alla lettera “spiritualizzazione“, ed “esaltazione“):

Chiamiamo facoltà di sublimazione questa proprietà di scambiare la meta originaria sessuale con un’altra, non più sessuale ma psichicamente affine alla prima. (S. Freud)

W. Reich rivela trattarsi di uno spostamento di energia vitale (orgonica) dal livello dei genitali verso l’alto, al fine di non percepire la delusione dovuta all’assenza di pratica sessuale, di frustrazione o di soddisfazione orgastica. Ma l’umanità ne trae benefici, perché questa energia determina i grandi salti conoscitivi ed artistici della specie.
In diversi casi, però, la “spiritualizzazione esaltata” acquista una qualità patologica, e si manifesta, nei casi più gravi, come mania religiosa. In questi casi il soggetto trasferisce la propria libido (desiderio sessuale) su un oggetto sessualmente irraggiungibile e così si salva dalla frustrazione del proprio desiderio, pur mantenendolo ben vivo. Grandi mistici (Santa Teresa tra questi) hanno fatto di questo anelito sensuale una spinta tanto potente da manifestarsi parossisticamente come estasi, qui non altro che un orgasmo sublimato, sebbene estasi a tutti gli effetti.
Esiste dunque una sessualità umana (intesa come spinta istintuale all’accoppiamento generata dal recondito bisogno di riprodursi, ma percepita come esperienza psichica di unione con l’amato) che non trovando la possibilità di esprimersi creativamente (cioè nel trasmettere la vita), si sublima in misticismo. Questa metamorfosi è una possibilità data alla persona umana, ovvero all’animale umano dotato di una coscienza capace di trasformare (l’animale non umano non sublima).

Molto poco o niente si è pensato al movimento opposto, quello che fa scendere l’energia spirituale verso i genitali, e quindi non misticizza la sessualità, ma al contrario sessualizza il misticismo… Ne ha parlato forse solo Enoch, quando ha descritto il desiderio sessuale (e riproduttivo…) degli angeli (puri spiriti caduti)  verso le figlie degli uomini.
Se esiste un corpo che sospinto dal desiderio e dall’energia sessuale si solleva, esiste di converso uno spirito che sospinto dal desiderio di incarnarsi (di radicarsi in terra, di condensarsi) utilizza la stessa energia sessuale per discendere. Il desiderio sessuale di alcuni (a volte tormentoso), che talvolta (specie nelle donne) si mostra come desiderio di generare è, a volte, nei più profondi recessi dei “figli degli uomini che sono Figli di Dio“, legato a questo bisogno di radicamento. Certo, va distinto dall’impulso riproduttivo apparentemente identico dell’animale umano… per questo, alla base di tutto, è fondamentale sapere chi si è in essenza.
Comunque, in questa fase evolutiva (che si distingue da quella adattiva darwiniana) però, questa seconda tipologia di esigenza legata alla sessualità non ha più ragione di essere: la necessità dello “spirito angelico” non è più quella di incarnarsi attraverso la generazione sessuale, ma è quella di “essere in sé” fuori dai condizionamenti che l’ingresso nel ciclo dell’incarnazione inevitabilmente produrrebbe, e di “generare” un sistema complesso i cui legami (quantici) tengano insieme un nuovo universo, un luogo, un ambiente adatto ad accoglierlo… L’angelo caduto non ha più bisogno delle figlie degli uomini per radicarsi sulla Terra, ma ha bisogno di costruire una… Terra spirituale.
Il che non nega l’impulso all’unione, ma ne nega interamente la finalità riproduttiva (più o meno nascosta). L’unione è, nell’essere angelico, l’obiettivo dell’Amore (che è forza legante per attrazione) al fine della costruzione di questa nuova “Terra”, è costruzione di legami quantici a tal scopo; la riproduzione è obiettivo esclusivo dell’uomo naturale.

Scienza come religione

Un brillante articolo descrive come la scienza (la medicina in particolare) sia diventata la nuova religione, e come abbia vinto, grazie alla pandemia, la battaglia dialettica (a volte duello, a volte compromesso) con gli altri due sistemi/religioni che dominano il nostro mondo socio-politico: il capitalismo (l’economia) e il cristianesimo (cattolico).
Aggiungiamo una riflessione: questi sistemi, (che si basano sul fatto che i loro sacerdoti conoscano il loro particolare lessico, siano gli “esperti” capaci di mediare tra il popolo e la Verità), attribuiscono loro un potere sostanzialmente assoluto (le dispute sono sempre e solo tra loro), per cui la decodifica della Verità (secretata) è ufficialmente sempre quella del gruppo di sacerdoti che impone la propria interpretazione, a volte sfruttando cinicamente il consenso popolare (deformazione patologica della democrazia) per sopraffare gli avversari.
L’articolo nota come questa società si nutra non di idee, ma di notizie e di interpretazione delle stesse, e forse dovrebbe annoverare tra le “religioni” anche questa: l’informazione. Il Papa stesso, invocando la benedizione divina sui giornalisti, li accredita di essere vettori della verità, proprio lui…
L’articolo inoltre induce a una riflessione sui riti e sulle metodiche che appartengono a ciascuna religione. A noi pare che in effetti, ciascuna di esse possa articolarsi su aspetti essoterici ed esoterici, a seconda che si rivolgano al “popolo” incolto, o al dotto adepto.
Però, come altre volte da qui abbiamo sottolineato, il nocciolo di tutto questo complesso articolarsi di poteri consiste nella Verità stessa, che ognuno di essi pretende di poter interpretare… e questo sistema allora ha ragione di mantenersi in vita solo finché questa Verità non voglia mostrarsi “senza intermediari”.
Da qui ribadiamo che, ai nostri occhi, questo sta avvenendo proprio ora e che, però, molti tengono gli occhi chiusi. Si obietterà che così, quando la Verità tornerà ad adombrarsi (se vorrà), saranno quelli con gli occhi ora aperti che diranno di poterne essere intermediari… e si avrebbe ragione, se non fosse che la Verità di cui si parla non si rivela che interiormente, nei recessi più profondi dei “cuori” umani, luogo di cui non tutti si sono occupati di ricercare le chiavi… quelli che lo hanno fatto, e che vedono la Verità, non potranno che serbarla per sé, e non potranno esserne tramite se non con la loro mera presenza. Ordinaria, non dichiarata, socialmente invisibile e fuori da ogni pseudo-potere, nel frattempo corroso e agente solo sui “ciechi”.