Immagini del dolore

Il dolore, come ogni forte affetto, ha le sue immagini, che rimangono spesso in una sorta di purgatorio della memoria da cui possono essere facilmente richiamate da una coscienza vigile che ne voglia rinnovare il potere di ferire. Se questo esercizio, che la coscienza produce a scopo espiatorio (ché il dolore contiene sempre il sottile dubbio della colpa), viene reiterato troppe volte, trasforma il dolore sano in malattia; e la malattia di tal fatta pretende invasivamente di essere curata fino a riempire l’intera esistenza e diventare con prepotenza lo scopo unico di essa. Malattia e cura si saldano in un’unica entità dalla solidità inscalfibile ed impediscono la vita di quell’anima che il dolore iniziale avrebbe potuto forse, al contrario, intenerire, e rendere permeabile allo Spirito.

Separazioni

Un discepolo su una particolare forma della Via, sottoposto a pesanti e dolorosissime esperienze di vita, cercava conforto presso il proprio Maestro, che gli rispondeva, laconico: “La sofferenza non è necessaria sulla Via”.
Eppure quella sofferenza era acuta, e non cessava. Rifletteva, perché quelle parole lo obbligavano a farlo; e si sentiva persino in colpa perché, in base ad esse, quel dolore era un peso che non avrebbe dovuto avere.
Un giorno, qualcuno dei nuovi discepoli gli parlò del proprio dolore e lui gli disse: “La sofferenza non è necessaria sulla Via… ma è inevitabile”.
Inevitabile perché non sapeva evitarla; ma inevitabile anche perché – rifletteva -, egli la sentiva come uno strappo, una lacerazione quasi della carne, e ciò significava che si trattava di una separazione da una parte di sé; la perdita di una persona cara era una separazione dalla propria linea di generazione e di concatenazioni umane, e la propria malattia era una separazione della propria essenza dal proprio corpo e dalle sue consuetudini: comunque, a guardar da vicino, non vi era dolore che non fosse dovuto a una separazione derivata da una perdita: di persone, cose, salute, lavoro…. Poiché – continuava a riflettere – la Via era tale perché si trattava di una allontanamento da un luogo fisico per andare verso un luogo metafisico, la separazione era l’essenza stessa della Via… dunque il dolore che ne derivava era inevitabile. E il più acuto derivava, in buona sostanza, dalla separazione da sé stesso, dalla perdita di sé stesso, che era il suo scopo.
Trovò questo pensiero, che gli giunse come una rivelazione, più esaltante che confortante… il dolore infatti rimaneva, ma aveva un senso, ed un senso così elevato da giustificarne interamente l’intensità. Il dolore, pur acuto, non gravava più come un peso sulle spalle, ma diventava quasi un carburante che rendeva il passo più vigoroso e rapido.
Se questa soluzione, questo scioglimento della densità del dolore, potesse considerarsi frutto della “protezione” che il cammino stesso garantisce, non era certo; ma se così fosse stato egli si rendeva conto che questa protezione non poteva essere estesa a quanti, pur da lui amati, non gli camminavano accanto; sui quali, però, poteva estendere l’ardore del suo ritrovato vigore come una cappa d’amore mentre affrontavano il loro cammino.
I cammini si divaricavano, questo si vedeva ora con chiarezza ad ogni passo; ma questa, che era una separazione ancora più netta da tutto, non era più una perdita passiva (qualcosa che si staccava da sé), ma un attivo guadagno di libertà (sé che si staccava da ogni cosa, persino da sé stesso). E questo come poteva essere un dolore, se al termine del cammino sarebbe arrivata, sola, la sua Essenza?


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Uscire da sé stessi

“Uscii da me stesso in condizioni di povertà, di abbandono e di distacco da tutte le mie apprensioni, cioè con l’intelletto annebbiato, la volontà inerte, la memoria angosciata ed afflitta, e mi lasciai andare alle tenebre della pura fede, che per le suddette potenze naturali è come notte oscura.
Uscii da me stesso spinto dall’insistente brama di guadagnarmi a qualsiasi costo l’amore di Dio, malgrado le ansie e le svariate afflizioni che esso mi avrebbe procurato. Uscii dunque senza che i sensi me lo impedissero dal mio modo infantile di intendere, dalla mia incapacità di amare e dalla mia misera e scarsa maniera di gustarlo.
E questa fu per me gran gioia ed evento fortunoso, perché avendo annichilito e placato le potenze, le passioni, gli stimoli e gli affetti che mi facevano intendere ed assaporare Dio a un livello rudimentale, passai da un comportamento umano ad un operare divino. Tramite questa purificazione, che trasforma l’umano e naturale in divino, il mio intelletto uscì fuori di sé, poiché unendosi a Dio più non intende con la forza e la luce innata naturale, ma con la Sapienza divina alla quale si è congiunto. Anche la mia volontà unendosi all’amore divino venne fuori da sé e si fece divina, per cui non si comporta più con Dio umanamente, né ancora ama rozzamente spinta dalla sua forza naturale, ma con la forza e la purezza dello Spirito. Allo stesso modo la mia memoria si è illuminata di riverberi di eterna gloria. Infine per questa purificazione e la liberazione dall’uomo vecchio, tutte le forze e gli affetti si sono rinnovati in armonie e diletti di natura divina.” [Giovanni della Croce]

Vi è una fase, lungo la Via, che richiede l’esperienza che Giovanni descrive con grande capacità di sintesi e di chiarezza: è una fase avanzata, tanto che non a molti è dato avvicinarvisi; e comunque non è la finale, ma quella che la precede e che ne consente l’accesso se attraversata senza morirne.
Quel che essa determina è la sconfitta di tutte le potenze naturali, ovvero di tutti quegli elementi che l’uomo orgogliosamente rivendica come propriamente suoi (intelletto, volontà, capacità di amare, memoria del passato in quanto radice della propria identità…); sconfitta della sensorialità e dell’emozionalità come strumenti di conoscenza del mondo che erroneamente si è ritenuto potessero egualmente far conoscere il divino.
Fase dunque della sconfitta totale, o meglio dell’annichilimento, dell’umano e della singola umanità che il cercatore utilizza per avanzare… perché proprio l’umanità è ostacolo invalicabile alla potenzialità divina dell’essere che vi si adombra. Ed esperienza perciò non più umana, inimmaginabile a priori, dacché ciascuno inizia la propria ricerca credendo di dover perfezionare la propria umanità, non di doverla perdere, annientare, superare per andare verso un “oltre” sconosciuto e decisamente oscuro come la più oscura delle notti.
Questa inumanità divina che ne prende il posto è troppo grande per essere contenuta nella spoglia umana, e così la lacera dall’interno, la manda in mille pezzi; e poichè la spoglia umana conserva le sue specifiche potenze sensoriali e mentali, la fa soffrire. Ma è allora la Coscienza liberata dell’Essere che trova le armonie e i diletti della propria divinità, e la memoria dei riverberi dell’eterna gloria dalla quale proviene.
La fase che Giovanni descrive è quella in cui, ancora, la coscienza ordinaria, naturale ed umana, ha la prevalenza e soffre quindi nella sensorialità di cui è fatta; mentre la fase dell’oltre, di cui si assaporano lampi improvvisi nella notte oscura, è dominata dalla Coscienza dell’Essere, che guarda con distacco alla povertà della propria spoglia.

Vie d’uscita

Capita a chi scrive di ricevere le confidenze di qualcuno che è angosciato da condizioni di esistenza talmente aggrovigliate di negatività da non vederne vie d’uscita. L’osservazione distaccata della situazione porta a volte alla conclusione che la via d’uscita non si vede perché non c’è. E non vi è neppure la possibilità di dare aiuto se non per cose minime e non risolutive, come quella, del tutto inutile, di porgere ascolto a quei racconti.
La sofferenza che si sperimenta in situazioni del genere è la più grande che l’animo umano possa sopportare; e spesso si deve constatare che quella situazione è il frutto inevitabile di una serie di eventi precedenti che sono stati messi in atto proprio da chi ora vi si trova costretto; per propria scelta, molte volte, per scelta obbligata in poche altre (quelle che si riveleranno come insegnamenti).
La sofferenza è così grande perché queste situazioni consumano ogni spazio di libertà e impongono il giogo implacabile della Necessità. La quale si fa conoscere così, ed apprezzare, e rispettare. La Necessità si impone come legge inumana, perché alla legge umana, e persino a quella naturale, si può disubbidire.
Così, se si sopravvive a queste situazioni spesso esiziali, si può dire di aver ricevuto la Conoscenza della Necessità, che è una forma della Potenza Assoluta; si tratta, col senno di poi, di prove iniziatiche che non saranno state tali, però, per quelli che non saranno sopravvissuti loro.
Si consiglia di viaggiare leggeri, se si intraprendono cammini ardui e ripidi. E senza altra compagnia che quella casuale di chi si incontra sul cammino.

Fare del bene

“Cercare di fare del bene quando non si può [modificare la sostanza delle cose], è un lusso disponibile, ahimé, solo per l’ignorante. Può essere eroico e compiacere te e i tuoi amici. Il solo difetto è che non funzionerà. Sentirsi apprezzare e mirare a bassi livelli può farci sentire bene, e anche può impedirci di servire realmente Dio e l’uomo”. (Idries Shah)

Il problema di chi fa del bene, soccorrendo e accorrendo, è che lo si vede farlo; e che è possibile riscontrare immediatamente l’effetto del suo intervento. Il che è un bene, ma inevitabilmente accende la gratitudine e l’umano apprezzamento nei confronti del benefattore; sicché diventa difficile sottrarlo al sospetto di vanità, o almeno del suo possibile insorgere.
Una buona capacità di fare il bene è invece quella di chi muove tanto remotamente gli avvenimenti, come in un gioco di biliardo, che sia impossibile dagli effetti (che sono molteplici, in quel caso) risalire alla causa e all’attore di essa.
Un intervento di tal fatta produce mutamenti nel concatenamento degli eventi, senza sopprimere la legge causale; può, come un soffio di vento improvviso, deviare il percorso di una freccia in modo che non colpisca il bersaglio, o ne colpisca uno diverso da quello voluto, senza che venga turbato il nesso che esiste tra l’atto di scoccare e l’atto di colpire, che è insopprimibile.
Così ad esempio è facile notare quanto bene faccia all’umanità quel medico che guarisce il paziente da una malattia incurabile, ma nessuno saprà mai quanto bene possa aver fatto colui che ha deviato il corso degli eventi quel poco che è bastato a rendere curabile quella stessa malattia (altrimenti mortale) in quel particolare paziente.
Questi interventi sottili e a largo raggio d’azione (che impongono cambiamenti a tutto il contesto e che forse mutano molti destini) possono avere successo solo se ve ne sono le condizioni complessive. Quanto può cambiare i destini del mondo la venuta ad esso di un figlio di Dio senza che nessuno possa sapere che è tale? Quanto può farlo il decesso a questo mondo di un altro? La loro stessa e sola presenza è un turbamento nel Cosmo e insieme un ri-ordinamento di esso; e finché essi ci sono, tale ordine delle cose è garantito; per essere poi sostituito da altro ordine quando il progetto lo richieda.
Quali sono queste condizioni? Se entro in una piscina vuota, l’onda che produco non raggiungerà nessuno; se entro in una affollata, nessuno si accorgerà del mio ingresso perché ognuno verrà colpito dalle onde dei tanti altri nuotatori… ma quella prodotta da me colpirà tutti i bagnanti, direttamente o di riflesso. Bisogna sapere quando la piscina è piena, tutto qui… è facile, basta guardare la piscina da un punto di vista che permetta di vederla tutta intera.

La Proiezione

Si racconta di un maestro che insegnava a un discepolo la proiezione. Vestito come sempre (non si deve confondere la proiezione con l’immagine) si poneva in un luogo in cui era sconosciuto e proiettava l’intenzione “povero e bisognoso” e subito qualcuno si avvicinava e porgeva un’offerta; poi si recava altrove, senza mutare aspetto ed atteggiamenti, e proiettava “ricco e generoso” e subito qualcuno si avvicinava e chiedeva un’elemosina, sicché egli donava quanto aveva ricevuto prima, ristabilendo l’equilibrio senza trattenere nulla. La proiezione è la capacità di influenzare la percezione complessiva di sé (chi è privo di ego non ha interesse ad essere riconosciuto in quanto ego) presso gli altri e l’insegnamento impartito riguardava l’inganno che la percezione comune delle cose produce nella mente umana, che non vede una realtà, ma una immagine mentale che crede essere realtà; ma riguardava soprattutto il fatto che l’influenza che si può, a volte utilmente, generare sugli uomini non esprime un potere occulto che si ha su di loro, ma un potere su sé stessi tanto consapevole da consentire di manifestarsi nel mondo come è più utile. Certo è una dissimulazione; ma non un inganno… Gli uomini si ingannano da sé, basta lasciarli fare; in caso possono avere bisogno che si riveli loro la verità, intanto sul fatto che si ingannano. Quando almeno questo si riconosce, non si vede ancora il Vero, ma si può iniziare a non vedere più il falso… Per un po’ certo si rischia di non vedere nulla e di avanzare come ciechi nel buio, nella notte oscura del senso di Giovanni della Croce… Per cui, prima di rimuovere dagli occhi il velo, è necessario considerare se questo viaggio, che inizia con uno smarrimento, possa essere sostenuto da chi lo intraprende. Nel racconto, fu solo qualcuno ad avvicinarsi per fare l’elemosina, e solo qualcuno a chiederla. Il che vuol dire che la proiezione, come ogni beneficio spirituale, arriva a chi deve, a chi ne percepisce il sottile ma penetrante profumo; non a tutti.

Proiettare l’intenzione è un fatto intimo, che emerge dalla profondità del cuore; non è certamente una facoltà mentale. Ma ciò che è generato dal pensiero del cuore può essere proiettato sullo schermo della mente altrui, sicché quella mente lo chiama intuizione, e si comporta come guidata da essa. Quando un Servitore proietta un’intenzione è veritiero perchè l’intenzione è vera: è povero e bisognoso veramente, come veramente è ricco e generoso. Non finge di esserlo, come farebbe la sua mente che inganna perché si inganna. Perciò, quanto la comune mente umana intuisce, può essere frutto di una verità proiettata. Una verità, comunque… non un inganno pensato. Il che rende l’intuizione certamente più affidabile del pensiero pensato.

Le “Presenze” del qui e ora

Nell’esperienza di chi percorre la Via, il passato (anche recente) è così pallido che quasi non esiste nel ricordo, mentre non esiste del tutto in quanto a produzione di effetti. Sebbene ogni particella di presente sia frutto di una catena che affonda le radici nel passato, però questo non conta ai fini dell’operatività del presente… Ogni attimo di presente è strumento applicabile, non importa come si sia prodotto: un martello può battere, e questo conta, mentre non conta affatto come e da chi sia stato fabbricato.
Il Servitore è questo strumento e lo è nell’esatto momento che si prende in considerazione; e non ha alcuna importanza com’egli abbia attuato la propria condizione di e in quel momento. Poiché la sua attività richiede la coscienza di essere ma non quella del fare, egli è cosciente di sé in quel momento, e in ciascuno dei momenti presi in considerazione, in modo discreto, quantistico… il Servizio è onda e il Servitore particella, e sono forme di una sola essenza.
Non vi è quindi nel Servitore un passato se non in quanto biografia della forma, il che è di nessuna importanza operativa. Per cui chiedere a un Servitore donde venga storicamente, con chi si sia formato o quali studi abbia fatto è cosa che lascia trapelare l’ignoranza delle cose della Via; mentre è corretto osservare gli effetti della sua presenza su di sé (e sul mondo) nel momento in cui essi si manifestano, tenendo conto che la presenza può essere anche fisica, ma è più propriamente e costantemente (permanentemente) spirituale. Dunque non è necessario che tale presenza sia visibile perché sia attiva e riscontrabile alla percezione sottile. Questa percezione è alla base dell’insegnamento inteso come trasmissione di stati spirituali e la sua costanza (frutto di attenzione e ricordo) è la condizione del suo successo.

È dunque possibile, a chi sia attento e disposto, percepire presso di sé delle Presenze. Esse ci sono, in ogni qui ed ora preso in considerazione (e dunque sempre) nella Realtà (assoluta), ma ci si potrebbe spaventare perchè per il sistema percettivo comune a volte esse sembrano essere nella realtà relativa in cui agisce la coscienza usuale: tutto ciò che risulta ai sensi costituisce, per essa, la realtà; ma le Presenze (la presenza dei Viventi nella Permanenza) abitano la Realtà (quella Vera) nella quale il creato sensibile è immerso. A volte tra i due mondi si aprono delle porte percettive nel cuore (qalb) perché lì è il regno dell’Essenza e lì i due mondi sono unificati. Se uno è disposto al Lavoro con sincerità e amore appassionato, questa apertura è più facile. Le Presenze trovano allora pronto il cuore ben disposto ad ospitarli rivelandoli, mediante l’occhio interiore. Più ci si abitua a stare nel cuore, più è facile incontrarle.
Umanamente questo incontro è assimilabile a una forte emozione, per le modalità con cui si presenta, ma si tratta di una risposta fisiologica automatica all’incontro, puramente sensoriale, che può essere decodificata come emozione (se si è sul versante sentimentale dell’esperienza) o come conferma cognitiva (emotivamente asciutta) del non essere soli. Il che comunque è fonte di gioiosa percezione di appartenenza al Tutt’Uno.

Quanto detto spiega alcune affermazioni che riguardano le Scienze spirituali tradizionali, quali “la Tradizione è eternamente contemporanea“; oppure i racconti di bilocazione [1] o plurilocazione di alcuni “personaggi”, la cui percezione può essere contemporaneamente visiva in un luogo e sottile in altri; ed infine quella che attribuisce a una gerarchia di “santi”, in contatto sottile e silenzioso tra di loro, la conduzione dell’umanità verso la realizzazione del “disegno” o “progetto” con interventi correttivi a lunghissimo termine, apparentemente insignificanti, così da passare inosservati; o il mantenimento di un equilibrio armonico globale e la sua riparazione in caso di rottura; oppure la sua rottura quando la direzione intrapresa impedisce il progresso verso il fine stabilito.
Vi è una storia che racconta di questo: un pastore viveva presso un’oasi nel deserto con una capra e un lupo; un viandante se ne meravigliò, ma il pastore disse che il lupo era in armonia con la capra e la difendeva. A distanza di tempo il viandante ricapitò e sotto i suoi occhi il lupo improvvisamente aggredì e sbranò la capra. Il pastore accorse con le mani nei capelli gridando: “Siamo perduti! In qualche luogo del mondo è morto un santo e l’equilibrio del cosmo si è infranto!”
Gerarchia dunque di “angeli custodi” per il sentimento religioso popolare; o di alieni più o meno benevoli; o di pericolosi manipolatori del potere per quelli inclini ai complottismi e alla paranoia sociale (che è il vero virus mortale fattosi nascostamente veicolare dall’altro e privo di vaccino). L’uomo non dispone di un sistema realmente oggettivo di valutazione: ogni realtà percepita è necessariamente riferita al proprio sistema sensoriale e alla propria psicologia che attribuisce un senso e un valore all’esperienza in base a pregiudizi che hanno sempre il proprio ego come centro di riferimento. Ognuno interpreta la realtà come gli pare, anzi, meglio, ognuno ha la sua; la Realtà è altra cosa, non è sottoposta a giudizi o interpretazioni.
La verità è che il Progetto (o i progetti intermedi che ne derivano) riguarda la finalizzazione del processo evolutivo non dell’umanità in senso generico, ma dei “figli di Dio” il cui cammino è un ritorno all’origine. Il resto, ciò che non riguarda questo aspetto delle cose, è lasciato allo scorrere suo naturale, almeno finché tale andamento non entri in conflitto con questo scopo primario… è infatti facile riscontrare come l’umanità proceda secondo istinti distruttivi ed autodistruttivi, simili a quelli che devono aver sostenuto la voracità dei Giganti di cui narra l’Enoch etiopico.
Che questo andamento debba o no essere corretto (possa o no essere corretto!) dipende solo dalla necessità imposta dal ritorno all’origine di quanti devono farlo. Che ci si trovi in una fase di fine ciclo (evolutivo spirituale) è cosa nota agli addetti; e quindi, che la sorte dell’umanità, a questo punto, non sia influente sul successo del Progetto, è possibile se non probabile…

NOTE
[1] – La bilocazione va intesa come presenza su più piani, uno dei quali può essere quello del “creato”; dunque può esservi una incarnazione la cui presenza spirituale spazia contemporaneamente su altri piani, come una presenza spirituale che a tratti si manifesta in forma incarnata. Si veda anche “Analogia e conoscenza “verticale“”.

Gli attributi del fuoco

Un fuoco arde, scalda e illumina: se non lo facesse non sarebbe un fuoco.
Dunque ardere, scaldare e illuminare non è un’azione volontaria rivolta al mondo per operarvi in qualche modo, ma un attributo della sua essenza, che quindi non richiede altra coscienza che quella, pura e semplice, di essere, perché non necessita di alcuna volontarietà; non richiede altro che sé, sebbene produca infiniti effetti che, di quel fuoco, manifestano la presenza: perciò manifestazioni.
Così è una Presenza. Una coscienza pura emanante, la percezione della quale è riservata a quanti se ne trovino abbastanza vicini (in senso spirituale, più che fisico) da essere influenzati dalle sue emanazioni.
Senti il vento, ed è l’alito di quella Presenza, senti caldo ed è la sua vicinanza, freddo ed è la sua lontananza; senti un suono dolce ed è la sua voce, un rombo o un tuono ed è la sua potenza. Guardi in alto e gli cerchi lo sguardo perché ne senti la dimensione gigantesca, ti raccogli incrociando le gambe e la senti avvolgerti come un mantello… È il tuo maestro invisibile e, tragicamente [1] sei tu. La bellezza risiede nell’assolutezza della sua stessa causa, nella radice che armonicamente ne esprime la forma. La tua bellezza è nella tua radice.

NOTE
[1] – La parola è qui usata in senso classico: la tragedia è un “componimento drammatico che ha per lo più come oggetto un complesso problema di coscienza sviluppato, attraverso vicende accentuatamente ricche di pathos, in direzione di una finale catastrofe chiarificatrice e liberatrice”.
Catastrofe è, a sua volta, parola il cui senso etimologico è “rovesciamento”. Ci si riferisce a quell’evento finale della via iniziatica in cui ciò che veniva cercato all’esterno, si manifesta nell’interiorità più intima del cercatore, facendone luminare la coscienza in una dilatazione improvvisa e gigantesca, liberatrice.
Finale rispetto alla coscienza organica, il che corrisponde ad iniziale nella coscienza spirituale liberata, rivelata, espansa ed individuata in permanenza.

Il maestro è un mentitore

Il Maestro è un Servitore, e il servitore è un dissimulatore [1]. Per dissimulare è necessario possedere il dono del mimetismo criptico, “quello in cui sono presenti forme, colorazioni e comportamento tali da permettere a un organismo di ingannare o sfuggire alla vista“. Sicché è facile non riconoscerlo.


Dal momento che il maestro è un servitore, la sua maestria ha la tonalità del suo servizio e quindi è facile comprendere come ogni maestro possa trasmettere (non insegnare!) l’attitudine (o stato spirituale) che costituisce la natura del suo servizio. Ed è noto come il simile attragga il simile, di modo che si possono incontrare maestri veri la cui qualità non risuona con la propria e non riconoscerli… quindi trovare il proprio maestro è cosa davvero molto difficile, e rara. Certamente è sforzo che deve fare il potenziale allievo, ché un vero maestro non si sforzerà mai più di quanto costi andare in giro e vivere comunemente. Se ne deduce che sarebbe consigliabile, per i cercatori di maestri, camminare sempre a capo chino in segno di umiltà e riverenza, non sia mai dovessero incontrare chi cercano, ed esserne scelti; e mantenere il capo chino anche dopo l’incontro verso tutti gli altri, tra i quali potrebbero mimetizzarsi altri maestri. Sarebbe buona cosa perché, chi trova (o crede di aver trovato) un maestro se ne inorgoglisce spesso e rischia l’arroganza nei confronti di chi ne abbia trovato un altro. Così si creano fazioni e scuole contrapposte, filoni di pensiero e ideologie religiose (il che è contraddizione in termini); si creano – horribile dictu – maestri contrapposti. Se si possono riconoscere questi elementi in qualsivoglia forma di comunità “religiosa”, o “mistica”, è lecito dubitare (senza certezze però, ché Dio sa meglio) della verità di quanto vi si pratica.
Di un maestro si possono riconoscere e dire le caratteristiche, ma non sono le caratteristiche del Maestro; le sue caratteristiche sono le imperfezioni dell’umanità che ricopre l’Uomo Perfetto (al insan al kamil) che è il vero Maestro. Il quale – lo si ripete – è Uno, sebbene nello spazio/tempo possano essere molteplici le sue manifestazioni umanizzate, le sue spoglie.
In realtà, detto meglio, chiunque cerchi davvero sé stesso, sta cercando il proprio maestro; cerca la parte luminosa e numinosa di sé, quella che una intuizione profonda gli ha suggerito di avere e che non trova… non è facile trovarla, infatti.
Paradossalmente, sebbene si stia cercando sé stessi, non lo si può fare senza l’aiuto di un altro; e quest’altro è l’immagine di quel sé stesso luminoso e numinoso, della propria Essenza (se c’è, certo), il maestro. Per questo vi è sempre identità (nell’Uno) tra maestro e allievo accolto, oppure non vi è maestria.

NOTE
[1] – Secondo Fernando Pessoa è un dissimulatore chi finge di non essere quello che è; è simulatore, invece, chi finge di essere quello che non è.

Le porte basse

È stato detto che la reverenza nei confronti del Maestro è tanto insignificante per lui quanto un formidabile vantaggio per il discepolo: lo si spiega con il fatto che ci si inchina, se si vuole passare attraverso una porta bassa e stretta; e il maestro è quella porta sul mondo dello Spirito. Non è dunque ossequioso formalismo, ma postura necessaria all’attraversamento. Nella metafora c’è il concetto dell’entrare nel maestro, ovvero essere (in) lui. Come quello dell’estensione della postura fisica all’atteggiamento interiore, il quale dovrebb’essere mantenuto costantemente, perché una volta nel maestro, si è sempre alla sua presenza. Il che equivale a dire che non ci si può più esimere dall’essere presenti a sé stessi. Alla propria presenza con umiltà, perchè, in quello stato spirituale, si è espressione di divinità senza più potersi dire “Io”. Bisogna sapersi inchinare alla propria divinità, bisogna saper attraversare sé stessi per andare oltre sé stessi, là dove si è in essenza.

Per questo ci si deve inchinare al Maestro.