Accidia e apatia

È ormai riconosciuto dalla scienza che la depressione è una malattia, o piuttosto una sindrome. Riconoscere ad una affezione di quella che una volta si chiamava “anima” lo status di morbo ha, nella cultura contemporanea, il potere di sottrarne la responsabilità a chi ne soffre, togliendogliene anche il peso della sopportazione sociale del giudizio connesso. Infatti dalla malattia si è affetti, e dunque essa viene da fuori, è un estraneo cattivo che aggredisce, come ce ne sono in carne ed ossa: dunque si può contare sulla solidarietà sociale.

Prima che la psicoanalisi irrompesse nella nostra società descrivendo le oscure potenze nascoste che dominano tutti noi, i sintomi della depressione (spesso del tipo “maggiore”, dato il coinvolgimento del soma e la conseguente base organica), quali: pigrizia, indolenza, torpore, inclinazione all’ozio nel corpo, e tristezza, inquietudine, irrequietezza, fastidio,
scontentezza, insoddisfazione nell’anima, erano considerati – e fin dalla remota antichità – un “vizio” chiamato accidia. Lo si riteneva sottoposto dunque all’autorità della volontà individuale. All’acquisizione di questo vizio erano considerati particolarmente esposti i mistici dediti al romitaggio, come i Padri del deserto, a causa della solitudine, in parte perché essa immalinconisce, in parte perché sottrae al controllo altrui sui propri comportamenti; più tardi (ma restando comunque ancora solo in ambito religioso) si vide come potessero contagiarsene anche i monaci da convento che, pur vivendo in comunità, erano sottoposti a restrizioni della libertà, rinunce e scansioni del tempo troppo routinarie e monotone: la noia uccide. Il vizio poteva condurre all’abbandono della via religiosa intrapresa, ed era dunque considerato pericoloso. La cura, o meglio la contromisura, consisteva per gli eremiti nell’inasprimento delle privazioni, e per i monaci nel duro lavoro manuale, ché la fatica del corpo vince la pigrizia ed attenua il lavorio della mente. Oggi, per gli stessi motivi, si consigliano degli hobbies.

Solo più tardi si uscì dall’ambito religioso e l’accidia parve divenire un vizio capace di attecchire nella società civile, finché appunto la psicoanalisi non cominciò a descriverne gli aspetti inconsci e l’anamnesi. Si distinsero gli aspetti fisiologici dai patologici, la tristezza dalla malinconia. L’anima, intanto, era tornata a chiamarsi psiche, come all’origine.

Fin dall’antichità fu difficile, in ambito spirituale, distinguere l’accidia dall’apatia che contraddistingue il distacco, il vizio dalla virtù che ne è un altro aspetto. La cosa si risolve però facilmente: nell’apatia non vi sono affezioni della psiche, e lo “stato d’animo” è del tutto sereno… Come può esservi sofferenza se c’è apatia? Non vi sono inquietudine, irrequietezza, fastidio, scontentezza, insoddisfazione; c’è forse però tristezza, sentimento non patologico inseparabile dal distacco, perché il vero distacco è da sé stessi e ciò comporta la costante percezione di perdita e di nostalgia. Nostalgia di quel che si era, ma non tanto umanamente… piuttosto di ciò che il proprio essere era nella pre-eternità e nella freschezza delle sue incarnazioni. L’apatia da distacco non è umana, è anzi “segno” che l’essere si è separato dalla sua umanità e che la sua coscienza si sia spostata su altro piano, lasciando la spoglia umana forse però in preda a pigrizia, indolenza, torpore, inclinazione all’ozio, cavalcatura priva di cavaliere, che pascola sul posto e non galoppa non avendo meta.

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