La morte che è dentro

“… la morte è in noi stessi: noi siamo esposti al pericolo perché siamo mortali, non siamo mortali perché siamo esposti al pericolo“. (S. Natoli, 1996).
La morte non viene da fuori, è ciò che esaurisce la “misura” del vivente, ne è il limite, ed ogni limite, che sia morale, sociale, fisico o psichico la rappresenta; anzi, ogni limite è una morte. La morte è uno stato di coscienza, non un istinto ma un modo di vivere.
Per questo l’adepto ha la necessità di superare ogni limite: perché ciò equivale a superare la morte. Né è possibile superare un limite se non lo si accetta, riconoscendolo fino ad amarlo: “sorella morte”.
Nelle vie iniziatiche più antiche “l’adepto deve compiere azioni dissacranti e paradossali, che sono la negazione di un ordine esterno e di un’appartenenza, ma anche di un ordine interno e di una identità. È il principio del solve applicato a sé stesso: l’adepto si dedica a trasgressioni consapevoli, come bere vino, mangiare carne, pesce e un cereale afrodisiaco, e praticare l’unione sessuale indiscriminatamente. In altri rituali devono compiersi gesti ancora più fortemente profanativi, che infrangono il tabù della morte“.
La morte va profanata come ogni altro limite, e superare il limite equivale a superare sé stessi, la propria natura umana attingendo a una natura titanica (se non divina) che si deve sperimentare onde scoprire se è davvero la propria; e lo è se, oltre il limite, la condizione trovata è sopportabile nonostante sia necessariamente isolante e dispendiosa energeticamente. Questo è ad esempio l’intento di chi pratica la via del biasimo, la malamatiyya.
Il superamento del limite è socialmente riprovevole e suscita ipocrita disgusto; per il malamati ciò è garanzia di essere lasciato in pace (è una forma di eremitaggio “nel mondo”), ma insieme è conquista dello stato numinoso di sé e la consapevolezza della propria qualità ultra-umana. Si ammanta di umiltà e vi si immerge fino a scomparire, attirando riprovazione, ed è un atto di orgogliosa appartenenza all’Altro che non richiede d’essere riconosciuta da quanti vivono entro i limiti, entro la misura della morte.
Facendosi isolare, egli si distacca, si isola e si distingue, ossia si consacra. E con ciò isola la morte.
La morte è il ritiro del divino dall’interiorità più intima dell’umano, ma, isolatosi dall’umano, egli si trova proprio ove il divino si ritrae, ossia nella Fonte della Vita che non muore.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...