“La vita è la capacità di reagire”

Nel figlio dell’uomo il sentimento religioso trova assai spesso la sua radice psicologica nel bisogno di protezione e di giustizia quand’egli deve constatare che non vi è speranza di trovarle tra gli uomini e in questo mondo.
L’anelito alla trascendenza e a un Principio Assoluto, anelito al divino, contiene una profonda ed amara delusione verso l’umano.
È quindi paradossale che si richiedano al credente sentimenti di umana solidarietà e di carità verso il proprio prossimo, quando è la cinica assenza di esse nel proprio prossimo la ragione del suo bisogno di trascendenza, di verità, di giustizia, di elevazione e di pace.
L’uomo crede in Dio perché non può credere nell’uomo.

D’altronde il divino non protegge né crede nell’uomo: il divino è, ed essere è il suo solo atto; e poiché l’essere lo esime dal fare, è Principio Assoluto di verità, di giustizia, di elevazione e di pace, cui eventualmente tendere, ma dal quale non aspettarsi interventi.
L’assolutezza principiale garantisce la perfezione; la re-azione alla sua emanazione (al suo essere) è la vita, è “Genesi”, nella misura in cui la resistenza che produce la reazione è condensazione, quindi materia; e poiché non vi può essere re-azione che non sia inter-azione (con quanto le si oppone), la deviazione dalla sua diritta intenzione è inevitabile: dalla Perfezione, nella reificazione, non può che discendere l’imperfezione.
Ma è all’Assoluto stabile, che non interagisce ed è perciò trascendente, irraggiungibilmente, che il fedele si rivolge quando non trova traccia di principi nel proprio mondo e vede che i rari tentativi di ispirarvisi miseramente falliscono. La fede è irrazionale, e nell’uomo richiede incolmabili distanze con il suo oggetto.

Il mondo umano si sostanzia nell’atto, ovvero nell’azione e nella dinamica relazionale delle varie azioni che produce un tessuto fitto di re-azioni (secondarie, stavolta), ognuna delle quali, in quanto tale, non è (sebbene si illuda di esserlo), espressione di volontà e di libertà, ma semplice riflesso: “Essi non sanno quello che fanno“.
La spinta all’azione è la carenza, il bisogno, l’assenza. La vita organica (e psichica) è, più precisamente, movimento reattivo ed aggressivo, il cui intreccio costituisce il complesso delle “relazioni umane” ed il suo mondo è conseguentemente (e necessariamente!) falso, ingiusto, immorale e conflittuale, chiuso in sé stesso e spesso crudele: in altre parole, umano. E la fede sentimentale ne è un fenomeno emergente.

Per il figlio di Dio, il Perfetto Assoluto è viceversa immanente alla propria stessa imperfetta e relativa parte umana.
Egli vive la reazione come fatto interiore, come conflitto interiore. Ospita in sé trascendenza, verità, giustizia, elevazione e pace, nella forma ipostatica degli Assoluti: essi sono colonna vertebrale della propria struttura spirituale. L’imperfezione è dunque per lui una ferita inflittagli in parte dalla propria stessa natura organica umana, in parte dall’umanità intesa come ambiente in cui egli opera: la sua stessa vita organica è una ferita aperta come quella sul costato del Cristo.
Il Divino è in lui, ed emana sé stesso producendo quelle reazioni che costituiscono l’umano individuale; ma la sua coscienza non è nell’umano; risiede nell’asse verticale della propria colonna vertebrale, della quale la Tradizione dice che “tenerla dritta vale più di mille preghiere” del figlio dell’uomo.
Tenerla dritta significa rettitudine, correttezza, coerenza interiori con la propria natura spirituale al di là di ogni moralismo e di ogni concessione alle regole sociali.
La “vita” del figlio di Dio non avviene nel mondo naturale, ma all’interno di sé stesso; egli è ambiente a sé stesso, è Eden a sé stesso, egli è padrone di sé stesso, soprattutto quando abbandona la propria spoglia umana ai cani ringhianti di questo mondo.

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