Ognuno è unico

Sebbene la scienza abbia assodato che un vivente sia tecnicamente un sistema aperto in equilibrio dinamico, o, per dirla altrimenti, capace di mantenersi lontano dall’equilibrio termodinamico che costituisce la morte termica, esso agisce all’interno della Vita organica la quale è un sistema isolato.
L’unico sistema isolato puro che non scambia né materia né energia con l’ambiente è considerato essere l’universo, giacché esso esaurisce in sé il significato del termine “ambiente”.
Un sistema isolato basta a sé stesso, e mantiene sé stesso senza apporti esterni di alcun tipo, giacché un esterno non c’è. Fatto uguale a 100 il valore di ogni entità costituente il sistema, descritta da due polarità complementari (es. materia/energia), al decrescere dell’una cresce l’altra, restando 100 il valore complessivo; le mutazioni sono dunque assorbite senza che il sistema complessivamente ne risenta in quanto unità.
L’Universo e la Vita coincidono: il primo è la forma materiale (reificata) dell’altra che è un Assoluto ontologico, il Vivente (al-Hayy), che, appunto, “sussiste da Sé stesso e per il Quale tutto sussiste” (Aq-Qayyum). Detto in questo modo, Dio appare coincidere perfettamente con la Sua stessa Creazione.
La mente umana, e la coscienza organica, non possono immaginare altro che un Dio coincidente con l’Universo, con la vita e con la natura o tanto legato ad essi da poterli modificare a favore dell’uomo. Un Dio, in ultima analisi, sì onnipotente quanto vengono concepite le forze cosmiche, ma la cui potenza è al servizio dell’uomo, come Adamo sente esserlo il mondo naturale. È un equivoco biologico, le cui radici risiedono nel fatto che la mente si costruisce sulla base di ciò che le è affine, e le è affine ciò che ha consistenza materica.

Ogni singolo vivente, al suo apparire, è unico: non c’è stato nessuno simile a lui prima, non ci sarà poi.
Se appare deve essere necessario, deve avere dunque un compito che la Natura gli assegna, molto specifico, che nessun altro potrebbe mai portare a termine: un compito che serve alla Natura (al Dio naturale e materno). Questo compito è vivere realizzando pienamente la propria esclusiva qualità di vivente, il che avviene automaticamente, per “necessità”.
Tra i viventi con questo compito c’è l’uomo, che egli voglia o no, che sia consapevole o no della propria funzione.
Ad esempio, M. Buber pensa che sia propriamente umano perseguire l’unicità della propria natura coscientemente e che questo coincida con il seguire il sentiero precipuo capace di condurre quell’uomo specifico a Dio.
Vi è in questo una grande e luminosa idea: che non si debba né imitare né ispirarsi a uno dei grandi padri o maestri, né preferire una via a un’altra, ma si debba realizzare l’unicità della coscienza spirituale di sé: in punto di morte Rabbi Sussja esclamò: “Nella vita futura non mi si chiederà perché io non sia stato Mosè, ma perché non sia stato Sussja.”
Il presupposto di Buber è che ogni uomo debba essere, a priori, figlio di Dio: gli è semplicemente chiesto di crederlo come atto di fede. È figlio di Dio perché è figlio dell’Universo e figlio della Vita… deve soltanto trovare la sua strada; cioè, nel contesto, deve vivere la propria vita interamente, ma in modo religioso (secondo la “Legge”) considerandola santa per il fatto che gli è stata data per raggiungere Dio, il che pure è atto di fede. Ma la Legge di Natura, diciamo noi, che è quella dell’Universo/Vita non è una legge morale, ma una legge economica (in senso lato): la creatura è costretta a seguirla, o muore.
L’uomo deve allontanarsi dalla  Natura [anche dalla propria, dunque] solo per ritornarci rinnovato e per trovare, nel contatto santificato con essa, il cammino verso Dio“. E ciò perché “la Natura ha bisogno dell’uomo perché compia in lei ciò che nessun angelo può compiere: santificarla“. Dunque, in buona sostanza, la via verso Dio consiste nel santificare la propria stessa natura umana, non trascenderla, non liberarsi del suo peso. Rimanere uomo, un brav’uomo, santificato e santificante, parte integrante della Natura e al servizio di essa in nome di Dio. Lo scopo dell’uomo è quello di trasformare la Natura, o l’Universo, di spiritualizzarlo… Il paradosso è che l’uomo identifica Dio con quell’Universo! Spiritualizzarlo, e tanto meno santificarlo, non ha senso.

L’uomo in quanto creato è parte della creazione e ne percepisce la cosmica immensità come coincidente con la divinità che ne è causa. Ma il figlio di Dio non è creato; risiede in essenza nella radice stessa della creazione e considera la propria parte creata come accidente. Egli, in quanto Essere, è un innesto nel Creato perché è una incarnazione, e in quanto incarnazione è frutto di una selezione, e perciò “sacro”.
Per la sua stessa natura essenziale egli non assimila Dio alla creazione, né di conseguenza sé stesso alla propria parte organica. Se è unico, è in questo divino; non perché non ha eguali o è solo, ma perché risiede nell’unica radice che c’è. Coltivare la propria Unicità anche in relazione alla propria specifica via per il ritorno, esprimere la propria vita biologica come servizio, ha un significato finalmente comprensibile, ma solo per il Figlio di Dio… Se si tratta di spiritualizzare l’Universo, ciò avviene con l’incarnazione stessa, e solo in questo caso tale compito ha un senso. Si tratta di una missione cristica, compiuta la quale non resta che estrarsi dalla condizione di creatura eliminando quanto interferisce con la pura appartenenza alla Fonte.

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