Reale e materiale

Il linguaggio nasce a causa della necessità di nominare gli oggetti, cioè di far corrispondere a ciascuno di loro un suono articolato, al fine di scambiare informazioni sul loro conto. Nominare una cosa presente consente di riferirsi ad essa anche in sua assenza, costituendone l’idea, e di creare categorie mentali in cui siano raggruppate le cose della stessa specie, il che è alla base del pensiero astratto.
Per questo motivo – come è stato fatto notare con acume e profondità – tutto ciò che è possibile descrivere con il linguaggio, e tutto il pensiero che si genera nell’articolazione delle idee (le astrazioni) corrispondenti ai nomi, è riferito alla materia e radicato in essa, come ogni discorso; il linguaggio, ed il pensiero che ne deriva (λόγος=linguaggio=pensiero), non concepisce la possibilità che sia reale qualcosa che non sia materiale, perché anche ciò che è ideale, dunque frutto del pensiero, emerge dal logos ed è legato sia strutturalmente (in quanto funzione del cervello organico) che concettualmente alla materia.
Per la mentalità corrente, anche quella più cólta perché scientifica, nulla è reale che non sia materiale, anche quando questa materialità non fosse attingibile (si veda ad esempio la “materia oscura”, che invisibile e inafferrabile per non interagire con la Luce, pure è “materia”, la cui realtà concreta è attestata dal pensiero logico-deduttivo).
L’ipotesi che la realtà sia immateriale, o almeno che vi sia anche una realtà immateriale, con la quale doversi confrontare di necessità, non sfiora né il pensiero scientifico né il pensiero pragmatico che l’uomo utilizza quotidianamente nelle cose più semplici. Anche le “immateriali” psicologia e filosofia sono scienze della relazione dell’uomo con ciò che gli appare (e ch’egli chiama) “reale” (si veda, in psicoanalisi, il “principio di realtà”) dunque con la concretezza della materia, che è in fondo, banalmente, tutto ciò che risulta sensorialmente percepibile.

Per descrivere l’invisibile non ci sono parole, né pensieri; e dunque non si può, a rigore, “discutere” attorno ad esso.
Però a qualcuno può sopravvenire l’intuizione che la Realtà sia immateriale e che rispetto al mondo indagabile dalla coscienza ordinaria essa sia Altro, anche se non è altrove ed è qui ora.
Il tentativo di esprimere questa intuizione attraverso il linguaggio, la “cosifica”, facendola ricadere nell’ambito della discussione filosofica o dell’analisi psicologica; oppure la trasforma in religione.
Per chi l’ha, tuttavia, questa intuizione, nella sua radice resta ineffabile e genera la certezza (che è il contrario della fede) che la Realtà/Verità coincida con la divinità. La speculazione intellettuale, che ragiona su questo, intende al-Haqq, (il Vero/Reale) come attributo di Dio. Ma gli stati spirituali più elevati (ove l’intuizione si trasforma in visione) non ammettono, perché non li percepiscono più, gli attributi divini come “ornamenti” o definizioni… L’Unità “totalizza” e non consente dunque alterità di alcun tipo, per cui l’Unico Vero-Reale è Dio in Essenza, non in qualità; ed in ultima analisi anche “uno” è un attributo in quanto enumerazione, ed è quindi assurdo. La Realtà Vera è oggettiva, ontologica, sovracosciente; quanto quella materiale è soggettiva, prodotta e maneggiata dalla mente organica.
Tutto ciò che viene concepito dalla mente è altro da Lui“; “Egli è colui la cui Essenza non può essere pensata.“(ḥadīth di ʿAlī ibn Abī Ṭālib).

3 pensieri riguardo “Reale e materiale

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