Mondi su mondi

Nella Tradizione è nota la presenza, tra gli uomini, di quelli che – si dice – “hanno Dio negli occhi”… una sorta di patrimonio genetico speciale, qualità diversificante che richiede di affermarsi.
Essi sono potenziali “figli di Dio”, dunque potenziali “cristi”, nella misura in cui il seme divino germogli e fiorisca in loro. Meno noto è che vi siano state (e forse vi siano tuttora) Scuole apposite per questi esseri (non per questi uomini), al fine di aiutarli nella loro realizzazione, la quale non potrebbe avvenire senza adeguati aiuti magistrali specialistici. [1]

In questi esseri si produce una tensione che deriva dalla lotta tra seme divino e natura umana organica, e che è concreta interazione tra forze reali, fisiche e metafisiche, asciutta emotivamente. Tensione del tutto diversa da quella che agita i “figli dell’uomo”, nei quali le dinamiche e i conflitti si svolgono all’interno dell’apparato psichico, sono emotivamente assai carichi e forieri, per questo, quasi sempre di dolore. Per questa ragione, l’elaborazione dei conflitti interiori tra divino ed umano, non può essere aiutata dalla psicologia, che è scienza dello psichismo, e deve essere invece sostenuta ed indirizzata al suo fine dalla Scienza Spirituale, e da una branca specialistica di essa. [2]

Similmente a quanto accade tra i Regni Naturali, il mondo dei figli di Dio e quello dei figli dell’uomo sono coesistenti e fortemente interagenti, ma costituzionalmente e dinamicamente diversi.
Nella fase in cui nel potenziale figlio di Dio è in atto la lotta tra le sue due nature, l’interazione con il figlio dell’uomo è della stessa qualità conflittuale che egli ha con la parte umana di sé stesso; ma il figlio di Dio in cui il sé divino abbia preso piena coscienza è tecnicamente un alieno, anche nel senso etimologico di cosa “che appartiene ad altri” mondi (e qui ad Altri Enti), e rispetto al mondo umano egli ha realizzato quel distacco funzionale che la Tradizione definisce “essere nel mondo senza essere del mondo”. 
Mondi lontanissimi e vicinissimi, appartenenti a dimensioni della coscienza diverse, che condividono solo uno spazio di apparenti interazioni. Apparenti perché agenti su piani, o mondi, diversi e paralleli, sebbene il più sottile sia così trasparente da non essere visibile: l’azione del figlio di Dio si svolge su questo piano, ma si mimetizza apparendo come interazione nel mondo più denso. La realtà risulta dunque tale a seconda di quale mondo si abiti; quello che non si abita appare irreale, o non appare affatto.
È notevole ed utile sapere che la realtà in cui ci si muove possa avere anche una sua stratificazione, e che vi possa essere un multiverso esteso su una dimensione verticale; e, sul piano temporale, però, una contemporaneità perenne; e che questi livelli spazio/temporali siano attingibili non con spostamenti fisici (come si è ingenuamente portati a ritenere), ma attraverso modificazioni degli stati di coscienza (spirituale) disponibili, che equivalgono a spostamenti metafisici. [3]
E notevole appare pure come questa convivenza tra esseri umani ed esseri divini (alieni!) sia permanente ed esistente da che esiste il Manifestato (nelle pre-eternità, dunque, che precede il Creato). Da che esiste l’uomo, poi, esiste come Tradizione.

NOTE
[1] – Circa il particolare magistero di cui si parla, la Tradizione ne indica il responsabile in una figura eccelsa in quella funzione: il “Maestro dei maestri”. Il Maestro di questi esseri è “invisibile” nella Sua essenza, risiede nel mondo che Gli compete, ma si può mostrare in questo, ed è noto come al-Khidr; questi Suoi “discepoli” sono detti, a loro volta, “i Solitari” (Afrad), sia perché l’insegnamento viene loro impartito individualmente (anche se sono insieme), sia perché prima di essere trovati erano dispersi e ignoti a sé stessi, sia infine perché la loro condizione li rende “distaccati” rispetto a “questo basso mondo” ed orientati unicamente al loro fine che poi coincide con il loro vero inizio.
Il Maestro invisibile opera attraverso chi lo rappresenti (nel senso che lo incarni sul piano visibile), allo stesso modo in cui l’essere del figlio di Dio è invisibile, ma rappresenta la Verità dell’entità organica che incarna, la quale è insignificante, se non per costituire il supporto dell’essere.
[2] – Nelle fasi iniziali di questo Lavoro specifico, le dinamiche interiori possono essere comunque scambiate per dinamiche psichiche, e ciò perché l’individualità è ancora incapsulata nella sua originaria forma organica, e risulta come Io biologico. Solo il setaccio di un’attenta lettura di queste dinamiche, fatta da chi può separare i diversi aspetti di ciò che appare come una sola complessità difficile da sbrogliare, accompagnata da costante iniezione nel sistema di quella sostanza spirituale che viene chiamata grazia o baraka, conduce progressivamente alla condizione di asciuttezza e pulizia del seme divino, e al suo successivo sviluppo fino a occupare interamente l’essere. E tutto questo si fa al di là della mente, del pensiero e della parola.
[3] – La condizione del figlio dell’uomo sembra non possedere, nella propria gamma di coscienza spirituale, gli stati che permettano di conoscere altri mondi, mentre quella del figlio di Dio permetta di modularsi sulle diverse stratificazioni. Non si tratta di intelligenza, sapienza o cultura… elevati stati di coscienza spirituale si legano spesso a quella forma di perfetta ignoranza che si chiama Conoscenza.

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