Pittura cinese

Nell’antica Cina si dice che un pittore non si permettesse di ritrarre qualcosa – poniamo un albero -, se non dopo averlo osservato per giorni senza distogliere lo sguardo fino a diventare quell’albero. Si trattava di trasferire la propria coscienza di essere nell’altro: allora ciò che dipingeva era un autoritratto.
Al contrario, nella nostra cultura si introietta e soggettivizza ogni cosa, e quando ci si esprime, anche artisticamente, non si fa altro che parlare di sé.
Comunque la dinamica sé-altro da sé è alla base della formazione di ogni psichismo e di ogni forma di religiosità che – molto erroneamente ma comunemente – si ritenga farne parte. Il processo dinamico che porta alla formazione dell’Io si basa sulla progressiva uscita dal campo energetico materno, simbiotico nell’intrauterino, per addivenire alla constatazione di essere individuo; la relazione si rende possibile solo a partire dal riconoscere l’altro come non-sé.
Tanto è importante questo fatto in psicologia che spesso l’esperienza religiosa di fusione col Tutto viene interpretata come regressione allo stato fusionale intrauterino e giudicata pertanto possibile sintomo di psicosi. Si guarda dunque al “misticismo” con qualche sospetto.
Sicché una religiosità “sana” (quella che viene così ridotta a regola di condotta morale) deve riconoscere il divino come “altro” e allontanarlo da sé abbastanza da rendere la distanza incolmabile (ché, breve, renderebbe la pericolosa fusione possibile). Così il rapporto con il divino, nell’ambito dello psichismo, poco si discosta, nella percezione comune, da quello con lo straordinario o il magico, con quell’inconsueto che viene chiamato “soprannaturale”. È quindi un rapporto che contiene la paura dello sconosciuto (“paura dell’estraneo” in psicologia) e insieme il desiderio di conoscerlo, forse al fine di addomesticarne l’imprevedibilità. Paura poi supportata dal moralismo che induce a considerare il soprannaturale divino come giudicante e quindi a antropomorfizzarne l’immagine; a farne comunque, come direbbe qualcuno, un potente Super-Io, rispetto al quale porre in atto a scelta quasi tutti i meccanismi di difesa che sono alla base delle nevrosi e della paranoia.
Una religiosità intesa come elemento di uno psichismo complesso è egocentrica ed eteroriferita, moralistica e perfezionistica, sostanzialmente ipocrita.

Diverso è se si considera la religiosità come un complesso parallelo allo psichismo, non in tutti presente, e che – quando lo è – entra in dinamica forte con lo psichismo perché nega sostanzialmente l’individualità umana, e la trasferisce nel divino in quanto Uno-Unico.
Questo tipo di religiosità avulsa si avvale della Scienza Spirituale la quale potrebbe essere definita come la scienza dell’Essere divino calato nell’umano e delle forze che gli impongono di rivelarsi ed affermarsi in esso fino a trasfigurarlo. Scienza cristica, dunque, più che genericamente religiosa; spirituale perché studia l’essenza come la fisiologia studia l’uomo organico nelle sue funzioni: com’essa da applicarsi esclusivamente sul vivente, però un vivente atemporale, permanente.
Non è scienza umanistica, quella spirituale. Non studia l’uomo, ma l’Essere, e sarebbe in questo senso un’ontologia se lo facesse in astratto, in modo speculativo: lo fa invece in concreto, in vivo appunto, nell’osservare (o meglio nel vivere) il divenire dell’essere.
È scienza esperienziale e sperimentale il cui oggetto è la relazione tra l’Uno eterno vivente e il Tutto perenne all’interno della singolarità incarnata, il principio cristico vivente nell’attualità della sua azione.
Il suo strumento è la vita, tutta la vita, nell’eterno presente di chi la vive, e dunque la coscienza del sé divino vivente. Non studia l’uomo ma alcuni aspetti dell’interazione dell’essenza con l’umano.

Come l’albero del pittore cinese l’essere incarnato avoca a sé la coscienza di essere dell’ospite. Una volta raggiuntane la coscienza di essere, l’albero non è più un albero, ma l’albero archetipico, l’Essenza di tutti gli alberi. Ma a quel punto il pittore ha spostato la sua coscienza di essere nell’essenza di tutti gli alberi, che diventa l’essenza cosciente totale e perciò assoluta di tutte le essenze. Il pittore non sarà mai più un uomo che dipinge, ma l’Essere che è, il cui fare (che sia dipingere o altro) consiste nell’aver coscienza costante di essere (di sé, quindi), e basta.

La dialettica o la dinamica tra il divino e l’umano, vista in questi termini, non è più simile a quella psichica sé-altro da sé, che descrive una spazio relazionale, vitale per l’uomo; ma è piuttosto una lotta interiore (una jihad) dalla quale è richiesto che emerga un vincitore.
Essa si svolge in un campo di battaglia che non è un luogo (né un tempo) esterno, delimitato da un orizzonte, una circonferenza il cui centro è l’individuo [1], ma in un luogo metafisico interiore (esoterico) che occorre ri-conoscere, un non-luogo che assomiglia piuttosto a un vuoto.
Il combattente non ha, di fatto, parti di sé in conflitto (come può essere tra istanze psichiche umane) ma è un’entità inumana che vuole denudarsi della propria forma, la quale resiste perché si ritiene detentrice dell’individualità, la perdita della quale è la morte.
La sopravvivenza della forma umana tiene costretto il seme divino che anela alla liberazione, e la liberazione del seme divino determina la morte dell’individualità (dell’umanità).

NOTE
[1] – J. Krishnamurti dice: “Fino a che ci sarà un centro che crea uno spazio intorno a sé non ci sarà né amore né bellezza. Quando non c’è un centro né circonferenza allora c’è amore. E quando amate voi siete la bellezza”. L’amore non è (nel)la relazione, ma deve prescinderne, altrimenti è potere o possesso. E la bellezza (dunque l’arte, anche quella del… pittore) è puramente nell’essere.

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