Vita sacra

Si dice che la vita sia cosa sacra, e particolarmente lo sia quella umana. Tanto sacra da non poterne disporre e da dover essere sopportata anche quando fosse insopportabilmente dolorosa.
Il caso di persone immobilizzate che chiedono di essere liberate dal peso della vita del loro corpo e dal suo dolore, con chiarezza pone una domanda: “chi”, quale entità sia quella che ne sopporta il peso, e se essa, desiderando e chiedendo di essere separata dalla vita, ne abbia mai così bisogno.
Ugualmente vien da chiedersi quale entità in un uomo lo induca a rischiare la propria vita in guerra e lo disponga a perderla… In entrambi i casi, non si tratta di una reale aspirazione alla morte, ma della disposizione all’uso di una vita strumentale, usabile fino a consumarla, – «non c’è amore più grande che dare la propria vita» (Gv 15,13) -, oppure scartabile se diventata dannosa, sapendone un’altra, più radicalmente profonda, permanente, e reale, di cui quella biologica è un’ombra.
Non si tratta di credere nella vita dopo la vita o nella resurrezione dei morti, ma di sapere profondamente che il proprio sé ha una vita in prestito, ma non è affatto coincidente con quella vita… di riconoscersi dunque altra entità rispetto al proprio corpo animato e di stabilire un qualche rapporto con lui, il che propone il quesito: chi sfrutta (o si serve di) chi?

La vita è sacra – e di fatto intrinsecamente inalienabile ed eterna -, in quanto principio assoluto; ma nelle sue declinazioni correnti essa si frammenta in particelle di “vita organica”, presente in ogni vivente, da venerare e proteggere in quanto espressione parziale del suo valore assoluto; è vita del corpo di quel dato vivente, il quale ordinariamente esaurisce la propria individualità nel lasciarsi vivere. Nell’uomo vi è tuttavia, a volte, un’istanza che gli impone di usare la vita, e non di farsene usare.
Questi casi identificano una parte dell’umanità – ridotta, rispetto alla generalità – e  richiedono un discorso a parte.
La vita si trova, in questi casi, in simbiosi mutualistica con l’istanza nella quale risiede l’individualità di quel vivente; le due entità possono certo trarre reciproci vantaggi da questo, in particolare la possibilità di coevoluzione, ma restano distinte, sebbene inscindibili se non interviene un fatto esterno, potente e numinoso: una redenzione, a liberare l’essenza divina dalla sua incarnazione.
Nell’antichità queste due entità furono chiamate “uomo esteriore” la titolare della vita corporea, “uomo interiore” l’altra: propriamente umana la prima, propriamente divina la seconda, e descritte come in perenne conflitto. Più tardi questa dinamica, o piuttosto attrito, ebbe diverse ipotesi di soluzione. Ignazio di Loyola, interpretando una fase ancora di ricerca della redenzione, suggeriva di educare severamente il corpo vivente nella speranza di sottometterlo; Giovanni della Croce, riferendosi all’esperienza di una redenzione raggiunta, proponeva di abbandonarlo a sé stesso come indifferente e non curarsene; in età moderna lo si è reso oggetto di cura sacrale in quanto rispondente all’affermazione “il corpo è un tempio” (il che presuppone un’ente divino che lo abiti); o infine, all’opposto, è stato dichiarato, semplicemente e laicamente, tutto quello che un individuo è: “io sono il mio corpo”, il che nega l’Ente stesso (l’uomo interiore o divino) e afferma l’assolutezza dell’Io biologico, che è solo un corpo animato; il che spiega l’originario significato del termine “anima”, principio basico di animazione prima, psichismo nell’uomo poi. Quest’ultimo concetto dichiara dunque che tutto ciò che attiene all’anima, afferma il corpo e nega di fatto lo spirito; valorizza la vita organica e non suppone una possibile vita spirituale la quale abbia caratteristiche del tutto diverse e peculiari, da conquistare,  morendo esotericamente all’altra. 
In realtà queste due ultime posizioni hanno trovato una conciliazione nella scoperta della fisica che materia ed energia sono forme della stessa sostanza, sicché il corpo è la forma materiale dell’anima/psiche; in termini metafisici lo Spirito Divino increato vive come spirito individuale all’interno della forma creata di sé stesso. La rivelazione è manifestazione del seme divino all’umano (in realtà in questo caso all’incarnato) che lo ospita. L’Essenza dell’uomo interiore si lascia scorgere dall’uomo esteriore. [1]
Finché questa parte divina non prende totale autonomia dalla parte organica, lo psichismo che appartiene esclusivamente a quest’ultima rimane lo strumento di questa rivelazione, e la sua immagine si imprime su di esso.
Ma quando la coscienza si emancipa dall’organo cervello/mente e assume la propria libera individualità, non vi è più rivelazione ma solo essenza (presenza cosciente alla propria divinità con la quale ci si identifica).

A uno fu chiesto quale fosse lo scopo della sua vita e quello rispose: “La mia vita ha lo stesso scopo della vita in genere, quello di riprodursi in eterno e non morire mai, e sfrutta me per farsi traghettare da mio padre a mio figlio. Il mio scopo, invece, è di fare un’esperienza umana attraverso la vita.”
In ogni percorso iniziatico è centrale il tema della morte in vita e quello del corpo, cioè della vita organica che solo in esso si realizza; ed è così centrale perché il fine di quel percorso è di trasportare la vita dal piano organico a quello spirituale, facendo vivere non più il corpo, ma quel sé che lo abita, rendendolo padrone della sua vita invece di farsene sfruttare. Quel sé è un’entità, un Ente, che in quel corpo si è incarnato, il seme divino che, se c’è, deve di necessità prendere coscienza piena di sé. Altrimenti il corpo e l’intera psiche che ne emerge è vissuto ed usato dalla sua vita come un mezzo di trasporto per il suo viaggio nel tempo.
“Io sono la Vita”, ha detto il Cristo; ed intendeva che la sua condizione era di essere la sua vita, essersene appropriato per farne ciò che doveva, avendo saldato in identità i tre elementi che appaiono nella frase: io, essere, vita, ossia avendo acquisito la vita eterna (come la vita è per sua natura) nell’Essere individuato, e non più nel corpo. In altre parole, se la coscienza di essere individuo si sposta dall’io biologico residente nel corpo organico a quel seme o frammento dell’Essere divino che nel corpo si è prima incarnato e poi sviluppato, la vita da frammento particolare dell’assoluto si trasferisce alla sua radice, alla sua assolutezza stessa, ove essa – come si è detto – è “intrinsecamente inalienabile ed eterna”. È allora Vita, Via e Verità, realizzazione della “cristità” e dell’attributo divino “il Vivente (eternamente)” (al Hayy), indissolubilmente legato all’altro, “Colui che sussiste da sé” (al Qayyum), che afferma, di quella vita, l’autonomia spirituale assoluta (“in paradiso ci si va da soli”, è stato detto).

Ora, chi abbia realizzato questa condizione durante la vita biologica del proprio corpo, trasformandola in strumento della propria realizzazione (secondo la metafora del cavaliere spirituale e della sua cavalcatura), fin dove estende il suo diritto (e capacità) di disporne? Può togliersela per aver essa esaurita la propria funzione? E costituire ormai un inutile peso?
È una domanda che nel mistico compiuto, dunque nell’iniziato, trova la migliore risposta nell’atteggiamento di Giovanni della Croce di cui si è detto; e ciò perché egli ha raggiunto il “distacco” dal falso sé e dalla sua natura ed ascendenza umane (“Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo”, Lc 14,26), e rispetto a questo ha perso ogni interesse. Di fatto egli ha lasciato la sua vita (se l’è tolta) ben prima di esserne lasciato e ha fatto del suo corpo una spoglia animata; è un Vivente, morto per esserlo (senso esoterico della “mortificazione”).

NOTE
[1] – Circa la relazione tra l’uomo esteriore (l’Io biologico) e l’uomo interiore (il Sé, o meglio il seme, divino rivelato), si veda anche la nota a “Durata e permanenza“.

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