Durata e permanenza

Dio è.
Affermarlo non è una professione di fede, ma piuttosto un moto di stupore quando si realizza che Dio non fu, non è stato, e non sarà: in ogni istante Egli semplicemente è. La Sua eternità non si realizza in una durata indefinibile, ma nell’eterno presente, la cui durata è istantanea. Si dice perciò che “Dio vive al passaggio”.
Ugualmente, Egli non si trova in un altrove da cui ci si è allontanati, né verso il quale ci si muove. “È” significa dire che è qui, ed ora.
Dal momento che per la coscienza non è concepibile un mio qui ed ora che non si identifichi con “me”, Dio è nel sé che il cercatore è in ogni attimo presente: la coscienza “di esserci qui ed ora”, se attivata, diventa “coscienza di (avere) Dio in sé”.
Quando questa Verità emerge come rivelazione (e lo fa dall’interno [1]) non può lasciare intatta la percezione di quello che si considera “realtà”; la quale si chiama così solo perché ha una estensione dal passato al futuro, una “durata”.
Abbiamo altrove rimarcato come nulla possa avere consistenza se non occupa uno spazio per un tempo, cioè non abbia durata; ed abbiamo appena detto che Dio, anche se lo si concepisca come omnipervadente (il che non significa occupare spazi, ma essere lo spazio), non ha durata… ha permanenza; ciò che Lo sottrae alla percezione dei sensi umani ordinari, pur affermandone la presenza.
La differenza è che ha durata qualcosa che esiste cognitivamente anche se esce dal mio campo di coscienza, mentre ha permanenza quel che vivo come coscienza… ha durata l’altro da me, ha permanenza quel che io sono pur nel mio divenire, che mi rende mai identico a ciò che ero un attimo fa e che sarò tra un attimo. Io, come Dio, permango; il mondo esiste per sé, fuori di me, ed ha un decorso; ha permanenza, infine, ciò di cui ho coscienza qui ed ora, cioè il me senziente, stavolta con i sensi sottili.
Mentre il mondo contiene nascita e morte come punti estremi della durata, Dio, come me e in me, è eternamente vivo. Dunque io lo sono altrettanto nella mia parte essenziale che col divino coincide: il “mio Dio”, che è quel che Dio, in me, ha lasciato che cogliessi di Lui. Per questo motivo il problema dell’iniziato, in cui si sintetizza l’intera sua ricerca, è la Presenza, ossia la coscienza costante del proprio sé divino, dato che esso cessa di essere nel momento in cui se ne perde coscienza, per lasciar apparire il mondo “durevole”; il Sé divino, in estrema sintesi, è dunque la Coscienza di Essere quel che si è, Sovra-coscienza individuata.

NOTE
[1] – Dio, come fa il campo magnetico della Terra, emerge scaturendo dal nucleo (il “cuore”, qalb) di colui in cui alberga per poi generare un campo spirituale col quale avvolgerlo completamente, sicché da contenuto se ne fa contenitore, protettore ed abito invisibile, come direbbe Eckhart. Il segreto si rivela solo al suo ospite.
Però questa effusione di divinità – essa sì – “occupa” o piuttosto costituisce invisibilmente uno spazio, produce un’atmosfera entro la quale può essere immersa la “realtà durevole”, il creato, compreso l’uomo organico. Se questi contiene il seme del divino, bagnato da questa effusione esso germoglia e si effonde a sua volta: nella Tradizione questa “effusione spirituale” si chiama “baraka” e costituisce (ed in sostanza esaurisce) l’insegnamento impartito dal maestro ed il frutto delle pratiche.

4 pensieri riguardo “Durata e permanenza

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