La caduta della coscienza ordinaria

La caduta della coscienza organica (e della sua mente) soppiantata dalla sovra-coscienza (e dalla sua mente), produce un ribaltamento di veduta che risulta al mondo come comportamento anomalo o alienato, negativamente stravagante, una quasi follia. Atteggiamento questo attribuito, con contrastanti giudizi, a molti maestri: se incuriosisce ed attrae, respinge perchè sentito come “pericoloso”. In realtà si tratta dell’emergere dell’Essenza che ha soppiantato una personalità, e che utilizza la coscienza che le è propria: non ci si trova dunque davanti a un nuovo comportamento, ma a un (modo di) Essere diverso. La difficoltà è che questo Essere ha una sua eternità, mentre la personalità che ha soppiantato ha un suo passato, che lo specifica ed identifica rispetto al riconoscimento sociale della “persona”. Sicché viene attribuito a quell’Essenza un passato e un ricordo di esso, una identità pregressa che essa non ha, perché tutto questo appartiene alla personalità che è morta. Ci si trova davanti a un assoluto eterno cui ci si rivolge (e non diversamente si può) come a un individuo umano.

L’Essenza non vede la realtà in quanto trama sociale avente il mondo naturale quale luogo di svolgimento, ma la Realtà come assoluto determinante, e quindi ha chiaro l’oscuro, mentre ciò che appare chiaro alla personalità è così poco importante da risultare velato, incapace di attrarre attenzione. Ma la coscienza ordinaria dirà, adirata: “ma come fa a non vedere?” Lo sguardo dell’Essenza vede tutto complessivamente e nulla di particolare; guarda alto e lontano e poiché laggiù focalizza, ciò che è vicino, seppure visto, è sfocato. Essa ascolta il Cosmo come si ascolta un’orchestra, e non si sofferma su ciascun suono dei singoli strumenti, sebbene ogni nota le risulti e una che fosse stonata sarebbe di grande disturbo. Così trova insopportabile questa nota e se ne trova ferita, tanto da avere l’esigenza di ricondurla all’armonia o, se impossibile, di farla tacere. In questo senso svolge un’azione armonizzante perché all’Essenza la complessità è affine quando è ordinata; è infatti un principio ordinatore, pantocratore. L’Essenza è per sua natura, quindi, un equilibrio la rottura del quale è strutturalmente dolorosa, e che perciò agisce in funzione del suo ritrovamento. È una stringa vibrante la cui fluttuazione di frequenza deve mantenersi entro una gamma che le è essenzialmente propria: è un La su cui accordarsi, e solo per ciò è maestro. Per vedere “il Maestro” occorre guardare attraverso la sua spoglia, alla luce nera dietro le sue spalle, dalla quale Egli emerge e che l’accompagna sempre come sua ombra.

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