Colui che è perché non è

Dice Al-Ash’ari: “… Dio … non ha corpo, né persona, né forma, né carne, né sangue, né sostanza, né accidente … Egli è indivisibile, non ha parti né organi, né direzione, né destra né sinistra, né davanti né dietro, né alto né basso. Nessun luogo lo accoglie. Il tempo non lo determina. Non è solitario né in alcun luogo. Non si possono attribuirGli qualità umane che implichino la contingenza”.

In effetti, il concetto stesso di Dio non può essere definito che al negativo, cioè elencando ciò che Egli non è, fino a dover ammettere che Egli “non è” del tutto, o meglio che “Egli è nel non-essere”. Ma sono dispute tra teologi o tra filosofi della religione.
La ricerca di Dio, che è esigenza impellente e necessaria solo per alcuni, deve risolversi, dopo molte riflessioni e molti fallimenti delle stesse, nella ricerca della propria individuale origine prima; nell’afferrare il concetto inafferrabile del proprio zigote metafisico, quello che precede lo zigote organico, nella fase iniziale che precede ogni scissione moltiplicante; quell’origine dunque in cui è ancora presente la totalità dell’unità e l’unicità che rappresenta in nuce la qualità inimitabile della propria entità.
In verità, lo zigote è tuttavia ancora il risultato di un’unione e contiene in sè la duplicità, quella di un contenitore (ovulo) e contenuto (spematozoo). E quindi, sebbene per ogni individuo “esistente” sia la cellula prima, originaria, vi è certamente un’unità precedente ad esso che il cercatore di Dio (cioè dell’Essenza essenziale in sé, se così si può dire) non può che riconoscere nel seme del Padre, l’elemento che si è trasformato in carne viva essendo stato accolto dalla matrice terrena (terra/materia/madre). Quindi la propria origine è metafisica nella misura in cui è precedente alla materializzazione, incarnazione, reificazione. Per questo motivo il Padre è trascendente, e se Egli lo è, anche il figlio contiene le tracce genetiche di questa trascendenza. Ed è in questa percezione netta (quando c’è) che risiede l’unica vera possibile spiritualità umana attingibile; unico oggetto possibile della ricerca di Dio.
Il proprio esistere, derivato dall’Essere in cui consiste questa prima entità, è un brulicare di duplicati cellulari specializzati che costituiscono il proprio sistema organico, che continua ad essere mantenuto insieme dall’unità/unicità essenziale primeva del proprio essere. Per ognuno che ne abbia necessità, questo è Dio, o quella Sua scintilla cui è possibile ancora aggrapparsi per avvicinarsi a Lui.
Ogni altra forma di adorazione e di ricerca è – a rigore – una blasfemia, perché postula un Dio ideale, e quindi frutto del proprio ragionamento o della propria fantasia, di modo che Egli risulta una creazione dell’uomo. Se non si possono attribuirGli qualità umane che implichino la contingenza non Gli si possono attribuire quelle qualità empatiche che sarebbero parte di uno psichismo molto umano, e ciò non si può fare neanche nei confronti del proprio Dio interiore… un sé stesso metafisico e trascendente spietato e distante sebbene più vicino del sangue che scorre nella vena giugulare; un Sé estraneo a sé, così aristocratico da presentarsi come il Signore rispetto al servitore, che nulla è (non è) se non al cospetto del Signore, l’Unico che è.

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