Solitudini

Alcuni lamentano di essere o di sentirsi soli. Implicitamente desiderano e chiedono di essere raggiunti – per compassione – nel luogo solitario in cui si sentono relegati. In genere non se ne allontanano, però, alla ricerca di luoghi ben frequentati.
Altri dichiarano la propria solitudine come affermazione di uno stato di fatto – vissuto con passione – che non comporta alcun atto oltre la sua constatazione.
La diversità di posizione rispetto alla stessa condizione è generata da una diversa posizione della coscienza: se essa risiede nella propria umanità la solitudine è doloroso isolamento; se essa risiede nell’Essenza, la solitudine è segno confortante e conferma della distanza raggiunta dalla propria umanità e da quella altrui.

Nessuno, si è constatato, che si trovi nella prima condizione considera, da quella posizione, auspicabile la seconda; anzi attribuisce a quest’ultima una biasimevole freddezza emozionale, un cinismo distante o persino sprezzante.
Ciò è logico, dato il limitato corredo di strumenti percettivi che la condizione umana comporta, e la paura che genera la sola idea di poterne uscire senza sapere dove si va. Sebbene dolorosa e tragica, la condizione umana è l’unica di cui l’uomo dispone; ed inoltre l’umanità comporta una tenerezza creaturale che, se non corrotta dall’umanimalità, genera affetti nobilissimi e bellissimi da vivere… Sicché si può difendere strenuamente la propria umanità e a buon diritto, affermandola con orgoglio.
La limitata capacità percettiva impedisce così di vedere il distacco di chi è nella seconda condizione nella prospettiva dell’Amore, perchè esso è ancora vissuto personalmente come sentimento cui è indissolubilmente associato un legame; il distacco, che è caratteristica di chi è libero, appare dunque come negazione del legame e, si immagina, necessariamente anche dell’amore.
La solitudine di chi ha focalizzato la propria coscienza nella propria Essenza è assenza di legami, ma non di Amore; tranne che questo è vissuto come capacità attrattiva (ma forse di più estrattiva), e si sostanzia nel voler estrarre l’uomo oggetto di Amore dalla condizione umana attraendolo a quella inumana, il che comporta per sé la necessità di non discenderne, mantenendosi e risultando lontano. Scendere al piano umano non è atto d’amore, ma di condiscendenza, persino colpevole ove l’attrazione amorevole costituisca un Servizio da rendere. Scendendo si smette di attrarre, e si condanna chi doveva essere estratto a permanere nel suo stato; ma costui non può comprenderlo.

Per l’Essere che è (e finchè vi è) in quel mondo di mezzo tra l’umano e il divino, ed interpreta lo stato spirituale inumano, la solitudine è venata di dolcezza, di malinconia e di nostalgia; agisce infatti il ricordo atavico, pre-eterno, della propria appartenenza. Se egli attrae, è a sua volta attratto da piani più alti. Per costui Giovanni della Croce parlava di “notte dello spirito”: sebbene quel mondo di mezzo sia ben abitato, vi è distanza tra gli abitanti e la comunicazione è sottile; non fa molta compagnia. La fa solo la coscienza della presenza, propria ed altrui, in una sola Presenza.
La solitudine umana si cura con la presenza di molti altri; la solitudine inumana si cura con l’assenza propria nella Presenza di Uno Solo.

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