Quiddità

Quiddità è sinonimo di Essenza, nel significato di «ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un’altra cosa». In senso platonico è una qualità archetipale; essa risiede nel non-manifestato in quanto “potenza”, e si manifesta, facendosi “atto”, nel manifestato di cui il Creato è una particolarità. Rispetto alla parola Essenza impegna tuttavia un più limitato spettro semantico, perché non si allarga a significare “estratto, qualità radicale rimanente dopo l’eliminazione del superfluo”; è più adatta dunque a indicare quella qualità precedentemente alla sua prima manifestazione, mentre Essenza la indica meglio dopo la seconda (v. sotto). Quiddità tuttavia meglio esprime la permanenza dell’Unicità di quell’ente all’interno del Tutt’Uno.

Un figlio di Dio è una quiddità archetipale manifestata e insieme occultata in una forma organica, con la quale non si identifica, sebbene l’organismo che inabita gli appartenga in modo indissolubile. La relazione tra l’essenza e la sua forma (o corpo) è simile a quella che lega la luce al colore: “la luce è la spiritualità del colore, vale a dire il colore allo stato spirituale, spiritualizzato, mentre il colore è la corporalità (l’elemento corporeo) della luce, ossia la luce allo stato materializzato“. Lo spirito è “luce in fusione”, il corpo è “luce solidificata”.[1]
Questo corpo, in quanto organismo giustifica l’appellativo di “figlio” poiché inscrive quella quiddità nel ciclo della generazione; fuori dei meccanismi e dei cicli naturali, ovvero in forma disincarnata, essa risiede nel non-manifestato, e dunque nella Potenza divina: condizione nella quale non è “figlio”, ma Potenza non separata dalla fonte divina; solo quando essa assume una sua individualità corporea e quindi un distacco apparente dalla Fonte, quest’ultima appare come Padre; distacco che non avrebbe ragione di attuarsi se non per Servizio, e che è apparente perchè di fatto esso risiede esclusivamente nell’involucro organico, mentre la quiddità conserva la sua residenza archetipale.
Il corpo è quanto serve allo spirito (luce) per manifestarsi, e tuttavia ciò può avvenire in un corpo spirituale sottile, quale è il colore, e non necessariamente in un corpo organico (oggetto materiale) di cui quel colore sia caratteristico. Avverrà quindi che la manifestazione possa attuarsi ai due livelli (sensibile o sottile) a seconda dell’organo mediante il quale essa è percepita: la vista nel primo caso, la visione nel secondo.
Per quanto concerne l’esperienza interiore, il figlio di Dio ha bisogno di rivelare la propria quiddità a sé stesso, e ciò avviene nei due gradi suddetti [2]. Al primo grado corrisponde una presa di coscienza della propria corporeità (Ego), al secondo quella della propria Essenza nella sua singolarità, con trasferimento della radice della coscienza dall’Ego all’Essenza in sé.
Lo stato naturale in cui l’Essenza versa all’inizio oscura la percezione in essa della sua verità originaria (quiddità), la quale deve essere rivelata, in primo grado, mediante la vita organica stessa. Per cui essa deve sostenere un processo di auto-manifestazione, che è un secondo processo di manifestazione, il primo essendo stato l’incarnazione stessa.
L’elemento che rende possibile questa seconda rivelazione è ancora la Luce, nella misura in cui essa è capace di sublimare, passando dallo stato “solidificato” allo stato “in fusione”, e potenziando via via l’aspetto “essenza” man mano che si consuma e depotenzia l’aspetto “incarnazione” (le due polarità o estremità della stessa continuità in base al grado di vicinanza alla Fonte).
La sublimazione è resa possibile dalla sovrabbondanza di Spirito Divino che viene immessa nel figlio di Dio, attraverso il nutrimento della sua essenza, in condizioni particolari e quand’egli sia sottoposto a un addestramento a diventare sé stesso, per essere sé stesso; e la seconda manifestazione è dunque frutto dell’Attrazione (Amore) e dell’estrazione (sacrificio, fare sacro), che è riservata a quanti, nella Tradizione, sono definiti gli Attratti.
La Luce metafisica liberata, completamente “fusa” (il che corrisponde a estinzione, fana’), illumina infine l’oggetto della visione interiore fino al grado della sottigliezza, allo stesso modo in cui la luce fisica illumina l’oggetto della vista; e d’altra parte la vista, come la visione, ha diversi gradi di acutezza, per cui può essere più o meno capace di penetrare le penombre. E le penombre sussistono finchè esiste, anche in parte, lo stato “solidificato”.
Oltre, il figlio di Dio contempla in sé la propria quiddità resa Essenza, ovvero l’aspetto individuale dello Spirito, ossia lo Spirito Individuale che egli è; ed è capace di riconoscervi, ad un più alto grado, lo Spirito Divino cui appartiene.

NOTE
[1] – Karîm Khân Kermânî (1810–1873)
[2] – Rivelazione corrispondente ai due gradi indicati da Giovanni della Croce quali “notte dei sensi” e “notte dello spirito”

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