Mito, Tempo e Coscienza

Vi sono due filoni narrativi che descrivono l’iter dell’umanità: la storia, che è una cronaca degli avvenimenti nel loro susseguirsi lineare; e il mito, che è la descrizione di eventi eterni perché ciclici e quindi eternamente presenti, e che riguardano non l’umanità in senso stretto, ma le leggi, o le funzioni cosmiche, entro le quali lo svolgersi storico degli eventi umani è costretto. Nel tempo lineare gli eventi si concatenano secondo le regole della causalità, ma nell’eterno presente, data la contemporaneità di essi, non vi è tra loro causalità, né sequenzialità, e questo è il motivo per cui i miti più antichi contengono la narrazione di eventi che risultano assurdi alla mentalità moderna. Anche perché in molti di essi, i tempi verbali della narrazione sono usati (nelle versioni originali in lingue arcaiche) indifferentemente al passato, al futuro o al presente: ogni avvenimento narrato è dunque in atto, lo è sempre stato e sempre lo sarà, e dicasi altrettanto per i pochi personaggi che vi appaiono, con migliaia di nomi diversi, in tutte le culture. Sebbene questo “mondo” sia descritto dalla visione relativistica nella quale un evento costituisce un punto focale all’interno dello spaziotempo, rispetto al quale varia solo la posizione degli osservatori all’interno di esso, la mente moderna non concepisce ciò e vede nel mito l’espressione del caos sfrenato dell’immaginazione favolistica, quando – al contrario – l’eterno presente espresso dalla ciclicità è il tempo cosmico, cioè il tempo del ritmo e del bello armonico, ovvero del placido ordine maestoso. Del resto gli accordi musicali sono suoni di diversa frequenza (di diversi piani o ottave) che vengono emessi contemporaneamente: descrivono dunque una verticalità quanto il tempo lineare descrive una orizzontalità. È chiaro tuttavia che si tratta di tempo della coscienza: coscienza ordinaria per il tempo lineare, coscienza spirituale per quello ciclico.
Il tentativo che la coscienza ordinaria fa di ricondurre – al fine di spiegarselo – il mito a fatti storici avvenuti in tempi remoti e poi raccontati come fiabe, ne impoverisce il contenuto, il quale è molto più reale (proprio perché sempre effettivamente agente) di tutta la storia che si vuole: il mito non parla però, lo ripetiamo, degli uomini, ma degli Assoluti divini, il che è incomprensibile a una cultura antropocentrica per di più prossima ai propri esiti. Senza che tolga nulla alla Verità il fatto che non la si comprenda. Comunque i due mondi procedono di pari passo secondo un apparente parallelismo che tuttavia produce una lenta ma costante divaricazione. All’infinito, che potrebbe essere qui ed ora secondo quanto è stato appena detto, le due coscienze (i due mondi di cui esse sono testimoni) finiranno, finiscono o hanno finito per trovarsi a tale distanza da non potersi vedere (riconoscere e/o ricordare) più.

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