“Diaballein” rivisitato

Con meraviglia di chi scrive, tra i circa cinquecento articoli di questo blog, soltanto uno trova lettori quasi ogni giorno dal momento in cui è stato scritto; a volte, in certi giorni, persino numerosi. Questo articolo è “Diaballein“.
Vi si dicono alcune cose che – visto l’interesse che, inopinatamente, esso suscita – hanno bisogno di precisazioni, giacché non vi è nella Tradizione (e in chi ne dichiara di volta in volta i contenuti) nulla che non scorra nell’ambito del divenire, sebbene questo divenire si compia in seno alla Manifestazione di ciò che per sua natura è immutabile.
Il concetto stesso di Manifestazione implica quello di Rivelazione (a chi ha occhi per vedere, certo), e ciò che si palesa alla coscienza liberata è passibile di approfondimenti, che sono infiniti. Infatti chi osserva la Realtà che ha ragione di definirsi cosmica nella sua globalità, corre costantemente il rischio di lasciarsi attrarre da uno spiraglio di luce, ficcarsi nel quale significa inseguirne le infinite profondità e far così prevalere quella visione particolaristica su quella globale. C’è di buono che questi cunicoli (wormholes) mentali non possono che terminare in una nuova uscita a riveder le stelle cosmiche; ma il più delle volte una vita non basta per percorrerli interamente, e vi si rimane intrappolati [1].

Ma torniamo al nostro articolo. Vi si dice ad esempio:
Nella manifestazione l’uomo è … intrappolato sebbene nuoti nell’infinita e complessa sua molteplicità… Ciò implica che quanto più egli tenti di affermare la propria libertà sperimentando le più diverse opportunità, tanto più percepisca la frustrazione di non poter superare i limiti del Creato, pur se arrivasse a saggiarne i confini“. 
In questa frase si usano i termini “manifestazione” e “Creato” come sinonimi. In Verità, l’uomo è intrappolato nella sua umanità, che è intrappolata nel Creato, il quale è una bolla (similmente alla descrizione degli universi a bolle) all’interno della Manifestazione.

Si prosegue dicendo:
“Al ritorno nel mondo del manifesto ogni cosa, vivente e no, ogni evento diventa allora simbolo della Oneness, non più particolare particella di essa, ma essa stessa, in tutto e per tutto; ogni cosa ha una sua verità ontologica che è la Oneness, ed è visibile a chi è di ritorno”.
Qui si parla della Oneness, termine usato in fisica quantistica per indicare quello che altrove è detto (più precisamente, rispetto alla Scienza Spirituale) “Tutt’Uno”, ovvero l’unica Unità che comprende ogni cosa, e che è perciò necessariamente presente in ogni cosa, sebbene “ogni cosa” non ne sia affatto cosciente. Chi ha tale pre-coscienza ha in realtà un “ricordo” (perché di ritorno), e un’urgenza di recuperarlo interamente alla sovra-coscienza. Con ciò si afferma come la reale differenza tra esseri è data dalla coscienza, la quale ha facoltà di identificarsi – al termine di un processo iniziatico che la riaccende sfruttando la reminescenza – con l’essenza stessa.

Infine, si conclude dicendo:
“… la farfalla, oltre a descrivere sul piano sottile ogni interazione maschio/femmina, descrive ogni interazione tra polarità complementari, e soprattutto quella tra Creato ed Increato; quindi è una legge che si incarna…”
Qui si parla di Creato ed Increato come polarità complementari; l’Increato corrisponde al Manifestato che non ha determinato una reificazione (una cristallizzazione) e continua a scorrere: è dal punto di vista del Creato (dunque dell’umanità pure) che il Manifestato è Increato. Tuttavia vi è un non-manifestato, che del Manifestato è la scaturigine, sebbene non vi possa essere dualità nell’Unità: “Ero un tesoro nascosto e volli essere conosciuto. Ho creato tutta questa creazione affinché mi conosca”, ovvero: è la conquista o meno della Conoscenza (o Coscienza accesa) a fare la differenza tra ciò che è manifestato (l’Evidente) e ciò che è Nascosto.

NOTE
[1] – Queste “specializzazioni”, comunque, sono spesso rappresentate dal pensiero di alcuni studiosi che, illuminati nel momento in cui declarano le loro formulazioni, sono poi ripetuti e re-citati pedissequamente dai loro epigoni, evidentemente incapaci di leggere autonomamente la Realtà e di renderla (o trasporla, o dedurla) nella attualità del loro esistere. Quel che ne deriva è un inutile ribadire concetti che o sono eterni, oppure non hanno senso in ognuno dei presenti possibili. Anche i veggenti, difatti, vedono quel che si lascia da loro vedere in un dato momento, e che un momento dopo scompare, sicché descriverlo come (ancora) presente è falsificare.

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