Essiccazioni

Che l’umanità sia intrappolata nella sua umanità, è affermato da tutti i maestri della Tradizione.
Altrettanto affermato è che vi sia nell’uomo una scintilla divina, particelle infinitesimali di ognuno degli attributi divini, che è possibile riconoscere e attraverso le quali risalire alla propria fonte. Si lascia intendere con chiarezza che queste scintille non sono in ogni essere umano, e che, in chi ne dispone in quanto potenzialità, resta la disposizione a non usarle per incapacità di riconoscerle. In questi, e in chi non ne dispone, prevale l’animalità umana che governa l’interezza della vita, al servizio della quale è posta anche la mente, che è la facoltà peculiare che contraddistingue l’animale umano.
L’intelligenza diventa uno strumento che rende più sofisticata la capacità di dare risposta alle esigenze istintive di base, che devono soddisfare i bisogni primari. A questo livello, l’uomo è un predatore e si comporta (innocentemente, persino) come tale: è nella sua natura.
La mente genera, a partire dai bisogni di base, infiniti e complessi modelli relazionali e socioeconomici per dar loro la risposta che gli altri animali danno in modo semplice e diretto, basandosi sulla legge economica basilare del maggior vantaggio con il minor dispendio d’energia possibile.
L’uomo è viceversa un sistema massimamente dissipativo, perché ottiene (e non sempre) risultati minimi con enorme dispendio energetico, generando falsi e inutili bisogni ai quali dar soddisfazione sempre insufficiente, chiamando vita questa complicata rete di superfluità, ed attribuendole senza ragione un valore superiore, specificamente umano.

La ricerca della povertà comune alle forme mistiche ed iniziatiche di ogni religione, consiste nell’eliminazione non tanto dei beni che costituiscono ricchezza nel mondo, quanto piuttosto nell’eliminazione di quell’uso delle facoltà superiori dell’uomo che è teso a produrli avendoli come fine. È un processo simile all’essiccazione al sole di certi prodotti agricoli: la luce, e il suo calore, ne lascia l’essenza concentrata, come accade al pesce secco di Mosè capace di riprendere vita se bagnato alla fonte giusta, che non è il mare dal quale proviene. Così l’uomo illuminato trova la sua essenza perdendo ogni altro aspetto superfluo, in particolare quel vapore inconsistente che chiama, con prosopopea, personalità, quando si espone alla Luce in nudità.

Dunque Dio non partecipa della vita umana, questa vita umana, che va da sé dove le pare, inutilmente; per i pochi che aspirano ad altro, lo fa attraverso i Suoi, quelli che, dispersi in mezzo agli uomini, partecipano della vita di Dio.
Loro caratteristica è l’invisibilità che appartiene alle cose evidenti: chi guarda il mondo vede le cose che la luce illumina, ma non può vedere la luce in sé. La luce si deve dedurre dalla visibilità delle cose, ma poiché è delle cose che ci si occupa, non si guarda oltre. Ebbene, quando sono le cose ad emanare luce, esse non si vedono, e l’attenzione si sposta su ciò che si vede grazie a loro. E una fonte di luce illumina porzioni di mondo tanto più estese quanto più è elevata, e quanto più in alto è, tanto meno è visibile. Chi ha uno sguardo orizzontale vede ciò che è al suo livello, e chi è in alto vede solo chi è in alto.
Comprendere gli uomini è facile: li si riconosce dalle cose che vedono.

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