Sul valore dei simboli veduti

Chiede il neofita a cui arride la fortuna di avere visioni di forme, fotismi o scene oniriche, quale ne sia il significato; e intende, con significato, secondo il comune e corretto uso della ragione mentale, che “cosa” sia in essi “simboleggiato”. Il simbolo rimanda ad altro per definizione, ma la visione a volte viene scambiata per un simbolo, perché quel che si è visto non lo si conosce.
La ragione vuole infatti, per suo proprio mestiere, che l’incompreso diventi compreso, ma è comune che con questo si voglia far scendere sul piano del comprensibile ciò che non lo è, e non – come invece la pratica della scienza spirituale consente – far salire la ragione al livello dell’incompreso.
In verità, l’incompreso è spesso incomprensibile, per la ragione; e così è necessario uno sforzo letteralmente sovrumano per andare oltre la ragione, sviluppando quella che – con espressione troppo limitativa – viene detta “intelligenza del cuore”. Meglio intuizione, o piuttosto, platonicamente, noesis. O, magari, gnosi.

Sebbene i “simboli” veduti in stato di coscienza spirituale accesa, come accade durante la pratica, siano universalmente ed eternamente gli stessi (che magia!) in tutti i visionari, essi non possono essere spiegati in termini tanto riduttivi da riferirli a cose di questo mondo; la loro è un’epifania che ha uno scopo, anzi due in uno solo: quello di essere seguiti come una guida, come una cometa sulla via della natività; e poi raggiunti nella loro purezza in uno stato di coscienza spirituale che avrà di molto travalicato quello della conoscenza razionale e la realizzazione del quale è la vera ragione del loro apparire.
In quello stato guadagnato rincorrendo e lavorando si apprenderà come un vortice di luce, una piramide nera in luce verde, un poligono rotante, un diamante che emette arcobaleni, croci ed incroci, uno smeraldo circonfuso di azzurrità…, non sono simboli di qualcosa, ma vere porte sull’eterno, identità essenziali, radici della materia: sono la Realtà di cui è questo basso mondo ad essere simbolo; sono luci della Manifestazione, e questo mondo è la loro concretizzazione in “creato”.
Questa illuminazione – se avviene nel visionario – corrisponde a quell’avvenimento ampio e complesso che riguarda la Coscienza accesa e che è detto “inversione delle luci”.

Il simbolo si mostra al neofita fortunato come guida, ma sfortunato il neofita che non ne afferra la coda al suo svanire e non ne insegue la scia fino allo svelamento, ma si occupa di capire a cosa “corrisponde”.
L’errore è ritenere che la visione debba significare qualcosa oltre sé stessa, oppure – meno ingenuamente – che aver visto significhi possedere (aver fatto proprio) il veduto (magari supponendo che la visione corrisponda al raggiungimento di una condizione o di uno stato spirituale) senza sapere cos’è.
Il “simbolo” è l’essenziale di quanto si mostra complesso, tanto che, nel cercatore avanzato, esso non ha più ragione di mostrarsi, ché questi vede ormai ogni singolarità di questo basso mondo come simbolo dell’assoluto e dunque di fatto non vede altro che l’assoluto. Non c’è altro, oltre l’assoluto; e se il simbolo rimanda ad altro non ha ragione di essere, nell’assoluto. La visione di esso è Tantalo che, alla fine, afferra i rami carichi di frutti, dopo esserseli visti allontanare ogni volta dal vento, che glieli manteneva tuttavia visibili.

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