De imitatione…

Se il discepolo Mosè, dalla sua posizione e stato spirituale, avesse imitato il comportamento del suo maestro Al-Khidr [1], si sarebbe macchiato di atti orribili, moralmente e legalmente. Altrettanto poco credibile sarebbe stato quel discepolo che avesse voluto imitare Gesù tentando di far miracoli. L’imitazione del maestro non può esserci prima di averne ottenuto il medesimo stato spirituale di lui, ed essere perciò diventato maestro a propria volta. Dunque c’è da chiedersi in che cosa debba consistere l’imitazione del maestro, il quale peraltro non fa, ma è; e dunque non ha un comportamento.

Un maestro chiese al discepolo: “Tu vorresti essere me, vero?“, ricevendo in risposta un immediato, spudorato ed ardente: “Sì!“. Quel discepolo sincero aprì con quel “” il suo cuore preso alla sprovvista, rivelando che quello che desiderava non era imitare il maestro, né prenderne il posto, ma immergersi nella sua essenza (il Principio del Maestro è al-Khidr) fino alla propria estinzione. Il maestro non è umano, è altro, e diventare lui è diventare altro.
Queste rivelazioni sono lampi di verità, e possono essere colti dall’occhio esperto del maestro che ha saputo provocarle: in quel discepolo, l’essenza del maestro poteva trovare la continuità della propria permanenza. Perché a rivelarsi non era l’imitazione del comportamento del maestro, che è sempre forzatamente umano, ma la necessità interiore di aderire all’essenza di lui, oltre la sua umanità. Non l’umano desiderio di rivestirne il prestigio fingendosi ispirato da lui presso il mondo, ma la necessità (ineludibile, arcaica perché genetica) di formarsi nel modello di perfezione spirituale che sgorga dall’intimità segreta del maestro. Questa necessità urla nel cuore di chi è figlio di Dio.
Quello stesso maestro invitava quello stesso discepolo a non esprimere mai a parole i segreti che i due si scambiavano per vie sottili; ciò perché, tra i due, il segreto che in ciascuno è individuale, si era fuso in un unico segreto, un unico cuore.
La segretezza è il suggello dell’intimità, e ciò accade tra maestro e ogni discepolo prescelto: che i pensieri dell’ uno sono sempre (quasi) simultaneamente quelli dell’altro; le sensazioni fisiche persino, sono (quasi) simultaneamente le stesse, e così dunque gli stati spirituali. Questo è il segreto della rabita. Per cui al discepolo che chiedesse: “Ho avuto la tale percezione… è successo forse qualcosa?“, la risposta del maestro sarebbe: “Nel mondo no, in me sì, in noi si!”. E così, per ogni discepolo accolto in amore, il “mondo” tutto diventa (si stabilisce essere) quel cosmo che vive, in forma di microcosmo identitico al macrocosmo, nel cuore e persino nell’esperienza umana del maestro. Modificando quel mondo interiore il maestro e i suoi modificano il mondo esterno (i due mondi coincidono!)… modificano non direttamente il creato, ma piuttosto il manifestato che nel creato può discendere… Come in un gioco di biliardo, la palla bersaglio non viene mai colpita direttamente, ma da un’altra palla sulla quale è stata applicata la forza.

Questo è il mistero dell’identificazione (ben oltre l’imitazione); mistero esperito, però, non teorizzato. Come tutti i misteri metafisici esso si svela mostrando i propri effetti e si ri-vela mantentendosi oscuro. Mistero asciutto, non mai sentimentale; iniziatico e non mistico, severo, operativo, mai fine a se stesso. Nella sua nobiltà ancestrale, cavalleresco.

NOTE
[1] – Ci si riferisce all’incontro tra i due come raccontanto nel Sacro Corano, Sura della Caverna.

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