Tutto è Nulla

La teoria della conoscenza che la vuole raggiunta con l’identificazione del conoscente nel conosciuto, si risolve, in ambito mistico, nella pratica dell’imitazione: di Cristo in ambiente cristiano, dello shayk in quello islamico.
Invero, essa deriva da una aspirazione al divino totalizzante, che conduce inevitabilmente ad estreme conseguenze: se il Principio è Tutt’Uno, non può prevedere alterità, quindi non si può conoscerLo dal di fuori… non c’è nulla al di fuori di Lui. Quindi Lo si può conoscere solo dal di dentro, ovvero essendo parte di quel Tutt’Uno che Egli è; il che equivale a dire che per conoscerLo non si può che essere Lui.
L’imitatio mistica non basta, perché si risolve, nella pratica, in una affermazione di alterità permanente, per di più puramente comportamentale, quindi esteriore ed a rischio di ipocrisia; è quindi l’approccio iniziatico a perseguire questa identificazione, che non può che risolversi nell’annullamento (fana’) del conoscente nel Tutt’Uno, condizione ove si realizza anche l’identità (non speculativa, ma esperienziale) di Tutto e Nulla.
Trattandosi di esperienza puramente interiore e personale, l’annullamento è uno stato spirituale che comporta uno stato di piena consapevolezza, sia della propria individualità che – contemporaneamente – dell’estinzione di essa.
Si tratta di uno stato di sovracoscienza, perché solo a quel livello è possibile unificare termini logici contraddittori. Il conoscente deve, per forza di cose, accettare che il “nulla” non può che realizzarsi nell’elisione reciproca dei termini contrapposti, e che ciò non può che accadere nella contemporaneità di essi, la quale a sua volta annulla il tempo e anche lo spazio, perché stabilisce che il luogo di partenza del conoscere e quello d’arrivo sono coincidenti. Dunque non vi è movimento alcuno.
Nell’esperienza iniziatica, al contrario di quella mistica, non vi è un vero percorso di avvicinamento alla perfezione o alla conoscenza attraverso gradi successivi, ma piuttosto la totalità di essa è data a priori. Di fatto, poiché non può esservi altro al di fuori del Tutt’Uno, il conoscente (o aspirante tale) è già parte del Principio ab initio: non conoscerLo è mancanza di una coscienza che va guadagnata, ma che fornisce fin da subito non la speranza, ma la certezza della sua Possibilità.
Vi è comunque anche in questo caso, egualmente, una gradualità; ma non tanto simile a chi salga una scala, quanto a chi dipani una matassa che gli è stata consegnata.
L’approccio iniziatico è perciò esoterico, in quanto interiore in modo imprescindibile: la matassa che viene consegnata al cercatore è la totalità di sé stesso, e la conoscenza è raggiunta quanto essa sia stata del tutto districata fino a trovare che il capo e la coda del filo coincidono, e dunque non vi sono affatto. Questo districare coincide con la vita, ne è la ragione.
Anche qui, l’iniziato è uno che allo stesso tempo è immobile e in moto costante: la sua immobilita è data dall’essere, la mobilità dal vivere (ossia dal manifestare la propria permanenza: l’Immutabile e il Vivente). Siccome questa caratteristica è pienamente divina e principiale, è in questo modo che si realizza in pratica l’identità di conoscente e conosciuto e si manifesta la Conoscenza.

Una nota: ancora una volta si impone la distinzione tra chi, avendo certezza del proprio risiedere in Dio (dunque di esserne figlio) cerca in sè, attraverso la via iniziatica ed esoterica, di dissolvere le nebbie che ne impediscono la visione spogliandosi degli aspetti della personalità che vi si frappongono; e chi non ha affatto questa percezione, ma aspira a migliorarsi spiritualmente procedendo sul cammino che è offerto dall’esperienza religiosa, mistica ed exoterica. Questa distinzione non si propone sulla base del comportamento, ma su quella delle qualità essenziali (dell’Essenza): è la distinzione tra chi si sa dentro il divino e chi se ne sa fuori (altro dal Tutt’Uno), ed è dunque una distinzione radicale, metafisicamente genetica: quella tra figli di Dio e figli dell’Uomo.

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