L’anima del poeta

È stato detto (‘Ayn al-Qudat Hamadani, m. 1131) che è un grave errore, nel leggere una poesia, cercare di capire l’anima del poeta; la poesia è come uno specchio, nel quale si vede sempre, e solo, l’immagine di colui che vi si pone davanti; assurdo chiedere che vi si veda quella del vetraio.
Ciò può valere per ogni altra opera di bellezza, umana o no, e conduce ad una riflessione conclusiva: è opera di bellezza l’immagine di chiunque si rispecchi in ogni cosa “bella”, tanto da identificarsi nella bellezza stessa, dimenticandosi di essere sé; e non può esservi pretesa, nel produrre il bello, che esso serva a mostrarsi. Chi produce il bello sinceramente vi si deve nascondere dietro. Tanto più se riesce a produrre sé stesso come opera di bellezza.

Questo meccanismo è quello alla base della relazione tra discepolo e maestro e alla invisibilità di quest’ultimo, pur nella sua insostituibile (oscura?) Presenza. Anzi egli è tanto più presente nella sua funzione quanto più invisibile come “persona”.
Il tema è dunque quello dell’assenza che conferma la presenza e dell’invisibile che si fa porta verso la visione.
Il maestro è nulla, solo una qibla, una direzione verso la quale dirigere lo sguardo onde percepire il divino al di là dello sguardo; ma propone al discepolo l’esperienza dell’inaccessibilità, a lui, del proprio segreto (sirr) che pure, come il divino stesso, è totalmente presente e attivo; esperienza capace di insegnare come la frustrazione dell’amore sia la conferma dell’amore, come la realtà sia invisibile e il visibile sia ingannevole, e come il nulla sia il tutto; ad insegnare ad amare ciò che è senza mai esistere e dunque a discernere tra l’essere e l’esistere. Il proprio essere, il proprio esistere.

2 pensieri riguardo “L’anima del poeta

  1. «…insegnare come la frustrazione dell’amore sia la conferma dell’amore…»
    Non so come dire, questa frase non mi “suona”.
    Direi che “frustrazione dell’amore” è un’idea dell’amore, mentre amore “è”… a prescindere da stati indotti dall’eventuale attuazione di pur lodevoli e auspicabili propositi che portino a una qualche soddisfazione o completezza. (vedi “Tutto è Nulla”, “Ripari” e questo stesso articolo)
    Uno stato contenitivo che non cerca di contenere o plasmare in quanto la Perfezione già è.
    Ogni “punto” della Creazione è a “distanza” infinita da ogni altro, pur partecipando al Tutto.
    Il Nulla ama, e la frustrazione non vi alberga.
    (…forse)

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    1. Se chi scrive comprende il Suo pensiero: la frustrazione dell’amore è l’impossibilità del possesso dell’altro, ed è la conferma dell’amore perché l’esito di essa è che nulla è altro. Amore in quanto, dunque, appartenenza al Tutt’Uno. Grazie.

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