Cronache del distacco e dell’unione

Ciò che si manifesta, si manifesta alla visione. I sensi ordinari, vista inclusa, percepiscono il creato.
Manifestarsi è infatti rendersi visibili, svelarsi (e ri-velarsi) restando radicato il Principio nell’increato, dunque al livello in cui la Realtà non è attuata, ma è ancora unitaria, totale ed unica. Vera e principiale.
La visione travalica il creato e raggiunge l’Altrove, che coglie perché è della sua stessa natura, o sostanza principiale, o luce nera.
Attraverso la visione tale sostanza si immerge nel creato e lo illumina dall’interno, dall’interiorità più intima e segreta. L’effetto ottico di questa visione è dell’allontanarsi delle cose che circondano il visionario, stando egli immobile nel suo Principio, posto al centro del mondo, immerso nella luce nera. Percezione netta del rimpiccolimento rapido e progressivo fino a scomparsa della sedicente realtà in una sua fuga prospettica, che lascia la chiarezza d’essere egli, il visionario, l’unico punto fermo, e la propria coscienza l’Unica Vera Permanente Realtà.

La parola araba, dalla vastissima area semantica, che designa la speciale relazione tra discepolo e maestro, è “rābiṭa“: specialmente usata in certi, molto antichi, ambiti scolastici con significato tecnico particolare.
Nella visione della luce interiore, luce nera principiale, che è il cuore del maestro, consiste la rābiṭa quando la si intende come atteggiamento del discepolo; e nel riconoscimento, ossia nella visione del rispecchiamento di essa, quando è il maestro ad usarla verso il discepolo. Questo riconoscimento equivale a quello che il padre ha verso il figlio, ed è l’accettazione sulla quale si basa la silsilah; quindi è un’investitura.
Lo sforzo del discepolo è la fissità dello sguardo interiore su questo oggetto di contemplazione; ed è uno sguardo visionario. Quando esso penetri quella luce, la libera, sicché essa colpisce il cuore del discepolo e costituisce il legame (rābiṭa, appunto), perché i due cuori diventano uno, e si può parlare di rispecchiamento dell’uno nell’altro come, più correttamente, di fusione. Per cui non si tratta del trasferimento di una qualità, ma piuttosto dell’estensione di una essenza (Coscienza/Ente).
Questa luce nera principiale è la stessa che, dal fondo della Manifestazione, si rivela, contenendo il Creato e continuando ad alimentarne la sussistenza finché il suo ciclo non sia concluso.

Guardai nel mio Signore con l’occhio della Certezza (yaqīn)
dopo che Egli m’impedì di guardare altro da Lui
dopo che m’illuminò mediante la Sua Luce.
Rivelandomi meraviglie del Suo Segreto (sirr)
Egli mi rivelò la Sua Ipseità (huwiyya)
mediante cui guardai la mia individualità (anā’iyya).
In seguito, la mia luce scomparve mediante la Sua Luce
la mia gloria mediante la Sua Gloria (‘izza)
la mia potenza (qudra) mediante la Sua Potenza
e vidi la mia individualità mediante la Sua Ipseità
la mia grandezza mediante la Sua Grandezza
e la mia elevazione (raf‘a) mediante la Sua Elevazione.
[al-Bistami]

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