Il tema della visione dell’invisibile

Non si può vedere l’invisibile, così come non si può dire l’ineffabile.
È una questione non filosofica, ma fisica: una questione di frequenze e di capacità sensoriale di cogliere solo porzioni di “possibile”. Dunque ciò che alla coscienza sensoriale non risulta, di fatto potrebbe essere, ma non essere colto.
Altra cosa è però confrontarsi con il non-essere, che non è colto perché non è.
Come si può esprimere ciò che risulta come la rivelazione che il solo unico vero Essere è il Non-essere?
Non si può prendere l’invisibile e calarlo nel visibile per renderlo tale… Cambierebbe stato di manifestazione, diverrebbe altro, diverrebbe manifestato e la sua essenza di invisibile rimarrebbe comunque tale perché inafferrata.

Tutti gli esseri appartenenti al medesimo stato di manifestazione sono reciprocamente visibili, o altrimenti percepibili. Non così avviene tra diversi stati e livelli. Allo stesso modo, all’interno dello stato di non-manifestazione tutti gli esseri (a rigore: non-esseri) si percepiscono tra loro e possono rendersi visibili, immergendosi negli stati inferiori, agli esseri che partecipano della sostanza di quegli stati. Allo stesso modo l’Essere che appartenga allo stato di manifestazione che chiamiamo mondo può vedere l’invisibile solo accedendo egli stesso allo stato di invisibilità, che non è una caratterstica in sé, ma è la pecularietà di chi appartenga a stati di manifestazione superiori a quello da cui si osserva. Dunque non si tratta di diventare invisibili, ma di assumere (o meglio: essere investiti da) uno stato più elevato, la cui vibrazione è superiore a quella percepibile dallo stato sensoriale umano ordinario.
Il non-manifestato, sebbene sia lo stato originario passibile di manifestazione, è a causa della pienezza delle possibilità (Potenze) di cui dispone, per questo tuttavia lo stato più elevato che costituisce anche l’obbiettivo dell’ascesa. Si tratta di un ritorno all’origine.

Quella che chiamiamo visione, ed ogni percezione in generale, presuppongono l’alterità tra vedente e veduto, percipiente e percepito. Ma nei mondi sottili ove la limitazione degli aspetti formali organici è trapassata, la percezione è identificazione, perché nel Tutt’Uno non vi è alterità possibile.
Così se un essere appartenente all’invisibile si rende visibile, non può che farlo incarnandosi, cioè inabitando la forma di colui al quale si rende visibile, sicché questi non è più distinguibile da chi lo inabita, sebbene la sua forma resti invariata. L’invisibile rimane perciò tale perché nascosto nelle profondità (Sirr) di colui nel quale si cala e che, solo, lo “vede”. La visione del fotismo corrispondente è quella del colore verde.
Questo è il meccanismo che lega l’Afrad al proprio maestro Al-Khidr a livello sottile, e che gli consente la transizione tra stati, trasportatovi dallo Spirito del Maestro (è il senso del miʿrāj ), finché l’identificazione non si stabilizzi in modo permanente. Il nero, colore esterno (il verde è all’interno) del mantello di Al-Khidr, corrisponde all’invisibile, o al non-manifestato, ciò di cui, appunto, Egli si ammanta.

Per il Figlio di Dio che si trova nello stato di umanità, il guadagno di uno stato spirituale (o livello di manifestazione) diverso dall’usuale, corrisponde – lo si intuisce – a un ampliamento, a una dilatazione dei limiti formali dell’individualità, per il fatto che l’inabitazione in lui dei mondi superiori lo richiede. In questo caso si tratta di una questione puramente spaziale, come d’altronde appare logico all’interno dello stato di manifestazione che chiamiamo mondo, in cui impera la dimensione spazio/temporale.

Si consideri che nel Tutt’Uno gli stati di manifestazione e di non-manifestazione sono in numero indefinito e tutti simultaneamente presenti, come gli Enti che ne sono parte costituiva ed espressione. Ancora una volta si vede come essi possano essere attraversati, conosciuti ed interpretati in termini di Servizio solo da quella entità che qui chiamiamo Coscienza/Ente, la quale non ha bisogno di essere manifestata per vivere e alla quale è perciò attribuibile veritieramente il titolo di Vivente.

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