Le meglio qualità

Un Figlio di Dio, ossia – come dicono i maestri – “chi ha Dio negli occhi”, deve essere condotto a diventare se stesso attraverso modalità adeguate. Diventare quel che si è richiede di trascendere la propria umanità; e ciò non può mai farsi isolando e coltivando le migliori qualità umane: gioia, pazienza, bontà, fede, umiltà, continenza, mitezza, affabilità, speranza, temperanza…fino a quell’apatheia [1] che Evagrio Pontico ritiene precorra la Conoscenza attraverso la carità.
Non si può travalicare il limite dell’umanità esaltando e rafforzando l’umanità, ma occorre essere trattato e trattarsi fin dall’inizio come una unità, un microcosmo “segno” del Cosmo, ove il positivo ed il negativo si intersecano creando quelle trame che qualcuno ha voluto assimilare alla coscienza, qui intesa come “mente minore”.
Non è possibile, né saggio, isolare il bene dal male, il buono dal cattivo, le qualità dai difetti. Né il dolore dal piacere, mancando di fatto una unità di misura condivisa per identificare uno spartiacque.
Di fatto, le qualità umane e morali, complessivamente psichiche, di un Figlio di Dio, non hanno alcun valore ai fini della sua realizzazione, né alcun senso riguardo al giudizio che su di lui si possa dare: semplicemente non sono trattate. Tutto il suo percorso è unitario e cosmico: da qui la definizione di “Uomo Universale” – riduttiva, ché Cosmo è più che universo – che alcuni gli attribuiscono a realizzazione avvenuta.
Mentre, dunque, la depurazione delle qualità umane dai difetti mediante semplice ablazione di questi ultimi costituisce la via della santità (sull’esempio dei Padri del deserto), il “consumo” di ogni caratteristica umana (nella dinamica di positività e negatività) costituisce la via di realizzazione del Figlio di Dio; il quale non ha né necessità, né voglia, di diventare “santo” e tantomeno di essere riconosciuto come tale; ma ha necessità e voglia ardente (che quindi esclude l’apatia) di diventare quello che è, essendo questo processo simile a quello del bimbo che vuole diventare adulto libero e responsabile di sé: non tanto una scelta volontaria quando l’adesione progettuale, consapevole ed entusiasta, a qualcosa che deve avvenire comunque. In caso, la consapevolezza può fare la differenza circa tempi e qualità del procedere.
L’apatheia è posteriore al compimento del processo, e corrisponde alla “Pace”, o all’anima pacificata [2] del sufismo, che tuttavia costituisce – ogni Scuola ha però il suo modo di intenderla – un grado intermedio verso l’ultimo [3], quello dell’Uomo Perfetto, al Insan al Kamil. Però è certamente solo dopo il raggiungimento di questo grado dell’Essere che, per il Figlio di Dio, le qualità positive emergono e si affinano per una spontaneo loro affiorare sul versante umano; e non è affatto detto che la loro positività corrisponda a tolleranza, mitezza e bontà… essa è misurata – stavolta sì -, sul metro della funzione di servizio, la quale può imporre viceversa durezza severa e atti umanamente poco sopportabili, o persino reprensibili, come narra la Sura della Caverna [4]: atti umanamente incompresi, in ogni caso.
Se il raggiungimento della pacificazione, o dell’apatheia, o ancora dello stato di hesychia (i termini risentono della cultura che li esprime) è per il semplice credente (il devoto) da conseguire – come riconoscimento – post mortem (come d’altronde l’eventuale riconoscimento della santità), per questi cercatori di se stessi è uno stadio provvisorio che chiude il percorso svolto all’interno della loro “umanità” e inaugura quello che conduce all’inumanità; e ciò in vita, anche se il termine “vita” trapassa il limite della morte fisica e si estende ad una condizione che prescinde dall’incarnazione e dunque non la contempla proprio, la morte: vita e morte non sono alternative, sono complementari.
La Conoscenza delle cose umane e del loro oscillare tra bene e male si colloca allora all’interno di dinamiche molto più vaste e ne riduce l’importanza a mero epifenomeno: anche vita o morte (la propria e l’altrui), alternativa che costituisce la massima questione umana, appare – come si è appena detto – sfumata, indefinita tanto da non costituire più affatto una alternativa, ma una continuità; sicché, se si considera in questo modo la summa quaestio, figurarsi quanto può apparire insignificante, da quella prospettiva, ogni altra.
L’apatheia, stato pacificato dell’inquietudine dell’anima per i più, è per il Figlio di Dio, un effetto collaterale del proprio distacco dalla condizione umana: aspettarsi che esso non venga scambiato per cinismo e che sia anzi riconosciuto come “segno” di uno stato spirituale che dovrebbe incutere rispetto e reverenza, è chiedere troppo: chi non ha Dio negli occhi, è cieco a riconoscere i segni di Lui, per costituzione e non per colpa.

NOTE
[1] – “[Il termine] appartiene al vocabolario filosofico, e più precisamente a quello della filosofia stoica, dove segna il vertice della perfezione, l’ideale teoretico ed etico. In un mondo che è cosmo, ossia universo regolato da un ordine necessario e impersonale, l’uomo saggio accetta passivamente gli eventi e trova la sua felicità/libertà nel dominio volontaristico di se stesso, reprimendo turbamenti ed emozioni che lo renderebbero schiavo o, meglio, gli rivelerebbero la sua radicale schiavitù. Stolto è agitarsi per ciò che non è suscettibile di cambiamento ed è giusto così com’è. Emozioni e passioni sono malattie dell’animo, un disordine da cui liberarsi e guarire.”.[Dizionario Teologico]
[2] Nafs-i-mutma’inna
[3] Nafs-i-safiyya, anima purificata e perfetta
[4] Sacro Corano, Sura XVIII. Si veda anche, per una lettura più sintetica e di merito, l’articolo “E quel che feci non lo feci io” [pholeterion.it]

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