Appunti per una descrizione dello stato di Conoscenza

Mentre il pensiero è come il respiro (involontario: disciplinabile ma non sopprimibile) e come il respiro si svolge descrivendo onde di frequenza tra le due polarità pieno/vuoto, la Conoscenza, intesa come atto del conoscere, è unitaria: essa riempie di sé il proprio vuoto di sé. Nell’uomo naturale il pensiero non cessa mai; nell’Essere umano, la parte umana pensa involontariamente quanto rumorosamente anche quando l’Essere conosce. Se il pensiero dorme, russa.
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Usare volontariamente il pensiero, per un Figlio di Dio cosciente di essere, è una occupazione indebita ed abusiva dello spazio in cui batte il suo cuore vero (qalb), che turba la possibile manifestazione della Conoscenza.
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La Conoscenza appare sulla superficie del cuore/qalb come increspature sulla superficie di un lago; si forma come disegno mutevole la cui origine è nelle correnti profonde o negli aliti del vento; è della stessa natura dell’acqua, ma ne è il movimento che appare alla visione. Non è mai stabile nelle forme che assume, ma è immutabile nella sostanza – l’acqua -, sulla quale appare. Questa sostanza è l’Essere.
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Se la Conoscenza è identità del conoscente e del conosciuto, essa non può consistere che nella contemplazione di sé stessa; e, dal momento che postula l’assenza di alterità, tutto ciò che vi appare non può che essere una manifestazione di sé stessa, quale epifania dell’Essere, o meglio come suo epifenomeno, dal momento che tale manifestazione non è necessaria ma piuttosto inevitabile.
Se quanto vi si manifesta è il Reale, dato che non essendoci “altro” deve essere tutto quello che è, allora chi è nello stato contemplativo della Conoscenza deve, per forza di cose, essere Tutto, e pure epifenomeno a sé stesso.
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Non si tratta dunque di “conoscere” tutto (che supporrebbe una alterità), ma di “essere” tutto. Cose queste appartenenti all’Essere divino per definizione. Per ciò si dice che la Conoscenza è solo del realizzato; e che si tratta di uno stato di Coscienza, perché coscienza contemplante, e tanto assorta da essere assorbita interamente dal contemplato.
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Se la Coscienza è (Ente/Coscienza) nello stato di libertà, è perché è tutto, e quindi ha assorbito colui dal quale essa emergeva nella condizione “normale”: da espressione periferica dell’essere umano, essa si è fatta centro ed ha riassorbito in sé colui che la emanava, invertendo ed annullando causa ed effetto nell’unità raggiunta.
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Lo staccarsi della Coscienza dal mondo (liberazione) è scoprire (conoscere) il cosmo al proprio centro, non può essere altro; e così il mondo di cui l’essere umano era parte, diventa parte dell’Essere ora non più umano.
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La Conoscenza dei Princìpi si estende anche agli accadimenti, quali conseguenze necessarie di essi; ma non se ne occupa, perché li considera meri accidenti. La conoscenza, viceversa, degli accadimenti impedisce quella dei Princìpi, perché ritiene ingannevolmente che in essi consista la realtà e si impegna a indagarla quanto più vastamente possibile, e vi si smarrisce perché il loro intreccio (“l’inesauribile diversità del possibile”) è mutevole ed imponderabile; al contrario dell’immutabilità e del rigore dei Princìpi dai quali scaturiscono.

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