Né io né tu

Vi è nel sufismo un motto: “La anâ wa la ânta: Huwa“, “né io né tu: Lui”, che è, esotericamente, l’affermazione dell’essenza di un Principio Unico a monte di ogni dualità1; a questa Unità principiale il praticante aspira.
Lo sforzo contenuto in questa aspirazione, che si esprime in desiderio ardente, evidenzia però da subito un paradosso, giacché il fatto stesso che Egli sia in un luogo metafisico verso il quale ci si muove, ristabilisce la dualità io/tu, anche se mutata in io/Egli.
Il tentativo di risolvere questo paradosso con la pratica, e quindi con l’esperienza ripetuta di una frustrazione che tuttavia non indebolisce l’ardore della ricerca, conduce a una “rivelazione”: esso non è risolvibile se non nell’affermazione: “Lui è me!”, lo è sempre stato.
Poiché il Principio Unico è anche l’Unica Realtà, che si pone a monte della dualità che si attua nella Sua manifestazione e che col suo attuarsi La vela, dire “Lui è me!” è dire, come fece Al Hallaji, “anâ al Haqq!“, “io sono il Vero! o il Reale!”.
Si stabilisce allora qui l’evidenza dell’identità tra “io” e Dio, e l’esclusione di ogni alterità: non c’è altro che Dio e Lui è me! Evidenza che rende increduli, come ogni verità.
Ora questa presa d’atto può risolversi, come sovente accade ove la mente giochi il brutto scherzo di ritenere che Dio si sia incarnato nel suo servo, in un narcisismo onnipotente, egocentrico e delirante; oppure, ove la ridondanza della mente sia stata ridotta dalla lunga pratica costante, condurre all’esultanza del vedere come l’Unità, il Tutt’Uno che si credeva irraggiungibile, lontano e frustrante nel Suo incrollabile affermarsi come Altro, sia invece presente al Suo servitore, “più vicino della sua giugulare“. Per ogni cercatore “sincero” si tratta infatti di diventare “altro da sé”, oppure “l’Altro”, nel senso di annullarVi l’Io; il che equivale a dire che si tratta di diventare se stesso, in ragione dell’aver trovato la Verità (o Realtà) di se stesso in se stesso, ed aderirvi in modo totale.
L’ansia di raggiungerLo allora cessa, ed inizia una fase successiva caratterizzata da quella che si potrebbe definire una identificazione di servizio. Di questo si tratta quando si parla del “riconoscimento del Figlio da parte del Padre”… ma questa è un’altra storia e riguarda l’esperienza diretta ed unica di ogni Servitore.
Qui si intendeva limitarsi a rimarcare come vi sia un momento critico nel processo di realizzazione (di trasformazione in Reale) in cui è facile cadere nella trappola tesa dal mondo delle manifestazioni, che – pur essendo parte necessaria del Tutt’Uno – lo vela ed irretisce nel velo stesso chi voglia lacerarlo, facendolo ritenere “importante” quale elemento costitutivo di esso, ossia di “questo basso mondo”. Questo è ciò che fa ogni potere meschino; e di solito vince, riducendo a proprio servo colui che avrebbe potuto essere il Servitore di Lui, e della Sua Potenza.
Ci si guardi intorno per constatare quanto questo sia vero, e ci si guardi dentro per constatare quanto questa “importanza” sia ingannevole.

NOTE
(1) – L’Uno che si manifesta attraverso il Due, senza tuttavia mai separarsene, è il contenuto esoterico del concetto di Trinità.

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