Il superorganismo umano

Forse è ormai giunto il momento di considerare l’esistenza di un superorganismo che chiamiamo “umanità”: “un fenomeno di organizzazione spontanea, […] che appare un miracolo di intelligenza – una «civiltà», in assenza completa di coscienza e ragione” [Hölldobler, Wilson].
Lo diciamo intanto perché questa netta differenza, o incolmabile distanza, tra “intelligenza” e “coscienza e ragione”, corrisponde esattamente a quanto si constata ogni volta che si cerca di attribuire “ragione” a un atto certamente “intelligente”, per esempio in politica; e poi perché il concetto di “coscienza”, sia che lo si voglia interpretare come istanza morale, che come qualità squisitamente psichica, appare del tutto assente nelle azioni “intelligenti” del superorganismo umano.
Eppure, nel complesso, esso sembra avanzare, prosperare, produrre, progredire in campo scientifico e tecnologico in modo inarrestabile, forse per una oscura forma di organizzazione interna che sfugge persino a chi la vorrebbe cavalcare per controllarla; quasi ignara di ogni tentativo del mondo esterno di opporsi a questa avanzata cieca, come un alveare di api che venga ricostruito con ottusa pervicacia ogni volta che l’orso di turno ne distrugga una parte per nutrirsene.
La forza che governa un superorganismo è ignota ed oscura, una formula matematica, un algoritmo istintivo, una sorta di destino innato che “condanna” ogni individuo a produrre un esito senza sapere quale esso sia e perché, né come si collochi nel piano generale. E questo non appartiene alla natura sociale dell’umanità, ma proprio a quella più atavicamente organica, dato che l’organizzazione e la dinamica relazionale si formano in dipendenza degli scopi che ogni individuo persegue – ripetiamo – ignaro, privo di coscienza e di ragione, ma con acutissima intelligenza.

Ecco: questo superorganismo esiste; non è. E può essere osservato come un entomologo osserva una formicaio, magari poggiando il piede pesantemente calzato su qualche migliaio di individui per avvicinarsi di più.
La “vita” di questo superorganismo (che si attua nella sua esistenza/sopravvivenza) è chiusa in se stessa, sigillata all’interno della comunità operosa; i fattori esterni (entomologi, formichieri, alluvioni, incendi, terremoti o altri accidenti) sono considerati intralci momentanei; le distruzioni sono motivo di ricostruzioni, purché l’organizzazione generale, l’algoritmo, sia, nel complesso, salvo. Ogni funzione (mangiare, lavorare, riprodursi) ha il fine di questa conservazione, anche se adombrato da sottili sfumature “culturali” circa il modo di farlo.

Ora, l’umanità vista in questo modo è autenticamente convinta che il Cosmo sia il suo formicaio, o il suo alveare; crede che il mondo naturale sia il contesto in cui essa persegue il suo scopo e che l’umanità sia fine a se stessa, con l’unico imperativo di “crescere”, sebbene il senso di questa parola possa conoscere enormi variabili nel corso dei millenni: è autoreferenziale ed antropocentrica; non si rende conto di essere un elemento anche se importante – è indubbio – del Tutto Cosmico, di stare al Cosmo come una singola ape sta al superorganismo che chiamiamo alveare. Si chiede dove essa, l’umanità, va (e cerca di indirizzare il dove scegliendone uno con intelligenza), ma non si chiede dove va il Cosmo che la contiene… l’apicoltore sposta gli alveari dove il pascolo è migliore, ma l’ape si occupa solo dell’alveare e non di dove venga portato e sia collocato in quel momento.
D’altra parte, sapere dove il Cosmo va, non è alla portata dell’intelligenza umana e neanche, probabilmente, della ragione se ci fosse: è alla portata della Coscienza, perché la Coscienza è l’espressione della Conoscenza in sé, cosa che appartiene all’Essere e quindi alla vita di quella dimensione, che è costituzionalmente cosmica.

Un’ape non può vivere fuori dell’alveare e della sua comunità, fuori del superorganismo che la contiene; così – altra prova che l’umanità sia questo – è per l’uomo: può mai, persino nella più folle immaginazione, essere concepito un uomo fuori dell’umanità?
Se si pensa, come fa il transumanesimo1, a una umanità di transizione verso una post-umanità, in cui l’organico è ridotto al meccanico e l’uomo al superuomo, lo si fa in termini complessivi, non mai individuali. Se una religione pensa alla salvazione, al riscatto o alla resurrezione, fa altrettanto; se pensa a un Dio, lo pensa in atto di occuparsi costantemente dell’umanità nel suo complesso. L’idea molto umana (molto da ape o da formica piuttosto) che i figli si facciano per occuparsene indefessamente ed esclusivamente, ha deformato – ove c’è – l’idea di Dio Padre, probabilmente… Ma anche la visione rovesciata di una umanità esistente per rendere omaggio a un Dio severo, non è meno simile a quello di api e formiche rispetto alla loro regina.

Ecco, tutto questo deve aprire la porta alla considerazione che si stia preparando altro; che si possa andare oltre l’umanità da uomini, completandosi, non assimilando protesi come fossero carne propria. L’uomo, il singolo, separato forzatamente dagli altri singoli potrebbe (dovrebbe!) trovare il modo di vivere in sé e per sé, fuori dell’esistere; e dunque nell’essere.
Sebbene si debba andare oltre questa umanità, passando forse per una fase di transizione “trans-umana”, non si va al super-uomo (che è una diminutio), ma all’Uomo Completo, all’Uomo Universale, o all’Uomo di Luce altrimenti detto; e detto da millenni, nella Tradizione della Scienza Spirituale. Lo si fa non in quanto umanità, ma in quanto “essere umano”, e questa locuzione nasconde una immensa profondità di significati: tutti da trovare.

NOTE
(1) – Si legga a proposito la parte relativa a questo aspetto in: Bonadeni-De Rossi -Thellung, La perdita della sacralità del corpo. Una lettura psicologica, Piesse, anno 7, n° 1, Gennaio 2021 (www.rivistapiesse.it). L’articolo tratta dei danni causati dal forzato distanziamento sociale nella psiche delle persone; noi consideriamo questo elemento come slatentizzante di disagi psichici pregressi e a lungo covati e nascosti. Che meritano di essere portati alla luce, una buona volta.

2 pensieri riguardo “Il superorganismo umano

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