Di due, Uno

Bisogna affermare senza ipocrisie che la Scienza dello Spirito non è una scienza umanistica; è una scienza del divino. E non è una religione, né una teologia.
Perché bisogna affermare che lo Spirito di cui si occupa non è cosa che appartenga all’uomo come qualità connaturata, come si suppone: è cosa che può appartenergli, ma che, quando lo facesse, o quando gli si rivelasse, lo estrarrebbe dalla condizione umana.

Quando dunque qualcuno intraprende lo studio della Scienza dello Spirito, non ha libri da leggere; ha solo da iniziare ad osservare come lo Spirito che lo prende tra i suoi discepoli (cosa non dipendente dalla volontà del discente, ma dalla sua qualità) agisce su di lui. E la prima cosa che riceve come indicazione, come traccia della via da seguire è: “Tu sei uno, e non c’è socio in te. Sentiti Uno, se ci riesci.”
Nessun uomo può sentirsi Uno, perché non lo è; lo sforzo ingenuo del novizio, privo di risultati, gli dimostra che con la sola propria volontà, con la sforzo mentale, con la suggestione psicologica, l’Unità è irraggiungibile1. Tutto questo impegno è infatti attività della dualità.
Lo Spirito agisce fin da subito dimostrandosi irraggiungibile dall’uomo in condizioni naturali, ed in questo si rivela intrinsecamente meta-fisico. Attingere all’Unità significa trascendere l’umanità: così è, senza sconti.

La via spirituale è una via mistica, perché la conoscenza spirituale è diretta ed im-mediata, non raggiungibile dalle facoltà umane che hanno fallito il tentativo di “sentirsi Uno”. Per questo il primo insegnamento è un fallimento: per indicare che gli strumenti di cui si dispone per natura non servono, per quanti raffinati possano essere.

Nella cultura religiosa islamica, il primo insegnamento è “non c’é altra divinità al di fuori di Dio“; e ciò equivale a fornire, con molta forza, un punto di riferimento non ambiguo, non discutibile, cui ispirarsi per produrre – insh’Allah – la propria unità.
Non si tratta di affermare un Dio unico come contraltare ideologico di altre forme religiose: si tratta di trarre l’uomo fuori da se stesso; è un’affermazione che, ripetuta, forma l’interiorità nel senso che – progressivamente e vincendo la resistenza della materia organica – vi si rivela.
Il senso è che l’unico modo per sentirsi Uno è riconoscersi nell’Essere divino, indefettibilmente Uno, che si rivela nelle profondità dell’essere umano (se Egli vuole) e lo rende con ciò in-umano.

Il processo è lungo, e fatto necessariamente di delusioni dell’ego, perché la Verità si rivela falsificando l’apparente, frustrando l’orgoglio conoscitivo del discente: se Dio vuole mostrarsi come Tutto, lasciando lo gnostico incapace di vedere altro che Lui, gli dimostrerà che ciò che non è Lui, è nulla. E non lo farà dallo scranno di un’aula universitaria, lo farà dallo scranno del cuore2. L’umanità dell’insincero sarà disarticolata, dall’apparizione della Verità; quella del sincero sarà consumata e dissolta progressivamente, con dolcezza solenne.
Sicché, in lui, l’affermazione potrà diventare: “non c’è altro Lui che Lui”, e ciò segnerà un avvicinamento, una sorta di maggiore intimità: Lui è nel mio cuore, e non c’è altro che Lui (nel mio cuore). Maggiore intimità non esiste… e dunque si potrà, arditamente passare a considerare questa Presenza come stabile e ormai connaturata, nella misura in cui intanto la propria “natura” precedente ne è stata trasformata nella sostanza3: tanto da poter affermare, con qualche timore reverenziale: “non c’è altro Te che Te”. Il colloquio che ne segue è un colloquio intimo, che esclude l’orecchio indiscreto di chiunque altro.

Tuttavia, il discente avrà un crollo, una sorta di catàbasi, quando si renderà conto che sta trattando il proprio cuore come un interlocutore e che, con ciò, sta riaffermando la propria umana dualità! Questo è il fallimento dell’impresa! e induce, ragionevolmente, a pensare che tutto il percorso fatto sia stato illusorio, che la scintilla divina con la quale ha imparato a colloquiare possa essere una propria fantasia, una affabulazione, l’ennesima… potrà sentirsi ingannato, ma – se è sincero – non oserà dire che Dio l’ha ingannato: così dovrà riconoscere, pudicamente, di essersi ingannato circa il fatto che Dio abbia voluto, magari solo per un attimo, albergare nel suo cuore.

Questo stadio è molto avanzato, ed è il più pericoloso, sia perché la prova è particolarmente ardua, sia perché cadere (nello sconforto) da quell’altezza è devastante.

Oltre, non resta che una affermazione inaudita, un atto di coraggio disperato, che nasce dalla vergogna di aver potuto supporre che, se Dio è Tutto e nulla vi è di altro da Lui, Egli non sia, non debba essere, anche “me”: questa è la folgorazione, il lampo luminoso della gioia di affermare: “non c’è altro Me al di fuori di Me!”, o come Hallaj, “io sono il Vero!”.
Farlo è gettarsi, come la falena, nella fiamma di quella folgore.
Ed è allora che si afferma davvero l’Uno, ed è allora che l’umano si dissolve nel divino: Fanāʾ, l’estinzione… stato in cui i pronomi non esistono.

NOTE
(1) Si veda anche in merito “Affabulazioni“, su questo stesso blog.
(2) Poeticamente e misticamente colà si dice trovasi il trono di Dio.
(3) Si è sostenuto che il concetto di sostanza sia stato reso obsoleto dalla fisica quantistica; ma nella scienza dello Spirito è termine pregno di senso.

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