Tarzan

In natura, che una scimmia, nel corso della sua vita, possa diventare un uomo, è impossibile; ma è possibile che la scimmietà si trasformi in umanità nel corso degli eoni.

Tarzan è un figlio dell’uomo che vive tra i figli delle scimmie, e si adegua alla loro struttura sociale e ai loro codici relazionali; lo può fare perché non è cosciente di essere un uomo, e si crede una scimmia.
Però Tarzan, uomo che vive da scimmia, può diventare, nel corso della sua vita, quello che è: un uomo. Ciò a patto che i suoi simili lo individuino, lo riconoscano e lo estraggano dalla giungla, rivelandogli la sua vera natura; e che egli, riconosciutala, desideri impegnarsi appassionatamente alla realizzazione della sua verità. Oppure che egli, sentendosi troppo a disagio come scimmia, si interroghi se per caso non sia altro, e cerchi febbrilmente eventuali fratelli tra gli altri branchi.

Allo stesso modo, e per questi motivi intrinseci, non ci si può ragionevolmente aspettare che un figlio dell’uomo diventi un Figlio di Dio se non lo è già, sebbene possa essere sconosciuto a se stesso; ma non si deve escludere che l’umanità possa forse, nel corso degli eoni, diventare divinità.

Ed ecco perché interventi che producano forti e vere spinte evolutive riguardano non mai il singolo, ma l’umanità nel suo complesso, tanto che ognuna di queste spinte è dichiaratamente per l’umanità tutta: perché non può essere intrinsecamente per uno solo.

Ma dunque vanno distinti gli interventi che hanno la finalità di introdurre nei sistemi elementi evolutivi – che possono essere anche sostanziati in Presenze -, da quelli destinati all’estrapolazione dal contesto dei “dispersi immemori” e al loro “risveglio”: sebbene le due intenzioni possano convivere, sono distinte; e distinte assai sono le “cose” destinate alle due diverse tipologie di fruitori. Ad esempio, chi opera per questa seconda intenzione, ha il compito di riconoscere e rivelare a se stessi i figli degli uomini che sono Figli di Dio; poi di aiutarli a realizzare le loro potenze, in modo che, nel tessuto umano in cui sono immersi, possano appunto risultare come Presenze operative ulteriori.

Agli Operatori fa d’uopo evitare confusioni, ed Essi sono ben addestrati a non farne; altra è invece la posizione di chi li vede (sempre per caso) operare, che è facilmente, fors’anche inevitabilmente, di incomprensione. Come lo è il comportamento di Al-Khidr agli occhi di Mosè.

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