Questioni irrisolte

Chi scrive assiste a una disputa d’altri tempi fra filosofi della scienza (quantistica!) sul tema: “Il seme è causa della pianta?”.
Il fatto è che alcuni ritengono che una causa sia effettivamente tale solo se produce di necessità un effetto; e, dato il seme, non necessariamente se ne genera una pianta, visto che sono molte le condizioni al contorno perché ciò avvenga. Tuttavia, si risponde, è innegabile che una pianta sia generata da un seme.
Ecco dunque che si deve distinguere tra causa e origine. In senso stretto, il seme non è causa della pianta, ma ne è certamente origine.

Sta di fatto che, data una pianta, un osservatore deve dedurne che all’origine di essa vi sia stato un seme; così come, dato un qualsiasi altro “oggetto” complesso (o evento quantistico, che è lo stesso), finanche l’universo stesso, deve pur essercene un’origine.
L’uomo osserva qualcosa che forse non è effetto (di una causa), ma certamente è atto (di una potenza). Osserva una manifestazione(1).

Per attenerci alla misera esperienza umana, che è immersa nel mondo delle manifestazioni e che non vede altro, quel che è difficile, nell’osservare una pianta (atto), è vederne il seme (potenza); a una osservazione non riflessiva, il seme risulta perduto nel passato, ormai dissolto in un concetto astratto; ma, riflettendo, il seme potrebbe essere sviluppato ed attivo qui ed ora, trasformato in pianta, la quale ne è l’attuazione, la manifestazione… il seme potrebbe essere un principio sempre vivo in continua trasformazione, forse ciclica (seme, pianta, fiore, frutto, seme, pianta, fiore, frutto, seme…). Un ciclo comunque disteso lungo una linearità temporale.
Se l’osservatore concludesse che, ove c’è una manifestazione oggettiva (oggettuale), c’è la potenza in atto (e in trasformazione), qui ed ora; e se, guardando a se stesso, si riconoscesse come una di queste manifestazioni (un evento), dovrebbe dedurne che in se stesso è attiva una potenza (invisibile come lo è il seme nella pianta) che potrebbe chiamare “essenza”(2). Potrebbe allora desiderare di rinunciare alla manifestazione che ha creduto fino a quel momento essere “sé”, per cercare di identificarsi con la propria Essenza, in quanto è in essa che risiede la Potenza.
E questo è Tutto, davvero. Basta rifletterci su, anche se il farlo produce conseguenze che non sono puramente speculative e quindi, a chi ama gli status quo, è sconsigliato… questa riflessione è una pozione da maneggiare con cura, come un veleno: poco, cura e salva; troppo uccide… ed è forse per questo che l’osservatore preferisce pensare ad una causa (od origine, che conta?) lontana nel tempo, e forse nello spazio, fisica o metafisica non ha troppa importanza… Tutto, purché non la si percepisca attiva nelle profondità di sé nel qui ed ora; perché se è così “uccide”! Cosa? Quello che si crede di essere; e destabilizza ogni ritualità e ogni credenza, sgretola ogni solidità, ogni certezza.
Un conto è studiare gli tsunami in laboratorio, un altro è vedersene uno abbattere addosso… figurarsi rendersi conto di essere quel mare di cui lo tsunami è fatto, mentre si forma!

NOTE
(1) Certo, risalendo di origine in origine, si arriva a domandarsi se esista un’origine prima, e se essa sia o no una causa, cioè se sia o meno necessitata a produrre effetti… ma lasciamo aperta la questione, che è puramente accademica e speculativa, e riempie da millenni i pensieri dei teologi.
(2) Inesatto sarebbe aggiungere l’aggettivo “propria”: al contrario, secondo il ragionamento, ogni “evento” deve essere la manifestazione transeunte e in atto di una potenza eterna cui, in quanto manifestazione, esso appartiene radicalmente. Al solito, la differenza la fa l’esserne o no coscienti.

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