Razzismo e supremazia

Una dotta ed autorevole opinione (1) in merito alla recrudescenza di sentimenti razzisti che sembra investire il tessuto sociale, nega che essa abbia le stesse caratteristiche di quella che ha tristemente impregnato il nazi-fascismo. L’idea di supremazia della razza, destituita di ogni fondamento scientifico, non è sostenibile; e le differenze biologiche tra umani sono ormai riconosciute come ascrivibili, praticamente, a differenze di fenotipi. Purtroppo non è così, diciamo noi, per quelle sociali.
Si ritiene che gli esponenti dell’attuale pensiero conservatore, anche estremo, nutrano piuttosto un’idea non di supremazia di una razza, ma piuttosto di una casta; anche se, in questo, resta implicito un disprezzo verso le caste ritenute inferiori, sulle quali si riconosce a quella dominante il diritto di esercitare il potere.
[Nel concetto di casta è implicita la trasmissibilità dei privilegi per via ereditaria, e non si tratta quindi mai del tanto sbandierato concetto di meritocrazia, sul quale altre volte abbiamo qui espresso i nostri sospetti].

Questa opinione ha colpito chi scrive costringendolo a un esame critico di come possa essere intesa, all’esterno, la distinzione (che in questo blog più volte si è fatta) tra “figli degli uomini” e “figli degli uomini che sono figli di Dio”. Distinzione peraltro espressa in questi termini da Helèna Blavatsky e dai suoi epigoni della Società Teosofica, e qui ripresa con sfumature di senso, crediamo, diverse. Nei decenni successivi (primi del ‘900) questo concetto distintivo si è andato rafforzando, all’interno dello straordinario risveglio della ricerca sulla natura spirituale dell’uomo, che generò una totale rivoluzione nella concezione della qualità dell’umano. Ma intanto si sviluppava pure in quegli anni, in quell’atmosfera culturale, il pensiero di Friedrich Nietzsche, e in particolare la sua idea di Superuomo, della quale si discute se non abbia influenzato pesantemente il nascente nazi-fascismo dando sponda a una specie di giustificazione filosofica degli orrori che esso avrebbe provocato. La capacità dell’uomo di deformare ogni bellezza nell’assurdo tentativo di ridurla a mezzo quando è, per propria natura, un fine, è immensa.

Per fare chiarezza sul concetto di “superuomo” è utile la lettura di qualche articolo… ma qui preme a chi scrive delineare – onde differenziarlo – il concetto di Uomo Completo, o Uomo di Luce, che affonda le proprie radici in una antichità ancora preistorica, forse archetipica, e che caratterizza gran parte della ricerca spirituale, costituendone l’obiettivo da realizzare; obiettivo che, sebbene in potenza disponibile a qualunque essere umano, è perseguito solo da alcuni. Questi “alcuni” hanno dunque una qualche caratteristica che li distingue dagli altri, che consiste, sostanzialmente, nell’uso della propria libertà nella direzione di una realizzazione e liberazione spirituali che ad altri non interessa. Questa caratteristica li sacralizza (nel senso etimologico della parola “sacro“), li identifica e li estrae dal resto della comunità umana: NON LI RENDE SUPERIORI O MIGLIORI, ma diversi… alieni, se si preferisce usare questo termine ormai entrato nell’uso comune anche in biologia, per indicare specie non autoctone… qui lo usiamo per dire che la scelta li proietta verso una ramo dell’evoluzione reale possibile diversa da quella, adattiva, che la maggioranza coltiva.
Né questo dà loro alcun diritto sugli altri, né – tanto meno – li rende detentori di qualche potere. Di potenza, sì, ma la potenza impone loro l’atto coerente a realizzarla, ed è – semmai – responsabilità pesante verso gli altri, servizio… mai comunque potere mondano.

J. Hillman fornisce uno spunto rivelatore (2), quando ci mostra come la “supremazia del bianco” sia un archetipo; la supremazia del colore bianco, non dell’uomo bianco! Il bianco come simbolo di purezza (di assoluto, non di castità), di trasparenza, di luce gettata nell’oscurità e quindi di rivelazione. E come al bianco tenda l’uomo fin dalla sua apparizione, che – come è noto – avviene nel ventre dell’Africa Nera in una Eva e poi in un Adamo neri anch’essi. Il bianco come archetipo dell’obiettivo della realizzazione attraverso il superamento della propria condizione originaria, nella consapevolezza che il bianco esiste in quanto esiste il nero, ne è il complementare e che – come mostra il simbolo zen – al centro del bianco c’è il nero, come al centro del nero, il bianco.
Contrariamente alle contraffazioni che di questo sentire profondo e connaturato pur nell’umanimale, si fanno a causa dell’ignoranza essenziale (non culturale, ma di ciò che si è), la supremazia del bianco è la supremazia della “razza” a venire, cioè di quell’uomo trasparente (dal luminoso biancore puro, privo di altro che non sia luce), che dovrebbe essere obiettivo evolutivo nel disegno non dell’uomo, (che è in condizioni normali del tutto impossibilitato ad auto-progettarsi), ma del Divino. Verso questo obiettivo viaggiano “alcuni”: trasportati, ma consapevoli.

Si tratta di una casta? Di una nuova razza, magari ibridata? Si tratta di esseri umani che si distaccano per procedere in direzione autonoma e diversa; si allontanano, si disinteressano, non hanno intenzione né possibilità di esercitare alcun potere, neppure quello di disprezzare coloro dai quali si allontanano. Anzi, conservano una sorta di affettuosa nostalgia. Non combattono se non con loro stessi, con la loro umanità stessa… perché allontanarsi dall’umanità (per così dire) non è operazione che si possa fare solo esteriormente; la cosa più difficile è allontanarsi dalla propria umanità, da se stessi o da quello che fino a un attimo prima si è chiamato “me stesso”.

In particolare, questi esseri (sempre meno umani, si direbbe) perseguono la realizzazione di quell’Uomo Completo, che – come è ben illustrato in migliaia di testimonianze non speculative – è macro-uomo, e dunque Uomo Universale, Universo nell’Uomo; e quindi ha un forte sentimento dell’essere – almeno potenzialmente – Tutto. Tutto, anche l’umanità che ha lasciato, quasi che la separazione abbia consentito (o obbligato a) una unione più stretta.
L’Uomo Universale, estratto dalla pancia dell’umanità, diventa più grande fino a diventare contenitore di quanto lo aveva contenuto, come il bianco fa col nero da cui è generato… Tutto è il bianco e il nero, luce bianca e luce nera insieme.
Tutto questo non separa, unisce mediante separazione. E l’unione è sempre frutto dell’Amore, anche se il significato di questa parola – chiunque ormai la dica – è definitivamente confuso al limite del collasso di senso.


NOTE
(2) James Hillman, Sulla supremazia del bianco – Saggio su un resoconto archetipico di eventi storici, L’Immaginale, N. 10, anno VI, Aprile 1988.

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