Paura delirante

Ciò che distingue l’immaginazione dalla visione, l’abbiamo già detto.
Ciò che distingue la visione dal delirio è che, nella prima, può esserci sorpresa o stupore, persino timore reverenziale, ma mai certamente la paura che intride il secondo.

La psichiatria distingue sottilmente tra varie tipologie di paranoia e di delirio connesso. Ma forse si può ridurre tutto – per i non addetti – alla considerazione che la paura è sana quando è reattiva a un pericolo reale e presente… questo risponde alla istintualità animale anche umana, e la risposta (combattimento o fuga) è istintiva.
Quando la paura è costante e riferita a pericoli temuti, allora intervengono stati d’ansia, anche gravi, che fanno male; ma se uno stato di paura ansiosa costante è ragionevolmente fondato, come in chi viva in zona sismica o al centro di un focolaio epidemico, come accade di questi tempi, siamo ancora nel campo delle reazioni compatibili con la sanità, nonostante l’alterazione del livello di allarme; quando il pericolo è immaginario allora siamo nella psicosi, e interviene la necessità di stabilire la qualità dell’immaginazione, che è però certamente riconoscibile come delirio, parola il cui significato etimologico è “uscir dal seminato”. Comunque, il senso che gli si dà in quanto patologia è: “erronea interpretazione della realtà, anche se percepita normalmente sul piano sensoriale, dovuta a profonda trasformazione della psiche e della personalità“.

Come sempre in psicologia e particolarmente in psicopatologia è difficile stabilire il confine tra sano e malato, poiché esso si sposta anche di moltissimo in base alla percezione del comune senso di realtà, che è socio-culturale; quindi la parola “normale” è sempre assai ambigua, come è ambigua la valutazione di “erronea” data a una qualsiasi interpretazione che una persona faccia della propria realtà sensoriale.
Nella filosofia religiosa indù, la verità consiste nell’esperienza del mondo concreto, ed essa è sempre parziale e individuale; in altre culture di concreto ed esperibile non c’è niente, e dunque ogni esperienza è creativa in sé. Il mondo che ci viene rappresentato dalla fisica contemporanea è costituito di vibrazioni, e l’esperienza è di esse: l’organizzazione mentale (coscienziale) di questa esperienza determina l’oggetto (la cosa). Dunque, che si voglia attribuire una oggettività o una mera soggettività a quella che chiamiamo comunemente realtà o mondo, essa sarebbe, in senso stretto, un delirio.
Se poi l’autore di questa rappresentazione (che in genere è involontaria e dipendente dallo status generale – somato-psico-energetico – del percipiente) è in “profonda trasformazione della psiche e della personalità” (cosa magari positivissima), tale da consentirgli un atto di presenza a se stesso nel momento in cui osserva la realtà, tanto da riconoscersene autore, allora questi è, per necessità di adesione a un modello pseudo-medico, uno psicotico delirante.

La “profonda trasformazione” è d’altronde quella che ci si augura quando un individuo che soffre inizia una percorso di guarigione; o quando un ignorante inizia a imparare; o quando un uomo cerca di attuare le proprie potenzialità, magari scoprendo che sono assai più vaste di quanto credesse: è “normale” che la visione del mondo si amplii, che si vedano significati ben più ricchi nelle esperienze, che questi significati possano essere ricercati ed evocati perché trasformativi… In chi fa questo, la vita è colma di prove iniziatiche, e quindi – ad esempio – colma di religiosità sana, cioè non fideistica ma pragmatica, esperienziale, creativa. Concreta e produttiva di cambiamenti sempre maggiori ed insperati.

Ciò che allora, secondo la nostra umile osservazione, fa dire di una “rappresentazione” alla propria coscienza che si tratta di un delirio, definendone così una particolarità distintiva (che ne rende dolorosa l’esperienza), è la paura.
Si possono avere rappresentazioni edificanti, la cui “verità” risiede nella coscienza individuale che si colloca al di fuori di una oggettività (inesistente!), la cui funzione è veramente evolutiva… ma se l’immagine causa paura (o ne è una materializzazione), allora fa soffrire, ed è – solo per questo – un delirio.
Detto che il delirio così inteso è ben più pandemico e infettivo di ogni virus, esiste nella visione un enorme potenziale catartico: le visioni che fanno paura potessero essere intese (cosa che attiene all’interpretazione che se ne dà) viceversa come rivelazioni rassicuranti, molti che le hanno sarebbero guariti dalla loro psicosi… ovvero dovrebbero uscire dal novero di quelli che, in base alle tabelle di riferimento, sono malati. E sarebbero guariti di fatto, poiché non soffrirebbero più di paura cronica. Paura di che, se non di morire, unica vera paura biologica che c’è?

Se la paura di morire si trasformasse in desiderio o almeno in serena accettazione di un passaggio di stato fisico, il cambiamento potenziale dell’umanità sarebbe incalcolabile:

Colui nel cui cuore si installa l’amore per la morte, riceve da Dio il dono dell’attaccamento alle cose durevoli e l’odio per le cose periture”. (1)

Inutile dire che a questa incombenza, di esorcizzare la paura della morte fisica, si deve il successo delle forme religiose popolari, e forse l’origine di tutti i culti; l’origine dei quali si radica proprio nella scoperta della differenza tra vita e morte, e nei valori apotropaici che, attorno a questo fatto così angosciante nella sua inspiegabilità, si sono dati ad essi.
Per questo, poc’anzi, si è fatto riferimento ad una religiosità concreta, “sensualmente arida”, non emotiva; un religione della possibile trasformazione, transustanziazione, realizzazione, la cui possibilità consiste nella “vita” biologica di cui si dispone, nutrita creativamente della visione, o della veggenza permanente, della realtà spirituale che quella biologica riveste, oscurandola e insieme proteggendola. Una realizzazione possibile della Divinità in sé.

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