Metafore

Metafore? In quell’età di remoto sapere in cui la fiamma faceva pensare i sapienti, le metafore erano pensieri. (1)

Quando è difficile spiegare l’operare di una legge ontologica all’interno della natura umana, si cerca l’immagine di qualcosa ove essa si mostri con evidenza. La mente ha imparato a conoscere l’altro, per questo è necessario proporlo.
Si descrive quella cosa, di cui si ha visione; quella cosa è operante, la legge in questione è lì operante. Come altro, è visibile; a volte, persino comprensibile.
Si svela allora l’universalità della legge: operare nell’altro, come in sé, equivale a operare ovunque.
La visione è se stessa, possiede una sua oggettività; il pensiero ne è la descrizione.
L’opera, in campo umano o nella metafora non importa, è l’epifenomeno di cui la legge è noumeno.
La metafora racconta, e pensa, le grandi leggi. A volte le rende operanti, se sono dormienti: “Un sapere vecchissimo si può trasformare in rêverie viventi”.

Ma i seguaci delle Forme quando mai potranno capire
che i seguaci del Significato stanno dentro un regno tale,
in cui se c’è il sole, è un atomo e ancor meno,
e se ci sono i sette mari, sono meno di una goccia?
Quando il Sovrano della Gloria innalza lo stendardo
il mondo tutto fa rientrare nella Tasca dell’Inesistenza.
(2)

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