Conflitti e fantasie

Più di una volta abbiamo sottolineato la differenza esistente tra immaginario ed immaginale; e, corrispondentemente, tra fantasia e visione.
Un equivoco può nascere, nell’esperienza individuale delle due cose, dal concetto junghiano di immaginazione attiva, utilizzato (ambiguamente, a parer nostro) per descrivere l’esperienza dell’immaginale… l’attività qui non consiste nella produzione di immagini fantastiche, ma nella intensa intenzione applicata alla ricerca di possibili rivelazioni che la visione sia capace di cogliere.

La fantasia nel suo aspetto delirante era già stata messa in relazione dal giovane W. Reich, ancora legato a Freud e alla Società Psicoanalitica di Vienna, con i conflitti libidici, la cui energia psichica (più tardi riconosciuta come biologica), non trovando naturali e soddisfacenti sbocchi genitali, rimbalzava verso l’alto (livello oculare e corticale), generando immagini capaci di sostenere un Io altrimenti vacillante.
Tale teoria emergeva in Reich attraverso l’analisi del Peer Gynt di Ibsen, che possedeva un impianto onirico volontariamente evocato, e si poneva però come opera d’arte, quindi come forma riuscita di sublimazione: l’arte riscatta la fantasia dall’essere potenziale delirio, e nel Peer Gynt la genitalità matura emerge allo stesso modo dalla psicosi. Ma come si vede non vi sono in ciò attinenze con alcuna esperienza conoscitiva spirituale.

D’altra parte, molta della speculazione attorno al mundus imaginalis, sia di stampo mistico che filosofico, è appunto – tranne rari preziosi casi – speculazione; poco si trova di autenticamente sperimentato se non nelle visioni mistiche anch’esse a volte tanto intrise di raziocinio analitico da non poter essere ascritte all’esperienza visionaria in sé, quanto a una trasposizione didatticamente descrittiva di un mondo “altro” esterno al narratore, che egli racconta di aver visitato.

La visione immaginale è invece esperienza intima, nel senso che si tratta dell’apparizione, o della rivelazione di squarci dell’interezza (l’Uno, o la Oneness) contenuta nel mondo interiore del visionario che si indaga perché si è riconosciuto come microcosmo e del cosmo vuole conoscere gli Assoluti. Quindi procede da una stazione (status o maqam) raggiunta, e da una consapevolezza guadagnata.
Egli indaga (e se è fortunato vede) le Realtà universali in sé, perché l’universo è macro-antropo, identico al micro-cosmo che l’uomo è.
Quindi non si vedrà mai come agente in un mondo esterno… questo accade nel sogno e nella fantasticheria; egli vede sé come mondo, contenente e contenuto, e coglie non eventi estemporanei, ma piuttosto entità ontologiche, però Viventi, cioè nell’atto di vivere, attuate nella vita.

Il mondo interiore è reale, è la cosa più reale che c’è; non è affatto immaginario, al contrario è apodittico nella misura in cui ne emergono le leggi. Ha bisogno di essere solo visto, ma attraverso sensi sottili capaci di esplorare il buio notturno nel quale si cela la regale armonia degli equilibri.

Psicologicamente, la Tradizione, che persegue l’Unità anche percettiva dell’individuo, suggerisce però ai neofiti (sebbene questo tema si ponga solo negli avanzati) di trattare se stessi come un padre tratta il proprio bambino, ovvero di percepirsi come Essere intero (padre), rivestito della propria umanità (bambino) che ha le sue leggi ed esigenze istintive alle quali occorre dar risposta per necessità. Dunque, ad esempio, ritiene la mortificazione della carne, o l’autopunizione, un’attività del tutto inutile o piuttosto nociva, perché spinge ad occuparsi, anche solo per sopprimerle, interamente delle istanze del bambino… Ora, il bambino è un sognatore capace di fantasticherie fiabesche che rappresentano in lui una necessità di esercitare il potere liberatorio dell’immaginario; ciò appartiene alla “psicologia dell’eta evolutiva”; ma, in senso esoterico, è l’esercizio della potenziale successiva capacità adulta di generare mondi concreti con la visione di quelli di essi che l’uomo evoluto contiene, increati.
Purtroppo, l’esperienza di crescita di un bambino va guidata da chi, più grande di lui, abbia raggiunto livelli di consapevolezza adatti a guidarlo, cosa rara; così l’evoluzione – che dovrebbe essere continua – si blocca a un certo livello, e il possibile sviluppo di una capacità di visione si trasforma in pensiero magico, che dà luogo a molti esoterismi sterili, ma che appagano la fanciullezza irrisolta di molti: tutti i lavori che riguardano la sfera dell’energetico biologico, pur avendo fondamento nella biofisica, se estratti da questo rigore, rischiano facilmente di diventare esoterismo magico immaginativo… Nulla a che vedere con la Scienza Spirituale esoterica. Ma si capisce quanto sia facile far confusione, soprattutto perché l’esperienza del magico è interamente psichica, e l’uomo naturale si identifica facilmente con il proprio psichismo. Mentre l’esperienza spirituale autentica è esperienza dell’Essenza che è priva di psiche perché, nella sua forma pura, non emergente dal biologico, ma calata in esso.

Che dunque il bambino immagini fiabe – si diceva – è normale; ma succede con facilità che l’adulto che abbia conservato il ricordo di quell’esercizio infantile, lo eserciti con piacere scambiandolo con la visione immaginale, e questo errore, pur diffuso, è da considerarsi meno normale, perché adombra la necessità di una fuga dalla realtà. Fuggire da questa realtà, perché dura da sopportare, è il contrario di quello che occorre fare per guadagnare la Realtà altra, che si trova al di là e quindi impone l’attraversamento, non la fuga, da questa… al punto che la durezza di questa bassa realtà è lo strumento da usare fino a corroderlo per guadagnare l’Altra.
Se una caratteristica si deve attribuire alla Scienza Spirituale per riconoscerla, e riconoscerne la pratica autentica, questa è la delicata, impalpabile, sottigliezza: al-Latîf, il Sottile, l’Amabile.

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