La sciatica di Giacobbe

Vi è nella Bibbia (Genesi 32) un passaggio oscuro, per il quale, per quanto ne sappiamo, non si trovano spiegazioni convincenti:

25 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. 26 Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. 27 Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». 28 Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29 Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». 30 Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse. 31 Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuel «Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». 32 Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca. 33 Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico.

Spunta un “uomo” dal nulla, e combatte tutta la notte con Giacobbe, che è preoccupato per l’imminente arrivo del fratella Esaù, che egli teme tutt’altro che amichevole. Quest’uomo, che per molti è un angelo (chissà perché), è dichiaratamente Dio stesso in forma umanizzata (per questo Giacobbe “ha combattuto con Dio e con gli uomini e ha vinto!”) tanto che il luogo del combattimento viene chiamato Penuel, che significa “volto di Dio”, e Giacobbe muta il nome in Israele, che significa vincitore di Dio.

La lotta dell’uomo con Dio è un tema presente in diversi racconti mitologici; qui, però, si tratta di un dio nell’uomo… Giacobbe combatte con il dio che è in lui; lo vuole svelare (vuole vederne il volto) a costo della vita; vuole esserne riconosciuto e vuole obbligarlo a benedirlo… è una battaglia notturna – dunque svoltasi nell’oscurità -, e durata fino all’alba (cioè all’apparire della nuova luce) quando Dio stesso chiede di essere lasciato andare, dopo essersi rivelato nella luce dell’alba, ed essersi dichiarato perciò vinto.
Dio è – si dice – in una goccia di sangue nero contenuta nella cavità del cuore del servitore; costringerLo a rivelarsi in lui è il frutto di una lotta vittoriosa. E questo è tutto il semplice senso di questa storia: che Dio non è fuori del suo servitore, che Egli nel servitore c’è “per forza”, ma che resterà “segreto” (sirr) se questi non Lo costringerà ad emergere… L’aspetto eroico peculiare del misticismo cavalleresco è nell’attuazione di questa lotta che deve risultare vittoriosa, deve costringere Dio ad emergere in sé spaccando dall’interno il proprio stesso cuore; altre forme di misticismo preferiscono coltivarlo piuttosto nelle profondità in cui Egli si nasconde…
Un Dio manifestato nell’Uomo non gli si può più nascondere; ma Egli è il Manifesto e il Nascosto, e dunque l’Uomo in cui era “nascosto” e che l’ha costretto e rendersi “manifesto” in lui, ha realizzato con ciò la propria dimensione di Figlio di Dio compiutamente: l’Uomo Perfetto è infatti barzakh, l’istmo tra Creato ed Increato, la “confluenza tra i due mari”…
Beati allora quanti soffrono di sciatica.

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