Arti visuali

Ogni esperienza “visiva”, sia che si collochi come vista all’interno del mondo sensoriale, sia che appartenga in quanto visione a quello stato di coscienza, o mondo, detto imaginale, richiede che l’attore disponga dello strumento organico della funzione visuale, che egli voglia vedere, e che vi sia un oggetto reale in condizione di visibilità, che – dunque – sia manifestato o che si manifesti.
È molto grande la differenza tra il manifestato in quanto attuato, ovvero creato, e ciò che manifesta se stesso; sia perché il primo è un derivato, mentre il secondo è in sé e può essere la fonte del primo; sia perché chi vede il primo ha solo aperto gli occhi, mentre chi vede il secondo lo ha dovuto pregare di manifestarsi, lo ha con ciò evocato, e ha dovuto costruirsi – organicamente! – lo strumento che gli consente di vederlo. Atto che nella sua completezza è effettivamente creativo.
Ecco perché, per quanto attiene alla coscienza, la vista è un atto sostanzialmente passivo, mentre la visione è attiva e consapevole, per cui richiede una coscienza cosciente di sé e perciò libera ed individuata.
Ed ecco perché esistono differenze di Sostanza tra il mondo che può essere colto con la vista e quello che richiede la visione, giacché il primo – che è dato – lo si abita, il secondo lo si crea. Il primo è sempre morente, dal momento che è vivo; il secondo è sempre nascente, dal momento che è in (nella) Potenza.

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