Libertà vs Virus

Qualcuno ha sollecitato l’attenzione dei propri ascoltatori (tra i quali ha voluto comprendere lo scrivente) sul fatto che la segregazione imposta dal legislatore come reazione alla pandemia, sia una sottrazione di libertà intollerabile, e destinata comunque a far più danni (fisici e psichici) del coronavirus.
Si sostiene, in questa comunicazione, che la libertà sia un bene primario, superiore alla salute, tanto che molti martiri sono stati disposti a morire pur di affermarla.
Chi scrive sente la nobiltà di questo assunto ed essendosi a propria volta battuto per gli stessi ideali, non può che approvare. Ma intanto osserva che l’uomo malato difficilmente può considerarsi libero; e poi che la libertà cui si allude è quella socio-politica, che è diventata (prima del coronavirus era evidente ma non dichiarato) nulla, e quindi non riproponibile come tale. Se la libertà è quella di muoversi al fine di consumare in nome del PIL, allora “è meglio perderla che trovarla”.
Invece l’occasione è proprio quella del disvelamento dello stato di schiavitù cui l’uomo era ridotto, che la prigionia ai domiciliari ha fatto percepire in tutta la sua durezza, fino a quel punto sottaciuta. E anche quella, molto più importante, di porre la domanda: che cos’è la vera libertà?
In tempi immediatamente post-pasquali si può osare anche un empito metafisico, e affermare che la vera libertà è libertà da se stessi, dai propri umani bisogni, dalle proprie umane consuetudini millantate come sicurezze, dalla dipendenza di ogni genere e tipo… Dunque una libertà che non si può ottenere urlandone il supposto diritto contro chi dovrebbe (udite!) concederla come dono liberale, perché si urlerebbe contro se stessi… e dunque una libertà che richiede un duro Lavoro che produca una liberazione. Fuori dalla condizione umana (che un saggio vecchio maestro definiva miserrima) il virus non può attaccare, che è quella solo che può ospitarlo.

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